RELAZIONE CONCLUSIVA
ROMA, 26 Maggio 1998
INDICE
1, INTRODUZIONE
3
1.1 Le ragioni della ripresa dell'inchiesta. 3
1.2 La secretazione del
documento di base e l'intervento
della Procura della Repubblica presso il Tribunale
ordinario di Roma. 6
1.3 Osservazioni preliminari circa l'audizione
del maresciallo ALOI. 13
2. 1 SINGOLI EPISODI OGGETTO
DELL'INDAGINE. 18
2.1 Testimonianza di DAHIRA SALAD OSMAN. 18
2.2 Testimonianza di ADEN ABUKAR ALÌ. 25
2.3 Giovane cittadino somalo picchiato,
legato mani e
piedi e gettato in mare. 32
2.4 Sevizie nei confronti di due
cittadini somali catturati
da militari del Contingente
italiano. 35
2.5 Tentativo di stupro con una
bomba illuminante da
fucile di una giovane donna
somala. 37
2.6 Devastazione dell'accampamento di
Johar. 42
2.7 Cittadini somali ricoverati presso l'ospedale
degli
Emirati Arabi Uniti. 45
2.8 Assassinio di Ilaria ALPI e di
Miran HROVATIN. 66
2.9 Denunce del maresciallo Francesco ALOI. 93
3. CONSIDERAZIONI FINALI. 103
APPENDICE 115
1. INTRODUZIONE
1.1
Le ragioni della ripresa
dell'inchiesta,
A seguito della
"Relazione Finale" depositata l'8 agosto 1997, questa Commissione
riteneva di aver esaurito il proprio compito, conferito il 13 giugno precedente
da una Risoluzione del Consiglio dei ministri, resa operativa il 16 successivo
con Decreto del Ministro della Difesa. A quella Relazione, infatti, come
peraltro è ormai noto, la Commissione era pervenuta attraverso quaranta sedute
di audizioni e di inchieste, alcune tenute in Africa equatoriale ‑ Addis
Abeba (Etiopia) e Nairobi (Kenya) ‑, durante le quali erano state
sentite, fra italiani e somali, ben 141 persone.
Tuttavia, nella
seconda metà dello stesso mese, la stampa dava ampia notizia di un esposto che
era stato presentato all'Autorità giudiziaria militare, e precisamente al
Procuratore della Repubblica presso il Tribunale militare di Roma, nel quale ‑
sulla base di appunti estesi da un maresciallo dei carabinieri paracadutista
nel periodo in cui era stato in Africa col Contingente italiano ‑
venivano narrati altri episodi di gravi violenze, asseritamente commessi dai
nostri militari nei confronti dei somali. Va anche ricordato, però, ad onor del
vero, che durante la conferenza stampa, tenuta dalla Commissione a
"Palazzo CHIGI" lo stesso 8 agosto 1997, in occasione dell'incontro
con il Presidente del Consiglio per la consegna della Relazione, il capitano di
vascello in congedo Falco ACCAME, che vi assisteva, avvertì il Presidente di
questa Commissione di avergli scritto una lettera in data 6 agosto in cui
segnalava l'esistenza del memoriale. In realtà, la lettera a quella data non
era pervenuta, e va detto, per la cronaca, che datata effettivamente 6 agosto ‑
dopo avere pellegrinato fra Ministero degli esteri e Camera dei deputati ‑
giunse agli Uffici della Commissione presso il Ministero della difesa ‑
il 21 agosto 1997, come risulta dalla sopraccoperta della lettera.
Sta di fatto che
il Ministro della Difesa, on.le prof. Beniamino ANDREATTA, giustamente
preoccupato del grande scalpore che il memoriale aveva suscitato anche sulla
grande stampa nazionale, dove venivano ampiamente riportati episodi e
situazioni di qualche gravità risultanti dall'esposto, indirizzava il 23 agosto
1997 da Madonna di Campiglio al Presidente della Commissione una lettera che
questi riceveva ‑ tramite fax del Comando carabinieri ‑ al Lido di
Venezia, dove in quel momento soggiornava.
Il Ministro
riteneva di grande utilità che la Commissione potesse proseguire la sua opera
di indagine "qualora dovessero ancora emergere serie indicazioni di
comportamenti censurabili, allo scopo di acclarare definitivamente la
complessiva condotta tenuta dal nostro Contingente nel corso dell'intervento
umanitario" in Somalia.
A tale invito il
sottoscritto Presidente, con lettera dello stesso giorno, trasmessa via fax per
lo stesso tramite al Ministro, comunicava la sua completa adesione, prendendo
immediato contatto con gli altri componenti, a mezzo della cortesia del Gen.
C.A. CC Cesare VITALE che a Roma, data l'emergenza, aveva riconvocato la
Segreteria della Commissione. Tutti gli altri componenti, che a quella data si
trovavano in località diverse di villeggiatura, diedero a loro volta pronta disponibilità
all'invito del Ministro, sicché ‑ tenuto conto di qualche impegno già
assunto ‑ fu possibile riunire la Commissione per il lunedì, 8 settembre
1997, alle ore 10.30, a "Villa PAMPHILI". Il capitano di vascello
ACCAME aveva frattanto insistito presso il Gen. VITALE perché fossero sentiti i
genitori della giornalista Ilaria ALPI, assassinata in Somalia, assieme al suo
operatore, il 20 marzo 1994, quando pressoché l'intero Contingente italiano era
già imbarcato sulla nave `GARIBALDI" per il rientro in Patria: anche di
tale grave fatto di sangue si parlava, infatti, nell'esposto all'Autorità
giudiziaria militare.
Il Presidente
dispose, perciò, che in quello stesso 8 settembre fossero sentiti, in informale
audizione di cortesia, i coniugi ALPI, particolarmente allo scopo di stabilire
se quell'assassinio adombrasse qualche collegamento con gli episodi di violenza
da parte dei militari del Contingente nei confronti dei Somali. Soltanto in tal
caso, infatti, la Commissione avrebbe potuto estendere l'inchiesta anche a quel
grave fatto, dati i limiti dell'oggetto del, mandato conferito alla
Commissione.
1.2 La secretazione del documento di base e l'intervento della
Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Roma.
Peraltro, nel
mattino di quell'8 settembre, prima di iniziare la seduta, il Presidente ebbe
un incontro riservato con il Procuratore militare della Repubblica, dott.
Antonino INTELISANO. Il quale, però, correttamente ‑ com'era da
attendersi – fece presente che non poteva mettere a disposizione della
Commissione nemmeno copia dell'esposto presentato, essendo ormai secretato
negli atti di indagine preliminare, d'altra parte ormai in via di trasmissione
alla competente Procura della Repubblica Ordinaria presso il Tribunale di Roma.
Anche i coniugi
ALPI, ricevuti nell'audizione informale di cortesia, dichiararono con pari
correttezza di non potere entrare nel merito di quell'esposto, perché a loro
volta tenuti al segreto investigativo, essendo stati sentiti dal Procuratore
militare come parti offese. Riferirono, tuttavia, su taluni comportamenti
dell'Autorità Militare, subito dopo l'aggressione, da essi giudicati
scarsamente premurosi, pur rifiutando in quel momento, come indegna ed
inaccettabile, l'ipotesi ‑ affacciata anche da qualche giornale ‑
di una possibile relazione fra la morte della loro figliola e la sua conoscenza
di malefatte da parte di militari italiani nei confronti di somali.
Né, del resto,
la giornalista aveva mai lamentato con loro tensioni esistenti con l'Autorità
militare italiana, ché anzi essi
sapevano di suoi ottimi rapporti con il Gen. LOI.
La Commissione,
riservandosi comunque di approfondire il punto per qualche maggiore chiarezza,
doveva però prendere atto con rammarico che veniva a mancare una seria base
documentale proprio ai fatti che i giornali avevano denunziato come emergenti
dall'esposto e dagli appunti del maresciallo paracadutista dei carabinieri,
Francesco ALOI. Tantopiù che ormai appariva evidente che, essendo stato anche
il maresciallo sentito come persona informata dei fatti dal Procuratore
militare, la Commissione non avrebbe potuto correttamente, di sua iniziativa,
convocare il sottufficiale per avere da lui chiarimenti.
Nell'ambito
della Commissione vi sono state forti perplessità (documentate dalla lettera
inviata dal Commissario Tullia ZEVI al Presidente della Commissione Ettore
GALLO in data 2 febbraio 1998) sull'opportunità di proseguire i lavori della
Commissione dopo la presentazione della precedente Relazione, dal momento che i
documenti su cui si sarebbe dovuta appuntare l'attenzione della Commissione
stessa, quali il memoriale del maresciallo ALOI e con esso altri documenti,
erano stati secretati. Aggiungasi che taluni testi, alcuni dei quali ritenuti
particolarmente interessanti ai fini dell'inchiesta, hanno dichiarato di non
poter rispondere in quanto vincolati dalle risposte da loro già date alla
Magistratura.
Tuttavia, posta
in tale difficile condizione, la Commissione decideva, attesa la grande
notorietà che la stampa aveva dato all'emergenza, di sentire sottufficiali
colleghi e ufficiali suoi superiori che, nello stesso periodo del maresciallo,
avevano prestato servizio in Somalia nello sesso reparto. Si decideva altresì
di ascoltare i giornalisti che ne avevano in quei giorni apertamente parlato,
ma soprattutto quelli che si erano trovati in Somalia nel periodo in cui c'era
stato il maresciallo: e specie quelli che ebbero, più che relazioni di mera
colleganza, rapporti di amicizia con Ilaria ALPI.
Con l'occasione,
considerato che veniva a trovarsi autorevolmente riconvocata, la Commissione
decideva altresì di approfittare per completare ‑ ove possibile ‑
l'inchiesta anche su taluni fatti che erano affiorati mentre si stava chiudendo
la prima fase, o sui quali erano state indicate testimonianze soltanto in
occasione della seduta di Addis Abeba.
L'inchiesta
procedeva, quindi, nelle settimane successive seguendo il programma accennato,
nel corso del quale venivano anche sentite autorità diplomatiche e personaggi
di rilievo che si erano occupati in Somalia di attività concernenti la
cosiddetta "cooperazione": e ciò perché, fra le cause, da una parte,
dell'insoddisfazione somala e, dall'altra, fra i possibili motivi adombrati per
l'assassinio della giornalista e dell'operatore italiani, era affiorata anche
la possibilità che la brava giornalista avesse interferito indagando su
traffici illeciti, tuttora in atto, derivanti da quella lontana
"cooperazione". Da ultimo, poi, essendo apparso necessario procedere
a contestazioni nei riguardi dell'ex caporal maggiore PACITTI, che aveva
riferito di altro episodio di violenza su donna somala da parte di militari
italiani in presenza di un ufficiale di complemento del Contingente, tre
componenti delegati dalla Commissione dovettero accedere ad Edimburgo, dove il
PACITTI si era trasferito per lavoro che asseriva di non potere nemmeno
temporaneamente lasciare.
Complessivamente,
in questa seconda fase dei lavori, la Commissione, ha tenuto ulteriori 46
sedute, procedendo a 110 audizioni, ivi comprese quelle di 11 somali, di cui il
Ministero degli esteri ha curato il trasferimento in Italia.
A quest'ultimo proposito va riferito che un magistrato della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, previo concordato appuntamento, è stato ricevuto dal Presidente di questa Commissione, nel suo ufficio presso il Ministero della Difesa, poco prima di dare inizio alle audizioni dei somali arrivati a Roma il giorno precedente. In tale occasione, il magistrato ha reso noto che, fra i somali che attendevano di essere sentiti, c'era un certo HASHI OMAR HASSAN, che la DIGOS aveva segnalato quale indiziato di aver partecipato all'assassinio della giornalista ALPI e del collega operatore. Notizia peraltro che proprio quel mattino compariva in grande rilievo sul quotidiano “La Repubblica". Il magistrato avvertiva che, dopo l'esame del somalo da parte della Commissione (che, però, si riferiva all'audizione del somalo quale parte offesa), la DIGOS avrebbe proceduto al fermo dell'indiziato, mettendolo a disposizione della Procura. Il magistrato desiderava conoscere se ci fossero difficoltà in regime di eventuali garanzie date dal Ministero degli esteri. Un immediato accertamento telefonico disposto dal Presidente dava in proposito esito negativo: il Ministero si era soltanto limitato a favorire il trasferimento in Italia dei somali compresi nell'elenco di coloro che la Commissione doveva ascoltare.
Effettivamente il somalo fu poi fermato nella mattinata, e successivamente il Sostituto Procuratore della Repubblica ne dispose l'arresto. E' risultato poi che un teste somalo, trasferito in precedenza in Italia, lo aveva accusato della partecipazione al delitto, e che anche l'autista di Ilaria ALPI (egli pure presente fra i somali convocati in Italia il giorno prima) lo aveva riconosciuto già sull'aereo durante l'accesso a Roma.
Questo Presidente, dopo tale episodio apparso un po' singolare all'opinione pubblica, ha disposto una rapida indagine interna al fine di conoscere se il somalo era stato effettivamente richiesto dalla Commissione per l'audizione. E' risultato, invece, che egli non era nell'elenco che la Commissione aveva mandato al nostro rappresentante diplomatico a Mogadiscio, e che vi fu incluso per espressa richiesta della Società degli intellettuali somali che, su propria carta intestata, aveva riscritto l'elenco inserendovi il somalo: elenco poi come tale trasmesso alla Commissione dal nostro diplomatico. L'inserimento sarebbe dipeso dalla pretesa del somalo di essere stato fra coloro che, incappucciati e legati mani e piedi, sarebbero stati gettati in mare da militari del nostro Contingente. Del fatto viene riferito più innanzi fra gli episodi su cui la Commissione ha indagato espressamente.
1.3 Osservazioni preliminari circa l'audizione
del maresciallo ALOI
Occorre, da ultimo, riferire per qual modo si rese possibile anche l'esame del maresciallo ALOI, nonostante le difficoltà più sopra ricordate.
Il sottufficiale, per verità, si era più volte lamentato con la stampa - con la quale aveva frequenza di rapporti - che la Commissione non avesse ancora ritenuto di sentirlo, nonostante avesse da qualche tempo iniziata la nuova fase dell'inchiesta. La Commissione, d'altra parte, aveva valutato l'impedimento giuridico e non doveva rendere conto al maresciallo del suo operato.
Senonché questi non si diede per vinto, e trasmise al Ministro della Difesa e alla stessa Commissione un perentorio telegramma con cui pretendeva di essere sentito subito. A quel punto, la Commissione, dopo avere ultimato tutto un importante aspetto dell'inchiesta che era in corso, fece conoscere al maresciallo che non avrebbe potuto interferire sulla sua posizione, ma se egli insisteva per essere sentito, nonostante il segreto cui era tenuto, evidentemente intendeva riferire su fatti diversi da quelli oggetto dell'indagine giudiziaria. In tal caso, e solo per tale ipotesi, la Commissione sarebbe stata disponibile ad ascoltarlo in un certo giorno x, che veniva indicato. Da quel momento, fu un continuo ripetersi del ritmo altalenante rappresentato dalla Commissione che rendeva noto al maresciallo i giorni alternativi in cui - se egli lo avesse desiderato - il collegio sarebbe stato disponibile ad ascoltarlo, e il maresciallo che allegava cause varie di impedimento (malattia, convalescenza, ricovero ospedaliero, altri impegni). Fino a quando, nell'ultima occasione, il maresciallo escludeva di poter accedere a Roma nei tre giorni che la Commissione metteva a sua disposizione, e ne indicava un quarto diverso ponendo, però, precise condizioni. Doveva essere accolto innanzi a casa sua da mezzi disposti per iniziativa della Commissione e riaccompagnato, dopo l'audizione, nello stesso modo. Doveva essere tutelato da una scorta armata perché la sua vita è in costante pericolo, e la Commissione avrebbe dovuto ascoltarlo in ambiente non militare.
