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2001.08.19 Corriere della sera Placanica parla





Corriere della Sera. 19 agosto 2001

Il militare vive in una caserma, protetto dall'Arma
«Mi dispiace, sto male per la morte di Carlo»

A un mese dai disordini del G8 parla Mario Placanica, parla il carabiniere che sparò a Carlo Giuliani

Lui sarà per sempre una sagoma scura che si intravede appena. La persona che dalla camionetta stringe la pistola puntata su un ragazzo che ha un estintore tra le braccia. Come se il tempo fosse sempre fermo al momento in cui è stata scattata quella foto, ore 17.45 di venerdì 20 luglio, Genova, piazza Alimonda. «So che hanno pubblicato anche l’immagine della mia faccia. Ieri sono andati al bar del mio paese, dal mio amico, e gliel’hanno mostrata, gli hanno chiesto se mi conosceva».

La voce del carabiniere ausiliario Mario Placanica arriva da qualche parte in Italia, località riservata. Pericoloso pubblicare riferimenti precisi ai luoghi del ragazzo che ha ucciso Carlo Giuliani. Non è intonata alle altre - la sua voce - , a quelle che si ascoltano in sottofondo. Voci di ragazzi come lui, allegre, si capisce che stanno scherzando. Mario Placanica parla con tono grave, intervalla parole scarne a lunghi silenzi. Ha un forte accento meridionale, e un timbro da ragazzo che cerca di essere autorevole, un vero carabiniere. Eppure ogni tanto si percepiscono vuoti e toni dolenti, quasi come se l’ausiliario Placanica si sentisse smarrito.

Da quel giorno è come se vivesse in una bolla, protetto dall’affetto dei carabinieri, che hanno cercato di sollevare il peso che grava su un ragazzo di 21 anni, proteggendolo dalle minacce, persino dagli sguardi. Perché non è facile ricominciare a vivere quando si è uno dei due protagonisti di quella foto, la mano che spara, e l’altro, un ragazzo genovese di 23 anni, è diventato il morto più «pesante» degli ultimi anni. «Come sto? E come devo stare... fisicamente sono guarito dalle ferite alla testa. Sono soltanto un po’ indolenzito, sento ancora qualche dolore nel resto del corpo... Lo sanno tutti, come mi sento. Lo sapete quello che è successo, lo sa tutto il mondo, quindi potete immaginare. Sono molto giù di morale, mi devo riprendere, piano piano».

Ha trascorso alcuni giorni nel paese della sua fidanzata. Ospite di una caserma. Quando usciva, lo faceva solo accompagnato dai futuri suoceri. Guardato a vista dai carabinieri di Catanzaro, che si fanno in quattro per garantirgli sicurezza e tranquillità, ma non possono evitare di nascondere i suoi tratti dietro occhiali scuri e cappellini. Un accorgimento che dà la misura di quanto sarà difficile per l’ausiliario Placanica il ritorno a una vita vera. «Sono tutti molto gentili con me - spiega il carabiniere - , capiscono cosa sto provando. Lo sanno che è una brutta situazione, mi proteggono dai curiosi, perché capiscono che in questo momento non è proprio il caso di farmi incontrare altra gente, non è il caso che mi facciano domande».

L’isolamento è una necessità anche personale, spiega lui. «E’ una cosa psicologica. Io sto ancora male per quello che è successo. Voglio solo calma, per un certo periodo. Ne ho bisogno come persona». Descrive così i suoi giorni: «Faccio cose tranquille, per il momento mi fanno fare una vita tranquilla». E’ sopravvissuto a piazza Alimonda, ma anche per lui il prezzo è alto. Lo si capisce quando parla della sua famiglia, ed è l’unico momento in cui nella voce dell’ausiliario Placanica è possibile percepire amarezza e preoccupazione: «Mio padre... si figuri che non sono ancora riuscito a vederlo. E’ una bruttissima situazione, il motivo è che devo cercare di essere sereno, e, se lo incontrassi, verrei assediato da voi, dai curiosi».

Sa tutto, l’ausiliario Placanica. Sa che suo padre dovrà essere ancora operato, che la frattura alla gamba non è ancora a posto, che ieri ha compiuto gli anni in ospedale, e che per un tornitore che deve mantenere moglie e quattro figli un mese di immobilità significa molto. Mario dice soltanto: «Vorrei dargli una mano, sono l’unico altro uomo in famiglia». Le sue tre sorelle sono tutte più piccole di lui, la maggiore ha compiuto diciannove anni nei giorni scorsi, un compleanno, anche questo, festeggiato da lontano, con una telefonata.

Ma c’è un’altra ricorrenza, per Mario Placanica. «Lo so che domani è un mese, come potrei non saperlo? Ci penso sempre, a quello che è accaduto». Non ha parole, per il trigesimo della morte di Carlo Giuliani, non riesce ancora a trovarle: è addolorato, dispiaciuto, quella tragedia pesa. «Forse manderò un messaggio al padre di quel ragazzo, ma adesso non me la sento ancora di parlare... Mi tengo tutto per me. Ho dentro cose difficili da spiegare anche a me stesso. Ma ce la farò a venirne fuori, perché voglio ringraziare tutti quelli che mi sono stati vicini, che hanno capito e cercato di farmi stare meno male».

Ai suoi familiari nei giorni scorsi aveva detto di sentire forte l’arrivo di quella ricorrenza, e un mese è poco per cancellare dolore e spavento. «Non mi sarei mai aspettato di trovarmi in una situazione del genere. Mi dispiace, non ho potuto fare nient’altro, ma se avessi potuto scegliere ed evitare quel che è successo, lo avrei fatto». L’ausiliario Mario Placanica riesce solo a ricordare il momento in cui ha saputo: «Me l’hanno spiegato alla sera i colleghi. Ed è stato tremendo». Lo è ancora oggi, si capisce dal tono dalla voce. Non vuole più parlarne, e non può farlo: «Per fare dichiarazioni ufficiali, ho bisogno dell’autorizzazione del Comando generale dell’Arma». Anche se la sua vita è come sospesa, ci tiene al dovere, l’ausiliario Mario Placanica, un ragazzo di 21 anni che ha scelto di fare il carabiniere (il periodo di ferma scadrà a settembre, ma lui ha deciso di restare) e che è stato travolto dal fragore e dalla violenza di piazza Alimonda: «Adesso - conclude - ho solo bisogno di tanta tranquillità».

Marco Imarisio

Corriere della Sera 19 agosto 2001









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Pubblicato su: 2005-07-05 (729 letture)

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