Giorgio
e Luciana Alpi
Mariangela Gritta Grainer
Maurizio Torrealta
L’ESECUZIONE
Inchiesta sull’uccisione di
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
Kaos Edizioni
Proprietà letteraria riservata
Copyright Ó 1998 Kaos Edizioni
Prima edizione gennaio 1999
ISBN
88-7953-078-X
Cara Ilaria,
non sappiamo se ti farà piacere questa
cronistoria di quattro anni di avvenimenti, di lotta e di inchieste per conoscere
la verità di questo orrendo delitto che ha troncato la tua gioia di vivere. Ci
pare di ascoltare, a volte, la risata con cui sdrammatizzavi certe situazioni,
ma d’altra parte non possiamo dimenticare la tua rabbia di fronte a tante ingiustizie
che hai dovuto affrontare. Ti chiediamo di capirci. Per noi questa lotta è
ragione di vita nel tentativo, forse illusorio, di portare a termine il tuo
impegno. Non sarà facile tratteggiare questo lungo periodo di speranze,
illusioni e grandi amarezze. Sappi, tesoro, che tante persone ti hanno tradito,
hanno cercato di rendere difficile ogni ricerca della verità. Un bacio.
Mamma e
papà.
Prima parte
DOPPIO
DELITTO A MOGADISCIO
Domenica 20 marzo 1994
Roma, domenica 20 marzo 1994. È la
giornata che precede il rientro dalla Somalia del Contingente italiano. Per
Giorgio e Luciana Alpi – genitori della giornalista della Rai, Ilaria – è una
domenica importante: termina il viaggio della loro figlia, inviata dal
"Tg3" in Somalia.
Intorno
alle ore 12.30 in casa Alpi squilla il telefono. Luciana si precipita a
rispondere. È Ilaria, da Mogadiscio. Là, con la differenza di fuso orario, sono
circa le 14.30. È appena tornata da Bosaso; sta bene, ma è molto affaticata dal
viaggio. Luciana le domanda quando pensa di tornare; Ilaria risponde che – se
la redazione del "Tg3" è d’accordo – vorrebbe rimanere ancora qualche
giorno per raccontare quello che avviene in Somalia dopo la partenza del
Contingente italiano; vorrebbe anche raggiungere la città di Chisimaio. Luciana
la invita a non rimandare troppo il ritorno, dopodiché madre e figlia si
salutano.
La
telefonata – nonostante la notizia del ritardato ritorno a Roma – tranquillizza
i coniugi Alpi. Per loro, sapere che Ilaria si trova a Mogadiscio è motivo di
rassicurazione: in quella città è conosciuta e rispettata. Dopo avere parlato
con la figlia, Luciana spegne il televisore; suo marito si concede il solito riposo
pomeridiano.
Verso le ore 15 il telefono di
casa Alpi squilla di nuovo, risponde ancora Luciana. In linea c’è una collega
di Ilaria, la giornalista del "Tg3" Bianca Berlinguer, che le dice:
«Luciana, devo darti una brutta notizia... Ilaria è morta».
La
notizia è già stata diffusa dal Tg di Italia 1 "Studio Aperto" e
dall’agenzia Ansa. Tutta la redazione del "Tg3" ha sperato fino
all’ultimo che si trattasse di un errore, ma il "lancio" dell’Ansa è
chiaro e lapidario:
Somalia: uccisi due giornalisti italiani a Mogadiscio – Mogadiscio,
20 marzo – La giornalista del "Tg3" Ilaria Alpi e il suo
operatore, del quale non si conosce ancora il nome, sono stati uccisi oggi
pomeriggio a Mogadiscio nord in circostanze non ancora chiarite. Lo ha reso
noto Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio
da dieci anni [1].
La
signora Alpi non ci vuole credere, pensa subito a un equivoco, a un
malinteso... ha parlato con sua figlia due ore e mezza prima, e stava bene...
Nell’altra stanza suo marito continua dormire, e lei non ha il coraggio di
svegliarlo.
Alle
ore 15.05 la Rete 3 della Rai
interrompe le trasmissioni. Un collega dà la notizia della morte di Ilaria Alpi
– ha gli occhi arrossati, e fatica a vincere le lacrime.
Luciana
Alpi ricorda quando sua figlia aveva saputo per prima della morte dei due
soldati italiani uccisi a Mogadiscio il 15 settembre 1993: Ilaria si era
rifiutata di dare la notizia al telegiornale perché non voleva che i genitori
dei due ragazzi apprendessero la terribile verità dalla televisione [2].
Alla giovane giornalista non è stato riservato lo stesso riguardo: il
telegiornale di Italia 1, il "Tg1", il "Tg2", l’Agenzia
Ansa, la Reuters e la France Press hanno diffuso la notizia della sua morte
prima che la famiglia Alpi ne venisse informata [3].
Da
questo momento, comincia la lunga battaglia solitaria di Giorgio e Luciana Alpi
per capire come e perché è stata uccisa la loro figlia. Cioè i due elementi che
mancano nella notizia diffusa dall’Ansa e dalla televisione.
* * *
Nove giorni prima, l’11 marzo
1994, a Trieste, la signora Hrovatin aveva salutato suo marito Miran che, con
le valigie in mano, stava partendo per Mogadiscio.
Miran
Hrovatin lavorava in una società di servizi audiovisivi, la Videoest di
Trieste. Era stato spesso in Bosnia e in Slovenia, dove aveva conosciuto Ilaria
Alpi durante la realizzazione di alcuni servizi per il "Tg3". Nella
ex Iugoslavia, nonostante la guerra civile, Miran non aveva avuto problemi, anche
perché parlava correttamente la lingua. Non era mai stato in Somalia, ma non
era nuovo a situazioni difficili: il suo primo reportage di guerra, Hrovatin lo
aveva realizzato nelle zone del deserto sahariano dove i guerriglieri del
Fronte del Polisario combattevano l’esercito del Marocco.
La
mattina della partenza per Mogadiscio, sulla soglia di casa, Miran aveva
tranquillizzato sua moglie: «È un viaggio breve, solo sei giorni [dieci, ndr], poi ritorno...». Dalla
Somalia, Miran aveva telefonato spesso a casa. Aveva chiamato sua moglie da
Mogadiscio anche prima del viaggio con Ilaria a Bosaso, nel nord della Somalia,
e le aveva raccontato della bellezza di quelle terre.
Ricorda oggi la signora Hrovatin:
«A mio figlio Ian ho deciso di parlare la mattina dopo l’omicidio. L’ho
chiamato davanti a me e non so se ho sofferto di più guardando i suoi occhi
quando gli ho detto che il babbo non c’era più, o quando ho ascoltato il giorno
prima la notizia che Miran era morto» [4].
Ian, un bel bambino di sei anni, quando sua
madre gli aveva detto che Miran non sarebbe più tornato aveva contato a mente e
aveva risposto: «Siamo stati insieme solo sei anni, sono pochi, vero mamma?».
Dal
giardino di casa Hrovatin si vede il golfo di Trieste, e si può osservare il
lento movimento dei cargo e dei rimorchiatori che attraversano quello specchio
di mare. «Mi ha aiutato lavorare in giardino, mi ha aiutato guardare un
tramonto o un’alba», dice la moglie di Miran.
Un viaggio funebre troppo
frettoloso
Alle
ore 02 circa del 22 marzo l’aereo militare atterra nell’aeroporto romano di
Ciampino, dove sono in attesa i coniugi Alpi e un gruppo di colleghi del
"Tg3". Allo sbarco le salme di Ilaria e Miran sono chiuse in due bare
metalliche. La salma di Ilaria viene poi trasportata alla camera ardente
allestita dalla Rai a Saxa Rubra, ma la bara che nella notte arriva alla sede
Rai è di legno. Solo nel novembre 1998 i coniugi Alpi apprenderanno che il
trasferimento delle salme dalle bare metalliche a quelle di legno è stato
effettuato all’aeroporto di Ciampino, su richiesta del servizio sanitario dello
scalo, da funzionari dell’impresa mortuaria "Scifoni". L’operazione è
avvenuta ottemperando a norme sanitarie, ma senza la presenza dell’autorità
giudiziaria; nella bara metallica c’era un sacchetto contenente gli indumenti
di Ilaria intrisi di sangue, riposti nella nuova bara di legno senza alcuna
verifica.
Nel
corso della stessa notte i bagagli della giornalista (una valigia
"Samsonite", e una borsa "Mandarina Duck") vengono
consegnati dal giornalista Federico Pietranera a Luciana e Giorgio Alpi. Né la
valigia né la borsa presentano alcuna traccia di sigilli. Sei videocassette
girate da Ilaria in Somalia vengono prelevate dai suoi colleghi del
"Tg3" dalla borsa (verranno poi utilizzate per i servizi mandati in
onda nei giorni successivi).
La salma di Hrovatin, invece, da
Roma viene trasportata fino all’aeroporto di "Ronchi dei Legionari",
a Trieste, dove viene accolta da un gruppo di amici e colleghi. La camera
ardente viene allestita nella Chiesa della Beata Vergine del Rosario; le
esequie sono fissate per la mattina di mercoledì 23 marzo, nella chiesa di
Sant’Andrea Taumaturgo. I familiari decidono che dopo la cerimonia il corpo di
Miran venga cremato.
Con
molta tempestività il sostituto procuratore di Trieste Filippo Gullotta dispone
che la salma dell’operatore venga sottoposta ad autopsia, affidando l’incarico
al medico legale Fulvio Costantinides.
Dopo
la cerimonia religiosa, nelle poche ore che precedono il trasporto della salma
di Hrovatin al forno crematorio, il medico dà esecuzione all’autopsia. Nella
bara il corpo è avvolto in un sacco di tela plastificata con maniglie da
trasporto della Us Army; c’è un certificato di avvenuta identificazione del
cadavere redatto in lingua inglese, e ci sono un "Verbale di ispezione
esterna del corpo" effettuato sulla nave Garibaldi e il nulla osta per
l’ingresso in Italia del cadavere rilasciato dall’Ufficio di Sanità dell’aeroporto
di Ciampino.
L’autopsia
eseguita sul corpo di Hrovatin stabilisce che Miran è stato ucciso da un solo
colpo d’arma da fuoco (del calibro di poco superiore ai 5 millimetri),
sparatogli alla tempia destra, che ha attraversato il capo e si è conficcato
alla base del cranio. Il braccio destro presenta tracce di escoriazioni come
fosse stato alzato a difesa della testa. Attorno alla ferita non ci sono tracce
di polvere da sparo: non è possibile stabilire se Miran, al momento
dell’uccisione, indossasse un cappello che le abbia trattenute. È dunque
difficile stabilire con certezza la distanza dell’arma dalla testa:
«Teoricamente [una distanza] maggiore di 40 centimetri... Non si può escludere
che l’arma che ha ucciso Miran sia la stessa che ha ucciso Ilaria» [5].
Mentre i media danno al duplice
omicidio di Mogadiscio un grande risalto con titoli in prima pagina e con la
diretta televisiva del funerale di Ilaria Alpi, le istituzioni sono assai meno
attente. Luciana e Giorgio Alpi, dopo la cerimonia funebre celebrata nei viali
del Centro Rai di Saxa Rubra, sono costretti a vivere un’esperienza drammatica:
al cimitero Flaminio la sepoltura della loro figlia viene inspiegabilmente
sospesa, senza che venga fornita loro alcuna spiegazione.
Dopo
tre ore di penosa attesa, un funzionario del cimitero li informa che la
sepoltura non potrà avvenire fino a quando non arriverà l’autorità giudiziaria
per effettuare l’identificazione della salma e per redigere un certificato di
morte; la Procura è stata avvertita, e si deve aspettare l’arrivo del
magistrato di turno [6].
Trascorsa un’altra ora, al cimitero arriva il sostituto procuratore Andrea De
Gasperis accompagnato dal consulente medico Giulio Sacchetti.
La
salma della giornalista viene portata nella sala incisoria del cimitero, e
Luciana e Giorgio Alpi vengono invitati a "riconoscere" il corpo;
secondo le notizie diffuse dai mass media, il corpo di Ilaria sarebbe stato deturpato
da numerosi colpi di arma da fuoco, per cui i genitori delegano ai cognati
l’adempimento della macabra formalità. Così i due parenti hanno modo di
verificare che il corpo di Ilaria è invece intatto: solo il capo è fasciato da
garze bianche. Dopo il riconoscimento, viene eseguito sulla salma un esame
medico esterno.
«Io
ero di turno», racconterà il magistrato Andrea De Gasperis in un’intervista al
"Tg3" [7], «sono
andato nel pomeriggio al cimitero di Prima Porta dopo che furono fatte le
esequie e lì è stato eseguito un esame esterno del corpo, aperta la bara,
identificata nuovamente con il medico legale, dottor Sacchetti. L’unico dato
rilevante che abbiamo constatato era questo: sul corpo si trovava una sola
ferita al capo, ferita che nell’immediatezza il medico legale riconduceva a un
colpo singolo di arma corta, di una pistola [che ha sparato, ndr] a contatto [della testa, ndr]. L’idea che io mi sono fatto è che non c’è stato
un conflitto, uno scontro, un atto di guerra riconducibile a una situazione di
illegalità generalizzata che avviene in Somalia, ma una attività mirata. Sicuramente
sono stati esplosi pochi colpi di armi da fuoco».
Il
medico legale, da parte sua, scrive di «ferita penetrante al capo da colpo
d’arma da fuoco a proiettile unico: mezzo adoperato pistola, arma corta. [...]
Quanto ai mezzi che produssero il decesso, si identificano, per gli elementi
che sono in possesso del medico legale, in un colpo d’arma da fuoco a
proiettile unico esploso a contatto con il capo».
«Bisogna
far presente», preciserà De Gasperis, «che l’arma corta è alquanto inusuale in
una vicenda bellica: infatti non viene usata nel caso in cui si affrontino due
corpi in combattimento, trattandosi di un’arma impiegata per colpire a distanza
ravvicinata o per commettere delitti. [Durante l’esame esterno] è stato inciso
lievemente il collo e, per mezzo di uno specillo, si è potuto verificare che il
proiettile, che era ancora nel corpo, era entrato dalla calotta cranica e aveva
seguito una traiettoria perpendicolare... Quando viene sparato un colpo in aderenza,
i gas che l’arma da fuoco rilascia, non potendosi espandere, si comprimono e
quindi il cuoio capelluto viene inciso dal proiettile che però provoca una
ferita espansa. Vi è cioè un effetto devastante sul cuoio capelluto. Ciò è
riscontrabile sul capo di Ilaria Alpi» [8].
In
pratica, la ferita che ha provocato la morte della giornalista presenta la
spaccatura a stella della pelle attorno al foro di entrata del proiettile:
conseguenza del colpo sparato a contatto. I manuali di criminologia su questo
punto sono concordi: sono i gas del bossolo usciti con violenza dalla canna a
provocare il rigonfiamento (“sacca di Piedelievre”) e la spaccatura stellare
del tessuto epiteliale accanto al foro di entrata del proiettile. La mancata
fuoriuscita del proiettile e la rottura del tessuto a forma di stella, inducono
a ritenere che la morte della giornalista sia stata causata da un colpo di arma
corta sparato a contatto (diversamente, un colpo sparato da un fucile sarebbe
fuoriuscito e avrebbe avuto effetti devastanti). Vengono inoltre riscontrate
ferite sulle dita delle mani di Ilaria, come se avesse cercato istintivamente
di "difendersi".
La
morfologia della ferita che ha ucciso la giornalista è di fondamentale
importanza per capirne la morte. Infatti, se la Alpi fosse stata raggiunta da
un colpo di fucile o da una raffica di mitragliatrice, la sua morte avrebbe
potuto essere attribuibile a una tragica casualità: un colpo vagante, o una
raffica incidentale durante un conflitto armato tra gruppi di somali.
Viceversa, il fatto che sia stata uccisa da un colpo di pistola sparato alla
nuca e a freddo (essendo Ilaria e Miran ovviamente disarmati) induce a ritenere
che si sia trattato di una esecuzione. Un’ipotesi, quest’ultima, rafforzata dal
fatto che alle due vittime non è stato rubato nulla.
Ma
chi aveva motivo di uccidere Ilaria a Mogadiscio? È la domanda che i genitori
della giornalista cominciano a porsi leggendo la perizia medica. Giorgio Alpi è
medico, è stato primario, ha familiarità con la terminologia delle perizie
mediche. Nessun colpo vagante, nessuna tragica fatalità: qualcuno si è
avvicinato a Ilaria, le ha poggiato la canna di una pistola alla testa e ha
sparato: una esecuzione in piena regola. Ma chi? E perché?
Una classica esecuzione
Luciana e Giorgio Alpi seguono con
attenzione gli articoli dei giornali che si occupano dell’uccisione della loro
figlia. Ma le notizie che vengono pubblicate sono vaghe e imprecise: pochi
quotidiani dispongono di un inviato a Mogadiscio, e gli articoli fanno perlopiù
riferimento alle notizie diffuse dall’agenzia Ansa.
Fra
coloro che si recano a casa Alpi per esprimere le condoglianze c’è un montatore
capo della Rai [9] amico di
Ilaria, il quale consegna ai genitori della giornalista una copia di tutti i
"lanci" Ansa relativi al duplice omicidio. Leggendo e rileggendo quei
dispacci, emergono particolari interessanti.
*
20
marzo 1994, ore 14.43 [10]
– Somalia: uccisi due giornalisti
italiani a Mogadiscio – Una fonte dello Stato maggiore dell’Esercito ha
confermato la morte dei due giornalisti italiani, precisando che si è trattato
«di un vero e proprio attacco per uccidere»...
Questo
dispaccio delle ore 14.43 – il secondo, subito dopo il duplice delitto –
testimonia come sia lo stesso Stato maggiore dell’esercito a escludere la
casualità e l’incidentalità, affermando che si è invece trattato «di un vero e
proprio attacco per uccidere».
*
20 marzo 1994,
ore 15.12 – Somalia: uccisi inviata "Tg3" e operatore a Mogadiscio – L’inviata del "Tg3" Ilaria
Alpi e un operatore televisivo sono stati uccisi oggi a Mogadiscio. L’uccisione
è avvenuta a poche centinaia di metri dall’Hotel Amana e dall’ex ambasciata
italiana – attualmente sede di un comando della polizia somala – dove la Land
Rover con i due giornalisti è stata attaccata da un gruppo di somali armati. «È
stato senz’altro un agguato», ha detto Giancarlo Marocchino, un
autotrasportatore italiano che è stato tra i primi a giungere sul posto.
Secondo una prima ricostruzione l’episodio è accaduto tra le 14.30 e le 15 (ora
locale) mentre Alpi e l’operatore provenendo da Mogadiscio sud raggiungevano
probabilmente la postazione satellitare dell’Ansa installata nell’Hotel Amana.
«Non c’è stata sparatoria», ha detto un testimone oculare, «perché i
giornalisti non avevano scorta armata».
Questo
"lancio" Ansa delle ore 15.12 cita dunque un testimone oculare
secondo il quale non vi è stato alcun conflitto a fuoco in quanto Alpi e Hrovatin
non avevano la scorta.
*
Un
successivo dispaccio, diffuso dall’Ansa alle ore 17.51, fornisce nuovi
particolari attraverso la testimonianza del generale Carmine Fiore, il
comandante del Contingente militare italiano in Somalia:
20 marzo 1994,
ore 17.51 – «Erano in sei», racconta Fiore, che riferisce la
testimonianza di un autotrasportatore italiano, «armati, a bordo di una Land
Rover. Hanno superato e bloccato l’auto dei giornalisti italiani e obbligato la
scorta armata (due civili somali) ad allontanarsi. Solo allora hanno fatto
fuoco. Ilaria Alpi si è coperta il volto con le mani, quasi a proteggersi: un
proiettile le ha attraversato il capo. Sempre al capo un altro proiettile ha
raggiunto e ucciso l’operatore». Il generale Fiore non ha dubbi: «A mio parere
a sparare è stato un gruppo di fondamentalisti. La loro jeep era stata vista, dai
caschi blu pachistani che controllano l’ultimo check-point, seguire l’auto dei
due italiani». L’agguato è avvenuto all’altezza dell’ex ambasciata italiana,
poco distante dall’Hotel Amana, dove Ilaria Alpi e l’operatore erano diretti,
probabilmente per mettersi in contatto con il proprio direttore, al
"Tg3", usando il telefono satellitare dell’Agenzia Ansa. «Erano stati
per tre giorni a nord della Somalia», racconta ancora il generale Fiore, «per
un servizio giornalistico che sarebbe dovuto andare in onda questa sera». Subito
dopo l’agguato i due giornalisti sono stati soccorsi da Giancarlo Marocchino,
l’autotrasportatore italiano, il quale ha provveduto a trasportare i corpi al
Porto vecchio. Qui era pronto per l’imbarco l’ultimo gruppo di militari italiani.
«La situazione è
pesante a Mogadiscio», ha detto Fiore. «Stiamo raggruppando tutti i giornalisti
italiani al Porto vecchio per imbarcarli sulla "Garibaldi", dove sono
già state sistemate le salme dei loro colleghi uccisi».
Anche
in questo caso, viene escluso un conflitto a fuoco, ma si accredita la tesi di
una precisa azione omicida volta a colpire proprio Alpi e Hrovatin previo
allontanamento dei due uomini della scorta; una premeditazione confermata dal
fatto che l’auto degli assassini ha seguito la macchina di Ilaria e Miran fin
dal check-point ed è stata notata dai militari pachistani di quel posto di
blocco. Le parole del generale Fiore risultano però enigmatiche: non si
comprende come l’alto ufficiale possa essere a conoscenza del servizio preparato
da Ilaria «che sarebbe dovuto andare in onda questa sera». Né si comprende
l’attribuzione del duplice delitto a un gruppo di fondamentalisti islamici: una
tesi sostenuta dal generale Fiore senza alcuna apparente ragione, dal momento
che non vi è alcun indizio in tal senso.
*
20 marzo 1994,
ore 16.52 – Somalia: uccisi giornalisti italiani – «A un posto di blocco di caschi
blu nigeriani, i militari», ha detto l’ambasciatore Scialoja, «avevano notato
che la vettura di Alpi era seguita a distanza da una "Land Rover" blu
con a bordo sei persone armate. È stata proprio questa vettura che ha
affiancato l’automobile con i giornalisti. Ne sono scesi i sei armati, hanno
aperto le portiere dell’auto e hanno fatto fuoco contro Alpi e Hrovatin».
Anche questo dispaccio
riepilogativo, diffuso dall’Ansa poco prima delle ore 17, conferma il
pedinamento dell’auto di Ilaria e Miran, e la loro uccisione-esecuzione, non
casuale o incidentale, bensì premeditata. Di nuovo c’è che l’ambasciatore
italiano a Mogadiscio – Mario Scialoja – parla di militari nigeriani invece che
pachistani [11].
*
20 marzo 1994,
ore 20.08 – Somalia: giornalisti italiani uccisi, un’esecuzione – Le circostanze dell’uccisione di
Alpi e Hrovatin sembrano non lasciare incertezze sul dato che doveva essere
stata organizzata. La "Land Rover" blu che ha bloccato ed affiancato
la vettura dei due giornalisti presso l’hotel Amana, a Mogadiscio nord, era
stata notata dai soldati del posto di controllo pachistano dell’Obelisco, a
meno di un chilometro dal luogo dell’episodio. Non è stata controllata, come
avviene ormai da tempo, nonostante avesse sei armati a bordo, un vero e proprio
commando, che aveva probabilmente seguito l’auto dei giornalisti da quando era
partita dall’albergo Al Sahafi, a Mogadiscio sud. Se sarà riconfermata la
ricostruzione fatta dal comandante del contingente italiano, generale Carmine
Fiore, i due somali armati che scortavano i giornalisti sono stati costretti
dagli aggressori a scendere dall’automobile, prima di sparare. Subito dopo le
raffiche di mitragliatore all’interno dell’abitacolo.
Di
nuovo, l’Ansa scrive di una esecuzione in piena regola, come confermano le
parole del comandante in capo del Contingente italiano, generale Fiore, il
quale definisce la dinamica dell’omicidio «un inseguimento e una esecuzione».
Questo dispaccio Ansa delle ore 20.08 prosegue con un nuovo "lancio"
delle ore 20.09:
Subito dopo
l’attacco e l’uccisione, una folla si è radunata attorno alla vettura.