Fra l'altro, il giorno di preferenza, che il maresciallo indicava, era quello stesso purtroppo in cui iniziava l'audizione delle parti offese e dei testi somali, frattanto trasferiti a Roma dal Ministero degli esteri. Ciononostante è stato esaudito in tutto. E' probabile che l'eccessiva condiscendenza della Commissione nei confronti di questo singolare sottufficiale dei carabinieri che spediva telegrammi perentori per essere ascoltato, e poi avanzava difficoltà e condizioni, venga giudicata piuttosto fuori luogo, e non senza qualche ragione. Ma bisognerà tener conto della sfavorevole reazione che si sarebbe sicuramente verificata se la Commissione si fosse spazientita e avesse rinunziato ad ascoltarlo, coll'immancabile sospetto che non si volessero raccogliere le sue amare verità. Va anche rilevato che, durante mesi di inchieste e centinaia di persone ascoltate, anche di altissimo riguardo, non si è mai verificato un solo caso analogo. Da tutti la Commissione ha avuto pronta, cortese e rispettosa collaborazione, anche quando è stato necessario procedere a severe contestazioni, a confronti, e a reiterazione delle audizioni.
Come meglio sarà detto nel paragrafo che lo riguarda (ved. n. 2.9), il sottufficiale comunque si è correttamente attenuto, nel contesto della sua audizione, al segreto investigativo, e non ha parlato, perciò, del contenuto del memoriale riferibile all'oggetto dell'inchiesta della Commissione. Ha lungamente parlato, invece, del comportamento dei suoi Superiori che gli è apparso persecutorio.
La Commissione ha dovuto interrompere l'audizione alle 18.30 perché era in servizio ininterrotto dalle ore 9 del mattino (fra l'altro, il Presidente, ancora convalescente, dà ricovero ospitaliero per grave malattia, aveva lasciato l'abitazione contro il parere dei medici e non aveva assunto cibo). Fu detto, però, al maresciallo di fai per venire. una memoria per quant'altro ancora sullo stesso argomento avesse ritenuto di riferire. Coll'intesa che la Commissione lo avrebbe successivamente, richiamato a conferma della memoria e a sue eventuali integrazioni.
Ma il sottufficiale non ha ritenuto di comunicare più nulla, e la Commissione si è astenuta dal richiamarlo anche perché quanto andava riferendo non era oggetto dell'inchiesta, e peraltro quell'oggetto gli era precluso dal segreto investigativo.
Tuttavia, quanto egli ha già comunicato viene trasmesso per competenza al Procuratore militare della Repubblica per ogni eventuale seguito.
2. I SINGOLI EPISODI OGGETTO DELL'INDAGINE.
2.1 Testimonianza di DAHIRA SALAD OSMAN.
La Commissione aveva richiesto che fosse ricercata e identificata la donna che all'interno del check - point "DEMONIO" era stata legata al VCC e torturata da parte di nostri militari in presenza di molti altri, mediante l'introduzione in vagina di una bomba illuminante da fucile. In altri termini, la donna di cui è descritto ed accertato il grave episodio da pag. 13 a pag. 17 della precedente "Relazione Finale". Come tale è comparsa davanti alla Commissione in Roma, identificata ed inscritta nell'elenco riprodotto dall'Associazione degli intellettuali somali, trasmesso dal nostro diplomatico in loco.
La ragazza, di circa 25 anni, si è qualificata come DAHIRA SALAD OSMAN, nata a Burane, nei pressi di Johar e residente a Mogadiscio, casalinga.
All'audizione ha chiesto di assistere il fratello ABDUKADIR SALAD OSMAN, poiché DAHIRA, dopo il fatto, non sarebbe più stata "compus sui” e avrebbe avuto bisogno di assistenza di un familiare. In considerazione dì tali affermazioni, la Commissione ha ammesso il fratello ad assistere, raccomandando all'interprete MOHAMED MOHAMUD NUR, presente per la traduzione, di controllare anche le eventuali interferenze dei sedicente fratello (com'è noto non esistono in Somalia né anagrafe né documenti ufficiali di identificazione: questa viene accelerata su testimonianza, e fissata sul momento con i dati caratteristici su di un documento a carattere precario).
Dopodiché la ragazza è stata invitata a riferire l'accaduto. Con comprensibile stupore della Commissione, la ragazza, in tutta tranquillità e sicurezza, ha raccontato un episodio del tutto diverso da quello che la Commissione aveva accertato nella precedente inchiesta, col supporto della testimonianza dei due militari che, pur non avendo partecipato al fatto, erano però di guardia su ciascuno dei due VCC: sicché l'uno di essi era proprio sul carro dove lo stupro fu perpetrato.
La DAHIRA ha narrato, infatti, di essere pervenuta in piena notte da sola (la donna stuprata era in compagnia di altre due ragazze) nei pressi del check - point "DEMONIO", dove all'esterno era situata una bancarella sulla quale si vendeva tè. Afferma che, sapendo che lì attorno c'era sempre gente, vi era convenuta nella speranza di vendere qualcosa “ai bianchi": ma non sa dire cosa si riprometteva di vendere. Dice anche di non essere entrata nel check - point perché i soldati consentivano l'ingresso soltanto a chi pagava qualcosa. Comunque, mentre era accanto alla bancarella sopraggiunsero dei soldati in gruppo di sette od otto. La circondarono scherzando, e un paio di loro le diede dei dollari. Dopodiché ella andò con loro poco lontano dalla bancarella, ma sempre all'esterno del check - point, dove sarebbe stata violentata perché - a suo dire - aveva bensì ricevuto i dollari, ma ciononostante non era consenziente.
Alla precisa domanda se fosse stata violentata da tutti gli otto militari, risponde: "alcuni di loro mi hanno dato dei soldi per questi fatti, gli altri li accompagnavano". Dal che sembra doversi dedurre che soltanto coloro che hanno pagato 1a prestazione hanno potuto fruirne: il che fa dubitare che l'episodio si sia svolto sotto il segno della violenza. Quando dice "presi i soldi e andai con loro, ma non ero consenziente", non si capisce bene che cosa la ragazza intenda dire. Certo, se afferma "andai con loro", esclude che sia stata trascinata con loro per violenza. Se così è, la mancanza del consenso dovrebbe essere riferita soltanto al rapporto sessuale. Ma che senso ha allora che questa ragazza sola, a notte alta, si apparti volontariamente con un gruppo di soldati avendo già ricevuto dei dollari da alcuni di loro? E non lontano dalla bancarella del tè: alla quale benché riconosca la presenza ancora di molta gente dice di non essere più tornata perché minacciata dal gruppo degli otto. Però nemmeno ha gridato per richiamare l'attenzione delle persone vicine.
Ma, a parte tutto ciò, è evidente che comunque l'episodio che questa ragazza racconta non è assolutamente quello avvenuto all'interno del check - point di cui alla precedente inchiesta.
Quella ragazza, rimasta ignota, era accompagnata da due amiche che, con lei, entrarono nel posto di blocco assieme ad alcuni militari. Ivi un po' tutti parteciparono agli scherzi e alle risate, e alla fine la poveretta fu afferrata, legata al VCC, e costretta a subire quella orribile introduzione mentre i ragazzi si divertivano sghignazzando. Ma i soldati di guardia ne udirono le urla e la sentirono gridare poi anche mentre, liberata, fuggiva assieme alle amiche che, inorridite, avevano assistito alla penosa scena.
Ad un certo punto dell'audizione ha chiesto di parlare il fratello della ragazza, il quale, però, è intervenuto contraddittoriamente.
Infatti, dapprima ha avvertito che, a distanza di sette giorni dal fatto, la sorella aveva dato segni di non essere più in possesso delle sue facoltà mentali, e che in seguito non si sarebbe più ripresa, nonostante le cure mediche e religiose che le sarebbero state propinate. Contestatogli però che, comunque, il fatto delittuoso da noi accertato era sicuramente molto diverso dalla versione che la sorella ne stava ora dando, egli replicò perentoriamente che l’episodio si è svolto esattamente nel modo descritto dalla sorella. Fattogli rilevare come tutti i particolari del fatto accertato dalla Commissione, del resto coincidente con le fotografie che i rotocalchi avevano pubblicato, sono incompatibili con quelli esposti dalla sorella, il somalo si è limitato a ripetere che la sorella è proprio la ragazza in questione, che però da quel giorno ha perduto la ragione. E da questa posizione non si è più discostato, senza riuscire a spiegare perché mai allora poco prima avesse invece attribuito veridicità al racconto della sorella.
L'interprete ha riferito discordanze che i due si contestavano in lingua somala circa il momento in cui il fratello aveva appreso il fatto della sorella e quello in cui entrambi lo avevano riferito ai giornalisti. Il fratello affermava di aver parlato con i giornalisti, ma di non aver mai informato le autorità competenti del grave fatto.
In tali condizioni, è da escludere che la ragazza fatta comparire innanzi alla. Commissione possa essere quella di cui alla precedente inchiesta, e il contraddittorio intervento del fratello non ha certo contribuito a chiarire la vicenda, ché anzi appare equivoco ed interessato. Se poi si dovesse adombrare che la verità sia proprio quella narrata dalla ragazza, allora sembra più che ragionevole dubitare che in quel diverso fatto vi sia stata violenza.
Dimessi dall'audizione, i due sono stati poi uditi altercare a gran voce nei corridoi del Ministero. Successivamente si è appreso che fratello e sorella sono ancora in Italia perché in attesa della decisione sulla richiesta di "asilo politico", ospiti dell'Unione delle Comunità Organizzazioni Islamiche in Italia (UCOII).
In occasione dell’audizione di questa Commissione da parte della Commissione Difesa del Senato, quel Presidente ci ha informati che la ragazza e. il fratello vengono esibiti in giro per il nord Italia in Convegni e tavole rotonde, e la ragazza porterebbe sul petto un gran cartello con la scritta "SONO IO LA RAGAZZA VIOLENTATA CON LA BOMBA ILLUMINANTE DAI MILITARI ITALIANI IN SOMALIA".
Va infine ricordato che la ragazza stuprata, benché particolarmente richiesta, non si era presentata davanti alla Commissione in occasione delle audizioni ad Addis Abeba, e i nostri diplomatici avevano riferito che non era stato possibile identificarla. Si è presentata, invece, spontaneamente in Italia, dopo sei mesi, questa strana ragazza.
2.2 Testimonianza
di ADEN ABUKAR ALÌ.
L'identificazione del somalo che fu oggetto del trattamento con gli elettrodi da parte del maresciallo ERCOLE è sembrato più semplice rispetto a quello della ragazza che ha subito la violenza con la bomba illuminante da fucile.
Innanzitutto perché in questo caso c'è un riferimento somatico preciso. Il ladruncolo arrestato per primo, tale DASHU, indicato subito dalla stessa parte offesa, fece il nome dei due suoi complici: e l'uno di essi fu segnalato come. Aden "il guercio". In realtà ADEN ABUKAR ALÌ, benché si proclami innocente, presenta proprio questa menomazione dell'organo visivo. In secondo luogo, perché ABDULLHA1 HUSSEIN, commerciante in Mogadiscio, in allora maggiore della polizia somala (attualmente ancora in Italia perché in attesa di decisione sulla richiesta di asilo politico), avendo partecipato con altri elementi della polizia sornala, e in collaborazione con i militari italiani, all’arresto di ADEN “il guercio”, lo ha con certezza riconosciuto sia durante il viaggio in Italia, sia allorquando è stato immediatamente preceduto dall’ABUKAR ALÌ nell’audizione innanzi a questa Commissione.
Ciononostante, la Commissione ha appreso che, innanzi all'Autorità giudiziaria di Livorno, ADEN ABUKAR ALÌ e il maresciallo ERCOLE, non si sarebbero reciprocamente riconosciuti: piccoli misteri dell'allucinante realtà somala!
Ciò che, invece, val la pena di rilevare, sul piano delle risultanze oggettive, è che questo somalo tende nel suo racconto a drammatizzare la presenza dei militari italiani come causa unica ed esclusiva delle sue sventure, anche queste poi inverosimilmente dilatate.
Già nel narrare della sua cattura parla di due macchine con soldati italiani che lo prelevarono e lo portarono in un accampamento a Johar. Non il minimo cenno alla polizia somala: la quale, invece, è protagonista nella ricerca e nell'arresto. Infatti, afferma che la signora derubata denunciando il furto a militari italiani disse di avere riconosciuto certo DASHU. Furono poi gli informatori della polizia somala che misero i militari italiani e la polizia somala sulle tracce del DASHU. Il quale, dopo la cattura, ammise la sua responsabilità facendo il nome di due complici, l’uno dei quali era appunto ADEN “il guercio”. Sicché all’arresto dell’ADEN procedettero insieme militari italiani e polizia somala, rappresentata dal citato maggiore ABDULLHAI HUSSEIN e da altri due poliziotti somali. E naturalmente sono sempre italiani coloro che gli ruppero la porta di casa per cercarlo, prima di catturarlo sul campo dove lavorava. Infatti per ADEN ABUKAR ALÌ erano due automobili con a bordo soltanto militari italiani. Non solo ma, secondo il somalo, il primo ladro, DASHU, reo confesso, sarebbe morto a Badlel “a seguito dei maltrattamenti ai reni subiti dai militari del Contingente italiano": notizia mai affiorata, che nessuno ha riportato, e che nemmeno il maggiore della polizia somala ABDULIHAI HUSSEIN ha mai appreso. Eppure questo maggiore concorse - come si è accennato - con la sua polizia e i suoi informatori, e con i militari italiani, all'arresto del DASHU.
1l guercio" dopo la cattura fu portato in quella ormai nota tenda, ai margini del campo di Johar, che compare nelle foto della rivista 'Panorama" e che fungeva da provvisoria stazione di polizia somala. ADEN ABUKAR, tuttavia, continua a parlare di accampamento italiano, dove - dice – sarebbe rimasto imprigionato per circa sette giorni: ma il maggiore somalo, pur con qualche incertezza, parla di due o tre giorni, nella tenda della polizia somala.
Alla fine, ADEN ABUKAR, Sotto contestazione, è costretto ad ammettere che stazione di polizia somala e accampamento italiano, anche se vicini, sono due luoghi diversi, ma insiste nel dire che però "vedeva molti soldati italiani". E questo è senz'altro vero perché, per entrare in, od uscire da, quell'accampamento i soldati italiani transitavano davanti alla tenda della polizia somala. Ed, infatti, viene mostrato ad ADEN ABUKAR ALÌ una fotografia pubblicata nel giugno del 1997 dal settimanale “Panorama", che ADEN riconosce: in essa si vede anche l'interno della tenda con i poliziotti somali.
ADEN, però, non demorde, e afferma che comunque i soldati italiani, non volendo egli confermare il furto, lo trascinarono fuori dalla tenda e lo presero a calci. Poi altri lo avrebbero picchiato con una bottiglia di plastica riempita di sabbia. Esclude, però, che siano stati i soldati italiani che si vedono nella fotografia, "erano però sempre italiani li riconobbi dalla divisa"!
Ebbene, tutto questo è smentito dall'inchiesta precedente, nella qua1e è risaltato pacifico che ADEN era ormai prigioniero della polizia somala in quella tenda adibita a stazione di polizia. Gli interrogatori erano condotti dai somali, con la presenza – per garanzia dell'indiziato - di un ufficiale del Contingente italiano. E' risultato altresì che, essendosi ADEN sentito male, fu portato fuori all'aria e gli fu versata addosso un po' d'acqua per rianimarlo, mentre l'ufficiale italiano - questa è la sua versione - si sarebbe allontanato per chiamare un medico dall'ospedale italiano insediato dall'altra parte della strada. Tornato, però, col medico trovò che l'ADEN sì era ripreso e perciò il medico sarebbe rientrato in ospedale senza nemmeno visitarlo.
