RELAZIONE CONCLUSIVA

 

ROMA, 26 Maggio 1998

 

INDICE

 

1,  INTRODUZIONE                                                              3

 

1.1  Le ragioni della ripresa dell'inchiesta.                              3

1.2 La secretazione del documento di base e l'intervento

      della Procura della Repubblica presso il Tribunale   

      ordinario di Roma.                                                         6

1.3  Osservazioni preliminari circa l'audizione

      del maresciallo ALOI.                                                    13

 

2. 1 SINGOLI EPISODI OGGETTO DELL'INDAGINE.          18

 

2.1  Testimonianza di DAHIRA SALAD OSMAN.                18

2.2  Testimonianza di ADEN ABUKAR ALÌ.                        25

2.3  Giovane cittadino somalo picchiato, legato mani e

      piedi e gettato in mare.                                                   32

2.4  Sevizie nei confronti di due cittadini somali catturati

      da militari del Contingente italiano.                                  35

2.5  Tentativo di stupro con una bomba illuminante da

      fucile di una giovane donna somala.                                37

2.6  Devastazione dell'accampamento di Johar.                      42

2.7  Cittadini somali ricoverati presso l'ospedale degli

      Emirati Arabi Uniti.                                                        45

2.8  Assassinio di Ilaria ALPI e di Miran HROVATIN.           66

2.9  Denunce del maresciallo Francesco ALOI.                     93

 

3.  CONSIDERAZIONI FINALI.                                             103

 

APPENDICE                                                                            115

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1.     INTRODUZIONE

 

1.1 Le ragioni della ripresa dell'inchiesta,

 

A seguito della "Relazione Finale" depositata l'8 agosto 1997, questa Commissione riteneva di aver esaurito il proprio compito, conferito il 13 giugno precedente da una Risoluzione del Consiglio dei ministri, resa operativa il 16 successivo con Decreto del Ministro della Difesa. A quella Relazione, infatti, come peraltro è ormai noto, la Commissione era pervenuta attraverso quaranta sedute di audizioni e di inchieste, alcune tenute in Africa equatoriale ‑ Addis Abeba (Etiopia) e Nairobi (Kenya) ‑, durante le quali erano state sentite, fra italiani e somali, ben 141 persone.

 

Tuttavia, nella seconda metà dello stesso mese, la stampa dava ampia notizia di un esposto che era stato presentato all'Autorità giudiziaria militare, e precisamente al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale militare di Roma, nel quale ‑ sulla base di appunti estesi da un maresciallo dei carabinieri paracadutista nel periodo in cui era stato in Africa col Contingente italiano ‑ venivano narrati altri episodi di gravi violenze, asseritamente commessi dai nostri militari nei confronti dei somali. Va anche ricordato, però, ad onor del vero, che durante la conferenza stampa, tenuta dalla Commissione a "Palazzo CHIGI" lo stesso 8 agosto 1997, in occasione dell'incontro con il Presidente del Consiglio per la consegna della Relazione, il capitano di vascello in congedo Falco ACCAME, che vi assisteva, avvertì il Presidente di questa Commissione di avergli scritto una lettera in data 6 agosto in cui segnalava l'esistenza del memoriale. In realtà, la lettera a quella data non era pervenuta, e va detto, per la cronaca, che datata effettivamente 6 agosto ‑ dopo avere pellegrinato fra Ministero degli esteri e Camera dei deputati ‑ giunse agli Uffici della Commissione presso il Ministero della difesa ‑ il 21 agosto 1997, come risulta dalla sopraccoperta della lettera.

 

Sta di fatto che il Ministro della Difesa, on.le prof. Beniamino ANDREATTA, giustamente preoccupato del grande scalpore che il memoriale aveva suscitato anche sulla grande stampa nazionale, dove venivano ampiamente riportati episodi e situazioni di qualche gravità risultanti dall'esposto, indirizzava il 23 agosto 1997 da Madonna di Campiglio al Presidente della Commissione una lettera che questi riceveva ‑ tramite fax del Comando carabinieri ‑ al Lido di Venezia, dove in quel momento soggiornava.

 

Il Ministro riteneva di grande utilità che la Commissione potesse proseguire la sua opera di indagine "qualora dovessero ancora emergere serie indicazioni di comportamenti censurabili, allo scopo di acclarare definitivamente la complessiva condotta tenuta dal nostro Contingente nel corso dell'intervento umanitario" in Somalia.

 

A tale invito il sottoscritto Presidente, con lettera dello stesso giorno, trasmessa via fax per lo stesso tramite al Ministro, comunicava la sua completa adesione, prendendo immediato contatto con gli altri componenti, a mezzo della cortesia del Gen. C.A. CC Cesare VITALE che a Roma, data l'emergenza, aveva riconvocato la Segreteria della Commissione. Tutti gli altri componenti, che a quella data si trovavano in località diverse di villeggiatura, diedero a loro volta pronta disponibilità all'invito del Ministro, sicché ‑ tenuto conto di qualche impegno già assunto ‑ fu possibile riunire la Commissione per il lunedì, 8 settembre 1997, alle ore 10.30, a "Villa PAMPHILI". Il capitano di vascello ACCAME aveva frattanto insistito presso il Gen. VITALE perché fossero sentiti i genitori della giornalista Ilaria ALPI, assassinata in Somalia, assieme al suo operatore, il 20 marzo 1994, quando pressoché l'intero Contingente italiano era già imbarcato sulla nave `GARIBALDI" per il rientro in Patria: anche di tale grave fatto di sangue si parlava, infatti, nell'esposto all'Autorità giudiziaria militare.

 

Il Presidente dispose, perciò, che in quello stesso 8 settembre fossero sentiti, in informale audizione di cortesia, i coniugi ALPI, particolarmente allo scopo di stabilire se quell'assassinio adombrasse qualche collegamento con gli episodi di violenza da parte dei militari del Contingente nei confronti dei Somali. Soltanto in tal caso, infatti, la Commissione avrebbe potuto estendere l'inchiesta anche a quel grave fatto, dati i limiti dell'oggetto del, mandato conferito alla Commissione.

 

1.2 La secretazione del documento di base e l'intervento della Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Roma.

 

Peraltro, nel mattino di quell'8 settembre, prima di iniziare la seduta, il Presidente ebbe un incontro riservato con il Procuratore militare della Repubblica, dott. Antonino INTELISANO. Il quale, però, correttamente ‑ com'era da attendersi – fece presente che non poteva mettere a disposizione della Commissione nemmeno copia dell'esposto presentato, essendo ormai secretato negli atti di indagine preliminare, d'altra parte ormai in via di trasmissione alla competente Procura della Repubblica Ordinaria presso il Tribunale di Roma.

 

Anche i coniugi ALPI, ricevuti nell'audizione informale di cortesia, dichiararono con pari correttezza di non potere entrare nel merito di quell'esposto, perché a loro volta tenuti al segreto investigativo, essendo stati sentiti dal Procuratore militare come parti offese. Riferirono, tuttavia, su taluni comportamenti dell'Autorità Militare, subito dopo l'aggressione, da essi giudicati scarsamente premurosi, pur rifiutando in quel momento, come indegna ed inaccettabile, l'ipotesi ‑ affacciata anche da qualche giornale ‑ di una possibile relazione fra la morte della loro figliola e la sua conoscenza di malefatte da parte di militari italiani nei confronti di somali.

 

Né, del resto, la giornalista aveva mai lamentato con loro tensioni esistenti con l'Autorità militare italiana, ché anzi essi sapevano di suoi ottimi rapporti con il Gen. LOI.

 

La Commissione, riservandosi comunque di approfondire il punto per qualche maggiore chiarezza, doveva però prendere atto con rammarico che veniva a mancare una seria base documentale proprio ai fatti che i giornali avevano denunziato come emergenti dall'esposto e dagli appunti del maresciallo paracadutista dei carabinieri, Francesco ALOI. Tantopiù che ormai appariva evidente che, essendo stato anche il maresciallo sentito come persona informata dei fatti dal Procuratore militare, la Commissione non avrebbe potuto correttamente, di sua iniziativa, convocare il sottufficiale per avere da lui chiarimenti.

 

Nell'ambito della Commissione vi sono state forti perplessità (documentate dalla lettera inviata dal Commissario Tullia ZEVI al Presidente della Commissione Ettore GALLO in data 2 febbraio 1998) sull'opportunità di proseguire i lavori della Commissione dopo la presentazione della precedente Relazione, dal momento che i documenti su cui si sarebbe dovuta appuntare l'attenzione della Commissione stessa, quali il memoriale del maresciallo ALOI e con esso altri documenti, erano stati secretati. Aggiungasi che taluni testi, alcuni dei quali ritenuti particolarmente interessanti ai fini dell'inchiesta, hanno dichiarato di non poter rispondere in quanto vincolati dalle risposte da loro già date alla Magistratura.

 

Tuttavia, posta in tale difficile condizione, la Commissione decideva, attesa la grande notorietà che la stampa aveva dato all'emergenza, di sentire sottufficiali colleghi e ufficiali suoi superiori che, nello stesso periodo del maresciallo, avevano prestato servizio in Somalia nello sesso reparto. Si decideva altresì di ascoltare i giornalisti che ne avevano in quei giorni apertamente parlato, ma soprattutto quelli che si erano trovati in Somalia nel periodo in cui c'era stato il maresciallo: e specie quelli che ebbero, più che relazioni di mera colleganza, rapporti di amicizia con Ilaria ALPI.