Qualcuno, incurante della tragicità della scena, ha tentato di portar via la
telecamera dell’operatore [Hrovatin non
aveva con sé la telecamera, ndr] e qualche effetto personale della
giornalista, ma sono stati subito fermati da altri somali della zona.
L’episodio crea dubbi anche sull’opportunità del lavoro dell’informazione a
Mogadiscio: i nomi di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin si aggiungono a quelli
dei fotografi Hansi Kraus (30 anni, tedesco) Hos Maina (38) e Dan Eldon (22),
entrambi inglesi, e del fonico kenyano Anthony Macharia, trucidati il 12 luglio
scorso. I dubbi possono essere mitigati: il portavoce di Aidid, Awale, ha
osservato che forse l’uccisione dei due giornalisti del "Tg3" potrà accelerare
i colloqui in corso a Nairobi. Stasera è già stato annunciato dalle fazioni che
martedì sicuramente sarà presentata alla stampa la dichiarazione di intenti per
la formazione di un governo in Somalia (sono previsti un presidente e quattro
vice-presidenti). Se è così, il presunto scopo di turbare la possibilità di un
accordo tra i contendenti sembra fallito. I somali sembrano molto attenti alla
funzione dell’informazione e forse questa, anche se in negativo, può essere la
chiave di interpretazione del tragico episodio di oggi: Ilaria e Miran
potrebbero aver raccolto documenti "compromettenti" per qualcuno.
A
poche ore dal duplice omicidio-esecuzione, l’Ansa ipotizza dunque anche il
possibile movente: Ilaria e Miran potrebbero avere raccolto documenti
“compromettenti”. Un’ipotesi che viene adombrata anche dal "Tg3", in
un servizio trasmesso nell’edizione delle ore 19 di quello stesso 20 marzo:
«Ilaria Alpi, giornalista del
"Tg3", e Miran Hrovatin, operatore di Videoest, sono stati uccisi
oggi a Mogadiscio. Una camionetta con sei uomini armati ha bloccato la loro
auto, gli assassini hanno aperto le portiere e hanno sparato. Ilaria e Miran
erano appena tornati a Mogadiscio dopo aver percorso molte località della
Somalia e oggi avrebbero dovuto inviare il loro primo servizio. Forse per
impedire che la loro testimonianza andasse in onda, forse per lanciare un messaggio
terroristico alla comunità internazionale, quelli che le agenzie di Stampa definiscono
banditi, hanno ucciso Ilaria e Miran».
Nei
giorni successivi l’Ansa prosegue a diffondere notizie da Mogadiscio, dove c’è
l’inviato dell’Agenzia Peppino Tripaldi:
21 marzo 1994 –
Somalia: giornalisti uccisi, provata l’esecuzione – Solo due proiettili. Tanti sono
bastati per uccidere i due inviati della Rai a Mogadiscio. Uno per Ilaria Alpi,
centrata alla tempia sinistra; l’altro per Miran Hrovatin raggiunto nella zona
fronto-parietale destra. Il referto stilato dal nucleo sanitario del 25° gruppo
navale italiano non lascia dubbi sull’esecuzione [12].
Questo, almeno, a detta dei militari che hanno trasportato le salme dalla
capitale somala a Luxor (Egitto).
In dichiarazioni
fatte oggi agli inviati dell’agenzia francese AFP e di quella inglese Reuters,
Abdilkarim Yaya, uno dei proprietari dell’albergo "Amana", nei pressi
del quale Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono stati uccisi, ha affermato che
«Ilaria sarebbe morta dissanguata perché circa un’ora dopo l’attacco era ancora
viva e avrebbe potuto essere salvata». Suo cognato Hassan – ha raccontato Yaya
– avrebbe chiesto aiuto ai soldati nigeriani per ottenere un’ambulanza, ma essi
avrebbero rifiutato. Inoltre i somali dell’albergo non avrebbero trasportato
Ilaria e Miran al vicino ambulatorio "Italia" per paura di essere
accusati dell’attacco. Soltanto due ore dopo – secondo Yaya – una pattuglia di
soldati pachistani sarebbe arrivata sul posto con un blindato, quando già i due
corpi erano stati portati via da Marocchino.
Sulla
dinamica dell’omicidio non sembrano esservi più dubbi: si è trattato di
un’esecuzione, con due soli colpi sparati alla testa di Ilaria e Miran. Di
nuovo c’è solo la testimonianza di un ritardo dei soccorsi.
*
23 marzo 1994 –
Somalia: giornalisti uccisi, Aidid chiede indagini italiane – Il generale Mohamed Farah Aidid
chiede l’intervento di investigatori italiani in Somalia per far luce
sull’assassinio degli inviati del "Tg3" Ilaria Alpi e Miran Hrovatin,
avvenuto domenica scorsa. «Abbiamo già ordinato ai nostri rappresentanti a
Mogadiscio di indagare per scoprire chi sono i mandanti dell’assassinio», ha
detto Aidid in un’intervista diffusa oggi da "Italia Radio". «Credo
che sia stato commissionato da alcuni stranieri», ha aggiunto, «ma abbiamo
bisogno della collaborazione del governo italiano affinché mandi investigatori
che indaghino su ciò che è avvenuto». Sui mandanti e sul movente dei due
omicidi, Aidid ha ribadito che, a suo avviso, sono da ricercare in «gruppi che
hanno intenzione di destabilizzare il Paese, ossia da somali o da stranieri
(esclusi però occidentali) contrari al processo di pace».
Questo dispaccio
Ansa è particolarmente interessante: informa che è in corso un’inchiesta sul duplice
omicidio disposta dal generale Aidid, potente capo di una delle fazioni somale
in guerra, il quale sollecita l’intervento degli investigatori italiani.
Inoltre, vi sono elementi che inducono Aidid a sostenere che i mandanti del
duplice delitto non sono somali: sarebbero stranieri, ma non occidentali.
*
26 marzo 1994 –
Somalia: sopralluogo Unosom [13] dopo uccisione giornalisti – Un sopralluogo è stato compiuto
oggi da dodici caschi blu di varie nazionalità (pachistani, del Bangladesh,
svedesi, americani e un italiano) nella zona di Mogadiscio nord dove, domenica
scorsa, furono uccisi i giornalisti del "Tg3" Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin. I militari – che erano a bordo di due "Land Rover" e una
"Toyota" con i contrassegni Unosom – hanno ricostruito i movimenti
delle tre vetture coinvolte nell’agguato e si sono poi allontanati. Si tratta,
con ogni probabilità, di accertamenti nell’ambito dell’inchiesta avviata da
Unosom sull’episodio di domenica 20 marzo. «Devono aver forse catturato
qualcuno dei killer», ha osservato un testimone oculare, «altrimenti non
avrebbero potuto ripetere i movimenti delle automobili con tanta precisione».
Da fonte Unosom non si sono, per ora, avute conferme di risultati
dell’inchiesta in corso [14].
Da
questo "lancio" Ansa si apprende che è in corso un’inchiesta sul
duplice omicidio da parte dell’Unosom, alla quale partecipa anche un ufficiale
italiano [15].
A
pochi giorni dal delitto, un solo fatto è certo: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
non sono morti accidentalmente, ma sono stati uccisi da quella che è stata una
classica esecuzione, da un killeraggio mirato. Una verità che qualcuno tenterà
subito di confutare, arrivando a inventare perfino una casuale "pallottola
vagante" capace di colpire da sola sia Ilaria sia Miran.
* * *
Verso fine marzo Giorgio e Luciana
Alpi si recano all’Unità di crisi presso il ministero degli Esteri. Vengono
ricevuti dall’ambasciatore Magno, il quale comunica loro di non essere in
grado, al momento, di fornire alcuna ulteriore notizia oltre a quelle già diffuse
dalla stampa.
I
coniugi Alpi manifestano all’ambasciatore Magno il loro stupore per il mancato
arrivo dell’ambasciatore Mario Scialoja, quel 20 marzo a Mogadiscio, sul luogo
dell’attentato. Magno risponde loro che Scialoja non aveva potuto recarvisi perché
era sprovvisto sia di un mezzo di trasporto sia della scorta. Ma i genitori di
Ilaria sanno che l’ambasciatore italiano a Mogadiscio era ospitato in un compound popolato da alcune migliaia di
caschi blu, e che dunque la giustificazione è pretestuosa, e lo dicono. A quel
punto l’ambasciatore Magno precisa che i comportamenti dell’ambasciatore
Scialoja sono stati comunque determinati dalla sensibilità del medesimo [16].
Nel
corso dell’incontro, i coniugi Alpi ricordano all’alto funzionario della
Farnesina il servizio di Ilaria trasmesso dal "Tg3" subito dopo la
morte della giornalista: la notizia del sequestro, a Bosaso, di una nave della
società Shifco con tre italiani nell’equipaggio (notizia che la Alpi aveva
raccolto e diffuso per prima). L’ambasciatore spiega che la Farnesina di questa
notizia era già al corrente: non l’aveva divulgata perché temeva di
compromettere le trattative determinando un aumento del prezzo del riscatto
chiesto per il rilascio della nave e dell’equipaggio. I coniugi Alpi fanno
notare all’ambasciatore che la risposta non è convincente, dal momento che il
riscatto non avrebbe dovuto pagarlo la Farnesina ma i Lloyd’s di Londra...
Piuttosto seccato, l’ambasciatore Magno congeda i coniugi Alpi, assicurandoli
che avranno notizie più precise dal ministro Umberto Plaja (responsabile
dell’Unità di crisi della Farnesina) appena rientrerà a Roma, e che Plaja in
ogni caso telefonerà loro quello stesso pomeriggio.
Ma
la telefonata del ministro Plaja a casa Alpi non arriverà, né quel pomeriggio
né mai.
Bagagli manomessi
La notte del 22 marzo 1994 ai
coniugi Alpi vengono consegnati tre bagagli: la borsa di Ilaria (una
"Mandarina Duck"), la sua valigia grande, e una terza borsa (bagaglio
di Miran Hrovatin, che viene poi spedita a Trieste). Aprono solo la borsa (la
"Mandarina Duck"): contiene alcuni oggetti personali, una busta con
banconote straniere, e alcune ricevute delle spese sostenute da Ilaria in
Somalia; la busta con le note-spese la affidano a un collega della figlia
affinché provveda a recapitarla alla Rai. La valigia grande, contenente gli
effetti personali di Ilaria, troveranno la forza di aprirla solo molti giorni
dopo.
Ma
i bagagli della giornalista consegnati ai genitori presentano delle anomalie.
La borsa e la valigia, infatti, non mostrano traccia dei sigilli che su di essi
sono stati apposti quando, sulla nave "Garibaldi", erano stati raccolti
e spediti. Un’anomalia gravissima, che tuttavia da sola non dà la certezza che
qualcosa sia stato prelevato: Luciana e Giorgio Alpi, infatti, non sanno cosa
avesse portato con sé Ilaria. I coniugi Alpi si avvedranno che qualcosa di
strano è accaduto intorno ai bagagli di Ilaria durante il trasporto in Italia
solo parecchi giorni dopo: dopo aver parlato con gli amici della figlia, e con i
giornalisti che a Mogadiscio dopo l’omicidio si sono occupati dei bagagli della
collega.
La
giornalista di "Studio Aperto" Gabriella Simoni – una delle prime
persone, insieme a Giovanni Porzio di "Panorama", arrivate sul luogo
dell’omicidio – racconta di essersi occupata personalmente di preparare i bagagli
di Ilaria: lo attestano le immagini filmate da Vittorio Lenzi, un giornalista
svizzero della televisione del Canton Ticino che l’ha accompagnata e ha filmato
tutta l’operazione. In queste immagini si vede con chiarezza la giornalista di
“Studio Aperto” che raccoglie gli effetti personali di Ilaria nella sua camera
all’albergo Sahafi; nel filmato compaiono 4 o 5 block notes, che uniti al block
notes trovato sul luogo dell’omicidio (e documentato dal filmato diffuso dalle
agenzie televisive), portano ad almeno 5 block notes.
«I
taccuini [di Ilaria] che ho raccolto», racconta Gabriella Simoni, «erano 4 o 5,
sparsi per la stanza, due di questi erano scritti, uno un po’ più grande l’ho
messo nella valigia, ma non era scritto, e gli altri, lo ripeto, li ho messi
nella borsa». E Giovanni Porzio: «Li abbiamo sfogliati pagina per pagina, uno
era pieno di time codes, conteneva
cioè l’elenco dei contenuti delle cassette, minuto per minuto» [17].
Ma
nella valigia di Ilaria i coniugi Alpi trovano 2 block notes (uno in bianco, e
il secondo con pochi appunti), e non il solo block notes grande senza scritte
messo nella valigia dalla Simoni. Mentre nella borsa "Mandarina Duck"
non c’è nessun block notes.
Della
sparizione dei block notes dalla borsa di Ilaria i coniugi Alpi informano il
giornalista del "Tg3" Maurizio Torrealta, il quale telefona al
generale Fiore, presso il Comando di brigata Mec. Legnano, e gli domanda quanti
fossero i block notes presenti nei bagagli di Ilaria spediti a Roma: l’alto
ufficiale risponde che «erano 5». E il 19 maggio 1994 – due mesi dopo la morte
di Ilaria – il "Tg3" trasmette un servizio con la registrazione telefonica
del generale Fiore che conferma i 5 block notes, e del padre di Ilaria che dice
di averne trovati nei bagagli solo 2.
Il
generale Fiore, a conferma di quanto dichiarato, invia a Torrealta, via fax,
l’elenco degli effetti personali di Ilaria e Miran compilato dal comandante
della nave "Garibaldi" Giovanni Giorgi: nell’elenco c’è la conferma
che i block notes della giornalista, inclusi nei suoi bagagli e spediti a Roma
assieme alle salme, erano 5. In pratica, questo documento è la prova provata
che durante il viaggio verso l’Italia i 5 block notes di Ilaria Alpi sono
diventati 2, e che gli altri 3 sono stati trafugati. Il documento attesta
inoltre l’esistenza di un elenco ufficiale del materiale spedito assieme alla
salma di Ilaria, elenco mai pervenuto ai coniugi Alpi.
Qualche
tempo dopo il servizio del "Tg3" del 19 maggio 1994 sulla sparizione
dei block notes, la Rai invia ai genitori di Ilaria uno strano foglio che è
stato rinvenuto fra le ricevute delle note-spese dell’ultimo viaggio di Ilaria:
si tratta della pagina numero 3 dell’elenco degli oggetti inviato a Torrealta
dal generale Fiore con una sola differenza: alla voce «biglietti con numeri
telefonici» c’è l’aggiunta di una nota manoscritta: «trattenuto al Min. Affari
Esteri», firmato Plaja. Un’annotazione che non risultava alla pagina 3
dell’elenco inviato dal generale Fiore al giornalista del "Tg3".
È
evidente che qualcuno ha messo le mani nelle carte di Ilaria, e ha fatto
sparire l’elenco degli effetti personali, lasciandone poi per errore una pagina
fra le note spese. E in quella pagina c’è la traccia di chi ha indebitamente
frugato tra i bagagli di Ilaria: l’ambasciatore-ministro Plaja. È lui che ha
trattenuto – con un atto del tutto arbitrario, non essendo investito di alcuna
funzione di polizia giudiziaria – due fogli con alcuni numeri di telefono
trovati in possesso di Ilaria al momento della sua uccisione.
Il 20 giugno 1994 i coniugi Alpi
ricevono una lettera del presidente della Rai Claudio Demattè: «Ho ricevuto dal
ministro Umberto Plaja l’invito a consegnarvi il documento che a suo tempo era
stato trattenuto: assolvo a questo compito con rinnovato dolore e
partecipazione».
Allegati
alla lettera ci sono due fogli protocollo, macchiati dal sangue di Ilaria,
recanti numerose annotazioni di numeri telefonici e frequenze radio.
Perché
sono stati trafugati dai bagagli e trattenuti per tre mesi? E per quale ragione
l’ambasciatore Plaja non li ha restituiti direttamente ai genitori di Ilaria,
ma li ha consegnati al presidente della Rai? L’ambasciatore-ministro Plaja
viene interrogato dal magistrato Andrea De Gasperis il 23 giugno, cioè tre
giorni dopo la restituzione del documento [18].
Cinque
mesi dopo, in data 29 novembre 1994, il ministro degli Esteri Antonio Martino
invia ai coniugi Alpi la seguente lettera:
«Nel corso del
volo di rientro [quello da Luxor a
Ciampino, quando l’ambasciatore Plaja e il presidente della Rai erano a bordo,
ndr] venne deciso, per motivi umanitari, di pulire, lavandoli, gli oggetti
imbrattati di sangue. Non essendo possibile lavare il foglietto [due fogli formato protocollo, ndr] per
evitare che si cancellasse quanto vi era scritto, si pensò di toglierlo dal
sacco di plastica e di mettere al suo posto uno scritto, firmato
dall’ambasciatore Plaja, in cui si precisava che veniva trattenuto. Il
foglietto è stato poi preso in custodia dall’ex presidente della Rai, Demattè,
che lo ha restituito allorché, tramite Plaja, ne venne fatta richiesta. Forse
la decisione di trattenere il foglietto fu poco opportuna. Esso poteva essere
consegnato alla famiglia nello stato in cui si trovava. Non ho però motivo di
dubitare che l’intento sia stato positivo e che non vi era alcun intendimento
di sopprimere documenti rilevanti».
Ma
a Giorgio e Luciana Alpi la spiegazione del ministro Martino risulta assai poco
convincente: infatti, altri oggetti racchiusi nel "sacco di plastica"
– quelli che il ministro sostiene siano stati lavati in aereo «per motivi
umanitari» – sono pervenuti ai genitori della giornalista con vistose tracce di
sangue (specialmente il braccialetto che Ilaria aveva al polso quando è stata
uccisa).
Le
immagini girate dalla Rai in quella occasione dimostrano che i bagagli di
Ilaria e Miran, al momento del trasferimento nell’aereo militare a Luxor, erano
sigillati. È dunque certo che durante il volo da Luxor a Ciampino sono stati
manomessi col pretesto "umanitario". Perché?
Prima
la rottura dei sigilli dei bagagli di Ilaria; poi il trafugamento di 3 block
notes; poi l’asportazione di due fogli recanti numeri telefonici... Il tutto è
avvenuto sull’aereo Luxor-Ciampino a bordo del quale, oltre al vertice della
Rai, c’era l’ambasciatore-ministro Umberto Plaja in rappresentanza della
Farnesina. Un volo pieno di stranezze, come appurano i coniugi Alpi
ricostruendo l’iter dei bagagli.
I
corpi di Ilaria e Miran sono stati portati sulla nave militare "Garibaldi",
ancorata in rada davanti a Mogadiscio, circa un’ora dopo il duplice omicidio, e
i relativi bagagli verso le 18 pomeridiane. Sulla nave i corpi sono stati
sottoposti a un riscontro esterno: il capitano di vascello Armando Rossitto ha
scattato fotografie a colori e in bianco e nero del capo di Ilaria; sono stati
poi redatti un referto medico e il certificato di morte [19].
Le foto scattate al capo di Ilaria a bordo della nave "Garibaldi",
almeno fino al 20 febbraio 1998, non sono mai state consegnate né ai coniugi
Alpi né all’autorità giudiziaria, né è mai stato consegnato il referto del
riscontro esterno eseguito dai medici della nave [20].
Dalla
nave "Garibaldi", i corpi sono stati poi trasportati in elicottero di
nuovo a Mogadiscio, presso un obitorio privato delle Forze armate americane,
quello della Compagnia Brown-Root di Houston, dove è stato redatto, per le due
salme, un documento medico in lingua inglese ("Body Anatomy Report")
contenente: le generalità delle vittime, i dati relativi al luogo e alla
dinamica dell’evento che aveva causato la morte, e sul retro un disegno del
corpo umano con indicati i punti di entrata e di uscita dei proiettili. Anche
questo documento non verrà mai consegnato né ai coniugi Alpi né ai magistrati
che indagano sul delitto (mentre il medico che ha eseguito l’autopsia sul corpo
di Hrovatin ha potuto prendere visione del "Body Anatomy Report" di
Miran).
Riportati
i corpi a Mogadiscio, gli effetti personali delle due vittime sono rimasti
sulla nave "Garibaldi". «Io
ho formato due buste, le ho chiuse, timbrate e sigillate», testimonierà il
comandante della nave "Garibaldi" davanti al magistrato, «in queste
buste furono messi gli effetti personali di Ilaria e Miran». Ma quelle buste ai coniugi Alpi non
sono mai state recapitate, né chiuse né aperte, così come non hanno mai
ricevuto l’elenco degli effetti personali della figlia. A mezzanotte il
giornalista Giovanni Porzio è stato «svegliato dai militari che volevano un
aiuto per inventariare il materiale, dato che i bagagli contenevano degli
oggetti tecnici dei quali i militari a bordo della nave non avevano
conoscenza». L’indomani i bagagli di Ilaria e Miran sono stati sbarcati per
mezzo di un elicottero sulla pista dell’aeroporto, e riuniti insieme mediante
una rete.
Ma
dove è finito l’elenco-inventario degli effetti personali delle due vittime
compilato e firmato dal comandante della nave "Garibaldi"? Il
generale Carmine Fiore sostiene di averlo consegnato alla giornalista Gabriella
Simoni che avrebbe dovuto farlo pervenire ai coniugi Alpi [21].
Ma la Simoni smentisce la versione del generale: nel viaggio di ritorno in
aereo lei è sbarcata a Mombasa e non è rientrata subito in Italia.
A
Luxor il maresciallo Eugenio Bazzicchi ha consegnato i bagagli di Ilaria e
Miran al direttore generale della Rai, e ha ottenuto una ricevuta: «Il
sottoscritto Dr. Locatelli (Rai) riceve in consegna dal M.llo Bazzicchi n. 14
colli più n. 2 buste e n. 1 borsetta nera che seguono le bare. 21 marzo 1994.
Firmato Locatelli». Due buste di plastica grigio-verde ancora sigillate sono
ben visibili nelle immagini girate dall’operatore della Rai al momento del
trasbordo dei corpi sull’aereo che li avrebbe portati da Luxor a Ciampino.
Dunque
a Luxor i bagagli delle due vittime, più la borsa piccola ("Mandarina
Duck") di Ilaria, e le due buste contenenti i certificati di morte e
l’elenco degli effetti personali ancora sigillate, sono stati affidati al
direttore della Rai. Ma all’arrivo a Ciampino le buste non sono state
consegnate ai coniugi Alpi: né il certificato di avvenuta identificazione del
cadavere redatto in lingua inglese, né l’elenco degli effetti personali, né il
riscontro esterno, e neppure le foto scattate sulla nave "Garibaldi".
Inoltre, i bagagli sono risultati privi dei sigilli di piombo, e come si è
visto tre block notes della giornalista sono stati trafugati.
Gabriella
Simoni racconta anche di avere messo all’interno della valigia di Ilaria la
macchina fotografica che si trovava nella stanza della giornalista all’Hotel
Sahafi; ma i coniugi Alpi, nella valigia della loro figlia, non hanno trovato
nessuna macchina fotografica.
A Roma la morte di Ilaria Alpi
assume contorni paradossali: i genitori della giornalista devono lottare
perfino per averne il certificato di morte [23].
Appena
apprendono che i corpi di Ilaria e Miran erano stati riportati a Mogadiscio
presso un obitorio privato delle Forze armate americane, i coniugi Alpi si
rivolgono alla Farnesina per avere notizie più precise. Dopo molte insistenze,
il 24 luglio 1997 ricevono questa lettera del sottosegretario agli Esteri, onorevole
Rino Serri:
«A seguito di
accurata ricerca nei propri archivi, la Compagnia Brown-Root di Houston ha
informato di non avere agli atti alcuna documentazione relativa all’incidente
in oggetto.
Anche il
responsabile dell’obitorio della Brown-Root a Mogadishiu, sig. Victor Baiza,
oggi non più dipendente della predetta società, ha confermato di aver
consegnato tutta la documentazione relativa all’incidente in oggetto al St.Cl.
Giorgio Cannarsa, Liaison officer dell’ambasciata
italiana a Mogadiscio, al momento in cui le salme vennero ritirate
dall’obitorio per il trasporto in Italia.
Il
sig. Baiza ha fatto inoltre presente di non aver mai compilato alcun referto
medico, in quanto esso era di competenza del medico italiano in servizio presso
la Marina militare che compilò anche il certificato di morte. Egli ha invece
confermato di aver stilato il "Body Anatomy Report" previsto dalle
norme per la preparazione delle salme.