ADEN, però, sostiene che l'acqua gli fu versata addosso dopo il malore subito a causa dell'intervento di ERCOLE con gli elettrodi sui testicoli: egli, anzi, giustifica la nudità del busto perché la camicia era rimasta sul campo agricolo dove stava lavorando, e quella del residuo corpo perché sarebbe stato ERCOLE a ordinare che gli togliessero i pantaloni. Ammette, tuttavia, che gli ufficiali italiani non sarebbero mai stati presenti quando veniva picchiato, e riconosce che non gli risulta che ad altri sta stato usato analogo trattamento.
D'altra parte, l'ufficiale della polizia somala esclude decisamente che i militari italiani abbiano mai commesso violenze sui somali arrestati, salvo l'episodio di ERCOLE. Anche se poi afferma di ignorare quell'episodio, né di aver mai richiesto l'intervento di ERCOLE, mentre - com'è noto -ERCOLF afferma di essere intervenuto (sia pure solo al fine d'intimidire il detenuto) proprio a richiesta della polizia somala.
Né rileva che, per quattro o cinque ore della notte, la tenda restasse senza polizia somala, perché comunque le foto pubblicate mostrano il sole di pieno giorno, e ADEN ABUKAR ALÌ non ha mai parlato di violenze subite nottetempo.
Ad avviso della Commissione, sembra che la realtà del fatto rimanga quella acclarata nella precedente inchiesta. Decidendo di presentarsi per essere sentito, ADEN ABUKAR ha calcato la mano aggiungendo ulteriori violenze rispetto a quelle che avrebbe compiuto ERCOLE, e sottolineando di continuo che sarebbero state commesse da militari italiani. Ha ignorato la polizia somala fino al punto da esperire il tentativo di far credere che fossero stati solo gli italiani ad arrestarlo. La ragione di siffatto comportamento non è difficile da capire, e deve dirsi che essa ha avuto carattere diffuso trovando origine nella disperata povertà in cui versa quella povera gente, senza Stato e senza tutela, fino al limite della sopravvivenza.
In merito alla reale condotta del maresciallo ERCOLE, sarà l'Autorità giudiziaria ad accertarla definitivamente, così come saranno stabilite in concreto le eventuali conseguenze che il somalo lamenta.
2.3 Giovane cittadino somalo picchiato, legato
mani e piedi e gettato in mare.
L'episodio è stato riferito da HASHI OMAR HASSAN, un cittadino somalo sentito dalla Commissione in Italia su segnalazione della Società degli Intellettuali Somali.
Egli ha raccontato che il 27 settembre 1993, mentre si recava al Collegio "Nuova Somalia", dove lavorava la madre, si accorse che una sua sorella stava litigando con un somalo. E' intervenuto cercando di dividerli, ma è sopraggiunta una pattuglia di militari italiani che lo ha arrestato.
Venne quindi portato nell'area del Porto Vecchio di Mogadiscio e rinchiuso in un locale angusto. Qui, unitamente ad altri prigionieri, dopo essere stato incappucciato e legato mani e piedi, venne torturato e preso a calci senza motivo da persone che non dissero una sola parola. Ad una sua richiesta sul perché dell'arresto, un soldato italiano gli rispose dandogli una bastonata in testa.
Successivamente, circa 20 di questi prigionieri (lui compreso) furono portati all'estremità di un molo e, sempre legati ed incappucciati, furono gettati in mare. Ritiene che siano annegati tutti, meno lui, che invece riuscì a togliersi il cappuccio, a slegarsi e raggiungere indenne la riva, senza essere visto da alcuno. Due di quelli che erano stati gettati in mare insieme a lui, sarebbero stati ripescati il giorno dopo vicino al quartiere di ABDULLHAIZIZ.
Il giovane HASHI afferma che verosimilmente nello stesso periodo sono state gettate in mare molte altre persone, a suo dire perché gli italiani intendevano in tal modo "terrorizzare" la popolazione somala.
Il contenuto di questo sorprendente racconto si presta ad alcune considerazioni.
Innanzitutto l'episodio di violenza in danno di numerose persone non ha trovato alcun riscontro, né è stato riferito, neanche per sentito dire, da altri. E' stato riferito solo da lui, HASHI, superstite unico. Non esiste quindi in concreto nessun elemento di prova diretto o indiretto; esiste una sola versione dei fatti: la sua.
Stupisce, peraltro, che un fatto così grave, in un contesto di rivendicazioni le più disparate, non sia mai stato denunciato da alcuno. HASHI sostiene che la popolazione ne era a conoscenza, ma nessuna persona del luogo più o meno autorevole o più o meno credibile, nessun Capo Clan o Capo Famiglia, nessun amico o familiare delle vittime si è mai fatto avanti per denunciare o chiedere indennizzi, direttamente o anche indirettamente. Quanto meno gli operatori delle Organizzazioni Umanitarie ed i giornalisti presenti in Somalia avrebbero dovuto venire a conoscenza di un episodio così grave.
In tale quadro, mancando qualunque riscontro di prove testimoniali, dirette od indirette, la testimonianza del signor HASHI appare priva di attendibilità, almeno fino a quando non potrà essere suffragata quanto meno da altre testimonianze o denunce più concretamente probanti.
2.4 Sevizie nei confronti di due cittadini
somali catturati da militari del Contingente italiano.
I cittadini somali ABDULLE MAO AFRAH ed IBRAHIM AHMED MAHAMUD, ascoltati dalla Commissione d'Inchiesta su segnalazione del Presidente della società degli intellettuali somali, hanno riferito di essere stati catturati da due. soldati italiani con la testa rasata, in un giorno imprecisato del "Ramadan" del 1993 (giugno - luglio), mentre erano intenti a loro normali attività agricole nei pressi del pozzo d'acqua di El Dere Burale in vicinanza del villaggio di Aden Jabad.
Nel precisare che ignoravano i motivi del rigoroso provvedimento restrittivo, dato che non erano in possesso né di armi, né di esplosivi, né di merci di vietata detenzione, hanno soggiunto di essere stati incappucciati, legati mani e piedi e di aver subito gravi maltrattamenti.
Nel giorno successivo alla cattura furono trasferiti ad Aden Jabad, ove fu loro offerta, come pasto, della carne di maiale (vietata ai musulmani per precisa norma coranica) e, successivamente, furono tradotti in elicottero ad Illwuine, nei pressi di Balad, a circa 30-40 km. da Mogadiscio.
In seguito, sarebbero stati portati in aereo a Mogadiscio (... per un tratto di 30 km ?) e poi, sempre con lo stesso mezzo, a Jeppelli, un piccolo centro vicino a Belet Uen, ai confini con l'Etiopia, ove erano stanziate tribù molto ostili alla loro etnia, con grande pericolo per la loro incolumità personale.
Infine furono liberati, dopo circa 47 giorni di prigionia, e riportati alla loro sede di residenza.
Il racconto, fatto da ABDULLE MAO AFRAH con il pieno avallo di IBRAHIM AHMED MAHAMUD, ha destato molte perplessità perché appare poco verosimile il continuo trasferimento di due prigionieri, da un estremo all'altro del vasto territorio assegnato al nostro Corpo di spedizione, con mezzi aerei, di cui era ben nota la assai modesta disponibilità e la necessità di fame un uso molto parsimonioso.
I fatti narrati dai due somali potrebbero essere quelli già riportati dal settimanale "Epoca" n. 222, del 15 giugno 1993. Per detti episodi il Ministro della Difesa pro tempore, on.le Fabio FABBRI, dopo aver fatto svolgere una accurata inchiesta, riferì in Parlamento sulla vicenda, asserendo di non aver rilevato responsabilità a carico delle unità operanti.
2.5 Tentativo di stupro con una bomba
illuminante da fucile di una giovane donna somala.
Il 21 luglio 1997 la Commissione ha ascoltato l'ex caporal maggiore Maurizio PACITTI, già effettivo al 185° Reggimento artiglieria paracadutisti del Raggruppamento "ALFA" - residente in Scozia, ad Edimburgo, dove lavora - come possibile testimone dello stupro, con una bomba da fucile, fotografato dall'ex paracadutista Stefano VALSECCHI, di cui alla precedente inchiesta. Dagli ordini di servizio forniti alla Commissione, il PACITTI risultava infatti comandato presso il check - point "DEMONIO" in uno dei giorni di novembre 1993, in cui si sarebbe appunto verificato quell'episodio. Egli ha dichiarato di non esserne a conoscenza; ha riferito però di essere stato testimone di altro episodio analogo.
In particolare, racconta che una notte, all'inizio del mese di agosto 1993, mentre prestava servizio al check - point "DEMONIO" assieme ad alcuni paracadutisti e ad una squadra di carristi, equipaggiati con due carri armati M60, trovandosi in turno di riposo all'interno della postazione, sentì le grida di una donna. Accorso, vide alcuni carristi che si apprestavano a stuprare con una bomba illuminante da fucile, spalmata di latte condensato (quello in tubetto della razione da combattimento), una giovane donna somala appoggiata senza vestiti su dei sacchetti di sabbia.
Resosi conto di quanto stava accadendo, caricò (inserendo un colpo in canna) l'arma in dotazione ed intimò ai commilitoni di smetterla. Gli si fece allora incontro un sottotenente dei carristi, che era insieme ai soldati, il quale lo colpì in faccia con un pugno per farlo desistere dal suo intervento. 1 commilitoni interruppero la loro azione e la donna fuggì nuda, mentre i soldati ridevano.
Il giorno dopo, l'ufficiale lo punì senza informarne i superiori, facendogli scavare sotto il sole una buca di due metri per quattro.
Il PACITTI non ricorda il nome dell'ufficiale né i nomi degli altri militari in servizio quella notte al check - point "DEMOMO". Afferma che la punizione dell'indomani non ha avuto testimoni e dichiara di non averne riferito ai suoi superiori.
A seguito di questo racconto, la Commissione ha avviato un'indagine per individuare l'ufficiale presente all'accaduto ed i militari che ne erano stati protagonisti. Sono stati convocati tutti gli ufficiali dei carristi e dei reparti blindati che nel periodo indicato dal PACITTI erano in Somalia, nonché due comandanti di compagnia alle cui dipendenze avrebbero dovuto operare a presidio del check - point "DEMONIO".
È emerso che, nel periodo considerato, il check - point non è stato mai presidiato né da carri armati né da blindo e nessuna delle persone ascoltate aveva mai sentito parlare dell'episodio riferito dal PACITTI. Era quindi necessario acquisire ulteriori elementi dall'interessato, che però si è dichiarato indisponile a venire una seconda volta in Italia, perché impedito da impegni di lavoro. La Commissione si è recata pertanto ad Edimburgo con una delegazione di tre membri e lo ha riascoltato il 28 marzo 1998 presso la locale sede consolare.
Nella lunga audizione, durata circa tre ore, il PACITTI ha sostanzialmente confermato il precedente racconto, con alcune varianti:
- ha ammesso che, i militari protagonisti dell'episodio erano paracadutisti e non carristi;
- ha precisato che la punizione inflittagli il giorno dopo non era rivolta direttamente a lui, ma che si trattava dello scavo di una buca di protezione di un mezzo cingolato eseguito da un certo numero di militari, tra i quali egli stesso.
All'insistente richiesta della Commissione di riferire il nome dell'ufficiale e di qualche testimone, il PACITTI ha ripetutamente dichiarato di non ricordare, lasciando intendere di non "voler" ricordare, almeno per quanto concerne l'ufficiale. A tal proposito, anzi, le sue vaghe indicazioni hanno indotto la Commissione a ritenere che si riferisse ad un sottotenente che però, da successivi accertamenti, è risultato non essere in Somalia nel periodo in cui si sarebbe verificato l'episodio.
In sostanza, i particolari citati dal PACITTI e confermati a distanza di circa otto mesi, rendono verosimile il suo racconto, ma non consentono di collocarlo nel tempo con precisione sufficiente a consentire di ricercarne i responsabili.
Ad esempio, ha prima dichiarato e poi ,mentito dà essere rientrato in Italia per accompagnare la salma del paracadutista Pasquale BACCARO, deceduto durante il combattimento del 3 luglio 1993 presso il check - point "PASTA"; mentre poi non ricorda di avere trascorso in Patria la licenza ordinaria dal 26 agosto al 6 settembre 1993, come invece risulta dai documenti agli atti.
In presenza di un comportamento gravemente incerto e, sotto alcuni aspetti, palesemente reticente del testimone, la Commissione non ha potuto fare altro che registrare il suo racconto senza poter acquisire riscontri.
2.6 Devastazione
dell'accampamento di Johar.
Dell'episodio che riguarda la devastazione dell'accampamento di Johar parla la giornalista Marina RINI nella sua audizione alla Commissione. La RINI ricorda che nel marzo del 1994 esisteva notevole tensione tra italiani e somali.
Il Contingente italiano doveva lasciare la Somalia e, a detta della RINI, i nostri soldati distrussero tutto quello che potevano bruciare e rompere. Di questo fatto non risulta che la RINI abbia mai parlato, quando ancora era in Somalia, né con gli ufficiali, né con altri italiani. Lo stesso capitano Giuseppe FARAGLIA, chiamato in causa dalla RINI perché avrebbe permesso ai suoi soldati di festeggiare la partenza in modo esagerato, sparando in aria e distruggendo tutto, smentisce la RINI chiedendosi come mai ne parli solo ora, a quattro anni di distanza.
Per accertare la verità dei fatti la Commissione ha sentito il Presidente del CEFA, on.le, Giovanni BERSANI, che da anni opera in Somalia, ed i dirigenti dell'INTERSOS ai quali è stato consegnato l'ospedale italiano.
Le due ONG erano logicamente le più interessate a che l'operazione di sgombero dell'accampamento di Johar avvenisse in maniera pacifica, in modo da ottenere la disponibilità di quanto potesse essere utile per l'attività futura. Ebbene, le informazioni relative a ciò che è avvenuto al momento della partenza del Contingente italiano, sono di questo tenore:
- il Contingente è ripartito lasciando in relativo ordine tutto l'ampio spazio già occupato dall'accampamento;
- esso ha consegnato l'ospedale all'INTERSOS ed ai suoi incaricati; i medici somali hanno assicurato la continuità dei servizi, che lo stesso on.le BFRSANI ha potuto verificare in discreta efficienza, visitando Johar due anni dopo;
- il CEFA ha mantenuto i locali della propria sede, precedentemente adattata ai compiti di cooperazione in corso da tempo (riparazione degli argini, riparazione di scuole, messa a coltura di vaste superfici di terreno, ecc.);
- il Contingente militare ha eliminato solo cose inutilizzabili: per quanto concerne i viveri, indumenti ed attrezzi è stato disposto il loro completo trasferimento a Mogadíscio, per impedire lotte anche selvagge tra i vari clans e gruppi di sbandati locali (vedasi ciò che è accaduto presso reparti militari di altri Paesi).
Del resto, lo stesso tenente colonnello Tiziano Nizzoli, mentre smentisce le dichiarazioni della RINI, parla delle difficoltà che aveva nel cooperare con le ONG nella ricezione e nello stivaggio dei viveri e nella loro distribuzione nei villaggi. Erano costretti a fare degli incolonnamenti con il filo spinato per dare una certa quantità di viveri a testa. Altre volte invece dovevano fare una doppia fila, una di uomini e una di donne, consegnando loro dei sacchetti viveri preparati in maniera standardizzata. La suddivisione fra uomini e donne era una necessità, perché si accorsero che le donne erano discriminate, nel senso che gli stessi uomini somali impedivano loro di fare la fila. Il pericolo di furti e di atti di violenza aumentarono nei giorni che precedettero la partenza e perciò vennero prese le precauzioni prima descritte.
2.7 Cittadini somali ricoverati presso
l'ospedale degli Emirati Arabi Uniti.
ABDULLHAI SHEIK ABDULKADIR, autista privato, di anni 35, residente a Mogadiscio, identificato come uno dei tre somali che militari italiani avrebbero ricoverato il 5 luglio 1993 nell'ospedale degli Emirati Arabi Uniti con vari segni sul corpo di subite violenze, è comparso a Roma davanti a questa Commissione perché facente parte del gruppo trasportato in Italia dal Ministero degli Esteri.