 

Con l'occasione, considerato che veniva a trovarsi autorevolmente riconvocata, la Commissione decideva altresì di approfittare per completare ‑ ove possibile ‑ l'inchiesta anche su taluni fatti che erano affiorati mentre si stava chiudendo la prima fase, o sui quali erano state indicate testimonianze soltanto in occasione della seduta di Addis Abeba.

 

L'inchiesta procedeva, quindi, nelle settimane successive seguendo il programma accennato, nel corso del quale venivano anche sentite autorità diplomatiche e personaggi di rilievo che si erano occupati in Somalia di attività concernenti la cosiddetta "cooperazione": e ciò perché, fra le cause, da una parte, dell'insoddisfazione somala e, dall'altra, fra i possibili motivi adombrati per l'assassinio della giornalista e dell'operatore italiani, era affiorata anche la possibilità che la brava giornalista avesse interferito indagando su traffici illeciti, tuttora in atto, derivanti da quella lontana "cooperazione". Da ultimo, poi, essendo apparso necessario procedere a contestazioni nei riguardi dell'ex caporal maggiore PACITTI, che aveva riferito di altro episodio di violenza su donna somala da parte di militari italiani in presenza di un ufficiale di complemento del Contingente, tre componenti delegati dalla Commissione dovettero accedere ad Edimburgo, dove il PACITTI si era trasferito per lavoro che asseriva di non potere nemmeno temporaneamente lasciare.

 

Complessivamente, in questa seconda fase dei lavori, la Commissione, ha tenuto ulteriori 46 sedute, procedendo a 110 audizioni, ivi comprese quelle di 11 somali, di cui il Ministero degli esteri ha curato il trasferimento in Italia.

 

A quest'ultimo proposito va riferito che un magistrato della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, previo concordato appuntamento, è stato ricevuto dal Presidente di questa Commissione, nel suo ufficio presso il Ministero della Difesa, poco prima di dare inizio alle audizioni dei somali arrivati a Roma il giorno precedente. In tale occasione, il magistrato ha reso noto che, fra i somali che attendevano di essere sentiti, c'era un certo HASHI OMAR HASSAN, che la DIGOS aveva segnalato quale indiziato di aver partecipato all'assassinio della giornalista ALPI e del collega operatore. Notizia peraltro che proprio quel mattino compariva in grande rilievo sul quotidiano “La Repubblica". Il magistrato avvertiva che, dopo l'esame del somalo da parte della Commissione (che, però, si riferiva all'audizione del somalo quale parte offesa), la DIGOS avrebbe proceduto al fermo dell'indiziato, mettendolo a disposizione della Procura. Il magistrato desiderava conoscere se ci fossero difficoltà in regime di eventuali garanzie date dal Ministero degli esteri. Un immediato accertamento telefonico disposto dal Presidente dava in proposito esito negativo: il Ministero si era soltanto limitato a favorire il trasferimento in Italia dei somali compresi nell'elenco di coloro che la Commissione doveva ascoltare.

 

Effettivamente il somalo fu poi fermato nella mattinata, e successivamente il Sostituto Procuratore della Repubblica ne dispose l'arresto. E' risultato poi che un teste somalo, trasferito in precedenza in Italia, lo aveva accusato della partecipazione al delitto, e che anche l'autista di Ilaria ALPI (egli pure presente fra i somali convocati in Italia il giorno prima) lo aveva riconosciuto già sull'aereo durante l'accesso a Roma.

 

Questo Presidente, dopo tale episodio apparso un po' singolare all'opinione pubblica, ha disposto una rapida indagine interna al fine di conoscere se il somalo era stato effettivamente richiesto dalla Commissione per l'audizione. E' risultato, invece, che egli non era nell'elenco che la Commissione aveva mandato al nostro rappresentante diplomatico a Mogadiscio, e che vi fu incluso per espressa richiesta della Società degli intellettuali somali che, su propria carta intestata, aveva riscritto l'elenco inserendovi il somalo: elenco poi come tale trasmesso alla Commissione dal nostro diplomatico. L'inserimento sarebbe dipeso dalla pretesa del somalo di essere stato fra coloro che, incappucciati e legati mani e piedi, sarebbero stati gettati in mare da militari del nostro Contingente. Del fatto viene riferito più innanzi fra gli episodi su cui la Commissione ha indagato espressamente.

 

1.3 Osservazioni preliminari circa l'audizione del maresciallo ALOI

 

Occorre, da ultimo, riferire per qual modo si rese possibile anche l'esame del maresciallo ALOI, nonostante le difficoltà più sopra ricordate.

 

Il sottufficiale, per verità, si era più volte lamentato con la stampa - con la quale aveva frequenza di rapporti - che la Commissione non avesse ancora ritenuto di sentirlo, nonostante avesse da qualche tempo iniziata la nuova fase dell'inchiesta. La Commissione, d'altra parte, aveva valutato l'impedimento giuridico e non doveva rendere conto al maresciallo del suo operato.

 

Senonché questi non si diede per vinto, e trasmise al Ministro della Difesa e alla stessa Commissione un perentorio telegramma con cui pretendeva di essere sentito subito. A quel punto, la Commissione, dopo avere ultimato tutto un importante aspetto dell'inchiesta che era in corso, fece conoscere al maresciallo che non avrebbe potuto interferire sulla sua posizione, ma se egli insisteva per essere sentito, nonostante il segreto cui era tenuto, evidentemente intendeva riferire su fatti diversi da quelli oggetto dell'indagine giudiziaria. In tal caso, e solo per tale ipotesi, la Commissione sarebbe stata disponibile ad ascoltarlo in un certo giorno x, che veniva indicato. Da quel momento, fu un continuo ripetersi del ritmo altalenante rappresentato dalla Commissione che rendeva noto al maresciallo i giorni alternativi in cui - se egli lo avesse desiderato - il collegio sarebbe stato disponibile ad ascoltarlo, e il maresciallo che allegava cause varie di impedimento (malattia, convalescenza, ricovero ospedaliero, altri impegni). Fino a quando, nell'ultima occasione, il maresciallo escludeva di poter accedere a Roma nei tre giorni che la Commissione metteva a sua disposizione, e ne indicava un quarto diverso ponendo, però, precise condizioni. Doveva essere accolto innanzi a casa sua da mezzi disposti per iniziativa della Commissione e riaccompagnato, dopo l'audizione, nello stesso modo. Doveva essere tutelato da una scorta armata perché la sua vita è in costante pericolo, e la Commissione avrebbe dovuto ascoltarlo in ambiente non militare.

Fra l'altro, il giorno di preferenza, che il maresciallo indicava, era quello stesso purtroppo in cui iniziava l'audizione delle parti offese e dei testi somali, frattanto trasferiti a Roma dal Ministero degli esteri. Ciononostante è stato esaudito in tutto. E' probabile che l'eccessiva condiscendenza della Commissione nei confronti di questo singolare sottufficiale dei carabinieri che spediva telegrammi perentori per essere ascoltato, e poi avanzava difficoltà e condizioni, venga giudicata piuttosto fuori luogo, e non senza qualche ragione. Ma bisognerà tener conto della sfavorevole reazione che si sarebbe sicuramente verificata se la Commissione si fosse spazientita e avesse rinunziato ad ascoltarlo, coll'immancabile sospetto che non si volessero raccogliere le sue amare verità. Va anche rilevato che, durante mesi di inchieste e centinaia di persone ascoltate, anche di altissimo riguardo, non si è mai verificato un solo caso analogo. Da tutti la Commissione ha avuto pronta, cortese e rispettosa collaborazione, anche quando è stato necessario procedere a severe contestazioni, a confronti, e a reiterazione delle audizioni.

 

Come meglio sarà detto nel paragrafo che lo riguarda (ved. n. 2.9), il sottufficiale comunque si è correttamente attenuto, nel contesto della sua audizione, al segreto investigativo, e non ha parlato, perciò, del contenuto del memoriale riferibile all'oggetto dell'inchiesta della Commissione. Ha lungamente parlato, invece, del comportamento dei suoi Superiori che gli è apparso persecutorio.

 

La Commissione ha dovuto interrompere l'audizione alle 18.30 perché era in servizio ininterrotto dalle ore 9 del mattino (fra l'altro, il Presidente, ancora convalescente, dà ricovero ospitaliero per grave malattia, aveva lasciato l'abitazione contro il parere dei medici e non aveva assunto cibo). Fu detto, però, al maresciallo di fai per venire. una memoria per quant'altro ancora sullo stesso argomento avesse ritenuto di riferire. Coll'intesa che la Commissione lo avrebbe successivamente, richiamato a conferma della memoria e a sue eventuali integrazioni.

 

Ma il sottufficiale non ha ritenuto di comunicare più nulla, e la Commissione si è astenuta dal richiamarlo anche perché quanto andava riferendo non era oggetto dell'inchiesta, e peraltro quell'oggetto gli era precluso dal segreto investigativo.

 

Tuttavia, quanto egli ha già comunicato viene trasmesso per competenza al Procuratore militare della Repubblica per ogni eventuale seguito.

 

2. I SINGOLI EPISODI OGGETTO DELL'INDAGINE.

 

2.1 Testimonianza di DAHIRA SALAD OSMAN.

 

La Commissione aveva richiesto che fosse ricercata e identificata la donna che all'interno del check - point "DEMONIO" era stata legata al VCC e torturata da parte di nostri militari in presenza di molti altri, mediante l'introduzione in vagina di una bomba illuminante da fucile. In altri termini, la donna di cui è descritto ed accertato il grave episodio da pag. 13 a pag. 17 della precedente "Relazione Finale". Come tale è comparsa davanti alla Commissione in Roma, identificata ed inscritta nell'elenco riprodotto dall'Associazione degli intellettuali somali, trasmesso dal nostro diplomatico in loco.