Di tale
"Report", consegnato alle autorità italiane, questa Brown-Root non ha
alcuna copia».
Il
29 luglio 1997 – cioè tre anni dopo l’omicidio – i coniugi Alpi ricevono una
lettera firmata da Lorenzo Ferrarin, direttore generale dell’Emigrazione e
degli Affari sociali presso il ministero degli Esteri. Così apprendono che il
corpo di Ilaria era stato trasportato all’aeroporto di Mogadiscio, presso la
ditta Brown-Root provvista di celle frigorifere, nonostante anche la nave
"Garibaldi" disponesse di celle frigorifere:
«Il ministero
della Difesa ha comunicato che tutta la documentazione in originale prodotta
dalla ditta Brown-Root è stata a suo tempo consegnata, previo rilascio di una
ricevuta, al dr. Locatelli della Rai, all’atto della consegna delle salme di
Ilaria e Miran. La predetta consegna avvenne a Luxor in Egitto. Una copia della
ricevuta è stata rimessa secondo le informazioni del ministero della Difesa, al
sostituto procuratore dr. De Magistris [De Gasperis, ndr]. Lo Stato maggiore della Difesa ha avviato una ricerca intesa ad
accertare se esistono in archivio delle copie della documentazione di cui
sopra».
Giorgio
e Luciana Alpi chiedono allora spiegazioni al direttore della Rai Gianni
Locatelli, il quale risponde loro di non ricordare più nulla... Il fatto certo
è che i genitori di Ilaria non riusciranno mai ad avere quel "Body Anatomy
Report" e il certificato di morte della figlia. Strano, dal momento che i
coniugi Alpi ricordano bene il servizio dell’inviato Giuseppe Bonavolontà, trasmesso
dal "Tg3" il 21 marzo 1994 (all’indomani del delitto), nel corso del
quale il giornalista del "Tg3" aveva citato il certificato di morte:
Che brutti questi
aeroplani che quando volano fanno pensare alla vita e improvvisamente scopri
che possono portare a casa la morte di due colleghi. Abbiamo aspettato Ilaria e
Miran a Luxor per accompagnarli nell’ultimo tratto del loro ultimo viaggio, per
l’ultimo servizio da inviati che la cattiveria degli uomini gli ha concesso.
L’aereo: e pensare che invece avevamo parlato delle prime volte del giornalista
che si sente tale e prova un brivido al decollo del primo viaggio di lavoro: il
battesimo dell’inviato. Ilaria ci credeva, era contenta di essere utile alla
gente e adesso è morta. Le sue cose sono chiuse da uno spago: ci sono le
cassette con le immagini girate da Miran ammucchiate in un borsone, la
telecamera, il telefono satellitare. È tutto quel che rimane a noi colleghi
vivi che non abbiamo più la forza di raccontare. A che serve dire ciò che
accade nel mondo? Pensare che è il mondo a girarti intorno e scoprire a un
tratto che può anche schiacciarti. L’aeroplano vola e la mente corre, si ferma
per leggere le sigle crudeli dei referti
medici: due colpi secchi, una esecuzione. È stata una esecuzione. Due pallottole
e nessuna possibilità di scampo. Poi la mente corre di nuovo. Una collega che
sapeva ridere anche nei momenti difficili, che non c’è più, un operatore che
chiacchierava tanto e lo hanno fatto tacere per sempre. I direttori della Rai
che non riescono più a parlare. Con la mente che corre da sola. Sono le
montagne russe dell’intelletto che ti portano per abitudine da una situazione
all’altra, dal dramma di una umanità a un’altra, fino al capitombolo di oggi.
Dover raccontare l’ultimo viaggio di due della nostra famiglia. A Ciampino
attendono i colleghi ormai a notte fonda. C’è il nostro direttore Andrea
Giubilo con cui è difficile trattenersi da quanto piange, la madre e il padre
di Ilaria, Rita l’amica del cuore con cui divideva la casetta di Sacrofano.
Miran prosegue la strada verso l’aeroporto di Trieste dove si piange da pochi
mesi la scomparsa di 3 giornalisti assassinati in guerra: il 28 di gennaio
morirono a Mostar in Bosnia tre colleghi della Rai di Trieste. Miran operatore
entusiasta che amava la pace ed è stato ucciso in Somalia da intolleranti. È
così, il mondo ti gira intorno e poi ti schiaccia improvvisamente...
Strano, perché i coniugi Alpi ricordano anche che un mese dopo
l’omicidio, quello stesso inviato della Rai Giuseppe Bonavolontà era tornato a
Mogadiscio, ma nel nuovo servizio che aveva trasmesso aveva attribuito
l’uccisione di Ilaria e Miran a un’unica pallottola che avrebbe colpito prima
l’operatore e quindi la giornalista: una dinamica completamente diversa da
quella del certificato di morte che lui stesso aveva citato nel servizio del 21
marzo 1994.
Giorgio e Luciana Alpi si incontrano con Bonavolontà. Il
giornalista conferma l’ipotesi che Ilaria e Miran sarebbero stati uccisi da un
unico colpo vagante, e nulla dice del certificato di morte di Ilaria. Davanti
al magistrato, invece, Bonavolontà ammetterà di avere forzato i sigilli dei due
bagagli: la prima volta sull’aereo a Luxor, e la seconda volta a Ciampino;
senza però spiegare che fine abbia fatto la documentazione relativa alla morte
di Ilaria.
La serie di inspiegabili
"stranezze" è ormai lunga. Ai genitori di Ilaria Alpi non sono stati
consegnati:
a)
l’elenco degli effetti personali della giornalista compilato sulla nave
"Garibaldi" [24];
b)
il riscontro esterno e le foto scattate sulla nave "Garibaldi";
c)
il "Body Anatomy Sketching Report" redatto da signor Victor Baiza
della compagnia mortuaria privata americana Brown-Root di Houston [25];
d)
tre dei cinque block notes appartenuti a Ilaria [26];
e)
due fogli recanti numeri telefonici (arbitrariamente trattenuti
dall’ambasciatore-ministro Plaja, che li consegnerà ai genitori solo dopo
alcuni mesi e dopo essere stato convocato dal magistrato proprio per quella
sparizione);
f)
la macchina fotografica di Ilaria (che compare anche nelle riprese televisive
subito dopo l’omicidio).
A
questi fatti certi e incontrovertibili se ne uniscono altri. Per esempio, è
poco credibile che Ilaria e Miran – i quali dovevano rimanere in Somalia per
dieci giorni – avessero con sé solo 6 videocassette. Tantopiù che Ilaria è
stata uccisa nelle ore precedenti l’appuntamento che, quella sera stessa, aveva
con il "Tg3" per inviare il suo servizio: ma di quel servizio (pronto
per essere "riversato" a Roma) nelle 6 cassette rinvenute non ce n’è
traccia.
Un viaggio a ritroso
Giorgio e Luciana Alpi vogliono
sapere perché la loro figlia e Miran Hrovatin sono stati uccisi, e da chi. E vogliono
anche sapere perché intorno al duplice delitto di Mogadiscio si addensano
ambiguità e reticenze, manomissioni e bugie. Consapevoli che questa verità è
altro dalla versione ufficiale che le autorità stanno tentando di accreditare.
Nella
palazzina del "Tg3", a Saxa Rubra, la redazione esteri è ubicata al
secondo piano, ed è uno stanzone stipato di videocassette etichettate con i
nomi di tutti i luoghi del pianeta. Un archivio planetario governato da una
segretaria-archivista, che si occupa anche dei "fogli di viaggio" dei
vari inviati. Parlando con lei e con gli altri redattori degli Esteri, i
coniugi Alpi apprendono che sulla scrivania di Ilaria, prima della sua partenza
per la Somalia, c’era un taccuino con le indicazioni: «Bosaso, Mugne, Shifco,
1400 miliardi (fondi Fai) di lire... dove è finita questa impressionante mole
di denaro»; è dunque evidente che il viaggio a Bosaso era preparato da tempo e
non era stato una casualità contingente [27].
Ma
perché a Bosaso? La risposta l’ha suggerita il giornalista Giovanni Porzio:
«Vedere cosa stava succedendo nel nord del Paese, per verificare se vi fosse
qualche cosa di interessante, dato che la situazione politica del nord è
diversa da quella di Mogadiscio. Immagino che intendessero fare un servizio sul
nord della Somalia, trattandosi anche di una zona in cui in passato la
Cooperazione italiana ha avuto dei trascorsi: vi è ad esempio la questione
della strada Garoe-Bosaso e vi sono altri esempi di sprechi» [28].
Un
secondo giornalista, Massimo Alberizzi del "Corriere della Sera", ha
testimoniato: «Io e Ilaria avevamo confrontato nomi e dati sulla Cooperazione.
Era un argomento che la interessava, anche se lei amava un giornalismo più di
tipo sociale che investigativo. Prima che partisse per il nord ci eravamo
sentiti per telefono e io le avevo chiesto di cercare informazioni sui pozzi di
Bosaso. Avevamo raccolto materiale anche sulla Shifco, soprattutto sulla truffa
di 350 mila dollari alla Banca d’Italia. Avevamo fatto molte interviste. Però
su un eventuale traffico d’armi non avevamo ancora nulla» [29].
Visionando le
ultime 6 cassette che Ilaria ha realizzato, e mettendo assieme le testimonianze
raccolte, i coniugi Alpi riescono a ricostruire il percorso della figlia in
Somalia.
11
marzo 1994 – Ilaria e Miran partono dall’aeroporto di Pisa a bordo di
un aereo militare [30].
12 marzo 1994 – Arrivano a Mogadiscio. Soggiornano all’Hotel Sahafi,
a Mogadiscio sud, nella zona controllata dalle truppe di Aidid. Rimangono in
città per quattro giorni, nel corso dei quali volano con un elicottero
dell’esercito italiano fino a Balad, a pochi chilometri di distanza dalla
città, dove sono accampati i militari italiani; poi ritornano a Mogadiscio. Qui
Ilaria, insieme al corrispondente dell’Ansa Remigio Benni, tenta di organizzare
senza successo una intervista con il generale Aidid; tenta anche di convincere
il collega a partire con lei per la città di Bosaso, nel nord della Somalia, ma
Benni non può perché deve raggiungere Nairobi per seguire là un incontro
politico di gruppi somali; Ilaria si rivolge allora alla collega del
"Tg2" Carmen Lasorella, che però declina l’invito preferendo restare
a Mogadiscio. Ilaria decide di partire per Bosaso insieme al solo Hrovatin.
16 marzo 1994 – Ilaria e Miran dalle ore 9 alle ore 16 sono a
Baidoa, dove è situato il comando italiano, quindi partono per Bosaso a bordo
di un aereo dell’Unosom. Dalla documentazione rintracciata risulta una telefonata
di 4 minuti di Ilaria al caporedattore del "Tg3" Massimo Loche.
17 marzo 1994 – Durante il soggiorno a Bosaso, Ilaria e Miran
intervistano il cosiddetto Sultano, il direttore del Porto, il capo dei servizi
sanitari, un esponente di "Africa 70" (un’organizzazione non
governativa della Cooperazione italiana), e l’ambasciatore Dardo Scilovich
(rappresentante dell’Unosom nella città). Si recano poi, con un’auto e scortati
da un uomo armato, percorrendo la cosiddetta "strada dei pozzi", da
Bosaso alla cittadina di Garoe, per poi rientrare a Bosaso. Risulta una seconda
telefonata di Ilaria, di 6 minuti, alla redazione del "Tg3" (e una
telefonata alla madre, brevissima, di pochi secondi, perché la connessione
cade).
«La seconda volta mi ha chiamato dicendomi
che l’indomani sarebbe partita per Mogadiscio», conferma il caporedattore del
"Tg3" Massimo Loche, «e in verità la sentii molto eccitata perché
aveva realizzato un "buon servizio", così mi disse per telefono, che
mi avrebbe mandato appena giunta a Mogadiscio... Avevo capito che doveva
trattarsi di un servizio importante, era molto eccitata e contenta di quello
che aveva realizzato. Non mi parlò per telefono del servizio né mi fece cenno
al suo contenuto. Capii dopo che lei aveva intervistato il Sultano di Bosaso
sulle navi della Cooperazione, e lì venimmo a conoscenza che una di queste navi
era stata sequestrata dagli uomini del Bogor Mussa, il cui comandante [della nave, ndr] era un italiano perché
era appunto nella cassetta dell’intervista di Ilaria Alpi... Era una voce
diffusa tra i giornalisti che le navi della Cooperazione trafficassero armi, e
con Ilaria ne abbiamo anche parlato qualche volta, ma come ho detto erano solo
discorsi di interesse giornalistico. Diciamo che con quella intervista fatta al
Sultano di Bosaso la Alpi in qualche modo aveva dato corpo alle voci che
circolavano sulle navi della Cooperazione» [31].
18
marzo 1994 – Ilaria e Miran all’aeroporto di Bosaso aspettano
inutilmente l’aereo per Mogadiscio: il volo, la cui partenza era prevista per
le ore 17 di venerdì 18 marzo, è partito in anticipo, per cui la giornalista e
l’operatore sono costretti a fermarsi a Bosaso per altri due giorni [32].
20
marzo 1994 – Alpi e Hrovatin lasciano Bosaso a bordo di un aereo Unosom
che arriva a Mogadiscio alle ore 13.30 (ora locale). All’aeroporto non c’è
nessun mezzo militare ad aspettarli. Non si sa con precisione quale mezzo
utilizzino per raggiungere l’Hotel Sahafi, dove arrivano poco prima delle ore
14. Qui depositano il materiale, la telecamera e le cassette girate, fanno la
doccia e si cambiano i vestiti. Nell’albergo, Ilaria incontra gli inviati
dell’Afp (l’agenzia di stampa francese), Des Wright dell’agenzia Reuters,
Carlos Mavroleon dell’agenzia inglese Front Line, David Chazan dell’agenzia
France Press; chiama con il telefono satellitare prima sua madre, poi la
redazione del "Tg3", e concorda un servizio per l’edizione delle ore
19 dello stesso giorno: «Ho delle cose grosse, ho un ottimo servizio» [33].
Si suppone (ma non se ne ha certezza) che Ilaria ritrovi all’Hotel Sahafi gli
uomini della scorta che aveva lasciato alla partenza: alcuni di costoro –
secondo il racconto che poi farà l’autista – stanno ancora pranzando, per cui
Ilaria decide di lasciare l’albergo insieme all’autista e scortata da un solo
uomo armato di fucile Kalashnikov (sempre secondo il racconto dell’autista).
Miran
è seduto davanti, accanto all’autista della "Toyota pick-up" a doppia
cabina, Ali Mohamed Abdi; Ilaria è seduta dietro; l’uomo di scorta si trova
ancora più indietro, all’aperto, in piedi sul vano da carico dell’automezzo [34].
La "Toyota" passa la linea che separa la zona controllata da Aidid
(Mogadiscio sud) da quella controllata da Ali Mahdi (Mogadiscio nord). Secondo
il racconto di alcuni soldati pachistani dell’Onu, e secondo la testimonianza
del colonnello Unosom Fulvio Vezzalini [35],
l’automezzo fin da questo punto è seguito da una "Land Rover" blu con
a bordo alcuni uomini armati. La "Toyota" arriva all’Hotel Amana,
nella zona controllata da Ali Mahdi, e qui – sempre secondo il racconto
dell’autista – Ilaria e Miran scendono a cercare il corrispondente dell’Ansa
Remigio Benni, ma senza risultato, per cui risalgono sull’automezzo e ripartono,
sempre seguiti dalla "Land Rover" blu.
Poche
decine di metri oltre l’ex ambasciata italiana, l’automezzo con a bordo la
giornalista e l’operatore viene stretto sulla destra dalla "Land
Rover" blu. La "Toyota" fa marcia indietro per circa 80 metri,
poi si ferma contro un muro; l’uomo della scorta e l’autista fuggono. Miran
viene ucciso da un colpo alla tempia destra, Ilaria da un colpo alla nuca sulla
sinistra. Il commando omicida è formato da sette uomini [36],
e uno di questi indossa una divisa della polizia somala.
Dall’Hotel
Sahafi, l’operatore Carlos Mavroleon sente gli spari e le comunicazioni radio
dell’Unosom, e accorre sul posto; riconosce subito Ilaria, tenta di
soccorrerla, ma ritiene che sia ormai morta; per cui aziona la telecamera e
riprende la scena [37].
Ore 15.30 circa – Il faccendiere italiano
Giancarlo Marocchino, da anni residente a Mogadiscio, viene informato
dell’agguato e accorre sul posto, dove arriva circa 20 minuti dopo il duplice
omicidio.
Ore 15.35 – Marocchino chiama via radio
i giornalisti Giovanni Porzio e Gabriella Simoni, da lui ospitati (come spesso
era solito fare con alcuni giornalisti italiani), e chiede un’auto con scorta
davanti all’Hotel Amana.
Ore 15.45 – I due giornalisti italiani
arrivano sul luogo del delitto. I corpi di Ilaria e Miran vengono trasbordati
dalla "Toyota" all’auto di Marocchino. Mavroleon filma l’operazione:
si sente chiara la voce del faccendiere che grida: «Quei maledetti non mandano
nessuno... hanno paura di venire qui».
Marocchino
informa l’ambasciatore Mario Scialoja, alloggiato in un compound dell’Unosom. L’ambasciatore dichiara di non poter
intervenire perché privo di autista e scorta (a Mogadiscio, in quel momento,
erano presenti circa 9 mila caschi blu), e avverte il comando militare
italiano.
Intervistato
dal giornalista svizzero Vittorio Lenzi sul luogo del delitto, Marocchino
dichiara: «Allora non è stata una rapina, si vede che sono stati in certi posti
dove non dovevano andare». Il giornalista domanda: «C’è una spiegazione a
questi agguati improvvisi senza senso?»; Marocchino risponde: «Poi ci sarà...
io penso che ci sia una spiegazione».
I
due corpi vengono portati al Porto vecchio. Qui vengono raggiunti da due agenti
del Sismi, il servizio segreto militare italiano; uno dei due è Alfredo
Tedesco. Ilaria respira ancora. Dalla nave "Garibaldi" arriva un elicottero
con a bordo personale medico. «Adagiamo Ilaria e Miran per terra su due
lenzuoli grigioverde. Il medico militare introduce una cannula nella bocca di
Ilaria e pompa aria, ma subito si arrende. Non c’è più niente da fare» [38].
I
due corpi vengono portati sulla nave "Garibaldi", dove viene
certificata la loro morte, e vengono sottoposti a un primo esame esterno; segue
un primo inventario dei loro effetti personali. Dalla nave
"Garibaldi" i corpi della giornalista e dell’operatore vengono di
nuovo trasportati a Mogadiscio, e collocati in celle frigorifere. La mattina
successiva verranno trasportati da un aereo militare a Mombasa, poi a Luxor, in
Egitto, e da là, con un aereo civile mandato dall’Italia, a Roma.
Sette navi molto strane
Mentre i coniugi Alpi tentano di
ricostruire la verità intorno alla morte della loro figlia e di Hrovatin, alla
redazione del "Tg3" viene riesaminata con cura la videocassetta
contenente l’ultima inchiesta realizzata dalla giornalista assassinata.
Sullo
schermo appare Ilaria, che sta intervistando Abdullahy Mussa Bogor, il
cosiddetto Sultano di Bosaso. Il somalo parla un italiano comprensibile:
«Cambio
completamente argomento», dice Ilaria. «Parlo di questo scandalo, di questo
proprietario somalo con passaporto italiano che si chiama Mugne, che avrebbe
preso queste navi che erano di proprietà dello Stato [somalo] e le avrebbe
usate a suo uso privato».
Il Sultano
interrompe la giornalista: «Lui?».
«Lui!», risponde
Ilaria.
«Lui solo?»,
insiste il Sultano.
E la giornalista:
«Lui con altre persone... Io le chiedo di spiegarmi che cosa è successo».
«Beh, durante il
collasso», risponde il somalo, «lui era a capo di questa [flotta, ndr] internazionale che si chiama Shifco, ed era una
proprietà praticamente di Siad Barre, e lui gli faceva da amministratore. E
quando è arrivato il collasso lui si è preso le navi. Ha fatto scendere tutti
gli equipaggi somali in Tanzania, a Dar es Salam, e se l’è squagliata con le
navi in Italia. Parte di questa proprietà apparteneva a una società italiana. È
la società in collusione con Mugne... Mugne non era niente, e non è niente
tuttora. È la società che manovra».
Alpi: «Sa il nome
della società?».
Bogor prende
tempo tentando di non rispondere: «...Il nome... Lo conosce».
Alpi risponde:
«Io no».
Bogor: «Comunque
lo trova...».
«Se mi dà una
mano lo trovo meglio», insiste Ilaria.
«Deve far
ricerche, deve guadagnarsi il pane lei...», ride il Sultano.
Alpi: «Non mi
vuole dare una mano?».
Bogor diventa
improvvisamente serio: «Non posso... Sa, queste società... hanno dovunque dei
lacchè. Comunque in un primo momento loro stavano per arrivare a un accordo con
Ali Mahdi, ma quando hanno visto che il collasso ancora allontanava le speranze
della nazione, così come mi ha detto Ali Mahdi, hanno tagliato i ponti anche
con lui...».
Alpi: «Queste
navi sono in Italia adesso?».
Bogor: «La
maggior parte del tempo stanno nel nostro mare, sulla costa migiurtina. Adesso
le abbiamo qui a Batun».
Alpi: «Che cosa è
successo, che cosa avete fatto dopo aver preso la nave?».
«L’abbiamo e
basta», il Sultano tenta di sottrarsi alla domanda e sorride. «Perché, ha
qualche parente nell’equipaggio?».
La giornalista
sta al gioco: «Sì, ho qualche parente nell’equipaggio...».
Il Sultano
continua a scherzare: «Il capitano, eh? Un tuo capitano?...».
Ilaria conferma
ironica: «Il mio capitano».
Bogor, con il
sorriso autoironico: «Li teniamo là sulla nave perché il territorio è infestato
da colera, come lei sa...».
Alpi: «Dov’è la
nave? La possiamo vedere?».
«Perché volete
vederla?», risponde Bogor, e aggiunge con sibillina ironia: «Perché vuole
vederla? Lei è del Sismi? Lei prenda l’informazione e basta...».
Ilaria sta al
gioco e incalza: «Se non vedo non credo».
Bogor: «Se non
vede non crede?... Usi il satellite!».
Alpi: «Non ce
l’ho il satellite».
Bogor: «Lo
noleggi, si può fotografare...».
A
questo punto il filmato ha uno stacco. Miran Hrovatin, l’operatore che sta
filmando l’intervista di Ilaria, si è reso conto che il Sultano elude le domande,
e per non sprecare nastro interrompe la ripresa. Accade spesso che l’operatore,
autonomamente, smetta di filmare quando è evidente che l’intervista si è
arenata. Ma altrettanto spesso accade che l’operatore riprenda a filmare senza
aspettare il "via" dal giornalista; ed è quello che accade nelle
immagini successive, che riprendono all’improvviso mentre il Sultano sta
parlando:
«... Venivano da
Roma, da Brescia, da Torino, dal regno sabaudo [dal Piemonte, ndr] a maggioranza».
Alpi: «...E
invece non crede che sia importante che si sapesse che c’è questa...».
Il Sultano,
accortosi che la telecamera di Miran si è riaccesa, fa capire che non vuole
essere ripreso; Ilaria fa cenno a Miran di spegnere la telecamera. «...Tanto
non...» – la frase è monca perché la registrazione si interrompe.
Le immagini
ripartono mentre il Sultano dice: «...Beh, tanto nessuno ci fa caso... nessuno
ci faceva caso [prima] e nessuno ci fa caso adesso».
Alpi: «No, adesso
[in Italia, ndr] il nostro sport
preferito è quello di fare processi, adesso è diverso, non è come cinque o sei
anni fa...».
Bogor, con aria
sorniona: «L’Italia è rinnovata? Meno male! Mandateci i rinnovatori, così
almeno ci crediamo...». Poi riprende a parlare delle navi come a concludere un
discorso: «Queste navi erano in mare fin dal collasso... Hanno accumulato un
capitale della Repubblica. Non sappiamo a chi appartengano. Erano sette navi,
adesso ce ne abbiamo una, altre due sono fuggite, le altre erano in arrivo.