Egli ha raccontato che il 2 luglio 1993, assieme ad altri due amici, si trovava in Mogadiscio, nei pressi dell'Hotel Gulet, sito a circa 3 km. dei check - point "PASTA", dove quel mattino si verificò lo scontro armato fra somali e italiani.
Invitato a riferire sulla sua cattura e successive vicende, egli dapprima disse di non poterlo fare, rimettendosi al servizio de "Il Corriere della Sera" e a quello televisivo della CNN statunitense. In proposito esibiva un biglietto da visita del giornalista del Corriere, Massimo ALBERIZZI, che in quei giorni lo aveva incontrato.
Poi, però, ha raccontato che quel giorno loro tre amici sostavano davanti al grande garage dove erano custodite le loro automobili di servizio pubblico, allorquando - cessato lo scontro al check - point "PASTA" - passarono di lì militari italiani che li arrestarono, legarono loro le mani dietro la schiena e li trasportarono al Porto Vecchio sulle autovetture militari senza fare loro alcun male. Poco dopo, però, al Porto Vecchio giunsero i soldati provenienti dal "PASTA" con i loro feriti e i loro morti e cominciarono a picchiarli. Per tutti i due o tre giorni che rimasero al Porto, furono tenuti col cappuccio in testa e continuamente maltrattati.
Il 5 luglio finalmente vennero portati all'ospedale militare degli Emirati Arabi Uniti, dove peraltro non vennero curati delle lesioni e contusioni subite.
Il 9 successivo, la CNN, troupe televisiva statunitense, li riprese all'interno dell'ospedale, mentre una troupe italiana del TG1 li aveva ripresi al momento dell'arresto.
Il giornalista ALBERIZZI tornò in Somalia a cercarli nel luglio 1997, ma poté parlare soltanto con SHEIK ed un altro, perché il terzo era frattanto deceduto. Quest'ultimo era tale HASSAN MOHAMUD ADEED, che venne a morte 20 giorni dopo essere stato dimesso dall'ospedale degli Emirati. Fu infatti ricoverato all'ospedale somalo Dikfer, a Mogadiscio sud, a causa di uno sbocco di sangue: la diagnosi fu di febbre di "Rift Valley", ma ABDULLHAI SHEIK è convinto che non avesse quella febbre, e che invece fosse morto per le percosse ricevute. Aggiunge, anzi, che dopo qualche ora che sostavano al Porto Vecchio fu introdotto anche un quarto somalo, arrestato altrove, a loro ignoto. Sostiene SHEIK che questi sarebbe morto al Porto Vecchio e collocato dentro un container.
Loro tre sarebbero stati infine trasferiti dal Porto Vecchio all'ospedale militare degli Emirati il 5 luglio ad opera di soldati italiani, che SHEIK afferma però di non saper descrivere.
Sul punto fu sentito il giornalista ALBERIZZI, che visitò nell'ospedale degli Emirati i tre somali, avvertito dalla produttrice della CNN Ingrid FORMANAK: e portò seco anche il fotografo Raffaele CIRIELLO. Dai tre egli ebbe sostanzialmente lo stesso racconto. Del resto, un ufficiale medico degli Emirati avrebbe confermato che i tre erano stati introdotti da militari italiani; questo ufficiale compare anche nel filmato della CNN.
Tuttavia, fra la deposizione di SHEIK e quanto riferito dal giornalista qualche notevole variante sussiste. Il giornalista, infatti, quando rivide due dei tre somali, nel luglio dello scorso anno, apprese da loro che il terzo era morto di morte naturale.
Inoltre, mentre nell'incontro in ospedale, pur avendo accennato al quarto somalo a loro sconosciuto, intravisto al Porto Vecchio, i tre non avevano parlato della morte di costui, quando invece ALBERIZZI rivide i due superstiti a Mogadiscio nel luglio scorso, essi aggiunsero - ma solo allora - che quegli sarebbe morto a causa delle torture che gli erano state inflitte "con l'elettricità". Particolare quest'ultimo che lo SHEIK non ha riferito nemmeno nella deposizione innanzi a questa Commissione. D'altra parte, la giornalista R1NI, esaminata assieme all'ALBERIZZI, sul punto del quarto somalo è stata piuttosto contraddittoria. Dapprima, infatti, ha affermato che lei e l'ALBERIZZI il quarto somalo non l'avrebbero mai né filmato né visto, e poi ha concluso dicendo di essere "sempre stata convinta di avere filmato ed intervistato in ospedale quattro somali".
Infine l'ALBERIZZI ha improvvisamente interloquito asserendo che ora i due somali gli avrebbero precisato di essere stati condotti in ospedale dal capitano PIANO e dal maggiore ROSSI. Secondo il giornalista ciò dovrebbe risultare dal certificato dell'ospedale militare degli Emirati, attualmente in possesso dei nostri militari.
La circostanza è in contraddizione con le ripetute e decise affermazioni dello SHEIK di non essere in grado di stabilire chi fossero i militari che li tradussero a quell'ospedale. Per tacere del fatto che sembra piuttosto strano che ad accompagnare i tre somali all'ospedale si siano mossi ben due ufficiali nemmeno subalterni, ed uno anzi addirittura ufficiale superiore.
Comunque sia, però, è sconcertante il senso, del tutto diverso, della versione che viene dai Comandi militari del Raggruppamento.
Il colonnello Antonino GIAMPIETRO - ad esempio attualmente in servizio all'Accademia militare di Modena, ma all'epoca Comandante del Raggruppamento "ALFA" in Somalia, pur confermando sostanzialmente i fatti nella linea generale della loro verificazione, afferma però che ai tre somali non sarebbe stato torto un capello: e lo afferma sulla base di un'inchiesta da lui svolta dopo che il generale LOI gli diede quel preciso incarico, a seguito di lamentele che aveva ricevuto. Ma aggiunge altresì che i tre somali si fermarono per una sola notte al Porto Vecchio, all'interno di un recinto a cielo aperto, formato con dei containers proprio per raccogliervi i prigionieri. Infatti, al mattino del giorno successivo - giusta sua generale disposizione - furono subito consegnati alla polizia somala nella stazione denominata "Bari Orientale", piuttosto vicina al Porto Vecchio.
Da ciò il colonnello ha escluso che quei tre siano mai stati accompagnati da alcuno in un ospedale, e adombra che possa essersi verificato un equivoco con i numerosi cittadini somali feriti durante la battaglia del "PASTA", che successivamente i nostri militari raccolsero e disseminarono nei vari ospedali di Mogadiscio.
Il colonnello ha anche dimesso agli atti fotocopia della relazione scritta di suo pugno che, sugli stessi fatti, aveva presentato anche al Gen. C.A. Francesco VANNUCCHI - titolare dell'inchiesta di carattere disciplinare interna al Ministero della Difesa - sostanzialmente analoga alla deposizione resa a questa Commissione.
Particolare d'interesse è l'affermazione del colonnello, secondo cui i containers, usati in sovrapposizione e disposti a quadrato, non potevano assolutamente essere aperti: mentre SHEIK avrebbe affermato di aver trovato morto all'interno di uno di essi quel quarto somalo, a loro estraneo, di cui sopra si è parlato.
Infine va soggiunto che, dalla "relazione di servizio" in data 9 agosto 1993, concernente l'operazione di rastrellamento denominata "Canguro II" effettuata il 2 luglio 1993 nel quartiere di HELIWA, risulta che alle ore 06.00 del mattino il sergente maggiore CIMAROLI avvertiva il sottotenente MODUGNO, comandante del posto di blocco, sito in corrispondenza dell'allineamento "VERDE", che un camion sospetto si accingeva ad uscire dal cortile di una abitazione. Poiché stava per muoversi quella che poi risulterà la sanguinosa operazione "PASTA", il sottotenente accorreva con una pattuglia per procedere alla perquisizione dell'abitazione e del camion. Come meglio poi risulterà dalla deposizione dell'ufficiale e dei sottufficiali che avevano partecipato alla perquisizione, accertava che l'abitazione - che dava su di un cortile interno - non aveva né arredamento né abitanti, salvo alcuni materassi stesi per terra, segno di precari soggiorni probabilmente dei tre somali che volevano uscire con il camion.
All'interno dell'abitazione, dietro una porta, venne scoperta una mitragliatrice e, sotto un tappeto, una baionetta da kalashnikov. I sedili del camion, poi, celavano due kalashnikov. Considerata la battaglia che si accendeva al "PASTA", sito a tre chilometri, è parsa piuttosto sospetta l'intenzione dei tre somali di uscire con l'autocarro con armi a bordo, ed altra più pericolosa nella loro disponibilità: i tre pertanto, non così innocenti come tentavano di far credere, venivano arrestati.
Tuttavia, il fatto che l'arresto fosse giustificato non spiega ancora lo strano caso. Come è sicuro che la televisione italiana ha ripreso l'arresto dei tre, è altrettanto certo che la CNN statunitense li ha poi ripresi nell'ospedale militare degli Emirati (la Commissione ha potuto visionare la cassetta). Del resto, i somali furono visitati colà dai due giornalisti, i quali provvidero anche a far fotografare, dal fotografo CIRIELLO, ABDULLHAI SHEIK ABDULKADIR con una evidente lesione alla spalla.
Perché allora l'ostinato diniego dei militari italiani di avere accompagnato i tre somali in quell'ospedale il 5 luglio 1993?
Documenti eretti in epoca recente, dopo che era affiorata l'accusa di violenze commesse sui tre da nostri militari, tendono a dimostrare che i tre sarebbero stati invece consegnati, già il mattino dopo dell'arresto (3 luglio 1993), alla polizia somala della stazione di "Bari Orientale", vicinissima al Porto Vecchio di Mogadiscio.
In effetti, la dichiarazione manoscritta datata 4 agosto 1997 del colonnello GIAMPIETRO (sostanzialmente aderente alla deposizione resa il 9 gennaio 1998 innanzi a questa Commissione) fa riferimento alle risultanze dei molti fogli di cui all'Appendice 25 allegati alla relazione estesa per il Gen. C.A. VANNUCCHI in occasione dell'inchiesta disciplinare interna disposta dal Ministero della Difesa.
L'ultimo foglio di tale Appendice è una "relazione di servizio" che il 3 luglio 1993 sarebbe stata estesa a Mogadiscio dall'allora vice brigadiere Andrea SANTERINI (ora maresciallo) su di un foglio intestato a macchina "carabinieri paracadutisti M.P. Somalia". Nella relazione il vice brigadiere riferisce che, assieme ai carabinieri COCCO, GOTTARDI e SCADUTO, tutti effettivi al 1° Btg. CC Par. "TUSCANIA" presso il Raggruppamento "ALFA" in Mogadiscio, aveva prelevato dal posto di raccolta prigionieri, allestito all'interno del Raggruppamento, tre cittadini somali, arrestati il giorno 2 luglio 1993 nel corso dell'operazione di rastrellamento denominata "Canguro 11" e li aveva tradotti alla stazione di polizia "Bari Orientale", consegnandoli all'ufficiale di servizio.
Con questo si vorrebbe dimostrare che, o i tre somali filmati all'ospedale militare degli Emirati Arabi Uniti il 9 luglio 1993 e visitati dai giornalisti, non sono i tre arrestati il 2 luglio 1993 da militari italiani (in tal caso quei tre sarebbero somali feriti nella battaglia del "PASTA", successivamente raccolti e ricoverati un po' in tutti gli ospedali di Mogadiscio), oppure, se dovessero essere proprio quei tre, allora vorrebbe dire che fu poi la polizia somala a ricoverarli in ospedale, magari dopo averli picchiati (il colonnello GIAMPIETRO ricorda che alla battaglia del "PASTA" parteciparono, con gli italiani, anche 400 poliziotti somali, sicché si spiegherebbe il dispetto e l'ira nei confronti dei compatrioti avversi che spararono sulle truppe italiane e sui poliziotti somali).
Ma quest'ultima alternativa non regge perché mai l'ospedale militare degli Emirati Arabi Uniti avrebbe accolto somali introdotti da somali: solo truppe a disposizione dell'ONU avrebbero potuto farlo.
D'altra parte, va rilevato che stranamente quella "Relazione datata 3 luglio 1993" non riporta alcun nome dei tre somali che sarebbero stati consegnati alla stazione di polizia somala di "Bari Orientale", né esiste il minimo cenno di ricezione da parte dell'Ufficiale di servizio che li avrebbe ricevuti. Circostanze, invero, superlativamente strane per una relazione redatta da un ufficiale di polizia giudiziaria in funzione per di più di "Polizia militare": la quale relazione, comunque, proprio per questo non rappresenta prova alcuna che i tre somali in parola siano stati effettivamente consegnati a quella polizia.
Ma sussistono purtroppo elementi di maggiore gravità.
Grande, infatti, è stata la sorpresa della Commissione allorquando il maresciallo Andrea SANTERINI, convocato a confermare quella relazione, dopo averla attentamente esaminata, ha dichiarato che il contenuto corrisponderebbe a verità, ma ha rifiutato recisamente di riconoscere come sua la sottoscrizione. Gli si è contestato la stranezza dell'apposizione di una firma falsa su di un documento il cui contenuto corrisponderebbe - come tuttavia sostiene - ad atti da lui effettivamente compiuti. Ed egli ha adombrato la possibilità che forse, nel momento in cui fu esteso l'atto, egli potesse trovarsi in licenza. Giustificazione che non ha convinto la Commissione, giacché non esisteva in allora una così pressante urgenza da dover commettere un falso per non attendere il rientro dalla licenza, dopo pochi giorni, di colui che, avendo comandato l'operazione, doveva sottoscrivere.
Comunque, a richiesta, il SANTERINI non ha avuto difficoltà a rilasciare una sua firma, su di un foglio separato, alla presenza della Commissione: foglio che, per l'autenticità, è stato sottoscritto anche dal Presidente. Del resto la deposizione dei quattro carabinieri è stata piuttosto deludente. Lo stesso SANTERINI, che è stato in Somalia soltanto quattro mesi, non è riuscito a ricordare quasi nulla di quell'operazione da lui comandata e che comportava notevoli responsabilità. Si trattava, infatti, di tradurre tre cittadini somali da un posto di raccolta prigionieri presso un Comando italiano, ad una stazione di polizia somala: e tuttavia non avrebbe scritto i loro nomi nella relazione né si sarebbe fatto rilasciare ricevuta dalla stazione destinataria.
Ma poi nemmeno ricorda da chi gli sia stato dato l'ordine di quella traduzione, né chi fossero i carabinieri che ebbero a coadiuvarlo, e nemmeno in quanti fossero; non ricorda se nel recinto a cielo aperto, da cui prelevò i tre somali, ce ne fossero altri, non ricorda se i tre presentassero ecchimosi o contusioni, ma tende ad escluderlo solo perché non gli fu consegnato un certificato medico che lo accertasse; e tuttavia ignora se, in ipotesi, il certificato dovesse essere allegato agli atti. Ammette che la relazione di servizio avrebbe dovuto redigerla egli stesso, ma dice che le relazioni si facevano soltanto per casi particolari. Invitato a chiarire allora quale fosse stata nella specie la particolarità che aveva indotto altri a estendere la relazione, perfino firmandola con la falsa firma di esso SANTERINI, afferma banalmente che serviva a certificare l'avvenuta consegna dei tre alla polizia somala. Ora, a parte che questo è semmai manifestamente lo scopo essenziale e normalissimo, quando si traducono prigionieri, per cui si redige una relazione di servizio, anche ammesso però che rappresentasse un caso particolare, il SANTERINI non spiega perché allora non ebbe a redigere egli stesso quella relazione.
Parimenti vago l'allora carabiniere GOTTARDI (ora appuntato) che, mentre senza attendere la specifica domanda subito attesta di sua iniziativa che la traduzione fu eseguita il 3 luglio 1993 e comandata da SANTERINI, poi però non ricorda se nel recinto da cui furono prelevati i prigionieri ve ne fossero altri perché dice di avere atteso sul VM che servì al trasporto, assieme all'autista, né ricorda quanti fossero i carabinieri, né sa se alla consegna provvide il SANTERINI con uno o due carabinieri, e se sia stata rilasciata ricevuta.