 

La ragazza, di circa 25 anni, si è qualificata come DAHIRA SALAD OSMAN, nata a Burane, nei pressi di Johar e residente a Mogadiscio, casalinga.

 

All'audizione ha chiesto di assistere il fratello ABDUKADIR SALAD OSMAN, poiché DAHIRA, dopo il fatto, non sarebbe più stata "compus sui” e avrebbe avuto bisogno di assistenza di un familiare. In considerazione dì tali affermazioni, la Commissione ha ammesso il fratello ad assistere, raccomandando all'interprete MOHAMED MOHAMUD NUR, presente per la traduzione, di controllare anche le eventuali interferenze dei sedicente fratello (com'è noto non esistono in Somalia né anagrafe né documenti ufficiali di identificazione: questa viene accelerata su testimonianza, e fissata sul momento con i dati caratteristici su di un documento a carattere precario).

 

Dopodiché la ragazza è stata invitata a riferire l'accaduto. Con comprensibile stupore della Commissione, la ragazza, in tutta tranquillità e sicurezza, ha raccontato un episodio del tutto diverso da quello che la Commissione aveva accertato nella precedente inchiesta, col supporto della testimonianza dei due militari che, pur non avendo partecipato al fatto, erano però di guardia su ciascuno dei due VCC: sicché l'uno di essi era proprio sul carro dove lo stupro fu perpetrato.

 

La DAHIRA ha narrato, infatti, di essere pervenuta in piena notte da sola (la donna stuprata era in compagnia di altre due ragazze) nei pressi del check - point "DEMONIO", dove all'esterno era situata una bancarella sulla quale si vendeva tè. Afferma che, sapendo che lì attorno c'era sempre gente, vi era convenuta nella speranza di vendere qualcosa “ai bianchi": ma non sa dire cosa si riprometteva di vendere. Dice anche di non essere entrata nel check - point perché i soldati consentivano l'ingresso soltanto a chi pagava qualcosa. Comunque, mentre era accanto alla bancarella sopraggiunsero dei soldati in gruppo di sette od otto. La circondarono scherzando, e un paio di loro le diede dei dollari. Dopodiché ella andò con loro poco lontano dalla bancarella, ma sempre all'esterno del check - point, dove sarebbe stata violentata perché - a suo dire - aveva bensì ricevuto i dollari, ma ciononostante non era consenziente.

 

Alla precisa domanda se fosse stata violentata da tutti gli otto militari, risponde: "alcuni di loro mi hanno dato dei soldi per questi fatti, gli altri li accompagnavano". Dal che sembra doversi dedurre che soltanto coloro che hanno pagato 1a prestazione hanno potuto fruirne: il che fa dubitare che l'episodio si sia svolto sotto il segno della violenza. Quando dice "presi i soldi e andai con loro, ma non ero consenziente", non si capisce bene che cosa la ragazza intenda dire. Certo, se afferma "andai con loro", esclude che sia stata trascinata con loro per violenza. Se così è, la mancanza del consenso dovrebbe essere riferita soltanto al rapporto sessuale. Ma che senso ha allora che questa ragazza sola, a notte alta, si apparti volontariamente con un gruppo di soldati avendo già ricevuto dei dollari da alcuni di loro? E non lontano dalla bancarella del tè: alla quale benché riconosca la presenza ancora di molta gente dice di non essere più tornata perché minacciata dal gruppo degli otto. Però nemmeno ha gridato per richiamare l'attenzione delle persone vicine.

 

Ma, a parte tutto ciò, è evidente che comunque l'episodio che questa ragazza racconta non è assolutamente quello avvenuto all'interno del check - point di cui alla precedente inchiesta.

 

Quella ragazza, rimasta ignota, era accompagnata da due amiche che, con lei, entrarono nel posto di blocco assieme ad alcuni militari. Ivi un po' tutti parteciparono agli scherzi e alle risate, e alla fine la poveretta fu afferrata, legata al VCC, e costretta a subire quella orribile introduzione mentre i ragazzi si divertivano sghignazzando. Ma i soldati di guardia ne udirono le urla e la sentirono gridare poi anche mentre, liberata, fuggiva assieme alle amiche che, inorridite, avevano assistito alla penosa scena.

 

Ad un certo punto dell'audizione ha chiesto di parlare il fratello della ragazza, il quale, però, è intervenuto contraddittoriamente.

Infatti, dapprima ha avvertito che, a distanza di sette giorni dal fatto, la sorella aveva dato segni di non essere più in possesso delle sue facoltà mentali, e che in seguito non si sarebbe più ripresa, nonostante le cure mediche e religiose che le sarebbero state propinate. Contestatogli però che, comunque, il fatto delittuoso da noi accertato era sicuramente molto diverso dalla versione che la sorella ne stava ora dando, egli replicò perentoriamente che l’episodio si è svolto esattamente nel modo descritto dalla sorella. Fattogli rilevare come tutti i particolari del fatto accertato dalla Commissione, del resto coincidente con le fotografie che i rotocalchi avevano pubblicato, sono incompatibili con quelli esposti dalla sorella, il somalo si è limitato a ripetere che la sorella è proprio la ragazza in questione, che però da quel giorno ha perduto la ragione. E da questa posizione non si è più discostato, senza riuscire a spiegare perché mai allora poco prima avesse invece attribuito veridicità al racconto della sorella.

 

L'interprete ha riferito discordanze che i due si contestavano in lingua somala circa il momento in cui il fratello aveva appreso il fatto della sorella e quello in cui entrambi lo avevano riferito ai giornalisti. Il fratello affermava di aver parlato con i giornalisti, ma di non aver mai informato le autorità competenti del grave fatto.

 

In tali condizioni, è da escludere che la ragazza fatta comparire innanzi alla. Commissione possa essere quella di cui alla precedente inchiesta, e il contraddittorio intervento del fratello non ha certo contribuito a chiarire la vicenda, ché anzi appare equivoco ed interessato. Se poi si dovesse adombrare che la verità sia proprio quella narrata dalla ragazza, allora sembra più che ragionevole dubitare che in quel diverso fatto vi sia stata violenza.

 

Dimessi dall'audizione, i due sono stati poi uditi altercare a gran voce nei corridoi del Ministero. Successivamente si è appreso che fratello e sorella sono ancora in Italia perché in attesa della decisione sulla richiesta di "asilo politico", ospiti dell'Unione delle Comunità Organizzazioni Islamiche in Italia (UCOII).

 

In occasione dell’audizione di questa Commissione da parte della Commissione Difesa del Senato, quel Presidente ci ha informati che la ragazza e. il fratello vengono esibiti in giro per il nord Italia in Convegni e tavole rotonde, e la ragazza porterebbe sul petto un gran cartello con la scritta "SONO IO LA RAGAZZA VIOLENTATA CON LA BOMBA ILLUMINANTE DAI MILITARI ITALIANI IN SOMALIA".

 

Va infine ricordato che la ragazza stuprata, benché particolarmente richiesta, non si era presentata davanti alla Commissione in occasione delle audizioni ad Addis Abeba, e i nostri diplomatici avevano riferito che non era stato possibile identificarla. Si è presentata, invece, spontaneamente in Italia, dopo sei mesi, questa strana ragazza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.2 Testimonianza di ADEN ABUKAR ALÌ.

 

L'identificazione del somalo che fu oggetto del trattamento con gli elettrodi da parte del maresciallo ERCOLE è sembrato più semplice rispetto a quello della ragazza che ha subito la violenza con la bomba illuminante da fucile.

 

Innanzitutto perché in questo caso c'è un riferimento somatico preciso. Il ladruncolo arrestato per primo, tale DASHU, indicato subito dalla stessa parte offesa, fece il nome dei due suoi complici: e l'uno di essi fu segnalato come. Aden "il guercio". In realtà ADEN ABUKAR ALÌ, benché si proclami innocente, presenta proprio questa menomazione dell'organo visivo. In secondo luogo, perché ABDULLHA1 HUSSEIN, commerciante in Mogadiscio, in allora maggiore della polizia somala (attualmente ancora in Italia perché in attesa di decisione sulla richiesta di asilo politico), avendo partecipato con altri elementi della polizia sornala, e in collaborazione con i militari italiani, all’arresto di ADEN “il guercio”, lo ha con certezza riconosciuto sia durante il viaggio in Italia, sia allorquando è stato immediatamente preceduto dall’ABUKAR ALÌ nell’audizione innanzi a questa Commissione.

Ciononostante, la Commissione ha appreso che, innanzi all'Autorità giudiziaria di Livorno, ADEN ABUKAR ALÌ e il maresciallo ERCOLE, non si sarebbero reciprocamente riconosciuti: piccoli misteri dell'allucinante realtà somala!

 

Ciò che, invece, val la pena di rilevare, sul piano delle risultanze oggettive, è che questo somalo tende nel suo racconto a drammatizzare la presenza dei militari italiani come causa unica ed esclusiva delle sue sventure, anche queste poi inverosimilmente dilatate.