Perciò non posso dire altro perché abbiamo scarse informazioni. Solo quelle che
ci danno... perché attraverso il telefono non si può parlare nei dettagli».
Alpi: «Questa
cosa è successa qualche mese fa?».
Bogor: «No, circa
20 giorni».
Alpi: «Anche
qualche mese fa era stata rapita una nave italiana...».
Bogor: «Non
italiana, ma taiwanese».
Alpi, riferendosi
alla nave sequestrata da venti giorni: «È italiana?».
Bogor: «Sulla
nostra costa. E non è italiana, è la "Faarax Oomar"... Porta anche il
nome di un nostro eroe nazionalista».
L’intervista si
interrompe qui.
Benché
frammentaria e certamente parziale, la registrazione dell’intervista di Ilaria
Alpi al Sultano di Bosaso qualche preciso elemento lo fornisce. Abdullahy Mussa
Bogor parlava di navi, poi, dopo l’interruzione, di un imprecisato soggetto
«che veniva da Roma, da Brescia, dal Piemonte», zone dove il mare non c’è, e
Brescia è la capitale della produzione di armi in Italia, e citava la società
Shifco...
Navi, tangenti e armi
Proprietaria delle navi alle quali
si interessava Ilaria intervistando il Sultano di Bosaso è dunque la società Shifco:
una verifica presso l’Ufficio del Registro navale italiano permette di appurare
che la sede della Shifco in Italia è presso la società Prodotti ittici
alimentari a Gaeta.
Al
Registro navale risultano registrate a nome della Shifco 6 navi, e non 7 come
ha sostenuto il Sultano di Bosaso. Una delle 6 navi, la "21 Ottobre
II", ha una portata di 3 mila tonnellate di carico, ed è catalogata come
nave da trasporto: è la nave madre, quella che dispone di celle frigorifere
dove viene stivato il pesce pescato. Le altre 5 navi sono classificate
ufficialmente come pescherecci, ma in realtà hanno uno stivaggio di 1500 tonnellate,
una lunghezza di circa 50 metri, e una capacità di navigazione oceanica. I primi
tre pescherecci sono stati costruiti all’inizio degli anni Ottanta grazie a un
finanziamento della Cooperazione. Le altre 3 navi sono state consegnate al governo
somalo alla fine degli anni Ottanta.
Pochi
mesi prima della morte di Alpi e Hrovatin, il 10 gennaio 1994, il settimanale
"Il Mondo" aveva scritto di una inchiesta della Procura di Milano
relativa a queste navi, e di tangenti per la loro costruzione pagate non in
denaro ma direttamente in armi. Ecco il testo dell’articolo, firmato da Cornelia
Valle:
Nella grande
abbuffata di partiti e uomini politici dell’ultimo decennio, una portata è
stata particolarmente succulenta: quella dei finanziamenti e degli aiuti ai
Paesi del Terzo mondo e dei traffici di armi con i Paesi sottosviluppati. I
protagonisti sono gli stessi che da oltre due anni animano le cronache di
Tangentopoli. Dalle confessioni di un testimone finora sconosciuto: Francesco
Corneli, 49 anni, uomo di affari di Tortona (Alessandria), residente a Silvi
Marina (Pescara), emerge un quadro inquietante della corruzione internazionale
e dei legami tra potenti italiani e somali. L’imprenditore, arrestato su ordine
della Procura fiorentina, è stato sentito anche dai magistrati milanesi.
Davanti al
pubblico ministero Gemma Gualdi, titolare dell’inchiesta sul traffico di armi
con i regimi che si sono succeduti in Somalia, Corneli ha fatto nomi
eccellenti: da Paolo Pillitteri, ex sindaco di Milano, a Bettino Craxi, ex
leader del Partito socialista ed ex presidente del Consiglio, fino al suo
predecessore Giulio Andreotti. Tutti coinvolti, secondo la ricostruzione di
Corneli, in losche vicende di traffici illeciti e intrecci con faccendieri
legati ai servizi segreti. E tutti d’accordo nella spartizione dei territori...
«Ricordo che mi è
stato riferito in più occasioni che Siad Barre richiedeva tangenti da parte del
rappresentante italiano Bearzi, parte in denaro, avendo necessità di valuta
estera, e parte direttamente in armi. Barre pretendeva a saldo dei propri
"crediti" a titolo di tangente, per il valore del 50%, tale tipo di
pagamento». In particolare Corneli riferisce di avere sentito una frase che
suona così: «Non solo Bearzi e chi gli sta dietro guadagnano ricche tangenti
sugli affari in Somalia, ma guadagnano pure sulle armi. A Barre infatti il prezzo
delle armi glielo fanno loro stimandolo il doppio e ci guadagnano ogni volta la
metà del prezzo... Era peraltro evidente», prosegue il racconto, «che la
rappresentanza socialista che gli stava alle spalle agiva costantemente
attraverso lui. Ha infatti ripetutamente detto come egli fosse soltanto la
longa manus di Pillitteri».
Corneli cambia
poi argomento. Descrive come avveniva la spartizione dei territori tra i
partiti italiani e spunta il nome di Vittorio [Renzo, ndr] Pozzo, l’imprenditore principe per la costruzione e la
vendita in tutto il mondo di grosse imbarcazioni da pesca. Corneli lo indica
come «uomo del senatore Giulio Andreotti: chiunque abbia conosciuto Pozzo sa
quanto ne rappresenti gli interessi economici in questo settore»; ecco cosa riferisce
al sostituto Gualdi il supertestimone: «Io ho lavorato come dirigente in una
delle società di Vittorio Pozzo. La società si chiama Cospe srl. Ho visto e
sentito personalmente parlare di numerosi appalti vinti dalle sue società per
progetti di pesca nei territori di Etiopia, Perù e Angola. So per certo che in
tali Paesi vigeva il monopolio della Dc, anche se in Somalia per la Sec si
trattava di occuparsi di un’area di investimenti tradizionalmente riservata al
Partito socialista». Tutto ciò significava che Andreotti aveva preso atto del
fatto che Vittorio Pozzo operasse in uno Stato "gestito" dal Psi e
che quindi a questo partito consegnasse tangenti.
Corneli cita a
questo proposito l’esempio di un appalto per tre pescherecci in Somalia: un
primo stanziamento ottenuto dalla Dipco, la Direzione generale per la
Cooperazione allo sviluppo dei Paesi del Terzo mondo cui faceva capo il
corrispondente dipartimento presso il ministero degli Esteri, per la
costruzione e fornitura dei pescherecci; un secondo per modifiche al progetto,
visto che i natanti non stavano a galla, un terzo per armare i pescherecci, un
quarto finanziamento in vista della manutenzione resasi necessaria a causa dei
disaccordi fra somali e italiani. «Per questo quarto finanziamento», prosegue
Corneli, «furono concessi svariati miliardi a titolo di riparazione, nonostante
si trattasse di barche nuove di pacca e appena fornite».
Dulcis in fundo un quinto finanziamento:
«Questa volta finalizzato ad attrezzare gli impianti a terra e a fornire ai
somali le tecnologie necessarie per imparare a servirsene». A quanto ammontò
l’affare? «Il valore del business ammontava a circa 60 milioni di dollari,
anche se il costo reale delle tecnologie non superava il valore di 20 milioni
di dollari». E la differenza? Soldi intascati come tangenti.
Corollario di un
piatto tanto ricco, frutto di un accordo corruttivo, un episodio dai toni
accesi e dai tratti persino violenti svoltosi nella piazzola di parcheggio
dell’aeroporto di Linate a Milano. Una litigata fra Mancinelli (altra persona
coinvolta), scomparso nel 1991, Bearzi, Pozzo e Corneli. «Ricordo che
Mancinelli», racconta Corneli al magistrato, «chiedeva dove fossero finiti i
soldi promessi per la sua mediazione. Ma Pozzo gli assicurava di aver già
sborsato quanto pattuito. Bearzi nascondeva qualcosa tanto da divenire bianco
in volto, giustificandosi, e dicendogli che Pillitteri non gli aveva voluto
dare il denaro per Mancinelli. Mancinelli lo accusò allora di dire falsità
perché lui stesso a Montecitorio aveva parlato con Pillitteri che gli fece
capire che la sua quota l’avrebbe tirata fuori lo stesso Bearzi. Bearzi
continuò il discorso dicendo di non preoccuparsi per i 3 miliardi che non avevano
ancora incassato perché comunque Pillitteri avrebbe fatto in modo di far avere
a Pozzo nuovi finanziamenti Dipco per progetti di pesca in altri Paesi» [39].
* * *
La Prodotti ittici alimentari di
Gaeta è situata davanti al mare con una banchina che dà nel golfo, lontano dal
porto e da occhi indiscreti. Negli uffici c’è il rappresentante della Shifco, e
il "Tg3", nella primavera del 1994, lo intervista:
La nostra collega
Ilaria Alpi parlava di 6 navi donate dalla Cooperazione italiana alla Somalia.
Attraverso ricerche abbiamo appurato che queste navi risultano affittate da
voi.
«Intanto le navi
sono in gestione alla Shifco, bisognerebbe sentire più da vicino... il
responsabile della Shifco, l’ingegnere Mugne Said Omar. Queste navi attualmente
stanno in Somalia e stanno portando avanti questa attività di pesca da diverso
tempo».
Quello che risulta
strano è che queste navi, che sono state donate dalla Cooperazione alla
Somalia, sono di nuovo noleggiate da una società italiana...
«In che senso?
Comunque... un attimo... Questa intervista non vorrei che fosse mandata in onda...
Vi dovete rivolgere all’ingegner Mugne, che attualmente si trova in Africa».
Dove possiamo trovarlo?
«È in movimento
tra Gibuti, Kenia, Yemen. Mi chiama generalmente la sera e gli faccio il
resoconto della situazione perché i contatti con le navi li abbiamo noi».
Ma perché li avete voi che siete italiani e non somali?
«Anzitutto io
sono il responsabile della Shifco Malit...».
La Shifco Malit italiana?
«No sono il
rappresentante della Shifco. La Shifco Malit italiana non esiste più, è stata
messa in liquidazione. C’è solo la Shifco. Si sta cercando, tramite questo
finanziatore che è la Pia [Prodotti
ittici alimentari, ndr], di tirare avanti» [40].
Essendo le navi
costate 50 miliardi [in
realtà 130 miliardi, come si vedrà, ndr],
ed essendo state donate, con tanto di cerimonia a Viareggio, al governo somalo
dalla Cooperazione, risulta strano che sia una società italiana – la Pia – a
noleggiarle, perché dovrebbe essere in mano alle Forze somale, chiunque esse
siano. La denuncia che viene fatta nella intervista raccolta da Ilaria Alpi è
proprio questa: che il signor Mugne abbia preso queste 7 navi – il Sultano
parla di 7 navi – e le stia utilizzando a Gibuti per i fatti suoi, senza che ci
sia più un equipaggio somalo (che è stato sbarcato a Dar Es Salam) e senza che
i prodotti di questa attività rientrino in Somalia...
«Non è vero!
Abbiamo diversi comandanti somali a bordo e [abbiamo, ndr] il personale che, piano piano, subentra ai quadri
italiani, mano a mano che diventa più esperto. Le navi sono completamente
gestite da somali...».
Le risulta che l’equipaggio sia stato sbarcato a Dar Es Salam?
«Questo non è
avvenuto comunque nel periodo in cui io avevo la responsabilità della società.
Mi risulta che le navi abbiano fatto uno scalo a Dar Es Salam e per evitare,
dopo i fatti notori della Somalia [cioè
la caduta di Siad Barre, ndr], per evitare problemi con i Paesi limitrofi,
sono andate a Dar Es Salam, dove hanno fatto le operazioni di trasbordo del
pesce e anche operazioni di sbarco di qualche somalo, come avviene sempre...
noi diamo da lavorare a duecento somali».
Quante sono le navi?
«Cinque
pescherecci, più la nave madre che fa spola con l’Italia».
Le risulta che una di
queste navi sia stata sequestrata da soldati somali, i quali accampano diritti
su questa flotta?
«A questa domanda
non posso rispondere. Non posso dire se è vero o non è vero...».
Non le risulta che una di queste barche è sequestrata a Bosaso?
«Mi risulta che
sta pescando in quella zona... Che sia sotto sequestro o meno, non lo so».
Ma che nave è?
«La "Faarax
Oomar"...».
Il Comando Unosom
conferma il sequestro di una nave con tre marinai italiani, se lei potesse
dirci chi sono questi marinai potremmo metterci in contatto con i familiari...
«Con i familiari
siamo in contatto noi... La cosa è sotto controllo».
Perché il pesce
pescato in Somalia dalle navi regalate dalla Cooperazione non viene venduto in
Somalia, ma viene acquistato dalla Pia?
«Non la capisco,
questa domanda».
Del sequestro della nave in Somalia cosa può dirci?
«Ho parlato ieri
sera con il capitano, diciamo che la cosa è sotto controllo, non c’è
assolutamente nessun problema».
A noi risulta che la
nave sia sequestrata...
«Assolutamente
non è così, almeno che io sappia – poi ci sono altri personaggi che stanno
seguendo il problema... So che hanno pubblicato in un giornale locale a
Mogadiscio la notizia che la nave è sotto sequestro e che hanno trucidato
l’equipaggio, ma questo non è vero...».
La notizia del
sequestro ci è stata confermata dal Comando del Nord Est dell’Unosom a
Bosaso... Un’altra domanda: quali sono i rapporti fra la Pia e la Shifco Malit?
«Lo domandi
all’amministratore delegato della Pia».
La Pia finanzia la Shifco Malit?
«La Pia anticipa
questi fondi per l’attività dei pescherecci e si riprende l’anticipo con la
vendita del pescato».
Qui in Italia?
«Sì».
Ma non si capisce come
questa attività possa giovare ai somali, visto che siete voi a noleggiare le
navi, siete voi a vendere il pesce in Italia...
«Non capisco la
domanda».
Queste barche sono
state donate dalla Cooperazione, costruite con i soldi dello Stato italiano...
«L’importante è
che le navi siano efficienti e disponibili a qualsiasi eventuale governo che
voglia verificare il loro stato. C’è un Registro che "tiene in forza le navi",
quindi non vedo perché si debba parlare di una gestione portata avanti con
interessi diversi da quelle che sono state le finalità iniziali. L’interesse
della Cooperazione in questa flotta era quello di sviluppare la pesca in
Somalia, dare del lavoro al popolo somalo, cosa che si sta facendo. I programmi
sono rispettati».
Le navi sono a Gibuti.
Sono state portate via dai somali tanto che questi pretendono di averne diritto
e ne sequestrano una. Le navi sono noleggiate a una società italiana. Il pesce
viene venduto in Italia. Il tutto viene gestito dal signor Mugne, che peraltro
ha il passaporto italiano... Risulta difficile pensare che questa sia una
operazione di aiuto al popolo somalo...
«Comunque quello
che sapevo l’ho detto».
* * *
Al centro del Golfo di Gaeta, in
un vecchio Fortino, c’è la Capitaneria di Porto. Un ufficiale risponde alle domande
su quella misteriosa flotta e sulla frequenza dei suoi approdi in Italia:
«Quelle navi vengono qui molto raramente, diciamo ogni sei mesi circa». Sei mesi
sembrano un intervallo davvero lungo tra un carico di pesce e l’altro...
In
un vecchio albergo romano, nei pressi della Nomentana, vive un gruppo di
somali. Una pingue signora, una professoressa somala rifugiatasi in Italia
quando è scoppiata la guerra a Mogadiscio, dice: «Conosco qualcuno che può
spiegarvi tutto su quelle navi... Sta sempre in un bar di piazza Esedra che usa
come fosse un ufficio. Si chiama Agi Ambarre: lui sa tutto su quelle navi».
Al
bar di piazza Esedra, seduto a un tavolino sotto il portico, con la spalliera
della seggiola contro il muro, c’è Agi Ambarre. Dice: «Ah... quelle navi... Lo
sanno tutti in Somalia che fanno traffico di armi... Se arrivavate prima vi
facevo conoscere un marinaio che ci ha lavorato e ha visto caricare i container.
Lo chiamano "Forchetto" perché ha i denti davanti separati uno
dall’altro come le punte di una forchetta, se andate alla stazione Termini nel
giorno libero delle cameriere somale, credo che sia il martedì o il giovedì, lo
trovate senz’altro mentre cerca di rimorchiare una ragazza, se volete vengo con
voi giovedì prossimo...».
Container di armi su una delle
navi
Il marinaio somalo Mohamed
Samatar, conosciuto col soprannome di "Forchetto", viene rintracciato
– grazie alla collaborazione di Agi Ambarre – nell’atrio della stazione
Termini. È un tipo alto, giovane, con i baffi, e accetta di rispondere alle
domande del "Tg3".
Tu eri imbarcato su una nave, come si chiamava?
«La nave si
chiamava "21 Ottobre II"».
Cosa facevi su quella nave?
«Facevo il
timoniere».
Quella nave portava pesci in Italia, ma dall’Italia negli altri posti
cosa portava?
«Portava altra
merce, come armi».
In quali porti si fermava?
«A Tripoli,
caricava...».
Voi andavate nel porto di Tripoli, e cosa caricavate?
«Io pensavo che
fossero armi perché i container avevano la scritta "esplosivo, pericoloso,
non toccare"...».
Da Tripoli dove le portavate?
«A Beirut».
Tu riesci a sapere dove si trova la nave adesso?
«Ho un amico che
ci lavora; adesso la nave è a Abadan, in Iran...».
In quali altri posti è stata la nave?
«In Irlanda».
Chi hai incontrato sulla nave?
«Malavasi il
padrone, Mancinelli il suo vice, e Mugne l’amministratore».
Dove sei sbarcato?
«A Livorno».
Racconteresti questa storia anche ai magistrati?
«Sì».
"Forchetto"
mostra un libretto di navigazione dal quale risulta la data di imbarco sulla
nave della Shifco "21 Ottobre II", e quella di sbarco a Livorno. I
fatti che lui racconta si riferiscono al periodo 1991-92. Pochi giorni dopo verrà
interrogato dal maggiore dei carabinieri Francesco D’Agostino [41],
che lavora con il sostituto procuratore Vittorio Paraggio all’inchiesta sulla
Cooperazione.
Per
controllare il racconto del marinaio somalo Samatar, e per aver più chiara la
reale attività della navi della Shifco, chiediamo all’ufficio della compagnia
assicurativa Lloyd’s di Londra l’elenco dei porti toccati dalla nave-madre
della flotta: la "21 Ottobre II" [42].
Il
documento conferma che nel periodo indicato dal marinaio Samatar la nave è
transitata da Beirut; per quanto riguarda Tripoli, non è possibile verificarne
il passaggio perché a quel tempo l’assicurazione non disponeva di un agente in
quel porto. L’elenco conferma anche che la nave-madre "21 Ottobre II"
ha viaggiato dall’Irlanda all’Iran proprio nel periodo in cui Ilaria Alpi si
trovava a Bosaso e si interessava alla flotta. Un viaggio in realtà molto
strano, se si considera che la nave avrebbe dovuto portare il pescato da
Mogadiscio a Gaeta. La Shifco ha esibito alcuni documenti di carico per giustificare
questo enigmatico viaggio come un trasporto di carne dall’Irlanda all’Iran. Ma
le strane rotte della "21 Ottobre II" sono anche altre: gli scali a
Beirut, Tripoli, Akaba, Abadan, aumentano i sospetti sulla reale attività della
Shifco.
L’intervista
al marinaio somalo Samatar, trasmessa dal "Tg3", induce la Procura di
Latina ad aprire un’inchiesta.
La notizia del sequestro della
nave alla quale Alpi e Hrovatin si erano interessati esce sulla stampa. Il
sequestro si conclude poi con un “riscatto” di 670 mila dollari pagato
dall’avvocato della Shifco Mohamed Ragis Mohamed [43].
La nave viene dissequestrata il 13 aprile 1994. I marinai che erano stati
sequestrati, Nazareno Fanesi, Marco Sperduto, Franco Dellipasseri, tornano in
Italia. Una troupe della Rai si reca a Silvi Marina per intervistare uno di
loro, Marco Sperduto. Il marinaio rifiuta l’intervista, ma dichiara di avere
saputo, mentre era sequestrato, che la giornalista Ilaria Alpi stava cercando
di raggiungere la nave "Faarax Oomar" per incontrare gli ostaggi [44].
Chiedendo
notizie sulle navi a Silvi Marina, la troupe della Rai apprende che un altro
marinaio italiano, imbarcato su quelle navi, aveva da tempo manifestato dubbi
sulla loro reale attività. Il marinaio si chiama Biagio D’Aloisi, e ha lavorato
sulle navi della Shifco quando la compagnia che le gestiva si chiamava
Somitfish e non ancora Shifco Malit [45].
La
troupe della Rai lascia messaggi a tutti i familiari del marinaio, che non
risiede più a Silvi. Dopo qualche settimana, alla redazione del "Tg3"
arriva una telefonata di Biagio D’Aloisi, il quale si è stabilito a Frascati dove
dice di fare il pittore. Accetta di essere intervistato, e conferma i suoi
dubbi:
«Una volta veniva
una nave, poi ne veniva un’altra, ci mettevano tanto tempo da Formia a
Mogadiscio, una nave, lenta che sia, ci può mettere 12 giorni, 13 giorni... Poi
i trasbordi non si facevano mai nel porto di Mogadiscio ma a Kisimayo, alla
fonda, con una nave al centro, in questo caso la frigorifera, greca che dir si
voglia, e ai due lati le nostre navi, i pescherecci della Somitfish,
affiancate... Quando sono tornato giù a Mogadiscio con il beneplacito del
cantiere, con una lettera intestata, c’erano dei militari senza gradi:
arrivavano con delle camionette, erano militari, si vedeva dalla divisa e dagli
scarponi, dormivano al Juba Hotel e mangiavano assieme a noi. Dopo un poco si
entra in confidenza, e un maresciallo mi ha raccontato che erano della
"Folgore" e stavano addestrando i somali a sparare... Pensavo che non
era una cosa chiara, e queste armi da qualche parte erano entrate, ma da quali
vie?».
Prime prove di depistaggio
Partiti alla volta di Mogadiscio
in tutta fretta appena diffusasi la notizia dell’uccisione di Alpi e Hrovatin,
gli inviati delle diverse reti televisive tornano in Italia con altrettanta
rapidità. Portano con sé le immagini dell’auto a bordo della quale la
giornalista e l’operatore sono stati freddati, e le prime interviste al
faccendiere Marocchino, all’autista e alla guardia di scorta. Sono immagini e interviste
preziose, soprattutto se confrontate con le immagini girate da Carlos Mavroleon
della "Front Line" e da Vittorio Lenzi della televisione svizzera.
Le
immagini riprese da Giuseppe Bonavolontà per il "Tg3" danno
l’impressione che l’auto delle due vittime sia stata raggiunta da almeno 6
proiettili di grosso calibro, probabilmente sparati a raffica; anche le riprese
dell’interno dell’auto, in particolare dello schienale del posto dove sedeva
Hrovatin (schienale ripreso senza la fodera rossa di cui invece era foderato il
20 marzo), danno l’impressione che più colpi abbiano attraversato il corpo di
Miran e forato lo schienale. Ma a un esame più accurato di quelle immagini
risulta evidente che la serie di fori di proiettile sulla carrozzeria sono
contornati da un alone di ruggine: solo due fori ne sono privi e risalgono
dunque al 20 marzo, gli altri sono di molto antecedenti. È il perito di parte
Antonio Ugolini che riesce a scoprire questo primo errore interpretativo delle
immagini. Errore ancora più evidente nel caso dei fori presenti nello schienale
dove sedeva Hrovatin: si tratta di fori datati, anche perché l’operatore – come ha appurato l’autopsia – è stato ucciso da una pallottola
alla testa che non è fuoriuscita.