Gli altri due carabinieri non ricordano nemmeno la data in cui è avvenuta la traduzione. L'uno parla del 2 luglio, l'altro del 4. Il primo, comunque, il Cocco, ricorda almeno l'episodio, ma anch'egli non sa precisare in quanti fossero, né sa nulla di ricevuta e di relazione. L'altro, lo SCADUTO, afferma che dell'episodio ha sentito parlare dai colleghi che gli precisarono che egli avrebbe avuto ruolo di autista, ma in realtà di tutto quell'episodio non ricorda nulla.
Dopo l'audizione dei carabinieri, il Presidente ha ritenuto di far rientrare il maresciallo SANTERINI per una seconda audizione e per ammonirlo.
Chiestogli se questa traduzione di prigionieri alla polizia somala si sia davvero verificata e se sia pronto a renderne giuramento innanzi alla Autorità giudiziaria, il sottufficiale è stato ancora più vago e sfuggente della prima volta.
Ha dichiarato, infatti, che egli quell'episodio lo ricorda appena nelle sue grandi linee, e non ricorda quante persone vi parteciparono. Ha aggiunto che egli di questa specie di servizi ne ha compiuti ben pochi, perché non rientravano tra i compiti specifici del suo reparto, e soprattutto non ne venivano svolti i compiti burocratici relativi. Comunque, in quei giorni c'era ben altro di cui preoccuparsi e "non era utile star lì a scrivere ... c'erano i feriti da soccorrere…"
Dice altresì di non ricordare quali furono i prigionieri tradotti, né di ricordare come avvenne la consegna alla polizia somala, né se rilasciarono ricevuta. Riconosce che tutto doveva essere fatto con maggiore regolarità, ma giustifica tutto con il particolare momento che si attraversava.
All'affermazione del Presidente secondo cui la Commissione dubita dell'autenticità di quel documento, egli fa eco ribadendo "sicuramente non è la mia firma"!
Sul punto, avendo il giornalista ALBERIZZI ricordato di avere parlato dell'episodio anche al generale LOI, senza peraltro rammentare quale risposta ebbe, la Commissione ha sentito il generale. Questi ha subito effettivamente ricordato che l'ALBERIZZI, in occasione di un ricevimento, gli alluse all'episodio dei tre somali, di cui egli era all'oscuro, ed egli lo rassicurò che ne avrebbe chiesto conto al Raggruppamento. In realtà, il giorno dopo ebbe a convocare il Comandante, colonnello GIAMPIETRO, ordinandogli di svolgere una rigorosa inchiesta diretta ad accertare se vi fossero state violenze sui tre cittadini somali arrestati, ma l'esito fu assolutamente negativo.
A seguito di tutte tali risultanze, il Presidente ha incaricato il maggiore dei carabinieri Claudio FERLITO, Capo Segreteria della Commissione, di recarsi a Livorno per ispezionare presso il Comando paracadutisti i documenti originali, e in particolare l'ormai famosa relazione 3 luglio 1993, la cui firma è contestata dal maresciallo SANTERINI, appurando in particolare se risulti registrata e se sussistano sospetti di non autenticità.
Come risulta dalla copia della relazione, allegata in Appendice, dell'ufficiale superiore delegato all'accertamento (alla quale si fa riferimento per maggiori ragguagli), il maggiore FERLITO ha espletato diligentemente il suo compito, accedendo agli uffici sia del 185° Reggimento artiglieria paracadutisti "FOLGORE", sia del 1° Reggimento carabinieri paracadutisti "TUSCANIA", ambo di stanza a Livorno.
Soltanto presso quest'ultimo reggimento, però, il maggiore ha rinvenuto la relazione di servizio 3 luglio 1993, di cui si è parlato, ad apparente ma disconosciuta firma dell'allora v. brig. CC Andrea SANTERINI: e dovrebbe trattarsi dell'originale.
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L'intera documentazione, prodotta dal distaccamento carabinieri durante la
missione in Somalia, era stata raccolta in 10 faldoni, custoditi nell'ufficio
del ten. col. TUNZI il quale, nella sua qualità di ultimo Comandante di quel
reparto, è stato anche l'autore materiale dell'accorpamento di tutti i
documenti della missione in un unico carteggio. Ebbene, alcune irregolarità
sono state riscontrate: infatti, la relazione in parola, benché rinvenuta nella
pratica n. 3 (relazioni di servizio), risultava in realtà classificata con la
frazione
vale a dire come atto n. 46 della pratica n. 1, anziché della n. 3. Ma la classificazione stessa risultava corretta nel numeratore dell'indicata frazione, giacché il detto n. 46 appariva sovrapposto ad altro numero precedente, che era stato cancellato col "bianchetto": e tuttavia nella pratica n. 1 (cat. 4, spec. 2) esisteva il diverso atto n. 46, prodotto il 6 novembre 1993 dal plotone carabinieri di Mogadiscio. Né la progressione numerica corrisponde all'ordine cronologico di compilazione dei singoli atti: infatti, la relazione di servizio in parola che - come si è visto - porta il numero progressivo 46 è datata - come è noto - 3 luglio 1993, mentre l'atto precedente n. 45 è datato 7 luglio 1993, e il precedente n. 40 addirittura il 10 ottobre 1993. Del resto, in quella stessa pratica mancavano gli atti dal n. 41 al n. 44.
Proprio questo disordine numerico, però, potrebbe denotare soltanto frettoloso ed erroneo accorpamento degli atti a fine missione: salvo la correzione della numerazione, presente proprio sull'atto di cui è disconosciuta la firma.
Come si è accennato, nulla invece è stato rinvenuto presso il Reggimento paracadutista "FOLGORE", il cui carteggio concernente la missione "IBIS" (nell'ambito della quale il reggimento aveva costituito il Raggruppamento "ALFA") era stato trasferito su di un lungo tavolo della sala riunioni dell'ufficio O.A.T.I.O. (di cui è titolare il magg. Gianluigi DE MATTEIS).
E' stato riferito che così era stato disposto per facilitare le eventuali consultazioni di documenti, in occasione delle numerose riunioni svoltesi in quella sala dopo l'avvio dell'inchiesta sui fatti di Somalia.
In realtà, il magg. FERLITO ha trovato il carteggio in grande disordine: molti atti non erano custoditi all'interno dei faldoni, ma sparsi sul tavolo, né i faldoni contenevano sempre pratiche omogenee. Si è imposta, quindi, una ricerca pratica per pratica che tuttavia - come s'è detto - ha dato esito negativo. E' ovvio il rilievo che al comando del raggruppamento "ALFA" i carabinieri "TUSCANIA" avrebbero dovuto trasmettere - secondo norma - un originale della più volte richiamata "relazione di servizio".
Concludendo: la Commissione non ha dubbi, a seguito di tutte tali risultanze, che i tre somali qui in parola siano stati consegnati il 5 luglio 1993 all'ospedale militare degli Emirati Arabi Uniti da militari italiani. La traduzione alla stazione di polizia somala, se davvero è avvenuta, si riferisce ad altri arrestati: tuttavia l'apprestata tardiva documentazione, messa assieme soltanto nel luglio dello scorso anno, e con gravi sospetti di non autenticità proprio in ordine alla relazione concernente la traduzione, fa pensare a un tentativo di occultare quella realtà che altre testimonianze, e persino riprese televisive, hanno comprovato.
Dal che dovrebbe derivare la conseguenza che, nella realtà occultata, troverebbero posto, in tutto o in parte, anche le violenze lamentate dai somali. Violenze che, se non certo giustificazione, avrebbero però potuto trovare qualche attenuante nella proditoria gravità dell'attacco subito dalle truppe italiane, e nel fatto che quei tre erano, con rilevante probabilità, in nesso di complicità con quanto si andava sviluppando li vicino, dove presumibilmente, con quell'autocarro in uscita e con quelle armi, i tre intendevano a quell'ora recarsi.
Ma tutto questo non può giustificare l'occultamento della verità che si è tentato.
La Commissione, pertanto, obbedendo al dovere di cui all'art. 331 cod. proc. pen., ha disposto che la parte dell'inchiesta, concernente la falsa sottoscrizione della relazione 3 luglio 1993, e la scrittura di comparazione allegata, siano trasmesse al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino per competenza.
Sarà così l'Autorità giudiziaria ad esprimere su questa intera vicenda un definitivo giudizio.
2.8 Assassinio
di Ilaria ALPI e di Miran HROVATIN.
La Commissione ha deciso di dedicare un apposito paragrafo a questo aspetto dell'inchiesta perché l'argomento, nella prospettiva dei compiti assegnati dal Governo alla Commissione, merita una breve introduzione di chiarimento.
Come già in precedenza accennato, la Commissione non avrebbe avuto alcuna competenza ad indagare su questo gravissimo fatto di sangue perché ad essa corre l'obbligo di attenersi rigorosamente ai limiti derivanti dall'oggetto dell'inchiesta stabilita sia dalla risoluzione del Governo, sia dal Decreto del Ministro della Difesa che l'ha poi resa operativa, sia infine dalla lettera con cui lo stesso Ministro l'ha richiamata in servizio. E l'oggetto è sempre e soltanto quello di accertare il comportamento del nostro Contingente militare durante l'operazione "IBIS" nei confronti della popolazione somala, tanto in riferimento a talune accuse specifiche rivolte dalla stampa, quanto a quelle elevate poi dai somali stessi, anche attraverso talune associazioni umanitarie, o rilevate d'ufficio dalla Commissione nel corso dell'inchiesta.
Da ciò consegue che in un solo caso la Commissione avrebbe potuto giustificare il suo interessamento in ordine all'assassinio ALPI - HROVATIN; qualora, cioè, fosse chiaramente emerso un collegamento con il predetto comportamento del Contingente. Un collegamento di tale gravità da avere indotto elementi del nostro Contingente, direttamente o per interposte persone, a cagionare o anche soltanto a favorire la soppressione dei due giornalisti.
Allo scopo, perciò, di mettere in luce l'eventualità del detto collegamento, la Commissione ha approfondito, con cautela e con rispetto dell'altrui competenza, ma rigorosamente, la propria inchiesta: sulla quale, tuttavia, la Commissione non ha difficoltà a riconoscere che molto ha influito, pur nei detti limiti del proprio mandato, la pietà e la commozione che comprensibilmente hanno colpito l'opinione pubblica per il sacrificio imposto a due giovani vite innocenti, cui null'altro poteva essere rimproverato se non di fare con correttezza, serietà ed entusiasmo il proprio dovere di probi professionisti. In particolare, con riguardo alla vita preziosa della giovane giornalista Ilaria ALPI che, per la sua cultura e per l'ottima conoscenza della lingua araba, si era introdotta con amore nel cuore delle donne somale, cui aveva portato la solidarietà e il conforto della donna italiana illuminata. Forse anche con qualche diffidenza maschile da parte di un mondo ancora ben lontano dal comprendere la parità delle creature umane. A lei, però, pur nella nobiltà della sua naturale riservatezza, la coscienza di questa conquista morale contribuiva a dare quella tranquillità e quella sicurezza del carattere e dei comportamenti, che alla fine possono avere avuto un concorso non secondario nella tragica fatalità del suo destino.
L'idea che Ilaria e il suo tecnico potrebbero essere stati soppressi proprio perché avrebbe visto condotte aberranti da parte dei militari del nostro Contingente, avrebbe potuto assumere una qualche consistenza soltanto se i fatti fossero stati tali da risultare intollerabile la loro denunzia attraverso i media, per la squalifica definitiva che ne sarebbe seguita al buon nome dell'intero Contingente italiano e alla sua opera umanitaria.
Senonché, mentre più di un collega della ALPI ha giustamente notato che la giovane non aveva alcun interesse per il giornalismo scandalistico né per le inchieste sensazionali, giacché la sua attenzione era continuamente rivolta alle questioni del sociale, deve dirsi che se davvero fosse bastato il timore di cui s'è detto per determinare l'omicidio, non si comprenderebbe come tanti altri in allora anche più noti giornalisti siano impunemente sfuggiti allo stesso amaro destino.
In realtà, va riconosciuto che un'idea siffatta fino a un certo momento non era sorta spontaneamente nella stampa italiana. Erano state avanzate ipotesi varie, da quelle di un fatto assolutamente casuale a quelle di un tentativo di estorsione o di sequestro finito accidentalmente in modo sanguinoso, fino invece all'idea del complotto preordinato; o diretto semplicemente a dare una lezione esemplare a questi italiani che se ne andavano, lasciando i somali nella miseria di prima nel contesto di una guerra civile, oppure diretto allo specifico di impedire un'inchiesta giornalistica che aveva forse toccato o lambito gli interessi notevoli di taluni potentati, mettendo anche in evidenza vecchie complicità fraudolente di un passato non tanto remoto.
Ma che si fossero uccise due persone perché l'una di esse avrebbe visto uno stupro, questo in verità la stampa lo ha segnalato soltanto in riferimento ad un memoriale, che la Commissione non ha potuto leggere a causa della secretazione dell'indagine, ma che invece è stato ampiamente propalato a tutta la comunicazione scritta e televisiva.
E va, anzi, rilevato che, sempre stando a quella fonte cui la stampa si riferiva, si nota una certa concentrazione ossessiva nell'indicazione di questo unico movente per tutto ciò che non è di facile spiegazione. Perché Ilaria ALPI viene uccisa? Perché ha assistito ad uno stupro. Perché il 2 luglio 1993 si scatena una battaglia fra somali e truppe italiane al check - point "PASTA" con morti e feriti? Perché c'è stato lo stupro di una donna di parte AIDID, e così via.
Fra l'altro, poi, senza che né dell'uno come dell'altro ci sia stata denuncia o almeno notizia da parte dei capi notabili dei "clan", sempre vigilanti su queste ed altre violazioni.
La Commissione, però, non si è lasciata influenzare da queste semplici considerazioni, ed ha svolto coscienziosamente il suo compito largamente indagando su tale movente, che avrebbe da solo - se esistente - giustificato l'inchiesta su questo triste episodio.
Diciamo subito, intanto, che ogni movente ascrivibile a mera casualità, a mero fatale incidente, dev'essere ormai superato. Qualche dubbio poteva forse sussistere in un primo momento: gli aggressori - si diceva - forse non volevano l'uccisione. Essi hanno risposto al fuoco imprudente di quell'ingenuo ragazzino che costituiva l'unica scorta della povera ALPI, e nelle raffiche della sparatoria si sono verificate preterintenzionalmente le morti.
Ma le raffiche come causa della morte sono state escluse dalla meditata, lunga e scientifica indagine peritale. Si è trattato - dice l'autorevole perizia per quanto riguarda Ilaria ALPI - di un colpo d'arma da fuoco a proiettile singolo, che non ha perforato lastre di vetro o di metallo, sicché è stato sparato dall'aggressore aprendo la portiera posteriore sinistra ovvero attraverso il finestrino abbassato del lato sinistro posteriore.
Il proiettile fu esploso quasi a contatto mentre la povera vittima, seduta sul sedile posteriore destro, aveva inclinato il busto a sinistra, le mani atteggiate a protezione del capo.
Sicché il proiettile ha prodotto, benché contestualmente, in rapidissima successione, sia la breccia, cutaneo - muscolo - scheletrica, della falange intermedia del terzo dito della mano sinistra, sia quella mortale, tegumentario - cranio - encefalica, in regione parietale sinistra, prolungatasi dalla scatola cranica fino al piano sottocutaneo del collo in regione laterale destra: con decorso obliquo dall'alto al basso, da sinistra a destra, e lievíssimamente da dietro in avanti, con fuoriuscita di materia cerebrale.
A causa della ferita penetrante nel cranio, e massivamente lacerante l'encefalo, la morte fu pressoché istantanea.