 

Già nel narrare della sua cattura parla di due macchine con soldati italiani che lo prelevarono e lo portarono in un accampamento a Johar. Non il minimo cenno alla polizia somala: la quale, invece, è protagonista nella ricerca e nell'arresto. Infatti, afferma che la signora derubata denunciando il furto a militari italiani disse di avere riconosciuto certo DASHU. Furono poi gli informatori della polizia somala che misero i militari italiani e la polizia somala sulle tracce del DASHU. Il quale, dopo la cattura, ammise la sua responsabilità facendo il nome di due complici, l’uno dei quali era appunto ADEN “il guercio”. Sicché all’arresto dell’ADEN procedettero insieme militari italiani e polizia somala, rappresentata dal citato maggiore ABDULLHAI HUSSEIN e da altri due poliziotti somali. E naturalmente sono sempre italiani coloro che gli ruppero la porta di casa per cercarlo, prima di catturarlo sul campo dove lavorava. Infatti per ADEN ABUKAR ALÌ erano due automobili con a bordo soltanto militari italiani. Non solo ma, secondo il somalo, il primo ladro, DASHU, reo confesso, sarebbe morto a Badlel “a seguito dei maltrattamenti ai reni subiti dai militari del Contingente italiano": notizia mai affiorata, che nessuno ha riportato, e che nemmeno il maggiore della polizia somala ABDULIHAI HUSSEIN ha mai appreso. Eppure questo maggiore concorse - come si è accennato - con la sua polizia e i suoi informatori, e con i militari italiani, all'arresto del DASHU.

 

1l guercio" dopo la cattura fu portato in quella ormai nota tenda, ai margini del campo di Johar, che compare nelle foto della rivista 'Panorama" e che fungeva da provvisoria stazione di polizia somala. ADEN ABUKAR, tuttavia, continua a parlare di accampamento italiano, dove - dice – sarebbe rimasto imprigionato per circa sette giorni: ma il maggiore somalo, pur con qualche incertezza, parla di due o tre giorni, nella tenda della polizia somala.

Alla fine, ADEN ABUKAR, Sotto contestazione, è costretto ad ammettere che stazione di polizia somala e accampamento italiano, anche se vicini, sono due luoghi diversi, ma insiste nel dire che però "vedeva molti soldati italiani". E questo è senz'altro vero perché, per entrare in, od uscire da, quell'accampamento i soldati italiani transitavano davanti alla tenda della polizia somala. Ed, infatti, viene mostrato ad ADEN ABUKAR ALÌ una fotografia pubblicata nel giugno del 1997 dal settimanale “Panorama", che ADEN riconosce: in essa si vede anche l'interno della tenda con i poliziotti somali.

 

ADEN, però, non demorde, e afferma che comunque i soldati italiani, non volendo egli confermare il furto, lo trascinarono fuori dalla tenda e lo presero a calci. Poi altri lo avrebbero picchiato con una bottiglia di plastica riempita di sabbia. Esclude, però, che siano stati i soldati italiani che si vedono nella fotografia, "erano però sempre italiani li riconobbi dalla divisa"!

 

Ebbene, tutto questo è smentito dall'inchiesta precedente, nella qua1e è risaltato pacifico che ADEN era ormai prigioniero della polizia somala in quella tenda adibita a stazione di polizia. Gli interrogatori erano condotti dai somali, con la presenza – per garanzia dell'indiziato - di un ufficiale del Contingente italiano. E' risultato altresì che, essendosi ADEN sentito male, fu portato fuori all'aria e gli fu versata addosso un po' d'acqua per rianimarlo, mentre l'ufficiale italiano - questa è la sua versione - si sarebbe allontanato per chiamare un medico dall'ospedale italiano insediato dall'altra parte della strada. Tornato, però, col medico trovò che l'ADEN sì era ripreso e perciò il medico sarebbe rientrato in ospedale senza nemmeno visitarlo.

 

ADEN, però, sostiene che l'acqua gli fu versata addosso dopo il malore subito a causa dell'intervento di ERCOLE con gli elettrodi sui testicoli: egli, anzi, giustifica la nudità del busto perché la camicia era rimasta sul campo agricolo dove stava lavorando, e quella del residuo corpo perché sarebbe stato ERCOLE a ordinare che gli togliessero i pantaloni. Ammette, tuttavia, che gli ufficiali italiani non sarebbero mai stati presenti quando veniva picchiato, e riconosce che non gli risulta che ad altri sta stato usato analogo trattamento.

 

D'altra parte, l'ufficiale della polizia somala esclude decisamente che i militari italiani abbiano      mai commesso violenze sui somali arrestati, salvo l'episodio di ERCOLE. Anche se poi afferma di ignorare quell'episodio, né di aver mai richiesto l'intervento di ERCOLE, mentre - com'è noto -ERCOLF afferma di essere intervenuto (sia pure solo al fine d'intimidire il detenuto) proprio a richiesta della polizia somala.

 

Né rileva che, per quattro o cinque ore della notte, la tenda restasse senza polizia somala, perché comunque le foto pubblicate mostrano il sole di pieno giorno, e ADEN ABUKAR ALÌ non ha mai parlato di violenze subite nottetempo.

 

Ad avviso della Commissione, sembra che la realtà del fatto rimanga quella acclarata nella precedente inchiesta. Decidendo di presentarsi per essere sentito, ADEN ABUKAR ha calcato la mano aggiungendo ulteriori violenze rispetto a quelle che avrebbe compiuto ERCOLE, e sottolineando di continuo che sarebbero state commesse da militari italiani. Ha ignorato la polizia somala fino al punto da esperire il tentativo di far credere che fossero stati solo gli italiani ad arrestarlo. La ragione di siffatto comportamento non è difficile da capire, e deve dirsi che essa ha avuto carattere diffuso trovando origine nella disperata povertà in cui versa quella povera gente, senza Stato e senza tutela, fino al limite della sopravvivenza.

 

In merito alla reale condotta del maresciallo ERCOLE, sarà l'Autorità giudiziaria ad accertarla definitivamente, così come saranno stabilite in concreto le eventuali conseguenze che il somalo lamenta.

 

 

 

 

2.3 Giovane cittadino somalo picchiato, legato mani e piedi e gettato in mare.

 

L'episodio è stato riferito da HASHI OMAR HASSAN, un cittadino somalo sentito dalla Commissione in Italia su segnalazione della Società degli Intellettuali Somali.

 

Egli ha raccontato che il 27 settembre 1993, mentre si recava al Collegio "Nuova Somalia", dove lavorava la madre, si accorse che una sua sorella stava litigando con un somalo. E' intervenuto cercando di dividerli, ma è sopraggiunta una pattuglia di militari italiani che lo ha arrestato.

 

Venne quindi portato nell'area del Porto Vecchio di Mogadiscio e rinchiuso in un locale angusto. Qui, unitamente ad altri prigionieri, dopo essere stato incappucciato e legato mani e piedi, venne torturato e preso a calci senza motivo da persone che non dissero una sola parola. Ad una sua richiesta sul perché dell'arresto, un soldato italiano gli rispose dandogli una bastonata in testa.

 

Successivamente, circa 20 di questi prigionieri (lui compreso) furono portati all'estremità di un molo e, sempre legati ed incappucciati, furono gettati in mare. Ritiene che siano annegati tutti, meno lui, che invece riuscì a togliersi il cappuccio, a slegarsi e raggiungere indenne la riva, senza essere visto da alcuno. Due di quelli che erano stati gettati in mare insieme a lui, sarebbero stati ripescati il giorno dopo vicino al quartiere di ABDULLHAIZIZ.

 

Il giovane HASHI afferma che verosimilmente nello stesso periodo sono state gettate in mare molte altre persone, a suo dire perché gli italiani intendevano in tal modo "terrorizzare" la popolazione somala.

 

Il contenuto di questo sorprendente racconto si presta ad alcune considerazioni.

 

Innanzitutto l'episodio di violenza in danno di numerose persone non ha trovato alcun riscontro, né è stato riferito, neanche per sentito dire, da altri. E' stato riferito solo da lui, HASHI, superstite unico. Non esiste quindi in concreto nessun elemento di prova diretto o indiretto; esiste una sola versione dei fatti: la sua.

 

Stupisce, peraltro, che un fatto così grave, in un contesto di rivendicazioni le più disparate, non sia mai stato denunciato da alcuno. HASHI sostiene che la popolazione ne era a conoscenza, ma nessuna persona del luogo più o meno autorevole o più o meno credibile, nessun Capo Clan o Capo Famiglia, nessun amico o familiare delle vittime si è mai fatto avanti per denunciare o chiedere indennizzi, direttamente o anche indirettamente. Quanto meno gli operatori delle Organizzazioni Umanitarie ed i giornalisti presenti in Somalia avrebbero dovuto venire a conoscenza di un episodio così grave.

 

In tale quadro, mancando qualunque riscontro di prove testimoniali, dirette od indirette, la testimonianza del signor HASHI appare priva di attendibilità, almeno fino a quando non potrà essere suffragata quanto meno da altre testimonianze o denunce più concretamente probanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.4 Sevizie nei confronti di due cittadini somali catturati da militari del Contingente italiano.

 

I cittadini somali ABDULLE MAO AFRAH ed IBRAHIM AHMED MAHAMUD, ascoltati dalla Commissione d'Inchiesta su segnalazione del Presidente della società degli intellettuali somali, hanno riferito di essere stati catturati da due. soldati italiani con la testa rasata, in un giorno imprecisato del "Ramadan" del 1993 (giugno - luglio), mentre erano intenti a loro normali attività agricole nei pressi del pozzo d'acqua di El Dere Burale in vicinanza del villaggio di Aden Jabad.