Anche
le interviste raccolte dalle Tv a Mogadiscio sono di grande interesse. La più
importante è quella all’autista di Ilaria e Miran, Ali Mohamed Abdi, realizzata
dalla giornalista del "Tg5" Elena Caputo. L’autista dichiara che
sulla macchina dei killer c’era anche un militare somalo in divisa, ma dice anche
dell’altro:
«Durante la breve
sosta all’Amana, noto la presenza della "Land Rover" con sette
persone a bordo tutte armate, ma non mi preoccupo perché una porta la divisa
della polizia, con il berretto blu. Sembra che i sette dentro l’auto stanno
bevendo del chai [tè, ndr], ma mi accorgo che alla nostra
partenza ripartono anche loro senza neanche restituire i bicchieri. Ci
avviciniamo all’incrocio Juba e non ho più l’impressione di essere seguito. Poi
a un certo punto la "Land Rover" ci supera e ci taglia la strada. Due
uomini scendono dalla macchina e cinque restano dentro. Sparano a raffica e il
vetro davanti va in frantumi. Mi ritrovo coperto da vetri, poi mi accorgo che
Ilaria e Miran sono stati colpiti. Dall’hotel Amana escono le guardie armate.
Quello che stava al volante della "Land Rover" è ferito e ci mettono
un po’ a ripartire. Mi riprendo, la guardia è ferita solo di striscio... I
caschi blu nigeriani e pachistani che presidiano i posti di blocco più vicini,
avvertiti, rifiutano di muoversi, dicono che il fatto non è di loro competenza.
Non ci sono italiani in giro perché l’ambasciata che si trova di fronte è ormai
deserta, sono partiti tutti. Dalla stazione di polizia arrivano i poliziotti
somali mezz’ora dopo. Il primo ad arrivare è Marocchino. Poi con due macchine
di soldati italiani dell’Unosom arriva l’italiano
con i baffi che mi ha interrogato».
Quello
che l’autista somalo chiama «l’italiano con i baffi», spiega l’intervistatrice
Elena Caputo, potrebbe essere un agente del Sismi che a Mogadiscio è conosciuto
con il nome di Alfredo. Dunque, un agente del Sismi – Alfredo Tedesco – avrebbe
provveduto a interrogare l’autista della macchina sulla quale viaggiavano Ilaria
e Miran. Risulta assai strano che di questo interrogatorio non sia pervenuta
alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione alcuna
documentazione: del resto, i documenti forniti dal servizio segreto militare
alla Commissione si fermano a pochi giorni prima dell’omicidio Alpi-Hrovatin.
L’autista,
intervistato dai giornalisti Elena Caputo e Giuseppe Bonavolontà, racconta un
dettaglio grottesco: sostiene che Hrovatin sarebbe stato colpito da una
pallottola che gli avrebbe attraversato la spalla, che sarebbe fuoriuscita e
che avrebbe poi colpito anche la Alpi.
Autista: «C’era una "Land
Rover" con sette persone, uno aveva vestito come polizia... Appena che lei
è entrata lì, ed è uscita fuori, mentre che noi venivamo da questa [parte],
loro mi hanno seguito, mi hanno tagliato la strada, mi han cominciato a
sparare... Mi ricordo che la prima persona che seguiva Ilaria...»
Giuseppe Bonavolontà: «L’operatore?
Miran?».
Autista: «Proprio quello... quello [il
proiettile] che è entrato è uscito e ha colpito Ilaria» [46].
Una
versione dei fatti che è in aperto contrasto con gli esami medici effettuati
sul corpo di Hrovatin. Dall’autopsia non risulta che l’operatore sia stato
raggiunto da un colpo perforante (le sole ferite rilevanti sono quelle
all’avambraccio destro provocate da schegge): c’è solo il proiettile che l’ha
ucciso conficcato nel capo (un colpo da destra verso sinistra e dall’alto verso
il basso). È evidente l’intento depistante della versione fornita dall’autista,
finalizzata ad accreditare la tesi del "proiettile accidentale" che
avrebbe ucciso la giornalista e l’operatore per una tragica fatalità.
È
il primo tentativo di confutare la ricostruzione dei fatti così come li ha
ricostruiti l’Ansa subito dopo l’agguato mortale. L’agenzia aveva parlato
dell’autista e della scorta fatti allontanare prima di procedere all’esecuzione
di Alpi e Hrovatin. Una ricostruzione pienamente confermata dai risultati
dell’autopsia sul corpo dell’operatore e dall’esame esterno del corpo della
giornalista: Miran e Ilaria sono stati uccisi da due colpi – uno per ciascuno –
sparati loro alla testa (nel caso di Ilaria, «sparato a contatto del capo»).
Le menzogne del generale
Il 19 maggio 1994 a casa Alpi
arriva una telefonata del generale Carmine Fiore. L’alto ufficiale si lamenta
per un articolo del giornalista Paolo Mondani, pubblicato dal settimanale
"Liberazione", nel quale il generale viene accusato di non avere
soccorso Alpi e Hrovatin subito dopo l’attentato. Il generale, al telefono,
conferma quanto disse nelle ore subito successive all’omicidio: «Non ho dubbi:
a mio parere a sparare è stato un gruppo di fondamentalisti». Il padre di
Ilaria gli domanda: «Quali elementi ha per sostenere questa tesi?»; la risposta
del generale è singolare: «Questa è la mia convinzione». Peccato che le
indagini giudiziarie non si facciano in base a convinzioni, più o meno
arbitrarie, e peccato che le convinzioni del generale Fiore – non suffragate da
alcun elemento – non aiutino in nulla lo sviluppo delle indagini sull’omicidio [47].
Nel
corso della telefonata a casa Alpi, il generale Fiore sostiene poi che quel 20
marzo fece alzare in volo alcuni elicotteri. Ma i genitori di Ilaria sono
stanchi di ascoltare giustificazioni sulle inefficienze e sull’operato dei
militari presenti a Mogadiscio: così dicono al generale di non credere alle sue
affermazioni.
Il
generale Fiore non demorde, e in data 20 maggio invia ai coniugi Alpi la
seguente lettera:
«Gentili signori,
ho letto con dispiacere un servizio riportato sul settimanale
"Liberazione", nel quale vengono formulati alcuni dubbi sul mio
comportamento in occasione della morte della cara Ilaria. Non so se il
giornalista ha riportato fedelmente la loro dichiarazione ma, in ogni caso,
desidero dar loro piena assicurazione che nella vicenda abbiamo operato tutti
con la massima correttezza.
Il giorno 20
marzo tutti i militari erano a bordo delle navi o al Porto nuovo. La notizia
della morte di Ilaria e Miran è giunta al Nucleo carabinieri del Porto nuovo. Gli stessi carabinieri hanno recuperato i
corpi, li hanno portati al Porto vecchio e da qui in elicottero sulla nave
"Garibaldi". Nel contempo
insieme ad alcuni giornalisti italiani (Gabriella Simoni fra questi) si sono
recati all’hotel Sahafi per raccogliere tutto il materiale degli interessati.
A bordo della nave "Garibaldi", alcuni miei collaboratori con l’aiuto
dell’operatore Rai Romolo Paradisi, hanno visionato il materiale girato da
Ilaria per accertare se da esso poteva emergere qualche elemento per risalire
alla causa e agli autori dell’omicidio [48].
Ciò al fine di poter fornire eventuali indicazioni per le prime fasi
dell’inchiesta. Tutto il materiale rinvenuto in albergo e sui corpi è stato
inventariato e rispedito in Italia. Gli
elenchi e il materiale affidati ai giornalisti Gabriella Simoni e Giovanni
Porzio hanno accompagnato le salme al rientro in Italia.
Da parte nostra non è stato operato alcun
sequestro, né trattenuto alcun materiale, anche perché non avevamo alcuna
autorità per fare questo. Desidero ripetere che ci siamo soltanto limitati a raccogliere il
materiale personale dei deceduti, anche perché, come è noto, il giorno dopo
dovevamo abbandonare la Somalia. Se non l’avessimo fatto noi, probabilmente non
lo avrebbe fatto nessuno.
Come loro sanno,
sulla base dei dati che abbiamo potuto raccogliere in quei primi momenti, io ho
formulato una ipotesi ben precisa. Al momento non dispongo di elementi nuovi
che possano modificare la mia convinzione.
Nel confermare
l’assoluta limpidezza di comportamento mia e di tutti i miei collaboratori,
rimango comunque a loro disposizione per ogni ulteriore chiarimento o incontro
che possa contribuire a precisare ulteriormente come sono andate le cose. Con
vivissima cordialità» [49].
Sei
giorni dopo la lettera del generale Fiore, i coniugi Alpi ricevono una
dettagliata relazione sui momenti successivi all’omicidio di Ilaria e Miran
firmata dal giornalista di "Panorama" Giovanni Porzio (la relazione
verrà poi inviata anche al pubblico ministero Andrea De Gasperis). Il
racconto-testimonianza di Porzio contraddice apertamente quanto sostenuto dal
generale Fiore. In particolare:
1)
Il generale sostiene che i carabinieri del Porto nuovo di Mogadiscio hanno
recuperato i corpi di Ilaria e Miran portandoli al Porto vecchio. Il
giornalista dichiara invece che i carabinieri di stanza all’Unosom (scorta
dell’ambasciatore) e gli incursori presenti al porto, non sono intervenuti sul
posto [50],
e che è stato Giancarlo Marocchino a recuperare i due corpi, la quale cosa –
rileva Porzio – ha impedito di raccogliere elementi utili per l’indagine.
2)
Il generale sostiene che i carabinieri erano presenti all’hotel Sahafi mentre i
giornalisti Porzio e Simoni raccoglievano il materiale nelle stanze già
occupate da Ilaria e Miran. Porzio dichiara invece che nessun carabiniere era
presente alla raccolta del materiale: era presente solo il giornalista Vittorio
Lenzi della radio-televisione della Svizzera italiana, il quale ha filmato con
il suo operatore la preparazione dei bagagli, e in quelle immagini infatti non
compare alcun carabiniere.
3)
Il generale sostiene che l’elenco del materiale inventariato è stato affidato
ai giornalisti Porzio e Simoni. Ma Simoni ha dichiarato che questo elenco lei
non ha voluto prenderlo in consegna poiché assieme a Giovanni Porzio doveva
fermarsi alcuni giorni a Mombasa.
4)
Il generale sostiene che non è stato eseguito alcun sequestro, né trattenuto
alcun materiale. Ma questa affermazione contrasta con il fatto che un documento
è stato invece sequestrato e trattenuto dall’ambasciatore Plaja.
Perché
il generale Fiore sostiene con tanto accanimento una versione dei fatti che non
risponde al vero? Perché l’alto ufficiale arriva addirittura a contraddire le
risultanze di esami medici e perizie, e perfino le parole di due giornalisti
che sono stati testimoni del duplice delitto?
Il 9 gennaio 1995, nel corso del
programma "Maurizio Costanzo Show", Luciana Alpi dichiara davanti ad
alcuni milioni di telespettatori: «Il generale Carmine Fiore è bugiardo e
inaffidabile, e mi chiedo cosa pensi il Capo di Stato maggiore dell’esercito di
un generale simile».
L’11
gennaio 1995, il generale Fiore replica inviando una lettera a Maurizio
Costanzo nella quale lamenta anzitutto di non essere stato invitato alla
trasmissione [51]; poi
argomenta: «È invece assolutamente intollerabile che la signora Luciana Alpi,
madre certamente sconvolta dal dolore, ritenga, in forza di ciò, di essere
autorizzata a usare nei miei confronti espressioni ingiuriose e diffamatorie
quali "Il generale Fiore è bugiardo e inaffidabile" reiteratamente
espresse. Pertanto, poiché il dolore, al quale mi inchino, e la libertà di
opinione, che condivido, non possono tradursi in salvacondotto di impunità, ho
incaricato il mio avvocato perché, nelle opportune sedi, tuteli la mia
onorabilità di uomo e di ufficiale dell’Esercito italiano. La prego di voler
rendere pubblica questa mia lettera nel corso della prossima puntata della
trasmissione da lei condotta al fine di ricordarne i fatti e verità».
La
richiesta del generale viene esaudita da Maurizio Costanzo. Luciana Alpi viene
effettivamente querelata dal generale Fiore per diffamazione, e diviene la sola
persona indagata per il "caso Alpi".
* * *
Il 15 giugno 1996, nel corso della
sua trasmissione, Maurizio Costanzo legge una lettera della signora Luciana
Alpi: «Il 12 giugno 1996 mi presentavo presso il Tribunale di Bergamo,
assistita dall’avvocato Guido Calvi. Il Gip, dottor Pesce, in presenza del Pm
Mario Conte, nell’udienza preliminare, emetteva la seguente sentenza: "Non
luogo a procedere perché il fatto non costituisce reato"». In pratica, il
Tribunale ha riconosciuto che la madre di Ilaria Alpi, definendo «bugiardo» il
generale Fiore, ha detto il vero.
Il
25 luglio 1996 l’avvocato del generale Fiore ricorre contro la sentenza, e così
fa anche il procuratore generale di Brescia. Ma il 3 febbraio 1998 la Corte
d’appello di Brescia dà di nuovo ragione a Luciana Alpi. La sentenza è
definitiva, e le motivazioni parlano chiaro:
«Le affermazioni
del gen. Fiore contenute nella lettera inviata ai genitori della Alpi, sono
risultate non corrispondenti a verità in base al racconto dell’imprenditore
Marocchino e del giornalista Porzio e alla relazione, 1° giugno 1994, dello
stesso Fiore diretta allo Stato maggiore dell’Esercito.
Nessuna di tali
affermazioni corrisponde alla realtà. E non solo perché esse sono state
smentite dall’imprenditore italiano, residente in Somalia, Giancarlo
Marocchino, e dai giornalisti Simoni e Porzio, presenti a Mogadiscio all’epoca
dell’agguato, ma perché lo stesso gen. Fiore, nel rapporto indirizzato al
Comando di Stato maggiore dell’Esercito il 1° giugno 1994 – quindi pochi giorni
dopo l’invio della lettera ai coniugi Alpi – ha fornito una versione dei fatti
antitetica a quella contenuta in tale missiva.
Il semplice
raffronto tra queste circostanze e quelle descritte nella lettera indirizzata
dal generale ai genitori della giornalista, dà immediatamente conto
dell’insanabile contrasto esistente tra esse, sì da creare la netta sensazione
che quanto scritto ai coniugi Alpi risponda non all’esigenza di ristabilire la
verità, ma piuttosto a quella, del resto esplicitata nella missiva, di
riaffermare la correttezza e limpidezza del comportamento tenuto dal generale e
dai suoi collaboratori nell’occasione.
Che tutto ciò sia
stato causato da ragioni contingenti, quale la difficoltà di reperimento di
uomini e mezzi in un momento prossimo alla partenza dalla Somalia del
Contingente italiano, è possibile, ma non giustifica certo il tentativo di
accreditare agli occhi dei genitori della vittima una ricostruzione dei fatti
clamorosamente in contrasto con la realtà, in un momento nel quale, oltretutto,
Fiore non poteva ignorare il reale svolgimento, dato che solo alcuni giorni
dopo lo avrebbe fedelmente riferito al Comando di Stato maggiore.
Né è sostenibile
che la diversa versione sia frutto della sintesi epistolare degli eventi,
perché tale asserita "sintesi" si è significativamente risolta
nell’attribuzione ai carabinieri del magg. Tunzi della paternità di alcune
azioni (recupero delle salme e degli effetti personali), il cui merito spetta,
invece, a dei semplici civili.
Fondamento ancora
minore ha poi la tesi... secondo cui la missiva, essendo priva del crisma
dell’ufficialità, non doveva necessariamente essere esatta come un rapporto
informativo. Infatti la lettera non pecca di inesattezza, ma travisa
completamente i fatti, nell’evidente fine di offrire un’immagine di efficienza
dell’Esercito italiano, nella specie immeritato.
È infatti il caso
di sottolineare come l’imputata sia riuscita, nel manifestare il proprio
pensiero su un argomento che riguardava una vicenda per lei tanto dolorosa, a
mantenersi nei rigorosi limiti di una critica civile e misurata, anche se
severa, tra l’altro in un momento storico per cui perfino il linguaggio usuale,
sia parlato che scritto, è ben più aspro e colorito».
Dunque
il generale Carmine Fiore è «bugiardo e inaffidabile». Ma perché l’alto
ufficiale mente, ed è arrivato a sporgere una querela dall’evidente scopo
intimidatorio pur di tacitare i coniugi Alpi? Perché ha tentato di depistare
l’inchiesta?
Cooperazione, navi e armi
La trasmissione dei primi servizi
del "Tg3" sulla Shifco, la società proprietaria delle navi donate
dalla Cooperazione alla Somalia, determina i primi effetti.
Si
fanno vivi due funzionari della Cooperazione: Piero Ugolini (responsabile dal
1986 al 1990 per la Somalia dei progetti di cooperazione nel settore
pastorizia, agricoltura e pesca) e Franco Oliva (responsabile amministrativo
per la Somalia dal 1986 al 1990 dei progetti di emergenza della Cooperazione).
Ugolini e Oliva, fin dalla fine degli anni Ottanta, avevano comunicato
all’ufficio della Cooperazione presso il ministero degli Esteri il loro
sospetto che l’amministratore unico della Shifco, Omar Said Mugne, fosse
coinvolto in un traffico di armi [52].
I due funzionari accettano di farsi intervistare.
Piero
Ugolini è toscano, estroverso, cattolico di formazione; Franco Oliva è invece
laico, di estrazione comunista, chiuso di carattere. Oliva racconta di
essersela vista brutta, nel novembre 1993, mentre si trovava a Mogadiscio:
venne colpito da una misteriosa fucilata mentre guidava la sua automobile, e il
proiettile gli lacerò l’arteria femorale; soccorso e portato all’ospedale, le
sue condizioni risultarono subito gravissime; entrò in coma, ma
inspiegabilmente i medici – o chi per loro – decisero di suturare la ferita
senza nemmeno estrarre il proiettile, e lo rispedirono in Italia a bordo di un
aereo non pressurizzato, senza riscaldamento, senza medicine, senza nemmeno una
coperta; sopravvisse per miracolo.
Nella
saletta di montaggio del "Tg3", Ugolini racconta: «Mugne stava a
Mogadiscio, dirigeva due società: la Shifco, quella per la pesca, e la Gisoma,
che era quella per vendere il bestiame. Nel 1988 in tutta la città correvano
voci di grandi presenze di armi e traffici di armi, giunsero anche voci di
traffici che, intorno a questa società, dentro questa società, con l’occasione
di questa società, stavano avvenendo. L’ambasciata chiese che i dati di
bilancio fossero forniti, questo era un avvenimento del luglio-agosto del 1989,
dopo la prima grossa sparatoria a Mogadiscio e dopo l’uccisione del Vescovo [53].
L’appuntamento [venne fissato] alle 9 il giorno 2 novembre nel mio ufficio.
Appuntamento mancato. Dopodiché fu avvertita la direzione generale a Roma che
la società Gisoma continuava a rispondere interlocutoriamente. Quando lo
segnalammo non fecero assolutamente niente».
Franco
Oliva, da parte sua, dichiara: «Nel secondo semestre del 1990 mi trovavo presso
la sede dell’Enfais [ente somalo
corrispondente del Fai-Fondo aiuti italiano, ndr] e incontrai lì Said
Marina, ammiraglio della flotta somala (e fratello di Said Omar Mugne), il
quale mi disse che aveva incontrato a Tripoli, durante la sua visita, il nostro
ministro degli Esteri [54]
– occasione che mi rimase impressa perché [il ministro] non venne ricevuto dal
Presidente dell’epoca, e mi disse che in quella occasione il ministro degli
Esteri aveva promesso nuovi aiuti, tra i quali era compresa una fornitura di
armi».
Le
parole dei due funzionari della Cooperazione confermano le dichiarazioni del
marinaio somalo Samatar, e rivelano con più chiarezza il rapporto fra Mugne e
Malavasi, un rapporto che oltre a manifestarsi nella società di gestione delle
navi (la Shifco Malit, appunto dal nome di Malavasi), riguarda anche la Gisoma,
altra società che ha come soci sia Mugne sia Malavasi. Malavasi è anche il
rappresentante della Giza, una grossa società di import-export con interessi
nei Paesi dell’Est e a Cuba.
* * *
Fra i numerosi comandanti che
hanno lavorato sulle navi della Shifco e che il "Tg3" è riuscito a
rintracciare, uno solo accetta di essere intervistato. Si chiama Trallori, e
quando non naviga abita una vecchia villa in un paesino della Toscana.
Ci sono stati fatti
che l’hanno indotta a pensare a qualcosa di strano nell’attività delle navi
della Shifco?
«Il fatto
che la nave madre abbia licenziato tutti i marinai somali per un viaggio
specifico. Quello effettivamente sì, mi sembrò strano, essendo navi somale,
sapendo che questi somali hanno bisogno di lavorare e che non potevano tornare
in Somalia, era una cosa strana. Poi non so perché li abbiano sbarcati. Mi
sembrava una cosa anomala per un equipaggio somalo, con la situazione che c’è
in Somalia per dare lavoro alla gente...».
Il viaggio in questione quale era?
«Dall’Irlanda.
Poi vennero a portare viveri, provviste e materiale di pesca a noi. E poi sono
andati a scaricare, mi sembra in Iran, e poi sono venuti a rifornirci e a
prendere il nostro prodotto».
Lei ha mai sentito
raccontare da militari della Folgore fatti strani accaduti su queste navi?
«Io... solamente
parlando, da una parte o dall’altra... c’è gente che dice di aver visto dei
trasporti... ma non so se sono affidabili».
Cosa raccontavano esattamente?
«Raccontavano di
aver visto queste navi che facevano trasbordo lungo la costa somala».
La nave madre o quelle da pesca?
«Quelle da
pesca».
Chi lo racconta sarebbe uno della Folgore?
«Penso di sì. Lui
ha detto di essere un militare della Folgore...».
È
la prima volta che qualcuno coinvolge nell’attività del traffico di armi non
solo la nave madre, quella da trasporto, ma anche i cosiddetti pescherecci
della Shifco. La nave sequestrata alla quale Ilaria Alpi si interessava era per
l’appunto un peschereccio, la "Faarax Oomar".
Le mezze verità del Sultano
I sospetti sulla reale attività
delle navi della Shifco si fanno sempre più concreti. Il primo che li ha
manifestati – anche se molto indirettamente – è stato Abdullahy Mussa Bogor, il
Sultano intervistato da Ilaria Alpi a Bosaso.
Agi
Ambarre, il somalo incontrato al bar nei pressi della stazione Termini, è ormai
un "consulente" del cronista del "Tg3" [55].
Grazie a lui, nel settembre-ottobre 1994 si riesce a stabilire un contatto
telefonico con l’unico posto pubblico di Bosaso, e a fissare un appuntamento a
Gibuti con il Sultano. È ancora Agi Ambarre che assiste il giornalista nel
viaggio a Gibuti e nella traduzione dal somalo.
Il
Sultano arriva all’appuntamento con due giorni di ritardo. Durante il pranzo
con i giornalisti del "Tg3", prima dell’intervista, dice con
chiarezza: «Se racconto le cose che so, sono un uomo morto».
Per
non dare nell’occhio, la troupe del "Tg3" non ha portato la
telecamera tradizionale, ma una piccola telecamera Sony facilmente occultabile.
L’intervista viene realizzata in una stanza d’albergo. Il Sultano parla un italiano
comprensibile (lo ha imparato a Padova, dove ha studiato legge con il professor
Severino Santiapichi).
Vorrei cominciare
proprio dall’intervista che le hanno fatto Ilaria e Miran prima di essere
uccisi. Lei aveva timore a rispondere a delle domande sulla proprietà di queste
navi. Ilaria insisteva, e lei ha risposto «Questa gente ha molti lacchè».
Perché aveva timore?
«Perché so che
queste società che in genere operano [nel
settore della pesca, ndr], in genere non svolgono solo attività di pesca,
ma svolgono anche altre attività collaterali. Specialmente queste società del
meridione italiano. Sapevamo certe cose che non andavano bene».
Quali erano queste cose che non andavano bene?
«Sapevamo che il
traffico di armi c’era, che a volte si sequestravano delle droghe, qualcosa del
genere».
Queste navi facevano traffico di armi e droga?
«Queste sono
notizie che ho ricevuto da gente comune che veniva da noi».
Lei aveva paura a
rispondere alle domanda di Ilaria su queste navi perché sapeva che erano navi
che commerciavano anche in armi e in droga?
«Questo ce lo
confermavano dei marinai che erano stati sbarcati in Tanzania e altri marinai
che prima di loro erano stati sbarcati a Mogadiscio: che l’attività di pesca
non era propriamente condotta ma c’erano altre attività collaterali».
Può essere specifico sulle persone che le hanno detto questo?