Particolare di grande interesse: il nucleo di piombo estratto dalla base del collo di Ilaria ALPI, ed il frammento ferroso repertati nella sua scatola cranica in sede di autopsia, appartenevano ad un unico proiettile riferibile a classe d'arma diversa dall'AK - 47 (kalashnikov), calibro 7,62 x 39 mm. Vale a dire ad arma diversa da quella di cui l'operatore Vittorio LENZI (sopravvenuto nell'immediato) ebbe a repertare e recuperare la camiciatura di proiettile all'interno del veicolo Toyota (dove viaggiavano le vittime), e da quella (sempre kalashnikov) cui è da riferire il nucleo di proiettile in ferro estratto dal cadavere di Miran HROVATIN.
Secondo la perizia d'ufficio, dunque, Ilaria ALPI non fu uccisa da un colpo di kalashnikov come il povero suo operatore, ma da un colpo di arma corta utilizzata quasi a contatto, come hanno dimostrato i ricchissimi residui di innesco e di lancio obiettivati nel tegumento e nella teca cranica.
La drammatica sequenza, dunque, che si profila dall'indagine scientifica è quella del povero HROVATIN che viene abbattuto, nella sparatoria a relativa distanza, dai kalashnikov. Mentre per la povera Ilaria c'è un assassino feroce, che apre la portiera sinistra posteriore, oppure introduce un'arma corta (pistola, rivoltella) attraverso il finestrino aperto, e deliberatamente, freddamente l'accosta quasi a contatto delle mani, con cui disperatamente la poveretta si proteggeva il capo, e spara a bruciapelo uccidendo.
ALI MOHAMED ABDÌ, autista dell'autovettura della giornalista, ha mentito a questa Commissione quando ha ripetutamente sostenuto che i due assassini, scesi dall'autovettura degli aggressori, avrebbero sempre sparato da una distanza di almeno due metri e mezzo o tre. Sicché mai uno di loro si sarebbe avvicinato a distanza minore. Così come - se è vero quanto riferito dai giornalisti - ha mentito quando ha asserito di non aver riconosciuto alcuno degli aggressori, visto che poi all'Autorità giudiziaria ha riferito diversamente.
La decisione di Ilaria di raggiungere l'Hotel Hamana è stata assunta dopo una notevole sosta all'Hotel Sahafi dove risiedeva, e dove si è recata dopo essere giunta all'aeroporto da Bosaso. Ha avuto il tempo di fare una doccia, di telefonare, di cambiarsi. Chi ha avvertito gli aggressori che si sarebbe poi recata all'Hotel Hamana in cerca del collega dell'ANSA, BENNI, che invece era già partito da due giorni? Possibile che si sia messa in viaggio, con attraversamento di zona pericolosa, senza previamente telefonare per accertarsi che il collega fosse in quell'albergo? E se - com'è ragionevole - lo ha fatto, perché le è stato celato che già da due giorni il giornalista aveva lasciato l'albergo?
E perché l'autista Ali Mohamed testualmente si lascia sfuggire nel suo esame l'espressione "c'era una macchina che ci aspettava nei pressi dell'hotel Hamana". Certo, può essere l'effetto dell'esperienza successivamente vissuta, ma la descrizione delle sequenze, per chi voglia manifestare gli stati d'animo che si sono succeduti, avrebbe dovuto fargli dire "notai, arrivando all'hotel Hamana, una macchina in sosta lì vicino".
E c'erano dentro ben sette persone. Perché questo autista spiegherà poi alla Commissione che spararono solo i due discesi dall'autovettura, in quanto quelli rimasti a bordo "non erano armati"? Come ha potuto essere certo che gli altri cinque rimasti sulla macchina non celassero armi addosso o sul pavimento dell'autovettura, o in qualunque altro modo?
A questo punto, poi, si può tranquillamente risolvere il sospetto, non senza qualche ragione, in allora espresso dall'on.le Maria Angela GRITTA GRAINER. Che fossero sette anche i somali imbarcati sulla nave "GARIBALDI, e portati in Italia dal nostro Contingente militare, è una semplice coincidenza numerica. Quei sette, del resto ben identificati, erano saliti a bordo al mattino ed erano stati regolarmente registrati; gli accertamenti hanno poi comprovato che non hanno più lasciato la nave. L'agguato criminoso si è verificato invece, com'è noto, nel pomeriggio del giorno 20 marzo, sicché non esiste più ragione di sospetto.
Ma dunque, allora tutta quella predisposizione criminosa, quell'agguato così ben preparato e studiato, coll'intervento di sette persone, di cui due spietati esecutori ed uno di essi il gelido prescelto assassino di Ilaria ALPI, sarebbero stati messi in atto allo scopo di non fare divulgare uno stupro cui la giornalista avrebbe assistito, con la presenza indifferente di un ufficiale di polizia giudiziaria, che si sarebbe guardato bene dall'intervenire ad impedire la prosecuzione ed il perfezionamento di un reato in itinere?
Come se quello fosse stato il solo stupro o il solo delitto di cui s'è parlato in tutta la permanenza delle forze armate dell'ONU sul territorio somalo, quando invece non ne esiste la minima prova, né la ALPI ne ha mai parlato nemmeno ai colleghi più cari amici, con i quali usava scambiare confidenze e notizie.
Ebbene, vediamo quale in proposito sia stato l'esito del lungo accertamento condotto dalla Commissione.
a. Massimo ALBERIZZI giornalista del "Corriere della sera", fa notare innanzitutto come la compresenza in Somalia del maresciallo ALOI e di Ilaria ALPI si è verificata per dieci giorni nel mese di giugno 1993 e per venti giorni nel luglio successivo, con un intervallo di una settimana fra i due periodi. E' impensabile - egli osserva - che in sì breve tempo possa essere sorta fra i due una tale amicizia e una tale complicità di silenzio da snobbare un'amicizia fraterna e collaborativa quale quella che egli vantava con la collega. D'altra parte, che alcune violenze ci fossero state da parte dei militari nei confronti dei somali era fatto ben noto ad Ilaria, sicché se davvero ella avesse scattato la foto di uno stupro del genere, l'avrebbe sicuramente pubblicata. Né peraltro il semplice timore di quella pubblicazione avrebbe potuto rappresentare valido motivo per ucciderla, visto che pubblicazioni di foto ben più gravi non hanno avuto conseguenze per i giornalisti, che pur sono ritornati in territorio somalo. Sicché ALBERIZZI Così conclude testualmente: "Escludo che ci sia una relazione tra l'uccisione di Ilaria ALPI e la sua presunta conoscenza di gravi violenze commesse dal Contingente italiano. Ritengo che tutte le circostanze riferite da ALOI siano solo illazioni del sottufficiale. Inoltre ALOI, in un nostro colloquio successivo, ha sostanzialmente ritrattato la versione secondo la quale la ALPI è stata uccisa per via della fotografia dello stupro, accreditando invece la tesi che la giornalista sia stata uccisa per cose ben più gravi, che non mi ha detto perché coperte dal segreto istruttorio (rectius, investigativo)".
Eppure ALBERIZZI è giornalista per nulla tenero nei confronti degli eccessi commessi da militari a danno di somali, come ha ben dimostrato per altri episodi.
Certo, in quel luglio 1993, il 12 precisamente, furono trucidati quattro giornalisti americani che giravano in macchina per Mogadiscio; ma c'era, ancora incandescente, una ragione grave: si tratta della risposta della fazione armata di AIDID al bombardamento americano, eseguito mezz'ora prima, sull'abitazione del loro Capo, che aveva cagionato la morte di un centinaio di somali.
b. Maurizio TORREALTA giornalista RAI: "Non credo ci possa essere una relazione di causa ad effetto tra i fatti raccontati nel memoriale del mar.llo ALOI e la morte di Ilaria". Rileva, infatti, il giornalista che i fatti narrati sarebbero presumibilmente accaduti nel mese di luglio 1993, mentre la morte di Ilaria è avvenuta il 20 marzo 1994. Troppi mesi, insomma, tra quelle presunte notizie e la morte della giornalista. Né crede il TORREALTA che questa avrebbe sottaciuto per così lungo tempo quelle notizie. In realtà, TORREALTA si è occupato proprio dell'inchiesta che la ALPI stava conducendo, andando a Bosaso a raccoglierne le fila interrotte, e ha intervistato il sultano, ed ha notato la sua reticenza e il timore che gli si leggeva in viso sulla natura dei commerci di quelle famose navi della ex - Cooperazione e sulla loro attuale proprietà. E proprio su questo - assicura TORREALTA - si stava svolgendo l'inchiesta giornalistica della collega assassinata. La quale era rimasta impressionata dal numero del naviglio della flotta che l'Italia aveva donato alla Somalia, ma che invece si trovava nella disponibilità di società italo - somala, dedita - a quanto si sospettava - a ben altri commerci: testimoniati anche dalle rotte che non riguardavano il pesce, ma bensì toccavano Stati, dilaniati da conflitti interni, che avevano bisogno di armi.
Si trattava di una flotta notevole, che contava ben sei navi, un grosso battello frigorifero e cinque pescherecci atlantici, predisposti per la pesca oceanica.
Ilaria si era interessata a proposito del sequestro di una di queste navi (la "FAR OMAR"), il cui comandante (FANESI) era italiano così come lo erano alcuni marinai. TORREALTA ha parlato col sequestratore, ha parlato con alcuni marinai che hanno ammesso che l'attività principale della Compagnia era il commercio delle armi.
Ilaria ALPI, trovandosi a Bosaso, sia pure occasionalmente, aveva portato la sua attenzione su questo traffico, gravido di pericoli per chi mirasse a renderne nota l'autentica natura: TORREALTA se n'era reso conto, e afferma che ciò che Ilaria andava scoprendo, legato ad enormi interessi, gli sembra un ottimo movente per un omicidio, a differenza di quello ipotizzato dal maresciallo ALOI che non ha consistenza e non trova riscontri.
c. Alessandro CURZI giornalista, già direttore del TG3 della RAI - TV, ora allo staff di TMC. Ricorda che, per le prime missioni, fu egli stesso a proporre la ALPI come inviata perché era l'unica che conoscesse l'arabo. Richiama i bellissimi servizi della giovane a carattere sociale in genere, e particolarmente sulla situazione della donna in Somalia. Dice che aveva una capacità singolare, a differenza di altri giornalisti, ad entrare nelle case della gente e a parlare con loro immedesimandosi nella loro situazione. Insomma, durante il periodo della sua direzione, Ilaria ebbe attività "volta a scoprire il più possibile la cultura, la società, gli usi e costumi del popolo somalo". Anche il giornalista CURZI ebbe notizia da Ilaria ALPI, quand'egli era già a Montecarlo, che stava lavorando su un particolare aspetto della situazione somala: capire da dove arrivassero realmente tutte quelle armi che vedeva in mano a quella gente: diceva che erano armi moderne, di fabbricazione russa o americana, e che arrivavano di continuo. Il dottor CURZI ebbe a consigliarle, dato il tema, molta prudenza e di curare soprattutto la sicurezza personale. Il dottor CURZI le aveva anche espresso le sue perplessità per quell'ultimo accesso in Somalia, cui molto ella teneva, data la situazione che si andava profilando per il rientro del nostro Contingente.
Ma ella gli oppose "che voleva portare sino in fondo il discorso che aveva cominciato, e che quindi voleva essere l'ultima a lasciare la Somalia".
La conclusione di Alessandro CURZI è la seguente: "vorrei dire che, in tutte le telefonate, Ilaria non mi ha mai accennato ad episodi di violenza. Mi ha sempre detto che si stava occupando di questa grossa storia di traffico di armi... Se avesse avuto documentazione su qualche stupro, o violenze in genere, avrebbe sicuramente inviato il servizio al TG3".
d. Alberto CALVI, giornalista RAI, Presidente del Consiglio Provinciale di Cagliari, operatore televisivo. E' l'operatore che ha sempre assistito Ilaria ALPI in occasione di tutti i suoi servizi, ad eccezione proprio dell'ultimo viaggio fatale, al quale non volle partecipare perché immaginava che si sarebbe operato in non accettabili condizioni di sicurezza. "Ero convinto - dice - che avremmo potuto correre gravi rischi. Inoltre - aggiunge - non accettai soprattutto perché mi negarono i soldi per pagare la scorta. Infatti, Ilaria in quell'occasione partì con solo due milioni di lire, completamente sola, alla volta di un paese in guerra da dove i nostri soldati si stavano ritirando".
Anch'egli parla della preferenza di Ilaria per i servizi di carattere sociale, peraltro incoraggiata dalla direzione del TG3. Egli ricorda un riuscito e interessante servizio di interviste con alcune rappresentanti di una associazione di donne somale, la AIDA; e successivamente altro sul lavoro minorile, "andando fra la gente e intervistando volta per volta i diretti interessati e non le fonti ufficiali. Ilaria era solita sedersi per terra con le donne ed ascoltare le loro storie, le lamentele o le piccole soddisfazioni. Proprio questa umanità e la conoscenza della lingua araba erano le sue armi migliori per toccare il cuore della gente e farsi benvolere". Perciò, continua CALVI, "se c'era qualcuno che professionalmente aveva interesse a denunciare pubblicamente qualsiasi tipo di violenze, maltratti o soprusi nei confronti della popolazione, ma soprattutto sulle donne somale, quel qualcuno era proprio la ALPI. E' impensabile quindi, che la povera Ilaria abbia potuto in qualche modo apprendere una notizia di tale rilevanza e di essersela tenuta per sé nascosta, senza renderla immediatamente pubblica". Sicché l'operatore CALVI conclude: "Secondo il mio parere, l'episodio del presunto stupro ritratto in foto da Ilaria è una bufala. E' impensabile che Ilaria, tanto attenta al problema delle donne in genere, possa avere documentato un simile episodio senza parlarne con nessuno, me compreso".
Fra l'altro, non può essere trascurato un rilievo essenziale. Ilaria, ad eccezione dell'ultima fatale missione, fu sempre assistita dall'operatore CALVI, al quale il direttore SCARAMUCCI affidò la giovane giornalista perché - come CALVI ricorda - "era la sua prima volta (quella della Somalia) da inviato speciale". Sicché, sia nei dieci giorni di giugno che nei venti di luglio, periodo in cui , con una settimana d'intervallo, durò la compresenza in Africa di Ilaria ALPI e del maresciallo ALOI, l'operatore di Ilaria è stato permanentemente CALVI.
Ebbene, sembra molto strano che fra maresciallo ed Ilaria si fosse instaurata un'amicizia così forte e solidale, al punto da assistere assieme ad episodi di stupro, mentre l'operatore televisivo della ALPI che l'assisteva quotidianamente dice testualmente nella sua deposizione: "Il nome del maresciallo ALOI non mi rammenta nessun mio conoscente ... non ricordo di averlo conosciuto di persona. Andavamo nell'ex Ambasciata di rado e comunque il meno possibile".
Ad ogni modo, la tesi adombrata dell'ALOI come movente dell'assassinio della ALPI (peraltro poi - secondo ALBERIZZI - smentita dallo stesso ALOI) non ha trovato credito in nessun modo presso chiunque, conoscendo bene la giornalista, avesse anche esperienza delle cose di Somalia.
I giornalisti PORZIO, SIMONI, FUSI e LOCHE, l'on.le GRITTA GRAINER, nonché il generale VEZZALINI, all'epoca Capo Ufficio Intelligence al Comando UNOSOM 2, hanno respinto recisamente quella tesi, all'unisono con le ampie dichiarazioni dei quattro personaggi sopra riportate.
In buona sostanza, la Commissione, in tutta l'approfondita inchiesta sul tema, non ha trovato un solo teste che abbia accreditato la tesi dell'ALOI. Altre tesi sono affiorate, di gran lunga più importanti, e tali da nobilitare il coraggio, l'intelligenza e la prudente saggezza della giovane giornalista, ma la Commissione, una volta escluso quel collegamento che avrebbe legittimato la sua competenza nell'ambito dell'oggetto del mandato ricevuto, deve necessariamente arrestare la sua inchiesta.