 

Nel precisare che ignoravano i motivi del rigoroso provvedimento restrittivo, dato che non erano in possesso né di armi, né di esplosivi, né di merci di vietata detenzione, hanno soggiunto di essere stati incappucciati, legati mani e piedi e di aver subito gravi maltrattamenti.

 

Nel giorno successivo alla cattura furono trasferiti ad Aden Jabad, ove fu loro offerta, come pasto, della carne di maiale (vietata ai musulmani per precisa norma coranica) e, successivamente, furono tradotti in elicottero ad Illwuine, nei pressi di Balad, a circa 30-40 km. da Mogadiscio.

In seguito, sarebbero stati portati in aereo a Mogadiscio (... per un tratto di 30 km ?) e poi, sempre con lo stesso mezzo, a Jeppelli, un piccolo centro vicino a Belet Uen, ai confini con l'Etiopia, ove erano stanziate tribù molto ostili alla loro etnia, con grande pericolo per la loro incolumità personale.

 

Infine furono liberati, dopo circa 47 giorni di prigionia, e riportati alla loro sede di residenza.

 

Il racconto, fatto da ABDULLE MAO AFRAH con il pieno avallo di IBRAHIM AHMED MAHAMUD, ha destato molte perplessità perché appare poco verosimile il continuo trasferimento di due prigionieri, da un estremo all'altro del vasto territorio assegnato al nostro Corpo di spedizione, con mezzi aerei, di cui era ben nota la assai modesta disponibilità e la necessità di fame un uso molto parsimonioso.

 

I fatti narrati dai due somali potrebbero essere quelli già riportati dal settimanale "Epoca" n. 222, del 15 giugno 1993. Per detti episodi il Ministro della Difesa pro tempore, on.le Fabio FABBRI, dopo aver fatto svolgere una accurata inchiesta, riferì in Parlamento sulla vicenda, asserendo di non aver rilevato responsabilità a carico delle unità operanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.5 Tentativo di stupro con una bomba illuminante da fucile di una giovane donna somala.

 

Il 21 luglio 1997 la Commissione ha ascoltato l'ex caporal maggiore Maurizio PACITTI, già effettivo al 185° Reggimento artiglieria paracadutisti del Raggruppamento "ALFA" - residente in Scozia, ad Edimburgo, dove lavora - come possibile testimone dello stupro, con una bomba da fucile, fotografato dall'ex paracadutista Stefano VALSECCHI, di cui alla precedente inchiesta. Dagli ordini di servizio forniti alla Commissione, il PACITTI risultava infatti comandato presso il check - point "DEMONIO" in uno dei giorni di novembre 1993, in cui si sarebbe appunto verificato quell'episodio. Egli ha dichiarato di non esserne a conoscenza; ha riferito però di essere stato testimone di altro episodio analogo.

 

In particolare, racconta che una notte, all'inizio del mese di agosto 1993, mentre prestava servizio al check - point "DEMONIO" assieme ad alcuni paracadutisti e ad una squadra di carristi, equipaggiati con due carri armati M60, trovandosi in turno di riposo all'interno della postazione, sentì le grida di una donna. Accorso, vide alcuni carristi che si apprestavano a stuprare con una bomba illuminante da fucile, spalmata di latte condensato (quello in tubetto della razione da combattimento), una giovane donna somala appoggiata senza vestiti su dei sacchetti di sabbia.

 

Resosi conto di quanto stava accadendo, caricò (inserendo un colpo in canna) l'arma in dotazione ed intimò ai commilitoni di smetterla. Gli si fece allora incontro un sottotenente dei carristi, che era insieme ai soldati, il quale lo colpì in faccia con un pugno per farlo desistere dal suo intervento. 1 commilitoni interruppero la loro azione e la donna fuggì nuda, mentre i soldati ridevano.

 

Il giorno dopo, l'ufficiale lo punì senza informarne i superiori, facendogli scavare sotto il sole una buca di due metri per quattro.

 

Il PACITTI non ricorda il nome dell'ufficiale né i nomi degli altri militari in servizio quella notte al check - point "DEMOMO". Afferma che la punizione dell'indomani non ha avuto testimoni e dichiara di non averne riferito ai suoi superiori.

 

A seguito di questo racconto, la Commissione ha avviato un'indagine per individuare l'ufficiale presente all'accaduto ed i militari che ne erano stati protagonisti. Sono stati convocati tutti gli ufficiali dei carristi e dei reparti blindati che nel periodo indicato dal PACITTI erano in Somalia, nonché due comandanti di compagnia alle cui dipendenze avrebbero dovuto operare a presidio del check - point "DEMONIO".

 

È emerso che, nel periodo considerato, il check - point non è stato mai presidiato né da carri armati né da blindo e nessuna delle persone ascoltate aveva mai sentito parlare dell'episodio riferito dal PACITTI. Era quindi necessario acquisire ulteriori elementi dall'interessato, che però si è dichiarato indisponile a venire una seconda volta in Italia, perché impedito da impegni di lavoro. La Commissione si è recata pertanto ad Edimburgo con una delegazione di tre membri e lo ha riascoltato il 28 marzo 1998 presso la locale sede consolare.

 

Nella lunga audizione, durata circa tre ore, il PACITTI ha sostanzialmente confermato il precedente racconto, con alcune varianti:

 

-         ha ammesso che, i militari protagonisti dell'episodio erano paracadutisti e non carristi;

 

-         ha precisato che la punizione inflittagli il giorno dopo non era rivolta direttamente a lui, ma che si trattava dello scavo di una buca di protezione di un mezzo cingolato eseguito da un certo numero di militari, tra i quali egli stesso.

 

All'insistente richiesta della Commissione di riferire il nome dell'ufficiale e di qualche testimone, il PACITTI ha ripetutamente dichiarato di non ricordare, lasciando intendere di non "voler" ricordare, almeno per quanto concerne l'ufficiale. A tal proposito, anzi, le sue vaghe indicazioni hanno indotto la Commissione a ritenere che si riferisse ad un sottotenente che però, da successivi accertamenti, è risultato non essere in Somalia nel periodo in cui si sarebbe verificato l'episodio.

 

In sostanza, i particolari citati dal PACITTI e confermati a distanza di circa otto mesi, rendono verosimile il suo racconto, ma non consentono di collocarlo nel tempo con precisione sufficiente a consentire di ricercarne i responsabili.

 

Ad esempio, ha prima dichiarato e poi ,mentito dà essere rientrato in Italia per accompagnare la salma del paracadutista Pasquale BACCARO, deceduto durante il combattimento del 3 luglio 1993 presso il check - point "PASTA"; mentre poi non ricorda di avere trascorso in Patria la licenza ordinaria dal 26 agosto al 6 settembre 1993, come invece risulta dai documenti agli atti.

In presenza di un comportamento gravemente incerto e, sotto alcuni aspetti, palesemente reticente del testimone, la Commissione non ha potuto fare altro che registrare il suo racconto senza poter acquisire riscontri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.6 Devastazione dell'accampamento di Johar.

 

Dell'episodio che riguarda la devastazione dell'accampamento di Johar parla la giornalista Marina RINI nella sua audizione alla Commissione. La RINI ricorda che nel marzo del 1994 esisteva notevole tensione tra italiani e somali.

 

Il Contingente italiano doveva lasciare la Somalia e, a detta della RINI, i nostri soldati distrussero tutto quello che potevano bruciare e rompere. Di questo fatto non risulta che la RINI abbia mai parlato, quando ancora era in Somalia, né con gli ufficiali, né con altri italiani. Lo stesso capitano Giuseppe FARAGLIA, chiamato in causa dalla RINI perché avrebbe permesso ai suoi soldati di festeggiare la partenza in modo esagerato, sparando in aria e distruggendo tutto, smentisce la RINI chiedendosi come mai ne parli solo ora, a quattro anni di distanza.

 

Per accertare la verità dei fatti la Commissione ha sentito il Presidente del CEFA, on.le, Giovanni BERSANI, che da anni opera in Somalia, ed i dirigenti dell'INTERSOS ai quali è stato consegnato l'ospedale italiano.

 

Le due ONG erano logicamente le più interessate a che l'operazione di sgombero dell'accampamento di Johar avvenisse in maniera pacifica, in modo da ottenere la disponibilità di quanto potesse essere utile per l'attività futura. Ebbene, le informazioni relative a ciò che è avvenuto al momento della partenza del Contingente italiano, sono di questo tenore:

 

-     il Contingente è ripartito lasciando in relativo ordine tutto l'ampio spazio già occupato dall'accampamento;

 

- esso ha consegnato l'ospedale all'INTERSOS ed ai suoi incaricati; i medici somali hanno assicurato la continuità dei servizi, che lo stesso on.le BFRSANI ha potuto verificare in discreta efficienza, visitando Johar due anni dopo;

 

- il CEFA ha mantenuto i locali della propria sede, precedentemente adattata ai compiti di cooperazione in corso da tempo (riparazione degli argini, riparazione di scuole, messa a coltura di vaste superfici di terreno, ecc.);

 

- il Contingente militare ha eliminato solo cose inutilizzabili: per quanto concerne i viveri, indumenti ed attrezzi è stato disposto il loro completo trasferimento a Mogadíscio, per impedire lotte anche selvagge tra i vari clans e gruppi di sbandati locali (vedasi ciò che è accaduto presso reparti militari di altri Paesi).