«Una volta era
venuto qua [a Bosaso] da Gibuti un uomo comune e ci offriva di venderci
dell’equipaggiamento militare e noi abbiamo [pensato] che non fosse serio
perché ci disse che ce lo avrebbe fornito con le nostre stesse navi da pesca
somale. Noi non abbiamo creduto vero questo. Era un uomo comune venuto da
Gibuti che ci diceva che ci avrebbe fornito armi ed equipaggiamento militare e
noi abbiamo creduto che fosse un truffatore, non gli abbiamo neanche chiesto il
nome».
Altri gruppi politici si sono forniti di queste armi?
«Abbiamo sentito
che alcune partite sono state fornite alla United Somali Congress (Usc) tramite
quelle navi, abbiamo sentito questo ma non possiamo confermarlo».
C’è un momento
nell’intervista di Ilaria, nel quale la telecamera viene accesa quando la frase
era già iniziata. Lei diceva «Venivano da Roma, da Brescia, da Torino» e non
specificava che cosa. Ilaria ha insistito: «Non pensa che sia importante
raccontare che questa...» e poi l’intervista si è fermata. Siccome parlavate di
qualche cosa di illegale perché parlavate anche dei giudici italiani che
dovevano venire qua, e siccome Brescia è la capitale della produzione delle
armi in Italia, questo mi ha fatto supporre che il soggetto di quella frase
fosse «le armi»: «Le armi venivano da Brescia...». È cosi?
«Non lo so. Non
lo so se le armi venivano da Brescia, mi è venuto in mente, così... non lo so».
Lei diceva «Venivano da Roma, Torino, da Brescia»: il soggetto?
«Queste navi
trasportavano delle volte delle armi, l’ho sentito, avevo in mente che Brescia
aveva le fabbriche di armi e di munizioni, lo sapevo».
Lei diceva che «Le armi venivano da Torino, da Brescia»?
«Forse... forse».
Era molto specifico in
quella frase, ed era una frase che veniva detta a camera spenta...
«Non ero sicuro,
né allora, né adesso, che le armi venissero da Brescia, ma comunque da molti
marinai somali... Quell’uomo che veniva da Gibuti ha detto "Ve le fornisco
su quelle stesse navi", e abbiamo sentito, dopo un mese o due, che i
gruppi del sud a Mogadiscio hanno ricevuto delle partite di armi...».
Lei mi deve scusare se
sono insistente, ma dopo poche ore da quella intervista Ilaria e Miran sono
stati uccisi. Noi siamo convinti che Ilaria sia stata uccisa perché faceva una
inchiesta su quelle navi, che come lei mi conferma trafficavano armi e droga.
Lei è stato specifico nel raccontare a Ilaria fatti e documenti che riguardavano
quelle navi?
«Nessun altro
fatto che io sappia. Non le posso... Non lo so... Glielo direi per aiutare la
giustizia, ma non lo so... Ma Ilaria potrebbe aver avuto tutti i documenti che
voleva dal gruppo di Mogadiscio che ha ricevuto quelle armi...».
Una di quelle navi era
stata sequestrata a Bosaso in quel periodo. Che lei sappia su quella nave cosa
è stato trovato al momento del sequestro?
«Al momento del
sequestro la nave pescava e i miliziani che l’hanno sequestrata non hanno
indagato [analizzato] i documenti perché non sapevano né leggere, né scrivere
l’italiano e non abbiamo ricevuto documentazione. Solo che quella nave era
attuale proprietà o ex proprietà della ex repubblica somala».
Riprendendo quella
frase senza soggetto in cui lei diceva: «Venivano da Roma, da Brescia da
Torino»... mi viene da sospettare che su quella nave sequestrata ci fossero
documenti o prove di armi che venivano da quei luoghi. Potrebbe essere così?
Lei può escluderlo?
«Potrebbe essere
così, ma non posso confermarlo perché non abbiamo ricevuto nessun documento
dalla nave sequestrata».
Lei ha paura a parlare di queste cose?
«No, non ho
paura...».
Lei può parlare liberamente di queste cose?
«Sto parlando
liberamente di queste cose...».
Prima mi aveva detto
che se parlava di queste cose era un uomo morto...
«Beh... su queste
cose bisogna essere precisi altrimenti si può danneggiare la reputazione di una
società o di una persona...».
Lei però ha detto «un
uomo morto»...
«Questo fra
noi... [ride, ndr]».
Lei ha sentito parlare anche di traffico di rifiuti tossici nella zona
di Bosaso?
«Nella nostra
zona, no. Nell’altra parte dell’oceano indiano sì...».
Ilaria ha cercato di intervistare i marinai che si trovavano a bordo di
queste navi?
«Ha chiesto di
intervistarli, ma noi non potevamo darle i mezzi necessari per raggiungerli e a
quell’epoca c’era anche il colera...».
Dove si trovava esattamente la nave quando Ilaria ne parlava con lei?
«Io mi trovavo a
Bosaso e la nave si trovava nei pressi di [capo] Guardiafui, nel distretto di
Alula».
Che lei sappia i
marinai che erano sequestrati su quella nave, sapevano che Ilaria cercava di
intervistarli?
«Non lo
sapevano... Ilaria è stata 3 o 4 giorni nella nostra zona, poi è tornata a Mogadiscio».
Dove è stata uccisa...
«Me ne dispiace
molto che una vita giovane si sia persa così, per questa martoriata terra
somala».
Quando lei ha saputo la notizia della morte di Ilaria e Miran, che cosa
ha pensato?
«Ho pensato che
le avevano visto addosso molti soldi... così come succede a Mogadiscio: a scopo
di rapina».
Lei lo sa che non le sono stati rubati soldi?
«L’ho appreso sul
giornale, particolarmente "L’Indipendente"«.
Quando ha saputo che sono stati uccisi senza che gli rubassero nulla,
cosa ha pensato?
«Ho pensato che forse
era [avvenuto] in seguito alla ricerca delle navi...».
Lei ha pensato questo?
«Sì, l’ho
pensato, perché quelle navi non vanno solo a pescare, tuttora non penso che
vanno solo a pescare...».
Ma come può essere
stato possibile che Ilaria a Bosaso, facendo domande su quelle navi, abbia
messo in allarme qualcuno, che abbia poi provocato la sua morte a Mogadiscio?
Come può esser stato possibile?
«Questo non lo
so... Forse continuando le sue ricerche ha avuto qualche informazione più
precisa a Mogadiscio sull’argomento...».
Era appena tornata,
quando è stata uccisa.
«Forse qualcuno
ha segnalato, per via del sequestro della nave, che aveva carpito qualche
informazione da noi, perché quando è tornata la nave era ancora sotto sequestro
e la società non aveva ancora dato ai miliziani il riscatto dovuto» [56].
Questa nave e stata sequestrata perché è una nave somala?
«Sì».
Allora perché l’avete restituita dopo il pagamento di un riscatto?
«Perché ai nostri
miliziani, ai quali abbiamo data l’autorizzazione a cacciare queste navi che
pescano illegalmente, a loro abbiamo dato l’ordine di prendere il riscatto che
volevano: trarre praticamente profitto, ma mandarle via dal territorio».
Non ho capito come mai
avete sequestrato una nave, affermando che appartiene al popolo somalo, e poi
l’avete ridata indietro perché vi è stato pagato un riscatto...
«Perché i
sequestratori hanno pieni poteri. Il contratto è così. Il contratto che abbiamo
con la Milizia era questo: prendete quello che volete, ma cacciatele via quelle
navi. Così è stato con una nave taiwanese e con un’altra nave italiana: sono
liberi di trattare con gli armatori e i proprietari».
A me risulta che
Ilaria avesse avuto un appuntamento per cercare di raggiungere la nave e
intervistare i marinai italiani a bordo.
«Non lo so
questo, perché c’è una Organizzazione Non Governativa a Bosaso... Non so se
attraverso questa ha intervistato per radio i marinai a bordo, può domandarlo.
Attraverso quella [organizzazione] può aver avuto contatti...».
Ci son state altre
persone a Bosaso che quando hanno saputo della morte di Ilaria hanno azzardato
l’ipotesi che sia stata uccisa perché stava facendo indagini sulle navi?
«C’era questa Ong
italiana, all’epoca era sospettata di essere proprietaria di alcuni pescherecci
che lavoravano là. Poi in seguito, la notizia si è mostrata falsa, allora si è
pensato che la giornalista indagasse sia la Ong che le navi...».
Si è pensato che questa fosse una ragione?
«Qualcuno lo ha
pensato, ma non io perché la Ong non era coinvolta con la pesca...».
Chi fornisce di armi le fazioni in lotta?
«La maggior parte
sono compagnie... così come abbiamo sentito personalità italiane conosciute ma
trafficanti...».
Lei conosce Giancarlo Marocchino?
«Ho letto il suo
nome sui giornali, ma non lo conosco...».
Marocchino è stato
espulso dalla Somalia dalla Polizia dell’Onu perché faceva traffico di armi, e
poi è rientrato in Somalia...
«Lui e un altro
[personaggio] italiano che è venuto prima dietro a delle Ong, non ricordo il
nome... un nome con 2 mm... potrebbe essere...».
Garelli lo ha mai conosciuto?
«No».
Anghessa, Giovannini, li ha mai sentiti nominare?
«No».
Marocchino sì, ma non
gli altri...
«Riguardo a
questo: le armi adesso si vendono con le navi che girano dove c’è la guerra,
così come si vendono sottobanco il petrolio grezzo, si gira nelle zone calde
dove c’è la guerra. Si possono ricevere le armi nel giro di 48 ore, basta avere
collegamenti, la nave ha un telex. È come un pescecane che gira intorno alla
sua preda, le navi dei trafficanti di armi girano sempre nella zona della
guerra civile, nell’oceano indiano e nel mare somalo si trovano cargo che hanno
il telex e te le forniscono nel giro di 36 ore».
Lei pensa che per fare
della pirateria sia un buon motivo il sapere che le navi portano armi? Può
essere che la pirateria, tra i suoi motivi, abbia anche questo: cioè il fatto
che le navi possano portare anche armi?
«Può essere un
buon motivo, ma non glielo posso confermare...».
Ci sono stati vari
atti di pirateria nelle coste somale. Può essere che uno dei motivi sia anche
la ricerca di armi e droga dentro le navi?
«Sì, non solo
pescano illegalmente, ma stanno lì per la richiesta della fornitura di armi e
munizioni...».
Perché lei aveva così
paura a parlare della Sec, la Società Esercizio Cantieri, la società che ha
gestito le navi fino a poco tempo fa. Ora sono formalmente gestite dalla
Panati...
«Perché queste
società gestiscono molti affari, e non si può escludere che facciano altri
affari come ad esempio il traffico di armi...».
Lei ha detto che hanno
molti lacchè...
«Perché ci sono
molti uomini che si interessano ai loro affari, da noi ci sono molti che si
interessano alla fornitura di armi...».
Da noi dove? A Bosaso?
«Bosaso in
specifico no, perché quantità enormi di armi pochi possono comprarsele, per poi
venderle a noi o ad altre fazioni. Ma al sud è possibile... Ci sono uomini
ricchi che possono permetterselo, ricevono soldi dall’estero...».
Se lei potesse mandare un messaggio ai genitori [di Ilaria, ndr], cosa direbbe loro?
«Me ne dispiace.
Era un brava giornalista, parlava l’arabo e l’inglese... Non ho mai visto
un’europea parlare l’arabo così bene. L’intelligenza, la giovinezza che
aveva... ci è dispiaciuto molto. Certe sere non dormivo. L’ho conosciuta, ho
sempre avuto simpatia per i giornalisti, soprattutto per quella ragazza che è
venuta in quel villaggio sperduto in quella zona. Aveva tanto coraggio. Me ne
dispiace e faccio le condoglianze ai genitori. Li aiuterò se avrò altre notizie
[e le darò] anche al "Tg3"...».
In alcuni giornali
internazionali, lei è descritto come il capo dei pirati che organizza i
sequestri nella costa del corno d’Africa...
«Questo non è
vero... per il semplice fatto che sono il Presidente del Comitato dell’Elleris,
per cui non posso infangarmi con questa attività sporca. Del resto ci sono
diverse lettere scritte da me al Console onorario di Italia affinché non
pagasse questo riscatto. Alcuni giovanotti della nostra Milizia sono dediti a
questa attività per il profitto che fanno...».
Lei pensa che questi
articoli facciano parte di una campagna di stampa per screditarla proprio
perché lei ha messo in relazione queste navi al traffico di armi?
«Sì. In relazione
a questo sono oggetto di questo discredito...».
C’è stato qualche episodio a proposito di queste navi che può
raccontarci?
«Una volta, un
ufficiale che fa parte dell’Usb, Sbm, la fazione di Morgan, mi ha raccontato
che una di queste navi portava armi alla Usc. Il comandante di una di queste
navi, mentre si avvicinava alla banchina di Kisimayo, si è messo in contatto
radio con il porto. Kisimayo poche ore prima era stata conquistata dalla Spm.
Questa persona chiedeva informazioni perché aveva a bordo dell’equipaggiamento
militare, delle munizioni per loro. Questo colonnello diceva che lui era
l’operatore della conversazione, poi si sono accorti di qualche cosa e sono
scappati...».
Lei mi ha parlato di
vari sequestri, anche di un sequestro di cui non si è mai parlato: il sequestro
di un cargo...
«Sì, il sequestro
di un cargo italiano che portava materiale per il Burundi... Queste sono acque
internazionali e non ci si può avvicinare ai cargo che passano per il Mar
Rosso. Noi dobbiamo salvaguardare la nostra fauna, ma solo fino alle acque
nazionali, non oltre. È una violazione delle leggi internazionali. Il cargo
conteneva materiale della Croce rossa internazionale. Circa 8 tonnellate di
medicinali e un camion e tutto questo è stato preso. Era una nave italiana...».
C’è interesse per le
navi italiane. Può essere che dipenda dalla speranza di trovare generi
militari?
«Comunque passano
nel Mar Rosso molte centinaia di navi, ma quelle erano pescherecci e
danneggiavano il nostro mare, ma al largo passano centinaia e centinaia di
navi, forse quella è stata sfortunata...».
Lei pensa che ci sia stato un interessamento del Sismi nel pagamento dei
riscatti?
«Di questo fino a
un certo punto siamo convinti, perché il Sismi è sempre presente a Mogadiscio,
e questi vengono a Gibuti, quando viene pagato il riscatto... Abbiamo queste informazioni...».
È possibile che a
bordo della nave ci fossero delle armi e che Ilaria sia stata uccisa perché
questa notizia non uscisse?
«È molto
probabile, perché queste navi è certo che trasportano anche equipaggiamento
militare per fazioni e dove c’è una guerra civile, loro lo portano perché con
la scappatoia del peschereccio è comodo portare i carichi di munizioni e di
equipaggiamento militare perché nessuno li vede come trasportatori di armi,
mentre i cargo vengono perquisiti in alto mare...».
Ilaria è stata uccisa
il 20 marzo. Appena arrivata ha intervistato lei. Poi è andata per tre giorni a
Garoe e in alcuni villaggi vicino a Bosaso. Poi è tornata a Bosaso e con
l’aereo dell’Unosom è tornata a Mogadiscio, e la sera dopo sentiamo questo
tragica notizia... Appena ha sentito la notizia cosa ha pensato?
«Ho pensato che
fosse una rapina, come spesso succede a Mogadiscio. Poi successivamente, giorni
dopo, abbiamo sentito che non hanno preso niente e che volevano ucciderla...».
Ha pensato che fosse in relazione al viaggio a Bosaso?
«No, perché la
nostra intervista era semplice, innocua: il sequestro della nave era una parte,
abbiamo parlato dei problemi della nostra regione, delle fazioni, di molte
cose... questa della nave era l’ultima parte [dell’intervista], siccome a
quell’epoca eravamo molto preoccupati delle stragi [di pesce] che facevano
nella nostra costa non ero interessato a rispondere con la radiofonia [a
parlarne per radio], non si poteva chiedere troppe cose perché avevamo scarse
notizie. Si poteva aspettare alla fine quando hanno fatto il sequestro una
notizia breve».
Poi alla fine – lei, Sultano – li ha incontrati questi miliziani?
«Alcuni di
loro... Ma si è parlato della pesca: quelli si trovavano sopra coperta...».
Qualcuno sarà andato nelle stive?
«Alle armi non
pensavo, trovandosi nel posto del peschereccio, non pensavo che trasportavano
armi, adesso ci ripenso e potrebbe anche essere...».
L’intervista
finisce qui. L’intervistato è stato molto attento a mantenersi in bilico su due
binari. Da una parte ha confermato i timori che aveva espresso nell’intervista
con Ilaria, e ha esplicitamente confermato che quelle navi trasportavano armi;
ha anche aggiunto trasporto di droga, altro elemento importante. D’altra parte,
però, ha accuratamente evitato di fornire indicazioni specifiche. Nelle ambigue
parole del Sultano potrebbe esserci una spiegazione alla reticenza: la frase
«Forse qualcuno ha segnalato, per via del sequestro della nave, che [Ilaria]
aveva carpito qualche informazione da noi, perché quando è tornata, la nave era
ancora sotto sequestro e la società non aveva ancora dato ai miliziani il
riscatto dovuto»; se al contrario il sequestro fosse finito e il riscatto fosse
stato pagato, allora ci sarebbe stato un patto di silenzio? È forse questo
patto di silenzio che ha indotto il Sultano a dire e a non dire.
* * *
Un anno dopo, nella prima settimana di giugno 1996, il sostituto
procuratore Giuseppe Pititto (subentrato a De Gasperis nell’inchiesta)
organizza a Sana’a nello Yemen, presso i locali dell’ambasciata italiana,
l’interrogatorio del cosiddetto Sultano di Bosaso Abdullahy Mussa Bogor (in
quello stesso viaggio, il magistrato interrogherà anche Said Omar Mugne).
L’interrogatorio è di estremo interesse,
perché il Sultano tenta di smentire le affermazioni fatte davanti alla
telecamera del "Tg3"; poi, richiamato dal suo stesso avvocato a dire
la verità, cambia registro e conferma tutto, comprese le dichiarazioni che
rilasciò a Ilaria Alpi. Ecco il verbale dell’interrogatorio [57]:
«Ho conosciuto
Mugne Said Omar nel 1993 alla Conferenza di conciliazione nazionale tenutasi ad
Addis Abeba.
La Conferenza
di riconciliazione interessava le fazioni somale che erano in lotta tra di
loro.
A detta
conferenza io partecipai in rappresentanza della fazione Darod.
L’ingegnere
Mugne partecipava alla detta Conferenza in rappresentanza della fazione di
Hawiye.
Alla detta
Conferenza, io e il Mugne venimmo presentati reciprocamente da un comune amico
nei corridoi della sede delle Nazioni Unite Addis Abeba dove si svolgeva la
Conferenza.
Poiché le navi
della Shifco pescavano nei nostri mari, io gli chiesi perché non richiedesse a
noi le licenze di pesca.
Non ricordo le
parole precise di risposta del Mugne, ma ricordo che, con modi non riguardosi
nei miei confronti, mi rispose che non aveva bisogno delle nostre licenze e che
comunque il mare è della Somalia.
Io intervenni
presso il Mugne per dirgli che doveva richiedere le nostre licenze sia in
qualità di Sultano delle regioni del nord-est della Somalia, nelle quali
rientra Bosaso, e sia perché allora io coordinavo l’attività politica e
attività di difesa della zona.
Io non
replicai e alla Conferenza di Addis Abeba ci lasciammo così.
Verso la fine
del 1993, essendo intervenuta una pacificazione tra le mie tribù e quelle di
Mugne, la direzione politica delle nostre fazioni, di cui io facevo parte,
decise di ritirare dal fronte una parte delle nostre milizie per impiegarle a
guardia delle coste.
Fino al
termine del 1993 vi era stata la guerra tra le due grandi famiglie di Hawiye,
di cui faceva parte il Mugne, e di Darod, di cui facevo parte io.
All’inizio del
1994, nel primo trimestre o quadrimestre, le nostre milizie sequestrarono una
nave della Shifco, la Faarax Oomar.
Sequestrammo,
meglio: hanno fermato la Faarax Oomar perché stava pescando senza licenza.
L’iniziativa
di fermare la nave fu presa dai miliziani, i quali avevano ordine di
sequestrare tutte le navi che pescavano senza licenza nelle nostre acque.
La nave venne
liberata dopo circa un mese perché i miliziani chiesero un compenso alla
Shifco, compenso che venne fornito.
Penso che i
soldi per il riscatto li abbia tirati fuori la Shifco ma non lo so.
Io non so a
quanto ammontasse il compenso: si trattava di una questione che interessava i
miliziani.
I miliziani
non versavano le somme riscosse alla direzione politica e militare perché tali
somme costituivano per essi miliziani il compenso della loro attività, e
d’altro canto i miliziani costituiscono un corpo autonomo.
Io venni
informato del sequestro della nave alcuni giorni dopo da un membro della
direzione politica che si trovava a terra a Bosaso e che l’aveva saputo dai
miliziani che avevano fermato la nave.
Mentre questa
nave era sequestrata, dopo due o tre settimane dall’inizio del sequestro,
vennero da me questi due giornalisti, una ragazza e il suo operatore.
I due mi hanno
chiesto di concedere loro una intervista tramite un somalo proprietario di un
albergo utilizzato da una organizzazione non governativa italiana.
Il somalo che
fece da intermediario, tale dottor Kamal, non mi disse la ragione per cui i due
giornalisti italiani volevano intervistarmi. In quel periodo molti giornalisti
italiani e stranieri venivano a Bosaso con gli aerei Unosom.
L’O.n.g. cui
ho fatto riferimento si chiamava "Africa 70".
Io incontrai i
due giornalisti italiani all’hotel Gaa’ite, e tra le molte domande dei due
giornalisti vennero fuori i nomi della Shifco e del Mugne.
Fu la
giornalista a tirare fuori i due nomi chiedendomi se sapessi qualcosa di questa
Shifco e del suo manager l’ingegnere Mugne.
Io risposi che
all’epoca del regime di Siad Barre, il Mugne era il gestore di questa Shifco e
che dopo la distruzione dello stato somalo il Mugne se ne era andato con le
navi e continuava a essere il manager della Shifco.
Non ricordo di
preciso cos’altro mi abbia chiesto la giornalista.
«Rispondendo
alla giornalista che Mugne se ne era andato con le navi della Shifco intendevo
dire che Mugne se ne era impossessato. Qualche anno prima Ali Mahdi mi aveva
detto che Mugne fino a un certo punto, non so dire fino a quale data,
rispondeva agli ordini del governo di esso Ali Mahdi ma che poi il Mugne aveva
tagliato i ponti con Ali Mahdi.
Dicendomi che
Mugne aveva tagliato i ponti con lui, Ali Mahdi secondo me intendeva dire che
Mugne non rispondeva agli ordini di esso Ali Mahdi.
Non so dire
cosa Ali Mahdi intendesse dirmi affermando che Mugne non rispondeva più agli
ordini del governo.
Uscimmo a
parlare di Mugne io ed Ali Mahdi perché io chiesi ad Ali Mahdi di far assumere
dei marinai e del personale di terra dalla Shifco, e Ali Mahdi rispose nei
termini riferiti.
Dopo
l’incontro ad Addis Abeba alla conferenza di riconciliazione di cui ho detto
Mugne e io non ci sentimmo né ci vedemmo sino a quando, mi pare, nel gennaio del
1995, furono sequestrate altre due navi della Shifco. Mugne si trovava qui a
Sana’a, io mi trovavo in un hotel ad Addis Abeba quando mi telefonò Mugne
dicendomi se potevo incontrarlo qui a Sana’a.
Mi telefonò
Mugne personalmente.
Nel
corso di detta telefonata, con me parlò il Mugne soltanto, nessun altro.
Allorché Mugne
mi telefonò, fece riferimento al nostro primo incontro ad Addis Abeba dicendo
che era andato male, che gli dispiaceva, che non ci eravamo compresi e che
aveva una proposta da farmi e se ero disposto a venire a Sana’a.
Io non avevo
nulla di meglio da fare e accettai l’invito e venni a Sana’a dove incontrai
Mugne. Questi mi disse che i nostri miliziani gli avevano sequestrato due navi
e che da informazioni da lui assunte alcuni di essi erano miei parenti, e mi
chiese di intervenire, dicendosi preoccupato perché a bordo delle navi vi erano
una ventina di europei e un’ottantina di somali.