Sarà l'Autorità giudiziaria - come ci si augura - a fare giustizia sullo spietato duplice omicidio.
Semmai la Commissione deve ancora brevemente esaminare per completezza, sempre sul piano amministrativo, quel comportamento dell'Autorità militare, nell'immediatezza dell'aggressione, che da parte di qualcuno sembrò indurre qualche ombra in ordine ad un possibile favoreggiamento dell'impresa criminosa: il che avrebbe potuto accreditare per altro verso la tesi appena respinta.
Certo, "quoad vitam", ormai ogni perplessità è ampiamente e autorevolmente superata dalla perizia collegiale d'ufficio. Ogni soccorso, per quanto immediato, sarebbe stato assolutamente inutile. La morte di Miran HROVATIN è stata così istantanea ed immediata da doversi ritenere che egli non sia riuscito nemmeno a rendersene conto. La povera ALPI, invece, certamente si rese conto del grave ed imminente pericolo rappresentato dallo spietato assassino che aveva introdotto nell'autovettura l'arma corta quasi a contatto col suo capo (il mancato coagulo del sangue abbondantemente fuoriuscito denota l'avvenuta scarica di adrenalina): e lo dimostra anche la posizione inclinata del corpo e le mani sul capo a disperata protezione. Ciononostante, per lei pure - a causa della ferita penetrante nel cranio massivamente lacerante l'encefalo - la morte fu pressoché istantanea.
Sul piano sostanziale, quindi, come concausa della morte, non sussiste giuridicamente alcuna "omissione di soccorso", perché non si può soccorrere chi già è stato attinto dalla morte.
Ma, sul piano amministrativo, il comportamento dell'Autorità deve essere ugualmente esaminato, giacché è chiaramente risultato che fino a quando i corpi non furono collocati sull'elicottero all'aeroporto, e il medico a bordo non si rese conto dell'inanità di ogni tentativo di rianimazione, almeno per Ilaria ALPI era parso ancora sussistere qualche flebile speranza di vita; anche se purtroppo - come ormai è sicuro - si trattava soltanto di fallaci apparenze. Sul punto, del resto, prima che fosse nota la definitiva conclusione dei periti, la Commissione si era affrettata (e sembra che sia stata la prima e la sola a farlo) a sentire tutti i sei ufficiali medici di Marina e il sottufficiale infermiere a bordo della nave "GARIBALDI": sulla nave, infatti, dove era stata messa in stato di allarme la sala operatoria, i corpi dei due uccisi furono sottoposti al primo esame esterno ufficiale e al formale accertamento tanatologico.
Ebbene deve dirsi che l'accurata inchiesta della Commissione ha potuto stabilire senza ombra di dubbio:
l. che, nel momento dell'agguato, il Contingente militare italiano era ormai tutto imbarcato sulla nave "GARIBALDI";
2. a terra erano rimasti soltanto il colonnello CANNARSA (col maggiore TUNZI) che doveva provvedere a talune incombenze logistiche, e quindici o sedici carabinieri, al comando del tenente ORSINI, che provvedevano alla protezione del Ministro plenipotenziario SCIALOJA nostro rappresentante diplomatico. Questi ultimi erano alloggiati presso l'Ambasciata americana, ben difesa;
3. c'erano altresì, e dipendevano dall'ONU come militari italiani, il generale Tullio VEZZALINI e il capitano Ferdinando SALVATI, l'uno Capo ufficio Intelligence "U2" e sottocapo di S.M. al Comando UNOSOM 2, e l'altro in servizio alla cellula "U2" e perciò alle dipendenze del VEZZALINI. Entrambi però, non facevano parte del Contingente italiano.
Al momento dell'aggressione il colonnello CANNARSA si trovava al Porto Nuovo di Mogadiscio per assistere e dirigere l'imbarco degli ultimi containers, e stava parlando via radio con Giancarlo MAROCCHINO perché questi era il solo ormai in grado di collegarlo via radio con le ONG (Organizzazioni non Governative) operanti in Somalia. MAROCCHINO stava rientrando alla sua abitazione. Ad un certo punto, però, fra le 14.00 e le 15.00, MAROCCHINO interruppe il colloquio, preoccupato, perché disse che stavano sparando nelle vicinanze. Dopo un paio di minuti chiarì che avevano ferito due giornalisti italiani a bordo di un'autovettura e chiese un'autoambulanza perché l'autovettura dei giornalisti era inutilizzabile: precisò anche che il luogo dell'aggressione era nei pressi dell'ex Ambasciata italiana. Le ambulanze, però, erano tutte ormai caricate sulla "GARIBALDI".
Il colonnello allora, non avendo altro mezzo per contattare la "GARIBALDI", fece aprire uno dei mezzi corazzati che si trovavano sul molo e con la radio di quello chiese alla "GARIBALDI" di mandare un elicottero del presidio sanitario al molo del Porto Vecchio, che era ancora difeso dalle truppe nigeriane dell'ONU. Dopodiché suggerì a MAROCCHINO di caricare sulla sua autovettura i due giornalisti e correre al Porto Vecchio. MAROCCHINO chiese come fare per accertare se i due fossero ancora vivi, e il colonnello gli suggerì di cercare sul collo se esisteva battito cardiaco, apprendendo poi che l'uomo era sicuramente morto, e altrettanto gli pareva della ALPI, ma non ne era certo.
Per pura coincidenza si trovavano lì vicino in quel momento otto dei carabinieri della scorta dell'Ambasciatore, che si erano recati al Porto Nuovo per accompagnare alcuni colleghi in partenza. Essi ascoltarono le conversazioni via radio e si offrirono di andare subito sul posto, e il colonnello CANNARSA pregò il maggiore TUNZI di andare con loro. Quando però - dopo 10 - 15 minuti - i carabinieri arrivarono sul posto, MAROCCHINO aveva già asportato i corpi con la sua autovettura. Ciò constatato, il maggiore TUNZI con i carabinieri puntò subito sul Porto Vecchio, riuscendo a giungervi quasi contemporaneamente a MAROCCHINO, e potendo così ordinare ai nigeriani di aprire la sbarra d'accesso, che il privato non avrebbe potuto ottenere. Al Porto Vecchio era già pronto l'elicottero che in cinque minuti trasportò i corpi dei giornalisti alla nave "GARIBALDI", dove erano in attesa i chirurghi in sala operatoria. Ma tutto fu inutile, perché il medico dell'elicottero aveva già constatato l'avvenuto exitus dei due poveri giornalisti.
Peraltro, ora sappiamo - a seguito della grande perizia espletata - che per i due poveretti non c'era più nulla da fare già nell'immediatezza dell'eccidio, in quanto la morte era già seguita pressoché istantanea sul luogo del proditorio assalto.
Non sembra, quindi, che sia possibile addebitare responsabilità di sorta, nei soccorsi, ai pochi italiani che ancora si trovavano a terra e che si sono, per verità, prodigati nel modo migliore consentito dalla situazione d'imbarco in cui il Contingente già si trovava. Del resto - s'è detto - il rilievo è riferito all'astratta condotta dei militari, che è risultata quanto mai premurosa, giacché sul piano del rapporto causale con la morte dei due giornalisti ogni soccorso era ormai impossibile, essendosi essa verificata in cadenza pressoché istantanea all'aggressione.
A questo punto, è opportuno dare atto della sorte dei dodici somali di cui il Ministero degli Esteri ha curato il trasporto in Italia. Di essi:
· 5 sono rientrati in Somalia, e precisamente: YAHYA AMIR; ABDERAMMAN HAJJI GAAL; ABDULLE MAO AFRAH; IBRAHIM AHMED MOHAMUD; MOHAMED MOHAMUD NUR.
· 2 sono stati presi in consegna dalla Questura di Roma, e precisamente: HASHI OMAR HASSAN, prima fermato, e poi arrestato dal Sostituto Procuratore IONTA della Procura di Roma, quale indiziato dell'omicidio ALPI - HROVATIN; ALI MOHAMED ABDÌ, prelevato per ragioni di protezione.
· 5 sono tuttora in Italia e precisamente 4 a Milano, ospiti dell'Unione Comunità Organizzazione Islamiche d'Italia in attesa della decisione sulla richiesta di "asilo politico", e 1 a Roma: ABDULLHAI SHEIK ABDULKADIR perché ricoverato dall'avvocato DUALE in ospedale civile in quanto affetto da "cachessia".
2.9 Denunce del
maresciallo Francesco ALOI.
1. Come già precisato nell'introduzione di questa relazione, la Commissione d'Inchiesta, nel mese di settembre 1997, riprese i propri lavori per accertare e verificare, qualora possibile, i gravi fatti riportati dalla stampa e dalla televisione ed attribuiti a dichiarazioni o interviste che il maresciallo ALOI avrebbe rilasciato a partire dal decorso mese di agosto.
Tenendo doverosamente presente che l'Autorità Giudiziaria aveva coperto con il "segreto investigativo" il memoriale del sottufficiale, si ritenne di dover acquisire elementi sulle ripetute gravi notizie diffuse dai mass - media e, peraltro, mai da nessuno smentite.
La ricerca iniziale fu fatta convocando tutte le persone che, in Mogadiscio, potevano aver avuto rapporti di lavoro o di conoscenza con il sottufficiale. Successivamente furono interpellati superiori gerarchici e giornalisti che, per coincidente presenza in luogo, potevano confermare od eventualmente smentire le notizie tanto clamorosamente diffuse.
Il maresciallo ALOI aveva avuto in Somalia una permanenza di settantasei giorni, e precisamente dal 16 maggio al 31 luglio 1993.
2. I fatti che la stampa riportava con maggiore insistenza riguardavano:
- maltrattamenti di prigionieri somali durante gli interrogatori o nei periodi di detenzione;
- Ilaria ALPI, la nota giornalista, che avrebbe nutrito sentimenti di grande amicizia per il maresciallo ALOI ed in una circostanza lo avrebbe chiamato per fargli constatare uno stupro commesso da un ufficiale italiano ai danni di una donna somala e, nella circostanza stessa, avrebbe anche scattato delle fotografie di cui però il sottufficiale ignorava la fine;
- la sparizione di schede di rilevamento riguardanti prigionieri somali deceduti dopo la cattura;
- i gravi incidenti verificatisi il 2 luglio 1993 al check - point "PASTA", durante i quali avemmo, tra i nostri militari, tre Caduti e venti Feriti. Secondo le notizie riportate, il risentimento dei somali era dovuto a cattivi comportamenti e ad abusi commessi dagli italiani;
- "inconcepibili" agevolazioni riservate agli ufficiali di rango elevato nel controllo dei bagagli prima delle partenze per il rientro in Patria;
- presunte cause della uccisione di Ilaria ALPI e di Miran HROVATIN, da ricercarsi nelle indagini che i due giornalisti stavano effettuando.
3. Nel corso delle numerose audizioni effettuate fu possibile acclarare che il maresciallo ALOI, nella sua breve permanenza in Somalia, era stato impiegato quale "addetto" alla 2^ Sezione della Cellula "G2" dello Stato Maggiore di ITALFOR (Comando delle Forze Italiane in Somalia), organismo che si interessava di attività varie di Polizia Militare.
La 2^ Sezione, in particolare, comandata da un capitano dei carabinieri con alle dipendenze circa otto militari, era preposta ai contatti con la polizia somala e, soprattutto, alla supervisione sia delle attività addestrative che di quelle amministrativo - contabili.
Ciò non toglie, però, che in situazioni di emergenza, e queste erano frequenti, venisse impiegata in compiti operativi, anche complessi e molto rischiosi.
Si venne poi a sapere che l'ALOI era stato rimpatriato prima del previsto, a causa di una controversia che aveva avuto con un commerciante somalo, sanata, però, prima del suo rientro definitivo.
4. Superiori, colleghi, giornalisti, persone che hanno avuto modo di frequentarlo in Somalia, hanno espresso, quasi all'unanimità, forti dubbi che il sottufficiale sia stato amico ed abbia frequentato Ilaria ALPI.
Per quanto riguarda lo stupro della ragazza somala da parte di un ufficiale italiano, la cosa appare a tutti alquanto inverosimile, perché se Ilaria ALPI avesse visto e documentato fotograficamente un simile evento, lo avrebbe certamente reso noto all'opinione pubblica e, comunque, lo avrebbe riferito ai giornalisti amici che da più tempo era solita frequentare.
Il dott. Ferdinando CALVI, giornalista e teleoperatore della RAI, che ha sempre accompagnato la giovane giornalista nelle sei missioni che hanno preceduto quella tragica del marzo 1994, ha riferito che Ilaria ALPI non è mai uscita dall'albergo in ore notturne e che in tutte le uscite era stata sempre da lui accompagnata, soggiungendo di non aver mai conosciuto l'ALOI né di averlo mai visto con la giornalista.
In relazione alla sparizione presunta di schede di rilevamento prigionieri, chi a detto compito era preposto ha precisato che effettivamente vi erano state sostituzioni di schede, ma solo a causa di precedente errata registrazione delle generalità dichiarate dai prigionieri somali, che, nella normalità, erano soliti attribuirsi nomi e date di nascita spesso fantasiose.
In relazione ai gravi incidenti del check - point "PASTA", sulla base degli elementi acquisiti, c'è da ritenere che non siano stati provocati da risentimenti dei somali per abusi o soprusi degli italiani, ma dal fatto che si era cercato di impedire una preannunciata azione di rastrellamento in un zona in cui forse si nascondevano qualificati esponenti di parte ABR-GHEDIR (etnia del generale AIDID). Un'altra causa, poi, potrebbe ricercarsi nella presenza, nell'operazione svolta dagli italiani, di circa quattrocento agenti di polizia somala di etnia diversa da quella degli abitanti la zona rastrellata.
Dagli accertamenti espletati in merito alle irregolarità sul controllo dei bagagli degli ufficiali è risultato che ì carabinieri hanno sempre controllato tutti i partenti dagli aeroporti, indipendentemente dal grado rivestito.
Per le cause, infine, che avrebbero provocato la morte di Ilaria ALPI e Miran HROVATIN, la Commissione fa riferimento a quanto già detto con le limitazioni ivi indicate.
5. Convocato, nella sede della Presidenza Nazionale della Croce Rossa Italiana, per la richiesta audizione, il maresciallo ALOI ha subito precisato che non poteva riferire nulla di quanto contenuto nel suo memoriale perché coperto da "segreto investigativo". Ha riferito, però, che nell'andare in Somalia, aveva costantemente preso nota degli avvenimenti più importanti, al fine di poter scrivere un libro di memorie una volta tornato in Italia. A sua insaputa, però, nel giugno 1997, la sua attuale compagna, signora Giuseppina GUERRIERO, dopo aver tentato invano di fargli revocare un trasferimento di sede dalla Compagnia di S. Miniato (PI) a quella di Prato, facendosi ricevere prima dal Generale Comandante della Regione carabinieri della Toscana e poi dal Comandante generale, che delegò un ufficiale superiore del Comando generale dell'Arma, estese una sintesi del suo memoriale e, su consiglio di persona che non può precisare, la consegnò al Procuratore Militare Capo della Repubblica di Roma.
Continuando il racconto, riferì, poi, che essendosi insospettito per le continue e prolungate assenze della sua compagna, aveva avuto con lei un'accesa discussione, ottenendo, infine, piena confessione di ciò che aveva fatto.
Ritenne, pertanto, doveroso presentarsi subito al Procuratore Militare Capo con la copia del memoriale compilato.
Infine, dopo aver ricordato che la gran parte delle notizie riportate dal memoriale riguardavano cose a tutti note, si è riservato di far pervenire alla Commissione d'Inchiesta un altro memoriale riguardante altre circostanze che voleva rendere note.