 

Del resto, lo stesso tenente colonnello Tiziano Nizzoli, mentre smentisce le dichiarazioni della RINI, parla delle difficoltà che aveva nel cooperare con le ONG nella ricezione e nello stivaggio dei viveri e nella loro distribuzione nei villaggi. Erano costretti a fare degli incolonnamenti con il filo spinato per dare una certa quantità di viveri a testa. Altre volte invece dovevano fare una doppia fila, una di uomini e una di donne, consegnando loro dei sacchetti viveri preparati in maniera standardizzata. La suddivisione fra uomini e donne era una necessità, perché si accorsero che le donne erano discriminate, nel senso che gli stessi uomini somali impedivano loro di fare la fila. Il pericolo di furti e di atti di violenza aumentarono nei giorni che precedettero la partenza e perciò vennero prese le precauzioni prima descritte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.7 Cittadini somali ricoverati presso l'ospedale degli Emirati Arabi Uniti.

 

ABDULLHAI SHEIK ABDULKADIR, autista privato, di anni 35, residente a Mogadiscio, identificato come uno dei tre somali che militari italiani avrebbero ricoverato il 5 luglio 1993 nell'ospedale degli Emirati Arabi Uniti con vari segni sul corpo di subite violenze, è comparso a Roma davanti a questa Commissione perché facente parte del gruppo trasportato in Italia dal Ministero degli Esteri.

 

Egli ha raccontato che il 2 luglio 1993, assieme ad altri due amici, si trovava in Mogadiscio, nei pressi dell'Hotel Gulet, sito a circa 3 km. dei check - point "PASTA", dove quel mattino si verificò lo scontro armato fra somali e italiani.

 

Invitato a riferire sulla sua cattura e successive vicende, egli dapprima disse di non poterlo fare, rimettendosi al servizio de "Il Corriere della Sera" e a quello televisivo della CNN statunitense. In proposito esibiva un biglietto da visita del giornalista del Corriere, Massimo ALBERIZZI, che in quei giorni lo aveva incontrato.

 

Poi, però, ha raccontato che quel giorno loro tre amici sostavano davanti al grande garage dove erano custodite le loro automobili di servizio pubblico, allorquando - cessato lo scontro al check - point "PASTA" - passarono di lì militari italiani che li arrestarono, legarono loro le mani dietro la schiena e li trasportarono al Porto Vecchio sulle autovetture militari senza fare loro alcun male. Poco dopo, però, al Porto Vecchio giunsero i soldati provenienti dal "PASTA" con i loro feriti e i loro morti e cominciarono a picchiarli. Per tutti i due o tre giorni che rimasero al Porto, furono tenuti col cappuccio in testa e continuamente maltrattati.

 

Il 5 luglio finalmente vennero portati all'ospedale militare degli Emirati Arabi Uniti, dove peraltro non vennero curati delle lesioni e contusioni subite.

 

Il 9 successivo, la CNN, troupe televisiva statunitense, li riprese all'interno dell'ospedale, mentre una troupe italiana del TG1 li aveva ripresi al momento dell'arresto.

 

Il giornalista ALBERIZZI tornò in Somalia a cercarli nel luglio 1997, ma poté parlare soltanto con SHEIK ed un altro, perché il terzo era frattanto deceduto. Quest'ultimo era tale HASSAN MOHAMUD ADEED, che venne a morte 20 giorni dopo essere stato dimesso dall'ospedale degli Emirati. Fu infatti ricoverato all'ospedale somalo Dikfer, a Mogadiscio sud, a causa di uno sbocco di sangue: la diagnosi fu di febbre di "Rift Valley", ma ABDULLHAI SHEIK è convinto che non avesse quella febbre, e che invece fosse morto per le percosse ricevute. Aggiunge, anzi, che dopo qualche ora che sostavano al Porto Vecchio fu introdotto anche un quarto somalo, arrestato altrove, a loro ignoto. Sostiene SHEIK che questi sarebbe morto al Porto Vecchio e collocato dentro un container.

 

Loro tre sarebbero stati infine trasferiti dal Porto Vecchio all'ospedale militare degli Emirati il 5 luglio ad opera di soldati italiani, che SHEIK afferma però di non saper descrivere.

 

Sul punto fu sentito il giornalista ALBERIZZI, che visitò nell'ospedale degli Emirati i tre somali, avvertito dalla produttrice della CNN Ingrid FORMANAK: e portò seco anche il fotografo Raffaele CIRIELLO. Dai tre egli ebbe sostanzialmente lo stesso racconto. Del resto, un ufficiale medico degli Emirati avrebbe confermato che i tre erano stati introdotti da militari italiani; questo ufficiale compare anche nel filmato della CNN.

 

Tuttavia, fra la deposizione di SHEIK e quanto riferito dal giornalista qualche notevole variante sussiste. Il giornalista, infatti, quando rivide due dei tre somali, nel luglio dello scorso anno, apprese da loro che il terzo era morto di morte naturale.

 

Inoltre, mentre nell'incontro in ospedale, pur avendo accennato al quarto somalo a loro sconosciuto, intravisto al Porto Vecchio, i tre non avevano parlato della morte di costui, quando invece ALBERIZZI rivide i due superstiti a Mogadiscio nel luglio scorso, essi aggiunsero - ma solo allora - che quegli sarebbe morto a causa delle torture che gli erano state inflitte "con l'elettricità". Particolare quest'ultimo che lo SHEIK non ha riferito nemmeno nella deposizione innanzi a questa Commissione. D'altra parte, la giornalista R1NI, esaminata assieme all'ALBERIZZI, sul punto del quarto somalo è stata piuttosto contraddittoria. Dapprima, infatti, ha affermato che lei e l'ALBERIZZI il quarto somalo non l'avrebbero mai né filmato né visto, e poi ha concluso dicendo di essere "sempre stata convinta di avere filmato ed intervistato in ospedale quattro somali".

 

Infine l'ALBERIZZI ha improvvisamente interloquito asserendo che ora i due somali gli avrebbero precisato di essere stati condotti in ospedale dal capitano PIANO e dal maggiore ROSSI. Secondo il giornalista ciò dovrebbe risultare dal certificato dell'ospedale militare degli Emirati, attualmente in possesso dei nostri militari.

 

La circostanza è in contraddizione con le ripetute e decise affermazioni dello SHEIK di non essere in grado di stabilire chi fossero i militari che li tradussero a quell'ospedale. Per tacere del fatto che sembra piuttosto strano che ad accompagnare i tre somali all'ospedale si siano mossi ben due ufficiali nemmeno subalterni, ed uno anzi addirittura ufficiale superiore.

 

Comunque sia, però, è sconcertante il senso, del tutto diverso, della versione che viene dai Comandi militari del Raggruppamento.

 

Il colonnello Antonino GIAMPIETRO - ad esempio attualmente in servizio all'Accademia militare di Modena, ma all'epoca Comandante del Raggruppamento "ALFA" in Somalia, pur confermando sostanzialmente i fatti nella linea generale della loro verificazione, afferma però che ai tre somali non sarebbe stato torto un capello: e lo afferma sulla base di un'inchiesta da lui svolta dopo che il generale LOI gli diede quel preciso incarico, a seguito di lamentele che aveva ricevuto. Ma aggiunge altresì che i tre somali si fermarono per una sola notte al Porto Vecchio, all'interno di un recinto a cielo aperto, formato con dei containers proprio per raccogliervi i prigionieri. Infatti, al mattino del giorno successivo - giusta sua generale disposizione - furono subito consegnati alla polizia somala nella stazione denominata "Bari Orientale", piuttosto vicina al Porto Vecchio.

 

Da ciò il colonnello ha escluso che quei tre siano mai stati accompagnati da alcuno in un ospedale, e adombra che possa essersi verificato un equivoco con i numerosi cittadini somali feriti durante la battaglia del "PASTA", che successivamente i nostri militari raccolsero e disseminarono nei vari ospedali di Mogadiscio.

 

Il colonnello ha anche dimesso agli atti fotocopia della relazione scritta di suo pugno che, sugli stessi fatti, aveva presentato anche al Gen. C.A. Francesco VANNUCCHI - titolare dell'inchiesta di carattere disciplinare interna al Ministero della Difesa - sostanzialmente analoga alla deposizione resa a questa Commissione.

 

Particolare d'interesse è l'affermazione del colonnello, secondo cui i containers, usati in sovrapposizione e disposti a quadrato, non potevano assolutamente essere aperti: mentre SHEIK avrebbe affermato di aver trovato morto all'interno di uno di essi quel quarto somalo, a loro estraneo, di cui sopra si è parlato.

 

Infine va soggiunto che, dalla "relazione di servizio" in data 9 agosto 1993, concernente l'operazione di rastrellamento denominata "Canguro II" effettuata il 2 luglio 1993 nel quartiere di HELIWA, risulta che alle ore 06.00 del mattino il sergente maggiore CIMAROLI avvertiva il sottotenente MODUGNO, comandante del posto di blocco, sito in corrispondenza dell'allineamento "VERDE", che un camion sospetto si accingeva ad uscire dal cortile di una abitazione. Poiché stava per muoversi quella che poi risulterà la sanguinosa operazione "PASTA", il sottotenente accorreva con una pattuglia per procedere alla perquisizione dell'abitazione e del camion. Come meglio poi risulterà dalla deposizione dell'ufficiale e dei sottufficiali che avevano partecipato alla perquisizione, accertava che l'abitazione - che dava su di un cortile interno - non aveva né arredamento né abitanti, salvo alcuni materassi stesi per terra, segno di precari soggiorni probabilmente dei tre somali che volevano uscire con il camion.