Di fronte a un
problema umano, io dissi che visto e sentito cosa potevo fare...
Il mattino
successivo, io tornai dal Mugne e gli proposi di andare a Djibuti per parlare
con alcuni dei miliziani che avevano sequestrato le due navi. Mugne aderì al
mio invito ed entrambi ci recammo a Djibuti e io, via radio, chiamai alcuni
capi miliziani che conoscevo. Io chiamai questi capi miliziani da Bosaso, e mi
diedero i nomi dei sequestratori.
Io ho chiamato
da Djibuti non da Bosaso; da Djibuti ho chiamato Bosaso e da Bosaso mi hanno
dato i nomi dei sequestratori. Via radio mi sono quindi collegato con le navi
sequestrate chiedendo dei miliziani di cui mi erano stati dati i nomi da
Bosaso. Mi presentai dicendo chi ero e chiesi ai miei due interlocutori di
formare una commissione e mandarla a Djibuti... La commissione venne dopo due
giorni circa con l’aereo da Bosaso e a Djibuti ci incontrammo i sette
componenti la commissione, io e Mugne.
Io feci
parlare Mugne e i componenti la commissione, ma dopo tre giorni non avevano
ancora raggiunto un accordo perché i sequestratori volevano un riscatto e Mugne
non intendeva pagarli, quanto meno nell’ammontare richiesto. Alla fine sono
intervenuto io e ho stabilito quale era l’importo che doveva essere pagato.
Mugne
pretendeva di pagare mezzo milione di dollari che aveva con sé in contanti.
Li ho visti io
i dollari in contanti e li hanno visti anche quelli della commissione.
I
sequestratori pretendevano un milione e duecentomila dollari e io conciliai per
settecentomila dollari.
Mugne pagò
subito i cinquecentomila dollari che aveva con sé e si stabilì che avrebbe
pagato gli altri duecentomila entro sei mesi.
Io non so dove
Mugne prese questi 500.000 dollari, credo che li prese dalle sue banche.
Mugne non ha
ancora dato questi altri duecentomila dollari.
Le navi sono
stati rilasciate.
I miei
rapporti con Mugne si sono chiusi lì sino al mio ritorno dall’Europa dove mi
ero portato nel gennaio del 1995 e da dove ritornai tra la fine del luglio e
l’inizio dell’agosto dello stesso anno.
Andai in
Finlandia perché ho la famiglia lì.
Quando, di
ritorno dall’Europa mi portai a Djibuti, Mugne lo seppe e mi ha chiamato
dicendomi che voleva incontrarmi. Io aderii alla richiesta e ci incontrammo a
Djibuti.
In questo
incontro abbiamo parlato della concessione di pesca nel nostro mare, stabilendo
che Mugne doveva assumere ancora del nostro personale sulle navi della Shifco,
dei miliziani a guardia delle coste e doveva pagare delle royalties alla nostra Regione.
Le royalties sono state convenute nella
misura di trentamila dollari ogni tre mesi.
Mugne non ha
mai pagato le royalties.
Mugne non ci
ha ancora pagato i 200.000 dollari che ci deve per la liberazione delle navi.
Noi abbiamo
pazienza nell’esigere il pagamento delle royalties e della restante somma
dovutaci per il riscatto delle navi perché egli paga i nostri miliziani a
guardia delle coste e perché ha assunto una decina di marinai che si è andata
ad aggiungere agli altri dieci circa che già vi lavoravano.
I nostri
miliziani che lavorano con Mugne sono circa 160 e a essi Mugne corrisponde la
somma di 85.000 dollari ogni tre mesi, somma che i miliziani si dividono tra
loro.
Nell’intervista
che ho rilasciato a Ilaria Alpi io affermai che Mugne non è nessuno perché come
persona non lo stimiamo tanto.
Io non stimavo
tanto il Mugne per il comportamento non riguardoso che lui aveva tenuto nei
miei confronti a Addis Abeba e perché lui appartiene a una fazione diversa
dalla mia per cui è un nemico, più precisamente era un nemico.
Parlando con
Ilaria Alpi della Cooperazione italiana, ho usato l’espressione "un grosso
scandalo" sulla base di quello che avevo letto sui giornali o sentito alla
radio, non perché mi risultasse qualcosa di particolare.
Io ho detto
alla Alpi che il Mugne aveva fatto scendere in Tanzania tutto l’equipaggio
somalo e se l’era squagliata con le navi in Italia perché marinai somali
originari della nostra Regione, che Mugne aveva fatto scendere dalle navi in
Tanzania, ci riferirono che Mugne aveva portato le navi in Italia.
Io, sempre
parlando con la Alpi, dopo averle detto che Mugne non era nessuno, ho aggiunto
la frase "È la società che manovra" per significare che era la
fazione cui egli apparteneva che contava, non lui personalmente, a contare era
la fazione politica cui lui apparteneva e non lui personalmente.
Prendo atto
che io immediatamente prima avevo parlato di una società italiana in collusione
con Mugne: in effetti Mugne aveva una "joint venture" con una società
italiana di Viareggio, secondo quanto è stato scritto sui giornali e sul
bollettino ufficiale del governo somalo, per cui con la frase "è la
società che manovra" intendevo riferirmi alla società di Viareggio.
Io ho
affermato che a manovrare era la società di Viareggio e non Mugne per il fatto
che in Somalia mancava un governo legale.
Non so come si
chiami questa società di Viareggio.
Io dissi alla
giornalista che non potevo darle il nome di questa società perché non volli
dirle che non lo sapevo.
Mi pare che
Ilaria Alpi mi chiese di vedere la nave che era sequestrata e io risposi che
non potevo fargliela vedere perché non potevo intromettermi negli affari dei
miliziani. Una sola cosa ho chiesto ai miliziani dopo l’intervista di Ilaria:
cosa ci fosse dentro la nave. Mi fu risposto che c’erano reti e pesce.
Assunsi la
suddetta informazione da uno dei comandanti miliziani che erano sulla nave, un
certo Iid. Io chiesi la detta informazione al comandante Iid via radio mentre
lui era sulla nave mentre era sequestrata. Assunsi tale informazione via radio
dopo che Ilaria se ne era andata dall’albergo in cui era avvenuta l’intervista.
L’intervista
avvenne tra le 5 e le 6 di pomeriggio di un giorno che non ricordo con precisione.
Io richiesi
l’informazione al comandante Iid la mattina successiva. Io richiesi tale
informazione perché, da quel che ricordo, Ilaria mi aveva chiesto se la nave
sequestrata trasportasse delle armi.
Noi non siamo
sicuri se le navi della Shifco abbiano effettuato traffico di armi.
Verso il
marzo-aprile del 1991 la fazione a cui apparteneva Mugne ha occupato
militarmente la città di Chisimaio e i nostri miliziani usciti dalla città vinti
ci hanno informato che da una delle navi della Shifco stavano sbarcando
materiale militare.
I miliziani
usciti dalla città di Chisimaio vinti lo dissero a me personalmente e ad altri
che da una delle navi della Shifco stavano sbarcando materiale militare.
Non posso dire
i nomi di chi mi fornì tale informazione, perché l’informazione mi venne
fornita attraverso la radio militare della truppa.
Io non so come
i miliziani che mi fornirono l’informazione sapessero che la nave da cui veniva
sbarcato il materiale militare era una nave della Shifco, so che dissero che si
trattava di una nave della Shifco. Il giorno dopo noi del comitato di difesa
chiedemmo ulteriori informazioni alla stessa radio con cui ci era stata
comunicata la notizia il giorno prima e ci fu risposto che la nave stava ancora
scaricando del combustibile.
In tale
occasione noi domandammo nuovamente se la nave da cui era stata sbarcato il
materiale militare e da cui si stava scaricando il combustibile fosse una nave
della Shifco, e ci fu confermato che si trattava appunto di una nave di tale
società.
I miliziani
non ci dissero che tipo di armi venisse scaricato dalla nave della Shifco.
Non so di
altri fatti che possano far pensare a un traffico di armi effettuato con le
navi della Shifco.
I miliziani
non ci dissero il nome della nave della Shifco da cui venivano sbarcate le
armi.
Non ricordo
che nel corso dell’intervista la telecamera sia stata a un certo punto spenta
mentre io e Ilaria continuavamo a parlare.
È vero che a
un certo punto dell’intervista io dico "Venivano da Roma, da Brescia, da
Torino, dal Regno Sabaudo", ma mi riferivo ai fascisti che vennero nella
Migiurtinia nella guerra tra il 1921 e il 1927.
Prendo atto
del fatto che, secondo quanto lei mi dice, al giornalista Torrealta il quale
con riferimento alla frase "Venivano da Roma, da Brescia eccetera" mi
manifestava il proprio sospetto che sulla nave sequestrata ci fossero documenti
o prove di armi che venivano da quei luoghi e mi domandava se poteva essere
così, io risposi che "potrebbe essere così" e non dissi, secondo
quanto oggi ho detto a lei che mi riferivo ai fascisti che erano venuti da quei
luoghi. Il fatto è che con Ilaria abbiamo parlato di cultura per 10-15 minuti a
telecamera spenta, e, quel pomeriggio, dopo che finì l’intervista con Ilaria io
chiamai la radio poiché Ilaria mi aveva chiesto se io sapessi che sulla nave
sequestrata ci potevano essere delle armi.
Prendo atto di
non aver risposto alla sua domanda e dichiaro di aver risposto "potrebbe
essere così", di fronte al sospetto del Torrealta, perché non ero certo
che la nave sequestrata trasportasse armi.
Prendo atto
che parlando con Torrealta io avrei dovuto escludere che la nave sequestrata
trasportasse armi dal momento che mi ero informato dopo l’intervista con Ilaria
sulla circostanza se la nave trasportasse armi ricevendone la risposta che la
nave trasportava reti e pesci soltanto. Probabilmente mi ero dimenticato di
questa risposta allorché io parlai con Torrealta. Tra l’intervista a Torrealta
e l’intervista a Ilaria c’era di mezzo almeno un anno.
Prendo atto
del contrasto che vi è tra la mia dichiarazione alla cui stregua io non so se a
un certo punto dell’intervista con Ilaria Alpi la telecamera sia stata spenta e
la successiva mia dichiarazione secondo cui io e Ilaria abbiamo parlato a
telecamera spenta. Non so quale sia la verità.
Per la verità
non sono in grado di dire con sicurezza se io chiamai la nave sequestrata per
sapere se la stessa contenesse delle armi il pomeriggio stesso in cui rilasciai
l’intervista e dopo che Ilaria se ne andò o, invece, il mattino successivo.
Dicendo alla
Alpi che le navi avevano accumulato un capitale della Repubblica, intendevo
dire che la Shifco, in quattro anni, aveva accumulato una risorsa della Somalia
perché mancava un governo cui dovesse rendere conto.
Ripeto che io
non so se le navi della Shifco, oltre all’attività di pesca, svolgessero
traffico d’armi.
Per mia
conoscenza personale non so se le navi della Shifco svolgessero comunque
attività illecite, per mia responsabilità le dico che ho appreso dai giornali
che svolgevano attività di traffico di armi e di droga.
Prendo atto di
aver dichiarato al giornalista Torrealta di sapere che la Shifco svolgeva
anche, oltre all’attività di pesca, altre attività collaterali e che certe cose
non andavano bene. Io ho reso queste dichiarazioni al giornalista Torrealta
perché all’epoca in cui le ho rese non andavo d’accordo con Mugne e con la sua
fazione e volevo arrecargli un danno sulla stampa, e poi mi riferivo alla notizia
dello sbarco di armi nel 1991 di cui ho parlato.
Secondo me era
lecito anche moralmente, dal momento che io facevo un discorso politico,
accusare ingiustamente la Shifco di traffico d’armi».
A questo punto dell’interrogatorio il
difensore del Sultano invita il suo assistito a dire la verità.
«Prendo atto
che alla domanda del giornalista su quali fossero queste cose che non andavano
bene e che io sapevo, risposi facendo riferimento espresso al traffico d’armi.
Ma mi riferivo al traffico di armi e allo sbarco di combustibili dalla nave
della Shifco di cui ho già parlato.
Prendo atto di
aver fatto riferimento al traffico di droga...».
A questo punto dell’interrogatorio
interviene di nuovo il legale di fiducia di Abdullahi, l’avvocato Duale, il
quale invita il suo cliente a dire la verità. Il Sultano cambia completamente
atteggiamento e chiede al magistrato di riformulargli le domande lasciando
intendere di voler dire il vero. Recita il verbale dell’interrogatorio: «Si dà atto che a questo punto
– sono le 18.40 – l’atto viene sospeso perché il sultano Abdulahi dichiara di
voler pregare, cosa che fa nella stanza in cui l’ufficio si trova. Si dà atto
che alle ore 19.00 davanti all’ufficio come sopra composto si ripresenta
l’indagato e il suo difensore, e che l’avvocato Duale chiede che siano
riformulate all’indagato le domande già fattegli in ordine alle dichiarazioni
da lui rese al giornalista Torrealta. Il Pm aderisce alla richiesta [...]».
«Sin dallo
sbarco di armi e di carburante di cui ho detto e sino alla data dell’intervista
a Torrealta – agosto-settembre 1994 – tutti i somali dicevano che le navi della
Shifco facevano traffico di armi e di droga.
Tutti i somali
dicevano che tutte le navi della Shifco portavano il pesce in Italia e
ritornavano in Somalia con le armi.
Non si diceva
da dove le armi provenissero, si diceva soltanto che le navi tornavano
dall’Italia con le armi.
Vennero da me
personalmente delle persone a dirmi che le navi della Shifco facevano traffico
di armi e di droga.
Queste persone
che vennero a darmi queste notizie erano marinai che avevano lavorato sulla
Shifco e venivano da me a darmi queste informazioni e a chiedermi assistenza in
qualche cosa.
Non posso
ricordarmi i nomi di queste persone, si trattava di gente comune.
La notizia del
traffico di armi con la nave della Shifco mi fu data in diverse occasioni.
Questi marinai che mi informavano sul traffico di armi che erano stati sbarcati
in Tanzania sia marinai che erano stati sbarcati a Djibuti.
Io, nonostante
queste notizie, mantengo rapporti col Mugne perché nessun Tribunale lo ha
condannato per traffico di armi. Io sono convinto che fosse Mugne ad armare
quelli della sua fazione che quando erano in lotta con la nostra fazione
arrivavano armati fino ai denti da 400-600 chilometri.
Questa guerra
tra le fazioni cui apparteneva Mugne e la nostra fazione si verificò nel 1991,
1992 e fino all’inizio del 1993.
Poté essere
qualche altro ad armare quelli della fazione di Mugne, non posso escluderlo.
Io sono
convinto però che ad armare le truppe sia stato Mugne perché una persona ricca
può dare una fornitura di armi; qui si è trattato di rifornire di armi e di
carburanti per i mezzi logistici delle truppe per una guerra che è durata più
due anni e che si è conclusa con la conquista di 3/4 della Somalia da parte
delle truppe delle fazioni cui apparteneva Mugne e a rifornire di armi e di
carburanti per una tale guerra conclusasi vittoriosamente poteva essere solo
uno che avesse continue risorse.
Nel gruppo
delle fazioni a cui apparteneva Mugne non vi era nessun’altra persona che
avesse continue risorse come lui. Bisogna però aggiungere che le sue fazioni si
autofinanziavano anche attraverso il sequestro delle merci trasportate via
terra e che erano destinate alla popolazione delle stesse terre occupate dalle
stesse fazioni.
Si trattava
delle merci che giungevano in Somalia da altre nazioni a titolo di aiuto
internazionale, inviate o da organismi internazionali o da stati o da
organizzazioni non governative o da persone fisiche.
Durante il
periodo della guerra [nel 1992, ndr]
fra la mia fazione e quella di Mugne, noi del comitato di difesa ci riunimmo
più volte chiedendoci da dove provenissero le armi di cui disponevano le truppe
delle fazioni a noi nemiche.
Il comitato di
difesa di cui io facevo parte era composto da un numero variabile da 9 a 12
persone perché talvolta vi partecipavano i comandanti di prima linea.
Durante le
riunioni del comitato di difesa i vari componenti, con l’esclusione dei
comandanti delle truppe che non dicevano nulla al riguardo, affermavano tutti
che in base alle informazioni loro fornite era Mugne a equipaggiare le truppe.
Quando dopo
l’intervista di Ilaria Alpi io chiesi via radio ai miliziani che avevano
sequestrato la nave se a bordo vi fossero delle armi, non dissi che a riferirmi
tale circostanza era stata una giornalista.
Non dissi
neppure ai detti miliziani che Ilaria voleva visitare la nave. Era stata Ilaria
a chiedere a me di poterla visitare.
Io appresi
dell’uccisione dei due giornalisti italiani dalla radio Bbc i giorni successivi
all’assassinio. A Mogadiscio era normale che si uccidessero o si sequestrassero
delle persone.
Mi sono
chiesto nell’immediatezza del fatto e me lo chiedo tuttora perché i due
giornalisti siano stati uccisi.
Io penso che
siano stati uccisi per qualche cosa che avevano scoperto.
Questo
qualcosa non era qualcosa che avevano appreso da noi perché sono partiti sani e
salvi da Bosaso, ma era qualcosa che avevano appreso a Mogadiscio dove erano
rimasti più di un mese prima di venire a Bosaso.
La radio che
io ho utilizzato per chiamare i miei miliziani che avevano sequestrato la nave
era quella del fronte politico militare della fazione nostra che era situata in
una stanza affittata.
Con questa
radio io potevo comunicare sino a Nairobi, anche in Tanzania e in tutta la
Somalia e in tutta l’Etiopia. Si trattava di una radio dell’ex esercito somalo.
Prendo atto di
aver dichiarato al giornalista Torrealta, che allorché ho saputo che i due
giornalisti erano stati uccisi ho pensato che ciò fosse accaduto a causa della
ricerca delle navi. Ciò è possibile, non posso escluderlo.
Prendo atto di
aver dichiarato al giornalista Torrealta, con riferimento all’assassinio dei
due giornalisti, che forse qualcuno aveva segnalato che Ilaria aveva avuto
informazioni da noi. Vorrei sentire la registrazione perché qualcuno può aver
estrapolato o montato le mie dichiarazioni. Dove si dice una parola, se ne può
aggiungere o togliere un’altra. Spontaneamente, Torrealta venne a trovarmi a
Bosaso e io gli dissi che l’indomani dovevo partire per l’Europa, lui mi invitò
a fermarmi a Djibuti come suo ospite all’hotel Sheraton, io accolsi l’invito e
qui egli mi fece un’intervista che durò circa sette ore e proseguì il giorno
dopo per altre cinque ore, credo, e io, a conclusione dell’intervista, gli
dissi che in coscienza non potevo accusare Mugne di essere il responsabile
dell’uccisione dei due giornalisti. Io ho ancora sospetti sul montaggio di
quest’intervista.
Non so da
quale fazione fosse controllata la zona di Mogadiscio in cui sono stati uccisi
i due giornalisti italiani.
Io non credo
che i mandanti dell’assassinio vadano ricercati tra i somali.
Escludo che
siano stati i somali perché Ilaria è rimasta a Mogadiscio un mese e i somali le
volevano bene.
Io ho chiesto
informazioni a gente venuta da Mogadiscio e ne ho tratto l’opinione che i
mandanti siano italiani che erano a Mogadiscio a quell’epoca ma ciò non è
confermato.
Non posso
rispondere alla domanda se io sia personalmente convinto che siano italiani i
mandanti dell’assassinio.
Allorquando
Ilaria mi ha chiesto se con la nave sequestrata si facesse traffico d’armi, io
le risposi che mi sarei informato. Io dissi però a Ilaria che tutti dicevano
che con le navi si faceva traffico di armi.
Non ho altro
da aggiungere. Devo però consegnarle [al
magistrato, ndr] una busta con una mia lettera diretta a lei, ma gliela
consegnerò quando Lei mi avrà licenziato e nell’eventualità che lei voglia
sentirmi sono a sua disposizione. Io resterò a Sana’a fino a domani. Desidero
aggiungere che l’intervista con Ilaria è terminata verso le 6 di pomeriggio,
ora della preghiera, per cui io chiamai con la radio la nave sequestrata il
mattino successivo».
Nuove tracce, altri indizi
Il tentativo di
"insabbiare" l’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, archiviando
il caso come un duplice omicidio senza movente originato da una sventurata
casualità accidentale, o da una proditoria azione "terroristica" di
estremisti islamici, si rivela vano. Benché molti sappiano e tacciano, benché
vi sia chi continua a operare affinché la verità dei fatti non emerga, la
vicenda è ormai un caso. In Parlamento si susseguono le interrogazioni, e i
mass media – in particolare il "Maurizio Costanzo Show" (oltre,
ovviamente, al "Tg3") – seguono gli sviluppi del caso con attenzione.
La
magistratura di Roma, con il sostituto procuratore Andrea De Gasperis, prosegue
l’inchiesta sull’uccisione della giornalista e dell’operatore. Ma vi sono altre
due inchieste giudiziarie che potrebbero indirettamente riguardare il
"caso Alpi": la prima, avviata dalla Procura di Milano e poi passata
a Roma per competenza, è relativa all’attività della Camera di commercio
Italo-somala; la seconda, della Procura romana, è stata avviata nel 1992 (due
anni prima dell’uccisione di Ilaria e Miran), ed è relativa alla Sec e al
finanziamento illecito di quelle navi da parte del ministero degli Esteri.
Quest’ultima inchiesta – originata da una denuncia di Francesco Donella, e
condotta dal sostituto procuratore Maria Cordova – ha un percorso giudiziario
travagliato.
Il
13 dicembre 1994, pochi giorni dopo il provvedimento di sequestro della
documentazione relativa al finanziamento da parte del ministero degli Esteri
alla Sec per la costruzione delle navi da regalare alla Somalia, nella sede
romana della Sec è avvenuto uno strano furto: i ladri, introdottisi da una
finestra sul tetto, hanno asportato oggetti di scarso valore (bomboniere
d’argento e alcuni altri oggetti); ma soprattutto hanno rotto i sigilli che la
Procura aveva apposto all’armadio che conteneva tutto il materiale documentale
sul finanziamento ministeriale destinato alle navi da donare alla Somalia.
Secondo l’avvocato della Sec, nessun documento era stato trafugato
dall’armadio, ma secondo la Procura non tutto il materiale che vi era contenuto
era stato repertoriato, e dunque le certezze del legale della Sec non sono
verificabili [58]. E a quello
strano furto è seguito uno strano smarrimento: gli 8 faldoni dell’inchiesta,
accatastati nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Roma, sono diventati 7,
perché uno è scomparso, ed è il faldone principale.
Alla fine del 1994 il giornalista
del "Tg3" Maurizio Torrealta apprende che una fonte riservata avrebbe
fornito notizie indirettamente attinenti l’omicidio Alpi-Hrovatin, notizie
riferite alla Procura di Udine.
Il
giornalista si reca a Udine, e incontra il procuratore capo; questi conferma
l’informativa e precisa che è stata spedita alla Procura di Roma già da sei
mesi.
Il
giornalista del "Tg3" interpella allora il procuratore romano
Vittorino Mele, il quale nega di avere ricevuto alcunché dalla Procura di
Udine. Il giornalista incontra anche i due sostituti procuratori Andrea De
Gasperis (che si occupa dell’omicidio Alpi-Hrovatin), e Franco Ionta (che
conduce diverse inchieste su traffici di armi): anche i due sostituti negano di
avere ricevuto l’informativa spedita dal procuratore capo di Udine sei mesi prima.
Il
giornalista telefona allora alla Procura udinese per un’ulteriore conferma, e
dieci giorni dopo si reca di nuovo alla Procura di Roma: stavolta, come per
incanto, le carte inviate da Udine saltano fuori, reduci da un letargo
semestrale.
Ma
cosa c’è scritto, in quella informativa? E come è stata originata?