6. Lo stesso giorno dell'audizione presso la Commissione d'Inchiesta, ma poche ore dopo, la rete televisiva "Canale 5", nella trasmissione "Verissimo", mandava in onda una significativa intervista al maresciallo ALOI, nella quale il sottufficiale, che, poco prima, aveva detto alla Commissione d'Inchiesta di non poter riferire notizie coperte dal segreto investigativo contenute nel suo memoriale, riferiva al grande pubblico di una trasmissione molto seguita che:
- in Somalia erano numerosissimi i cittadini indigeni che presentavano denunce contro gli italiani a causa di vari abusi;
- le armi sequestrate ai somali e trovate in ottime condizioni veniva subito rivendute alle popolazioni locali;
- gli italiani facevano uso di molte droghe che, a volte, portavano anche in Italia;
- gli incidenti del 2 luglio 1993 al check - point "PASTA" erano stati determinati da precedenti violenze commesse nei confronti di giovani donne somale dell'etnia del generale AIDID;
- di aver assistito con Ilaria ALPI, anzi da lei appositamente chiamato, allo stupro di una giovane somala.
7. Pur tenendo presente che vi sono in corso numerose indagini sui fatti di Somalia da parte di varie Magistrature nazionali, la Commissione non può non sorprendersi dei comportamenti di questo giovane maresciallo dei carabinieri.
Egli dovrebbe innanzitutto osservare il "segreto investigativo" nei confronti di tutti, specialmente con i giornalisti, e non solo con la Commissione d'Inchiesta.
Per quanto riguarda, poi, le denunce, da lui fatte con quattro anni di ritardo, viene spontaneo chiedersi se, per caso, in terra d'Africa avesse dimenticato i suoi precisi doveri di ufficiale di polizia giudiziaria.
Infatti va ricordato che il maresciallo ALOI, se avesse davvero assistito ad episodi di stupro, avrebbe avuto il preciso dovere, quale ufficiale di polizia giudiziaria, di intervenire ed impedire che il delitto venisse portato alle estreme conseguenze, se possibile, addirittura impedendolo e, successivamente, identificato il reo, avrebbe avuto il dovere di riferire immediatamente in quel luogo ai superiori gerarchici, cui sarebbe spettato di riferirne all'Autorità giudiziaria italiana (in luogo non esistente).
Ciò detto va precisato che la Commissione non interloquisce su cose sulle quali non ha trovato alcun riscontro.
Infine, è da considerare il consistente numero di sconfessioni, su tanti fatti da lui narrati, manifestate da superiori, colleghi e, soprattutto, giornalisti.
3. CONSIDERAZIONI
FINALI.
Come già si è rilevato nella parte introduttiva, la relazione presentata l'8 agosto dalla Commissione al Governo e alla stampa era, a giudizio della Commissione, una relazione conclusiva. Essa rispettava i tempi indicati dal Governo e dava una risposta adeguata agli interrogativi posti di fronte all'opinione pubblica dalle tardive rivelazioni della stampa su abusi e violenze che venivano addebitate al nostro Contingente in Somalia.
Ma il memoriale del maresciallo ALOI, fatto circolare nei giorni immediatamente successivi alle conclusioni stesse, per la gravità dei fatti denunciati e per la lettura che esso dava degli avvenimenti succedutisi in Somalia, fece ritenere necessario al Governo un approfondimento e insieme una verifica da parte della Commissione dei contenuti del memoriale stesso. La Commissione dopo aver a lungo dibattuto l'opportunità di riprendere l'inchiesta senza conoscere il memoriale che la provocava - in quanto secretato dalla Magistratura - raccolse tuttavia l'invito del Governo, riservandosi di fissare, come del resto avvenne, un piano di lavoro idoneo a chiarire definitivamente i fatti succedutisi, anche in assenza di quel documento.
Quella carenza, ovviamente è derivata dall'ambito delle valutazioni e dei legittimi poteri della Magistratura stessa. Infatti non è assolutamente questo che si vuole contestare; si vuole, invece, sottolineare che la Commissione è stata costretta a lavorare raccogliendo notizie ed elementi che la stampa via via rendeva noti, e sentendo testimoni che spesso invocavano il dovere di non rispondere perché obbligati dal segreto istruttorio. In realtà, è stato difficile per la Commissione operare contemporaneamente all'Autorità giudiziaria ordinaria e militare non essendo possibile, o comunque non essendo stata realizzata una reciprocità nella trasmissione di notizie idonee ad acquisire una conoscenza più ampia ed approfondita.
Né si può sottacere che l'arresto, da parte dell'Autorità giudiziaria, del testimone somalo che la Commissione aveva ascoltato come parte offesa, ha rappresentato oggettivamente un elemento che ha indebolito il valore delle audizioni dei somali, nel loro complesso. Ferme restando le inderogabili esigenze dell'attività investigativa della Magistratura.
Ciononostante - come pure si è detto nella parte introduttiva - la Commissione ha potuto, nei modi indicati, procedere ugualmente ad una indagine che ha consentito, da una parte di confermare taluni episodi emblematici di violenza già acclarati e, dall'altra metterne in evidenza anche taluni prima non segnalati.
Ovviamente per tutti tali episodi resta confermata la responsabilità penale di quelli che vi hanno concretamente partecipato, salvo il giudizio conclusivo dell'Autorità giudiziaria per gli episodi sottoposti al suo controllo. Altrettanto, però, in sede penale, non è possibile affermare per quella parte della linea di comando che non abbia partecipato o che non abbia avuto la diretta conoscenza dei fatti mentre avvenivano.
Affermare, infatti, che il comandante debba rispondere del fatto commesso dal sottoposto solo per riguardo alla sua posizione dominante, soggiungendo, anzi, che egli, a causa della detta posizione, doveva comunque sapere quanto avveniva nella scala gerarchica da lui dipendente, anche se nulla lo comprovi, e persino se è escluso che egli avesse potuto averne cognizione, significa affermare un concetto assiomatico di responsabilità che, sul piano penalistico, la Costituzione non condivide, come risulta dalla solenne dichiarazione di cui all'art. 27, l° comma Cost. .
Il principio di personalità della responsabilità penale non soltanto implica che nessuno possa essere tenuto a rispondere del fatto altrui, ma esige altresì che l'imputazione sostanziale di un fatto leghi il soggetto all'accadimento vietato mediante un rapporto di causalità materiale, e che il fatto sia stato previsto e voluto secondo i principi della colpevolezza.
Certo, a tutto questo fa eccezione il principio introdotto dall'art. 40, 2° comma, cod. pen., allorquando l'esistenza di un obbligo giuridico di impedire l'evento fondi un'equivalenza normativa tra il non impedire quell'evento e il cagionarlo.
In termini diversi si inquadra, invece, la responsabilità disciplinare che deriva dall'esercizio dell'azione di comando.
Il regolamento di disciplina militare, emanato in esecuzione della legge 11 luglio 1978, n. 382 che detta "norme di principio sulla disciplina militare", contempla doveri generali e doveri propri dei superiori e precisa in particolare che "il grado e l'autorità sono conferiti perché siano impiegati ed esercitati per fare osservare dai dipendenti le leggi, i regolamenti, gli ordini militari e le disposizioni di servizio". Aggiunge che "il superiore deve mantenere salda la disciplina dei dipendenti" e "tenere in ogni occasione esemplare comportamento".
Pur considerando la difficile situazione ambientale, le condizioni di rischio, la necessità di concentrare gli sforzi sull'assolvimento dei compiti operativi, va rilevato che nel corso dell'operazione "IBIS" alcuni comandanti ai vari livelli non hanno sempre osservato compiutamente i loro doveri.
Talvolta l'azione di comando è risultata inadeguata o addirittura carente.
Le più gravi responsabilità sono emerse, è vero, ai più bassi livelli, con la partecipazione attiva o con la presenza compiacente e divertita di giovani ufficiali e di sottufficiali a taluni episodi di violenza.
Ai livelli intermedi di compagnia e di battaglione alcuni comandanti hanno avuto quanto meno la colpa di non sapere, in una situazione operativa e logistica che li teneva a contatto diretto con le minori unità.
A più alto livello è mancata la capacità di prevedere che certi fatti sarebbero potuti accadere, e sono stati trascurati i controlli che avrebbero dovuto garantire la puntuale applicazione delle direttive e delle disposizioni, ripetutamente impartite e frequentemente ricordate in sede di rapporto dai comandanti in capo.
Vero è che è mancata un'azione di indirizzo e di stimolo da parte del comando UNOSOM, orientato a sviluppare azioni di forza che non avrebbero potuto garantire il rispetto dei diritti umani e l'incolumità della popolazione.
E va detto che i nostri comandanti hanno sempre saputo evitare, anche in aperto contrasto con il comando UNOSOM, interventi che mettessero a repentaglio la sicurezza della popolazione.
Vero è che il frazionamento delle unità su un territorio assai vasto e di difficile percorribilità, nonché l'impiego in distaccamenti operativi isolati al comando di ufficiali e sottufficiali giovani, talvolta inesperti, hanno difficultato l'azione di comando e controllo.
Ed è anche confermato che gli episodi di violenza sono stati sporadici e localizzati, e non estesi e generalizzati, come l'inchiesta ha accertato, indipendentemente dal fatto che cappellani e infermiere volontarie della Croce Rossa italiana, ma anche giornalisti e rappresentati delle organizzazioni non governative, presenti in Somalia all'epoca dei fatti, hanno unanimamente dichiarato di non aver mai avuto notizia di comportamenti violenti dei nostri soldati in Somalia prima che i mezzi di informazione ne riferissero nell'estate dello scorso anno.
Ma ciò non attenua la gravità di avere accettato o tollerato come comportamenti "goliardici" atteggiamenti grossolani, espressione di una sottocultura che le Forze Armate devono respingere in linea di principio, ma anche nel rispetto delle finalità educative del servizio di leva. Esempi di tali riprovevoli comportamenti sono il frequente dileggio nei confronti dei somali, nonché l'ostentazione presso talune unità di simboli e slogans nazisti e fascisti.
Il vero è che, in allora e per tutta la durata della missione "IBIS", il servizio di polizia militare è stato disimpegnato, per la quasi totalità, da personale dell'Arma dei carabinieri tratto dal I' Reggimento carabinieri paracadutisti "TUSCANIA", unità inquadrata nella Brigata "FOLGORE".
I militari, che, a parere della Commissione, non erano in numero adeguato all'entità dei delicati servizi che avrebbero dovuto svolgere, per di più su un territorio di competenza assai vasto, sono stati nella realtà impiegati in compiti del tutto complementari rispetto a quelli che avrebbero dovuto svolgere. Si è, infatti, ecceduto in servizi di scorta di sicurezza, a Comandanti ed a convogli vari, ed in attività di controllo agli ingressi di alcuni Comandi, compiti, questi ultimi, che potevano essere svolti, indubbiamente con pari efficacia, anche da militari di altre Armi.
Il controllo e l'attività di indirizzo nei confronti della ricostituita polizia somala, compito assai delicato affidato al nostro Contingente dall'UNOSOM, risulterebbe essere stato devoluto alla 2^ Sezione della Cellula "G2", composta da un ufficiale inferiore dei carabinieri, da un sottufficiale della stessa Arma e, mediamente, da otto carabinieri, rendendo così assai difficile il controllo e la supervisione delle stazioni di polizia somala disseminate nella nostra assai vasta area di competenza.
In relazione ai fatti denunciati ed agli inconvenienti verificatisi, si ha l'impressione che sarebbe stato più opportuno impiegare il personale di polizia militare nei suoi primari compiti istituzionali, e in tutti gli insediamenti del contingente "IBIS". Una più attenta attività preventiva avrebbe certamente impedito o quanto meno ridotto gli incresciosi fatti che si sono verificati.
Per eventuali futuri interventi in operazioni analoghe è consigliabile che i corpi di spedizione dispongano di più adeguate unità di polizia militare, formate da personale che abbia sicura e consolidata esperienza anche in attività di polizia giudiziaria. Dette unità dovranno essere libere nel loro operare ed il loro comandante, sempre dell'Arma dei carabinieri, dovrà dipendere esclusivamente dal comandante del corpo di spedizione e dovrà rivestire un grado non inferiore a quello di tenente colonnello (attualmente i vari reparti di polizia militare sono alle dipendenze "operative e disciplinari" dei Capi di Stato Maggiore delle grandi unità). Per gli interventi di polizia giudiziaria vera e propria è auspicabile che dei contingenti faccia parte integrante anche un magistrato, come si era indicato nella precedente relazione.
Certo, è possibile che la difficile e gravosa esperienza, vissuta dal nostro Contingente nel corso della missione in Somalia, abbia ispirato ai nostri Stati Maggiori linee di tendenza diverse, concretatesi nell'ottenimento di comportamenti più aderenti al carattere umanitario delle missioni successive (ex Yugoslavia, Albania) da parte dei nostri militari. Il fatto che, fino a questo momento, non si abbiano avuto notizie di episodi analoghi a quelli accaduti in Somalia, lascia sperare che siano state messe in opera predisposizioni organizzative atte a scongiurarli.
Ma, pur nell'auspicio che questa sia per essere effettivamente la nuova realtà, non è sufficiente che essa sia l'effetto temporaneo di iniziative, pur lodevoli, dell'uno o dell'altro Comandante, essendo necessario che quelle opportune predisposizioni organizzative diventino regole, non importa se normative o regolamentari, ma tali comunque da porsi come vera e propria evoluzione dell'ordinamento: un ordinamento inteso ad imporre nuovi costumi e nuovi imperativi idonei a determinare il carattere proprio e duraturo della moderna missione umanitaria.
Né questo sarebbe ancora bastevole, pur nel riconoscimento che l'imperativo della norma rappresenta, in ambiente militare, una notevole remora ed un forte impulso al cambiamento.
Vero è, però, che la norma, come il comando, per ottenere quella pronta osservanza postulata nella comunità militare, presuppone anche lo spontaneo e convinto consenso del destinatario dell'ordine: e questo è difficilmente raggiungibile attraverso il solo rigore consequenziale alla violazione del precetto.
Al più si ottengono obbedienze cariche di tensioni, foriere di disobbedienze non appena si profili la possibilità o la credenza di restare immuni da sanzioni.
In realtà, il consenso all'obbedienza della norma, la spontanea e libera sottoposizione al comando, si raggiungono soltanto allorquando l'assenso alla legge diventa elemento della coscienza etica del "cittadino - soldato", e la convivenza diventa davvero espressione di autentica democrazia.
Ma questo è risultato di lunga educazione che - come già si disse - investe innanzitutto la famiglia e la scuola, ma anche le Istituzioni delle Scuole militari di ogni ordine e grado, e i reparti dove vengono impartiti ai soldati di leva i primi insegnamenti di disciplina e di stile. E' noto che in taluni reparti, che dovranno poi essere utilizzati in eventuali pericolose imprese belliche o di difesa, come truppe speciali, l'addestramento è duro e talvolta temerario. Avviene in tutti gli eserciti del mondo e particolarmente con i "marines" degli Stati uniti, accade in Italia con i "paracadutisti" e con le cosiddette "teste di cuoio". Certo, le Forze Armate non possono essere private di strumenti così preziosi nei momenti di emergenza: e tuttavia occorrerà fin dai primi giorni abituare il soldato a tenere ben distinte le necessità di una missione bellica da quelle concernenti una missione umanitaria.
Il coraggio, la decisione, l'aggressività potranno essere utili anche nel secondo caso, se da parte di terzi vi fossero resistenze a consentirne l'effettuazione, ma nei confronti dei destinatari del servizio umanitario il comportamento non potrà che essere comprensivo, benevolo, di umana solidarietà.
Solo attraverso anni di persistente educazione a siffatte distinzioni dei comportamenti sarà possibile creare nei giovani una coscienza serena e sinceramente democratica, che consentirà al personale delle Forze Armate di uniformarsi consapevolmente e volontariamente allo spirito democratico della Costituzione.
Ed è questo - sembra sommessamente alla Commissione - l'ammaestramento che viene dalle angosce delle più amare esperienze somale, ma anche dallo splendore di taluni episodi di altruismo e di umanità che hanno esaltato l'indole di fondo del soldato italiano.