 

All'interno dell'abitazione, dietro una porta, venne scoperta una mitragliatrice e, sotto un tappeto, una baionetta da kalashnikov. I sedili del camion, poi, celavano due kalashnikov. Considerata la battaglia che si accendeva al "PASTA", sito a tre chilometri, è parsa piuttosto sospetta l'intenzione dei tre somali di uscire con l'autocarro con armi a bordo, ed altra più pericolosa nella loro disponibilità: i tre pertanto, non così innocenti come tentavano di far credere, venivano arrestati.

 

Tuttavia, il fatto che l'arresto fosse giustificato non spiega ancora lo strano caso. Come è sicuro che la televisione italiana ha ripreso l'arresto dei tre, è altrettanto certo che la CNN statunitense li ha poi ripresi nell'ospedale militare degli Emirati (la Commissione ha potuto visionare la cassetta). Del resto, i somali furono visitati colà dai due giornalisti, i quali provvidero anche a far fotografare, dal fotografo CIRIELLO, ABDULLHAI SHEIK ABDULKADIR con una evidente lesione alla spalla.

 

Perché allora l'ostinato diniego dei militari italiani di avere accompagnato i tre somali in quell'ospedale il 5 luglio 1993?

 

Documenti eretti in epoca recente, dopo che era affiorata l'accusa di violenze commesse sui tre da nostri militari, tendono a dimostrare che i tre sarebbero stati invece consegnati, già il mattino dopo dell'arresto (3 luglio 1993), alla polizia somala della stazione di "Bari Orientale", vicinissima al Porto Vecchio di Mogadiscio.

 

In effetti, la dichiarazione manoscritta datata 4 agosto 1997 del colonnello GIAMPIETRO (sostanzialmente aderente alla deposizione resa il 9 gennaio 1998 innanzi a questa Commissione) fa riferimento alle risultanze dei molti fogli di cui all'Appendice 25 allegati alla relazione estesa per il Gen. C.A. VANNUCCHI in occasione dell'inchiesta disciplinare interna disposta dal Ministero della Difesa.

 

L'ultimo foglio di tale Appendice è una "relazione di servizio" che il 3 luglio 1993 sarebbe stata estesa a Mogadiscio dall'allora vice brigadiere Andrea SANTERINI (ora maresciallo) su di un foglio intestato a macchina "carabinieri paracadutisti M.P. Somalia". Nella relazione il vice brigadiere riferisce che, assieme ai carabinieri COCCO, GOTTARDI e SCADUTO, tutti effettivi al 1° Btg. CC Par. "TUSCANIA" presso il Raggruppamento "ALFA" in Mogadiscio, aveva prelevato dal posto di raccolta prigionieri, allestito all'interno del Raggruppamento, tre cittadini somali, arrestati il giorno 2 luglio 1993 nel corso dell'operazione di rastrellamento denominata "Canguro 11" e li aveva tradotti alla stazione di polizia "Bari Orientale", consegnandoli all'ufficiale di servizio.

 

Con questo si vorrebbe dimostrare che, o i tre somali filmati all'ospedale militare degli Emirati Arabi Uniti il 9 luglio 1993 e visitati dai giornalisti, non sono i tre arrestati il 2 luglio 1993 da militari italiani (in tal caso quei tre sarebbero somali feriti nella battaglia del "PASTA", successivamente raccolti e ricoverati un po' in tutti gli ospedali di Mogadiscio), oppure, se dovessero essere proprio quei tre, allora vorrebbe dire che fu poi la polizia somala a ricoverarli in ospedale, magari dopo averli picchiati (il colonnello GIAMPIETRO ricorda che alla battaglia del "PASTA" parteciparono, con gli italiani, anche 400 poliziotti somali, sicché si spiegherebbe il dispetto e l'ira nei confronti dei compatrioti avversi che spararono sulle truppe italiane e sui poliziotti somali).

 

Ma quest'ultima alternativa non regge perché mai l'ospedale militare degli Emirati Arabi Uniti avrebbe accolto somali introdotti da somali: solo truppe a disposizione dell'ONU avrebbero potuto farlo.

 

D'altra parte, va rilevato che stranamente quella "Relazione datata 3 luglio 1993" non riporta alcun nome dei tre somali che sarebbero stati consegnati alla stazione di polizia somala di "Bari Orientale", né esiste il minimo cenno di ricezione da parte dell'Ufficiale di servizio che li avrebbe ricevuti. Circostanze, invero, superlativamente strane per una relazione redatta da un ufficiale di polizia giudiziaria in funzione per di più di "Polizia militare": la quale relazione, comunque, proprio per questo non rappresenta prova alcuna che i tre somali in parola siano stati effettivamente consegnati a quella polizia.

 

Ma sussistono purtroppo elementi di maggiore gravità.

 

Grande, infatti, è stata la sorpresa della Commissione allorquando il maresciallo Andrea SANTERINI, convocato a confermare quella relazione, dopo averla attentamente esaminata, ha dichiarato che il contenuto corrisponderebbe a verità, ma ha rifiutato recisamente di riconoscere come sua la sottoscrizione. Gli si è contestato la stranezza dell'apposizione di una firma falsa su di un documento il cui contenuto corrisponderebbe - come tuttavia sostiene - ad atti da lui effettivamente compiuti. Ed egli ha adombrato la possibilità che forse, nel momento in cui fu esteso l'atto, egli potesse trovarsi in licenza. Giustificazione che non ha convinto la Commissione, giacché non esisteva in allora una così pressante urgenza da dover commettere un falso per non attendere il rientro dalla licenza, dopo pochi giorni, di colui che, avendo comandato l'operazione, doveva sottoscrivere.

 

Comunque, a richiesta, il SANTERINI non ha avuto difficoltà a rilasciare una sua firma, su di un foglio separato, alla presenza della Commissione: foglio che, per l'autenticità, è stato sottoscritto anche dal Presidente. Del resto la deposizione dei quattro carabinieri è stata piuttosto deludente. Lo stesso SANTERINI, che è stato in Somalia soltanto quattro mesi, non è riuscito a ricordare quasi nulla di quell'operazione da lui comandata e che comportava notevoli responsabilità. Si trattava, infatti, di tradurre tre cittadini somali da un posto di raccolta prigionieri presso un Comando italiano, ad una stazione di polizia somala: e tuttavia non avrebbe scritto i loro nomi nella relazione né si sarebbe fatto rilasciare ricevuta dalla stazione destinataria.

 

Ma poi nemmeno ricorda da chi gli sia stato dato l'ordine di quella traduzione, né chi fossero i carabinieri che ebbero a coadiuvarlo, e nemmeno in quanti fossero; non ricorda se nel recinto a cielo aperto, da cui prelevò i tre somali, ce ne fossero altri, non ricorda se i tre presentassero ecchimosi o contusioni, ma tende ad escluderlo solo perché non gli fu consegnato un certificato medico che lo accertasse; e tuttavia ignora se, in ipotesi, il certificato dovesse essere allegato agli atti. Ammette che la relazione di servizio avrebbe dovuto redigerla egli stesso, ma dice che le relazioni si facevano soltanto per casi particolari. Invitato a chiarire allora quale fosse stata nella specie la particolarità che aveva indotto altri a estendere la relazione, perfino firmandola con la falsa firma di esso SANTERINI, afferma banalmente che serviva a certificare l'avvenuta consegna dei tre alla polizia somala. Ora, a parte che questo è semmai manifestamente lo scopo essenziale e normalissimo, quando si traducono prigionieri, per cui si redige una relazione di servizio, anche ammesso però che rappresentasse un caso particolare, il SANTERINI non spiega perché allora non ebbe a redigere egli stesso quella relazione.

 

Parimenti vago l'allora carabiniere GOTTARDI (ora appuntato) che, mentre senza attendere la specifica domanda subito attesta di sua iniziativa che la traduzione fu eseguita il 3 luglio 1993 e comandata da SANTERINI, poi però non ricorda se nel recinto da cui furono prelevati i prigionieri ve ne fossero altri perché dice di avere atteso sul VM che servì al trasporto, assieme all'autista, né ricorda quanti fossero i carabinieri, né sa se alla consegna provvide il SANTERINI con uno o due carabinieri, e se sia stata rilasciata ricevuta.

 

Gli altri due carabinieri non ricordano nemmeno la data in cui è avvenuta la traduzione. L'uno parla del 2 luglio, l'altro del 4. Il primo, comunque, il Cocco, ricorda almeno l'episodio, ma anch'egli non sa precisare in quanti fossero, né sa nulla di ricevuta e di relazione. L'altro, lo SCADUTO, afferma che dell'episodio ha sentito parlare dai colleghi che gli precisarono che egli avrebbe avuto ruolo di autista, ma in realtà di tutto quell'episodio non ricorda nulla.

Dopo l'audizione dei carabinieri, il Presidente ha ritenuto di far rientrare il maresciallo SANTERINI per una seconda audizione e per ammonirlo.

 

Chiestogli se questa traduzione di prigionieri alla polizia somala si sia davvero verificata e se sia pronto a renderne giuramento innanzi alla Autorità giudiziaria, il sottufficiale è stato ancora più vago e sfuggente della prima volta.

 

Ha dichiarato, infatti, che egli quell'episodio lo ricorda appena nelle sue grandi linee, e non ricorda quante persone vi parteciparono. Ha aggiunto che egli di questa specie di servizi ne ha compiuti ben pochi, perché non rientravano tra i compiti specifici del suo reparto, e soprattutto non ne venivano svolti i compiti burocratici relativi. Comunque, in quei giorni c'era ben altro di cui preoccuparsi e "non era utile star lì a scrivere ... c'erano i feriti da soccorrere…"

 

Dice altresì di non ricordare quali furono i prigionieri tradotti, né di ricordare come avvenne la consegna alla polizia somala, né se rilasciarono ricevuta. Riconosce che tutto doveva essere fatto con maggiore regolarità, ma giustifica tutto con il particolare momento che si attraversava.

 

All'affermazione del Presidente secondo cui la Commissione dubita dell'autenticità di quel documento, egli fa eco ribadendo "sicuramente non è la mia firma"!

 

Sul punto, avendo il giornalista ALBERIZZI ricordato di avere parlato dell'episodio anche al generale LOI, senza peraltro rammentare quale risposta ebbe, la Commissione ha sentito il generale. Questi ha subito effettivamente ricordato che l'ALBERIZZI, in occasione di un ricevimento, gli alluse all'episodio dei tre somali, di cui egli era all'oscuro, ed egli lo rassicurò che ne avrebbe chiesto conto al Raggruppamento. In realtà, il giorno dopo ebbe a convocare il Comandante, colonnello GIAMPIETRO, ordinandogli di svolgere una rigorosa inchiesta diretta ad accertare se vi fossero state violenze sui tre cittadini somali arrestati, ma l'esito fu assolutamente negativo.

 

A seguito di tutte tali risultanze, il Presidente ha incaricato il maggiore dei carabinieri Claudio FERLITO, Capo Segreteria della Commissione, di recarsi a Livorno per ispezionare presso il Comando paracadutisti i documenti originali, e in particolare l'ormai famosa relazione 3 luglio 1993, la cui firma è contestata dal maresciallo SANTERINI, appurando in particolare se risulti registrata e se sussistano sospetti di non autenticità.

 

Come risulta dalla copia della relazione, allegata in Appendice, dell'ufficiale superiore delegato all'accertamento (alla quale si fa riferimento per maggiori ragguagli), il maggiore FERLITO ha espletato diligentemente il suo compito, accedendo agli uffici sia del 185° Reggimento artiglieria paracadutisti "FOLGORE", sia del 1° Reggimento carabinieri paracadutisti "TUSCANIA", ambo di stanza a Livorno.

 

Soltanto presso quest'ultimo reggimento, però, il maggiore ha rinvenuto la relazione di servizio 3 luglio 1993, di cui si è parlato, ad apparente ma disconosciuta firma dell'allora v. brig. CC Andrea SANTERINI: e dovrebbe trattarsi dell'originale.

 


L'intera documentazione, prodotta dal distaccamento carabinieri durante la missione in Somalia, era stata raccolta in 10 faldoni, custoditi nell'ufficio del ten. col. TUNZI il quale, nella sua qualità di ultimo Comandante di quel reparto, è stato anche l'autore materiale dell'accorpamento di tutti i documenti della missione in un unico carteggio. Ebbene, alcune irregolarità sono state riscontrate: infatti, la relazione in parola, benché rinvenuta nella pratica n. 3 (relazioni di servizio), risultava in realtà classificata con la frazione

 


vale a dire come atto n. 46 della pratica n. 1, anziché della n. 3. Ma la classificazione stessa risultava corretta nel numeratore dell'indicata frazione, giacché il detto n. 46 appariva sovrapposto ad altro numero precedente, che era stato cancellato col "bianchetto": e tuttavia nella pratica n. 1 (cat. 4, spec. 2) esisteva il diverso atto n. 46, prodotto il 6 novembre 1993 dal plotone carabinieri di Mogadiscio. Né la progressione numerica corrisponde all'ordine cronologico di compilazione dei singoli atti: infatti, la relazione di servizio in parola che - come si è visto - porta il numero progressivo 46 è datata - come è noto - 3 luglio 1993, mentre l'atto precedente n. 45 è datato 7 luglio 1993, e il precedente n. 40 addirittura il 10 ottobre 1993. Del resto, in quella stessa pratica mancavano gli atti dal n. 41 al n. 44.

 

Proprio questo disordine numerico, però, potrebbe denotare soltanto frettoloso ed erroneo accorpamento degli atti a fine missione: salvo la correzione della numerazione, presente proprio sull'atto di cui è disconosciuta la firma.

 

Come si è accennato, nulla invece è stato rinvenuto presso il Reggimento paracadutista "FOLGORE", il cui carteggio concernente la missione "IBIS" (nell'ambito della quale il reggimento aveva costituito il Raggruppamento "ALFA") era stato trasferito su di un lungo tavolo della sala riunioni dell'ufficio O.A.T.I.O. (di cui è titolare il magg. Gianluigi DE MATTEIS).

 

E' stato riferito che così era stato disposto per facilitare le eventuali consultazioni di documenti, in occasione delle numerose riunioni svoltesi in quella sala dopo l'avvio dell'inchiesta sui fatti di Somalia.

 

In realtà, il magg. FERLITO ha trovato il carteggio in grande disordine: molti atti non erano custoditi all'interno dei faldoni, ma sparsi sul tavolo, né i faldoni contenevano sempre pratiche omogenee. Si è imposta, quindi, una ricerca pratica per pratica che tuttavia - come s'è detto - ha dato esito negativo. E' ovvio il rilievo che al comando del raggruppamento "ALFA" i carabinieri "TUSCANIA" avrebbero dovuto trasmettere - secondo norma - un originale della più volte richiamata "relazione di servizio".

 

Concludendo: la Commissione non ha dubbi, a seguito di tutte tali risultanze, che i tre somali qui in parola siano stati consegnati il 5 luglio 1993 all'ospedale militare degli Emirati Arabi Uniti da militari italiani. La traduzione alla stazione di polizia somala, se davvero è avvenuta, si riferisce ad altri arrestati: tuttavia l'apprestata tardiva documentazione, messa assieme soltanto nel luglio dello scorso anno, e con gravi sospetti di non autenticità proprio in ordine alla relazione concernente la traduzione, fa pensare a un tentativo di occultare quella realtà che altre testimonianze, e persino riprese televisive, hanno comprovato.

 

Dal che dovrebbe derivare la conseguenza che, nella realtà occultata, troverebbero posto, in tutto o in parte, anche le violenze lamentate dai somali. Violenze che, se non certo giustificazione, avrebbero però potuto trovare qualche attenuante nella proditoria gravità dell'attacco subito dalle truppe italiane, e nel fatto che quei tre erano, con rilevante probabilità, in nesso di complicità con quanto si andava sviluppando li vicino, dove presumibilmente, con quell'autocarro in uscita e con quelle armi, i tre intendevano a quell'ora recarsi.

 

Ma tutto questo non può giustificare l'occultamento della verità che si è tentato.

 

La Commissione, pertanto, obbedendo al dovere di cui all'art. 331 cod. proc. pen., ha disposto che la parte dell'inchiesta, concernente la falsa sottoscrizione della relazione 3 luglio 1993, e la scrittura di comparazione allegata, siano trasmesse al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino per competenza.

 

Sarà così l'Autorità giudiziaria ad esprimere su questa intera vicenda un definitivo giudizio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2.8 Assassinio di Ilaria ALPI e di Miran HROVATIN.

 

La Commissione ha deciso di dedicare un apposito paragrafo a questo aspetto dell'inchiesta perché l'argomento, nella prospettiva dei compiti assegnati dal Governo alla Commissione, merita una breve introduzione di chiarimento.

 

Come già in precedenza accennato, la Commissione non avrebbe avuto alcuna competenza ad indagare su questo gravissimo fatto di sangue perché ad essa corre l'obbligo di attenersi rigorosamente ai limiti derivanti dall'oggetto dell'inchiesta stabilita sia dalla risoluzione del Governo, sia dal Decreto del Ministro della Difesa che l'ha poi resa operativa, sia infine dalla lettera con cui lo stesso Ministro l'ha richiamata in servizio. E l'oggetto è sempre e soltanto quello di accertare il comportamento del nostro Contingente militare durante l'operazione "IBIS" nei confronti della popolazione somala, tanto in riferimento a talune accuse specifiche rivolte dalla stampa, quanto a quelle elevate poi dai somali stessi, anche attraverso talune associazioni umanitarie, o rilevate d'ufficio dalla Commissione nel corso dell'inchiesta.

 

Da ciò consegue che in un solo caso la Commissione avrebbe potuto giustificare il suo interessamento in ordine all'assassinio ALPI - HROVATIN; qualora, cioè, fosse chiaramente emerso un collegamento con il predetto comportamento del Contingente. Un collegamento di tale gravità da avere indotto elementi del nostro Contingente, direttamente o per interposte persone, a cagionare o anche soltanto a favorire la soppressione dei due giornalisti.

 

Allo scopo, perciò, di mettere in luce l'eventualità del detto collegamento, la Commissione ha approfondito, con cautela e con rispetto dell'altrui competenza, ma rigorosamente, la propria inchiesta: sulla quale, tuttavia, la Commissione non ha difficoltà a riconoscere che molto ha influito, pur nei detti limiti del proprio mandato, la pietà e la commozione che comprensibilmente hanno colpito l'opinione pubblica per il sacri