Nel
maggio 1994 un cittadino somalo si era recato presso la Questura di Udine per
ottenere alcuni documenti. Il funzionario gli aveva incidentalmente domandato
se per caso fosse a conoscenza di qualcosa di utile sull’omicidio
Alpi-Hrovatin. Il cittadino somalo non solo era a conoscenza di varie notizie
inerenti l’omicidio, ma si diceva a conoscenza del movente e dei mandanti, e
tuttavia non aveva alcuna intenzione di mettere a rischio la propria vita
testimoniando in prima persona; per cui aveva accettato di raccontare quanto
sapeva a condizione di mantenere l’anonimato. Ecco i brani salienti
dell’informativa della Digos di Udine:
«Da fonte
confidenziale ritenuta attendibile abbiamo appreso in data odierna quanto
segue:
Al porto di
Livorno avrebbe fatto scalo per lunghi periodi un peschereccio battente bandiera
somala di colore bianco con scritta nera chiamato "Shifco", visto
personalmente dalla fonte nel periodo maggio-giugno 1993, che sarebbe in realtà
stato utilizzato per traffico internazionale di armi. Il capitano sarebbe un
tal Mugne, un cittadino somalo di circa 50 anni con doppio passaporto
italo-somalo, fratello di un ammiraglio delle forze navali somale... Secondo
quanto appreso, questi avrebbe in passato acquistato armi nella ex Iugoslavia
vendendole poi al deposto regime somalo di Siad Barre, facendo poi ritorno in
Italia con carichi di pesce.
Dopo la caduta
del dittatore, il Mugne avrebbe allacciato analoghi rapporti d’affari con la
fazione di Ali Mahdi, operante proprio nel settore di Mogadiscio ove i due
giornalisti [Alpi e Hrovatin, ndr]
furono assassinati. L’unica differenza consisteva nel fatto che le armi erano
di provenienza polacca...
La Alpi sarebbe
venuta a conoscenza di tale situazione e si sarebbe recata a Bosaso, porto
somalo che si affaccia sul mar Rosso ai confini con lo Yemen e Gibuti, ove
avrebbe verificato la presenza di detta nave. In quel centro avrebbe inoltre
chiesto informazioni a persona operante presso l’ufficio del ministero per gli
Affari esteri, alla fonte nota unicamente con il soprannome di "King
Kong" che sapeva essere legata al precedente regime di Siad Barre e che
quindi aveva tutto l’interesse a fornire le notizie richieste...
A seguito del
tragico fatto [l’omicidio Alpi-Hrovatin,
ndr] Mugne avrebbe precipitosamente abbandonato la nave... e avrebbe
trovato rifugio negli Stati Uniti e in Canada...
Dell’illecito
traffico... sarebbe a conoscenza tal Forchetto Mohamed, cittadino somalo
residente a Roma, legato con rapporti di parentela con l’ex capo di gabinetto
di Siad Barre che aveva lavorato sulla nave allo scopo di fornire al passato
regime ogni utile informazione sull’attività di Mugne...
Il duplice
omicidio sarebbe avvenuto in quanto i due avrebbero filmato nel porto di Bosaso
la presenza di una nave proveniente o in partenza per l’Italia, di quelle
solitamente utilizzate per il trasporto degli aiuti umanitari il cui carico
sarebbe invece stato costituito da armi e munizioni...
La nave, già
denominata Shifco, dovrebbe attualmente chiamarsi "Mohamuud Harbi" e
essere attraccata nel porto di Bosaso; la compagnia sarebbe inoltre
proprietaria di un altro battello di più ridotte dimensioni che si chiama
"Osman Raghe" utilizzato in prevalenza per il trasporto di armi dalla
costa verso l’interno...
[Secondo la
fonte] un certo Marocchino di cognome e di nazionalità italiana, che dovrebbe
gestire aiuti umanitari in Somalia, collaborerebbe con un certo Garelli Guido
inquisito per traffico di armi dalla Procura della Repubblica di Brindisi e con
tale Garcia Lopez Jorge Luis... Gli stessi, secondo quanto appreso, disporrebbero
di una società aerea di piccole dimensioni con sede a Roma in via Fauro. Dette
persone sarebbero a conoscenza dell’illecito traffico e potrebbero essere
coinvolte proprio in virtù dell’attività primaria svolta dal Marocchino...».
Questa
informativa è tanto importante quanto singolare, e merita alcune
considerazioni:
a)
La fonte riferisce alcuni dettagli del tutto inediti: il Sultano di Bosaso, in
effetti, è soprannominato "King Kong", e il marinaio somalo Samatar
viene effettivamente chiamato "Forchetto".
b)
Si ha l’impressione che l’informatore riferisca cose apprese da altri, e che
dunque sia impreciso. Per esempio quando racconta che, dopo l’uccisione della
giornalista e dell’operatore, Mugne sarebbe fuggito negli Stati Uniti o in
Canada: questo viaggio non risulta, mentre risulta invece che il marinaio
Samatar, dopo l’intervista al "Tg3" e l’interrogatorio del maggiore
Francesco D’Agostino, si sia trasferito in Canada.
c)
Molte delle affermazioni dell’informatore sono puntualmente confermate, come
l’inchiesta della Procura di Brindisi a carico di Garelli. Altre sono imprecise
nella forma ma autentiche nella sostanza. La nave non si chiama Shifco, bensì
"21 Ottobre II": Shifco è il nome della società proprietaria delle
navi. Mugne è l’amministratore unico della società, non il capitano della nave.
Un’altra nave citata, la "Osman Raghe", appartiene alla flotta della
Shifco, ma il nome corretto è "Cusmaan Geedi Raage". Non risulta che
Alpi e Hrovatin abbiano filmato la nave della Shifco: risulta invece che la
giornalista e l’operatore abbiano tentato di salire a bordo della nave senza
riuscirvi, e che abbiano incontrato invece persone che avevano a che fare con
il sequestro della nave.
Quanto
alla piccola società aerea che avrebbe sede in via Fauro, il quotidiano
"Liberazione" del 14 maggio 1994 (cioè poco prima della data
dell’informativa) aveva pubblicato un articolo, intitolato «Cambiali somale in
via Fauro», nel quale veniva menzionata una società di trasporto aereo e
marittimo chiamata Finchart che sarebbe stata legata all’ex ministro della
Sanità somalo Nur Elmy Osman (sospettato di essere coinvolto in un traffico di
rifiuti tossici). In questo caso la fonte anonima potrebbe essersi limitata a
riferire quanto scritto dal quotidiano.
In
sostanza, l’anonimo informatore è piuttosto bene informato, ma non precisamente
informato. Di certo, costui si muove in un ambiente molto vicino alla Shifco,
al punto che gli errori e le imprecisioni sembrano voluti per impedire che un
racconto troppo preciso possa poi permettere la sua identificazione.
Certo
è che le rivelazioni dell’informatore sono una pista investigativa molto
importante da seguire. Ed è una circostanza gravissima il fatto che per sei
mesi questa prima informativa sia stata "dimenticata" dalla Procura
di Roma.
Un ulteriore servizio trasmesso
dal "Tg3" sulle nuove rivelazioni raccolte a Udine determina un primo
effetto positivo: il sostituto procuratore De Gasperis incarica i funzionari
della Digos udinese di proseguire i contatti con la fonte.
Intanto,
il giornalista del "Tg3" riceve una telefonata minatoria da parte
dell’ammiraglio Said Marina, fratello di Omar Mugne (amministratore unico della
Shifco): «Vedrai che alla tua famiglia succederà qualche cosa, e Allah ti
punirà...». La telefonata viene registrata dal giornalista.
Nei primi mesi del 1995 altre due
persone ammettono di conoscere informazioni importanti sulle navi della Shifco.
La
prima telefona alla redazione del "Maurizio Costanzo Show", dopo una
nuova trasmissione dedicata al "caso Alpi"; la redazione del
"Costanzo Show" passa il contatto al "Tg3". Si tratta di un
ex dipendente del gruppo Panati, Silvano Gasperini, il quale afferma di sapere
notizie sul traffico di armi. L’incontro fra il testimone e il giornalista del
"Tg3" avviene proprio davanti ai capannoni della Crios (una società
del gruppo).
«Vi ho contattato perché ho visto la trasmissione del
"Costanzo Show" e ho visto la madre [di Ilaria, ndr] disperata che ha fatto un nome a me ben noto: Vito
Panati della Panapesca. Ho lavorato con lui per diversi anni: facendo trasporto
di pesce congelato e surgelato, ed ecco che vi ho contattato perché qualche
cosa la so pure io...».
Cosa sa esattamente?
«Che ci sono
sempre stati movimenti di camion grossi tra qui e la Pia di Gaeta, camion che
rimanevano fermi senza aver scaricato e senza motivo. Poi una volta, nel natale
1991, avevo comperato dei panettoni e delle bottiglie di spumante per gli
autisti per Natale... portandoli giù – perché li avrei consegnati agli autisti
per la festività – ho trovato delle casse che non hanno niente a che fare con
il pesce surgelato, che di solito è in cartoni: ho trovato delle casse di legno
strane, legno grezzo, dipinto con una vernice che sembrava copale, chiuse con
fascette di ferro, con delle scritte in stampatello, in cirillico, che non era
né inglese né francese. Si parlava di armi e di droga... Una volta ci fu un
intervento. Prima non era asfaltato. L’anno che piovve molto a Roma e ci furono
molti danni. Il bilico lasciò il rimorchio fermo su due staffe. Andò via la
motrice, e questo bilico piano piano stava sprofondando per terra con tutto il
motore davanti. Fu fatto un intervento della gru e per tirarlo fuori, la gru
spezzò due travi da rotaie. Il peso era enorme. Fu tirato fuori, ma la cosa strana
è che la merce poteva benissimo essere scaricata nei frigoriferi, invece fu
lasciata lì. Poi andò via... Qui le persone lo sanno tutte. Se parlano, bene,
se non parlano, è la paura che li fa star zitti, ma può essere che la prima
punta sfonda e vengono appresso delle altre...».
Lei ha parlato anche
di camion che non venivano sdoganati correttamente...
«Ci sono stati
più di un caso. Di un caso ci sono anche testimoni. Questi camion partivano
direttamente da Fiumicino, senza passare la dogana. Venivano sdoganati solo con
le carte e poi raggiungevano Gaeta. Questo è successo nel 1990, ’91 forse...».
Lei ha un contenzioso con Panati?
«È stato fatto un
arbitrato, che io ho vinto, e mi ha pagato almeno le fatture che non mi aveva
pagato. Adesso sto in Corte di Appello. Se esiste la legge avrò ragione...».
Lei ha detto che, ha
visto queste cose assieme al suo autista: ci aiuti a trovare altri testimoni...
«Senz’altro, e
sono disposto ad andare anche dal Procuratore...».
Al "Tg3"
telefona anche un somalo che, dopo aver visto la trasmissione del
"Costanzo Show", chiede di poter incontrare il giornalista che segue
il caso Alpi perché ha diverse cose da raccontare. L’incontro avviene in una
città del nord, nella casa dove il somalo vive con la moglie e i suoi numerosi
figli. L’intervistato chiede di essere ripreso dalla telecamera di spalle:
Lei ci ha contattato
perché vuole aiutarci a capire chi utilizzava le navi che la Cooperazione ha
regalato alla Somalia per fare traffico di armi. Chi le utilizzava?
«Chi portava le
armi in Somalia era italiano».
Chi è?
«Il suo nome è
Giovannini Giorgio».
Cosa sa di lui?
«L’ho visto...
Dopo che Siad Barre è stato sconfitto, ho visto le armi che lui ha portato. Le
ho viste con i miei occhi e le ho toccate con le mie mani...».
Erano portate da una nave?
«Erano container
e non potevano non essere portati che da navi...».
Che nave era?
«Questa nave è
stata quella regalata a Siad Barre dalla Cooperazione italiana».
A chi sono state vendute le armi?
«Seicentomila
dollari, mi ha detto il mio clan, che Siad Barre non ha pagato. Siad Barre ha
comprato quelle armi da Giovannini che non le ha portate in tempo. Siad Barre
era stato sconfitto. Dopo 8 o 9 mesi sono arrivate le armi e il mio clan ha
pagato. La prima rata è stata di 400 mila dollari. Sono tornato in Italia e il
mio clan doveva pagare ancora 200 mila dollari... Le armi venivano dai Paesi
dell’Est. Erano bombe a mano, Kalashnikov, bazooka, erano armi nuove...».
Questo Giovannini Giorgio di chi era amico e con chi lavorava?
«Giovannini
Giorgio fin da quando era arrivato, era come se fosse stato il figlio di Barre.
Il suo amico e socio di affari era Osman Anaghel, altri amici erano questi due
fratelli, uno comandava la marina militare e la flotta: Mugne e Siad marina...
Giovannini aveva anche conoscenze italiane, l’uomo alle spalle che aveva era Craxi...».
Dove vendeva le armi?
«Quello che io
so, che mi hanno detto: le armi le vendevano in tutta l’Africa. Io non ho dubbi
anche nei Paesi Arabi. Dove ci sono i soldi vanno...».
Anche in Sud Africa?
«In Sud Africa,
là compravano...».
Quali altre persone italiane facevano parte dell’organizzazione?
«Gli italiani,
oltre lui non li conosco... Giovannini è andato avanti per dieci anni. Se in
questo momento il mio clan telefona, Giovannini viene e vende».
Lei lo ha incontrato?
«In casa di
Anaghel lo ho conosciuto. Lì con due iugoslavi, uno di cento chili, uno più
giovane e una donna iugoslava, e l’ho visto anche in Italia viaggiare insieme
all’uscita di Mestre mentre viaggiano verso Est... Io da dove è partita la nave
non lo so esattamente, ma se cerchiamo assieme con i miei parenti somali,
possiamo sapere anche se era mattina o sera...».
Lo direbbe anche alla magistratura?
«Voglio garanzie:
ho molti figli, chi li mantiene, voi? Voglio essere protetto se mi succede
qualcosa. Gli uomini di Giovannini stanno in Somalia e se vedono questa
intervista sparano ai miei fratelli».
Dopo
l’intervista con il somalo, il giornalista del "Tg3" si reca in
Provincia di Modena per incontrare Giovannini, che accetta l’incontro ma a
condizione di non essere né filmato né intervistato [59].
Giovannini ammette l’amicizia con Anaghel, e i suoi frequenti
viaggi in Iugoslavia e in Somalia: «Parlavo bene sia la lingua iugoslava che
quella somala, e facevo da traduttore per altri», racconta. Ammette che le navi
hanno portato materiale bellico, ma insiste sulle munizioni più che sulle armi.
Racconta che adesso lavora nell’import-export con il Kazakistan, e sostiene di
essere stato ormai emarginato dagli affari grossi in Somalia.
Giovannini
risulta essere titolare di varie società con filiali a Gorizia, a Trieste e in
Austria; ma lui sostiene che le filiali estere, dopo la morte di Barre, sono
state chiuse.
L’intervista
con il somalo nella quale si parla di Giovannini non viene trasmessa dal
"Tg3" per due ragioni: anzitutto perché il racconto del traffico di
armi non riguarda specificamente il periodo dell’uccisione di Alpi e Hrovatin;
poi perché le accuse sono molto individuali, col rischio di addossare a una
singola persona responsabilità di un traffico di armi condotto da una
organizzazione complessa e ancora funzionante.
Seconda parte
LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA
L’ombra dei servizi segreti
sulla Cooperazione
Alla fine del
1993 l’Italia è ancora scossa dalla bufera dell’inchiesta giudiziaria
"Mani pulite". La Procura di Milano ha appena scoperchiato alcuni dei
filoni del sistema della corruzione. Un sistema del quale gli ingenti
stanziamenti per la Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo sono una parte
non trascurabile: progetti tanto costosi quanto inutili, stanziamenti
multimiliardari, ruberie e tangenti, con il contorno di traffici di ogni
genere, primo fra tutti il traffico di armi. Il sistema corruttivo che ha
accompagnato anche la Cooperazione ha mosso tangenti fino al 35-40 per cento
del fatturato, lievitando al di là di ogni controllo sia da parte dello Stato
donante sia da parte di quello ricevente.
Per la complessità del fenomeno, per la sua
vastità, e per il coinvolgimento di delicati rapporti di politica internazionale,
il Parlamento italiano, dopo contrasti politici e lungaggini burocratiche,
benché sia alle porte la fine anticipata della legislatura, riesce a varare la
Legge 46, del 17 gennaio 1994, istitutiva della Commissione bicamerale di
inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo.
La Commissione parlamentare viene insediata
il 3 novembre 1994 e comincia a operare all’inizio del 1995. E non può non
occuparsi anche del delitto Alpi-Hrovatin [60].
Il 22
febbraio 1995 la Commissione ascolta, in una formale audizione, Giorgio e
Luciana Alpi, e dopo avere acquisito agli atti il materiale documentale
consegnato dai genitori della giornalista decide di occuparsi con priorità del
caso Alpi-Hrovatin. L’obiettivo è quello di fare luce sul retroterra del
duplice omicidio e sul movente, anche per fornire alla magistratura elementi
utili per arrivare a identificare gli esecutori e i mandanti.
Tra i filoni di indagine della Commissione,
ce ne sono in particolare tre: la Cooperazione italo-somala; il traffico
internazionale di armi; eventuali responsabilità nella vicenda da parte del
comando militare italiano, della Cooperazione, dei servizi segreti (il duplice
omicidio, infatti, è avvenuto a Mogadiscio mentre il Contingente italiano stava
rientrando in Italia dopo il fallimento della missione "Restore
Hope").
I lavori d’indagine della Commissione
parlamentare si svilupperanno attraverso numerose audizioni [61],
raccolta di materiali, acquisizione di testimonianze e documenti, e all’inizio
del 1996 porteranno una delegazione della Commissione a Mogadiscio e a Gibuti.
* * *
Il giorno che
precede l’audizione di Giorgio e Luciana Alpi, cioè il 21 febbraio 1995, il
quotidiano "la Repubblica" pubblica un’intervista al Pm romano
Vittorio Paraggio, il solo magistrato che in quel momento sembra indagare sulla
Cooperazione. L’intervista pare essere una autocandidatura di Paraggio al ruolo
di consulente della Commissione parlamentare.
Nell’intervista il Pm Paraggio dichiara
fra l’altro:
«L’uso distorto dei fondi per la Cooperazione non è soltanto una questione di
ruberie. Non si tratta di semplici, seppure gravi, casi di concussione e
corruzione. L’esempio della Somalia è lampante. Tutte le vicende legate a quel
Paese hanno avuto uno sviluppo costante, secondo un preciso disegno portato
avanti negli anni, da chi ha gestito i fondi della Cooperazione... Adesso tocca
ad altre strutture e ad altre istituzioni tracciare regole precise per evitare
che tutto torni come prima... Indagando ho avuto la sensazione che tutte le
vicende legate a quel Paese abbiano avuto uno sviluppo coerente con un certo
disegno... Un disegno che sembra rispettare un obiettivo perseguito da chi
aveva la gestione del fondo. Non spetta al magistrato stabilire quale sia: è un
compito della Commissione...». E ancora,
a proposito di un possibile traffico di armi: «La Cooperazione ha delle
caratteristiche tecnico-giuridiche che inevitabilmente portano a finalità
diverse. In questo settore, tutto il materiale di importazione nei Paesi
beneficiari non è sottoposto a dazi e imposte doganali. Si tratta di aiuti. È
ovvio che l’invio è agevolato. Ma questo comporta anche un minor controllo...».
E alla domanda se abbia scoperto casi
specifici, Paraggio risponde: «Talvolta sì: ma le prove non sono state
trovate. Restano i sospetti. C’è però un dato significativo: la Cooperazione è
stata particolarmente intensa e frequente nei Paesi attraversati da guerre
continue: Angola, Mozambico, Etiopia e... adesso Somalia».
Il pubblico ministero Paraggio viene prima
candidato e poi nominato come consulente della Commissione. Insieme al
magistrato, diviene consulente dell’organismo parlamentare anche il maggiore
Francesco D’Agostino, che affianca Paraggio nell’inchiesta della Procura romana
sulla Cooperazione [62].
Due inquirenti-consulenti che si riveleranno perlomeno discutibili, come
emergerà nel novembre 1997:
«Il Tribunale
di Roma ha fatto ciò che doveva fare. Si è trovato davanti una richiesta di
rinvio a giudizio [al termine dell’inchiesta
romana sulla Cooperazione, ndr] di 28 pagine e una ordinanza di 157,
confusa, generica, farraginosa. E l’ha cassata. Bacchettando il Pm Vittorio
Paraggio, oggi a capo della Procura di Voghera. Paraggio è finito nella bufera
per aver stralciato la posizione di Chicchi Pacini Battaglia [oscuro faccendiere italo-svizzero,
pluri-inquisito, ndr], imputato nel processo e improvvisamente escluso. E
rimproverando indirettamente il suo braccio destro, il colonnello Francesco
D’Agostino, anche lui finito nei guai per lo stesso mai dichiarato episodio (e
che attualmente, oltre a essere stato promosso da maggiore a colonnello
dell’Arma dei carabinieri, è addetto d’ambasciata ad Ankara in Turchia)...
Quando spuntò il nome Pacini Battaglia fu l’inizio della fine» [63].
* * *
La
Commissione parlamentare comincia i suoi lavori tra molte difficoltà. La
principale è la mancanza di documentazione inerente l’attività delle imprese
italiane all’estero nel rapporto con il ministero degli Esteri, con la
direzione della Cooperazione e con i governi dei Paesi in via di sviluppo.
Difficoltà che si protrarrà durante tutti i lavori dell’organismo parlamentare:
ne è esempio l’audizione dell’ambasciatore Giuseppe Santoro (già responsabile
della Direzione generale per la Cooperazione allo sviluppo) [64],
il 28 settembre 1995:
Onorevole Gritta Grainer: «Rispetto agli
anni 1986-87, la quasi maggioranza dei fondi per il Fondo Aiuti Italiani, il 40
per cento circa, è stata stanziata per la Somalia e l’Etiopia. Soltanto una
piccolissima parte (credo il 3 per cento) è stata finalizzata agli aiuti
alimentari, mentre gli altri sono stati spesi per grandi progetti sovrastrutturali...
Le risulta che l’archivio del Fai sia stato trasportato a Mogadiscio per un
certo periodo? Esiste un documento in proposito: quando la Corte dei conti ha
richiesto un determinato dato al ministero degli Affari esteri, in particolare
al Dipartimento per la Cooperazione (e se non sbaglio lei era già lì), è stato
risposto che l’archivio del Fai era stato trasportato a Mogadiscio. Come mai? E
successivamente, dopo che il ministero degli Esteri rispose che era stato
riportato in Italia, la richiesta documentazione relativa a tutti i progetti
che la Corte segnalava come sbagliati, non è stata esibita. Tali documenti non
sono mai esistiti? O sono andati persi?».
Ambasciatore Santoro: «... Non so cosa
sia successo, probabilmente lo saprà il mio predecessore che aveva responsabilità
nel periodo in cui questo archivio è stato acquisito dalla Direzione generale
per la Cooperazione. Però devo precisare che uno dei principali problemi che ha
incontrato questa Direzione nell’affrontare la questione dei contratti del Fai
fu proprio quello degli archivi. Fu necessario un grandissimo sforzo per
reperire in tutti i diversi uffici, soprattutto quelli tecnici della Direzione,
il materiale a disposizione...».
* * *
Mentre la
Commissione parlamentare prosegue le audizioni a Palazzo San Macuto, le
indagini della magistratura romana sull’omicidio Alpi-Hrovatin sono ferme,
bloccate da due fattori. Anzitutto, l’impossibilità di svolgere rogatorie in
Somalia (dove, a causa della guerra civile, è assente ogni forma di potere
statale); e in secondo luogo le difficoltà che insorgono ogniqualvolta le
indagini lambiscono i servizi segreti.
Il sostituto procuratore di Milano Gemma
Gualdi conferma alla Commissione, nel corso dell’audizione del 13 giugno 1995,
che i servizi segreti stagliano la loro ombra su alcuni traffici della
Cooperazione, in particolare sull’attività della navi della Shifco e su alcuni
atti inerenti l’omicidio Alpi-Hrovatin:
«Cercando di
farmi coraggio per ciò che sto per dire. In tutta questa vicenda è ricorrente,
timida ma costante nel tempo – secondo le dichiarazioni di molti tra costoro –
la presenza di personaggi che apparentemente nulla hanno a che vedere con le
trattative commerciali, né con il mondo politico, ma che vengono indicati come
esponenti dei servizi segreti, anche se nessuno conosce la verità. Laddove si
vanno a istituire perquisizioni è casualmente presente un certo colonnello,
ovvero nelle dichiarazioni degli indagati si fa sempre riferimento a personaggi
che risiedono permanentemente presso quella determinata sede e che,
autodichiarandosi appartenenti ai servizi segreti, per questi assumono
informazioni. Perfino per l’episodio relativo all’omicidio di Ilaria Alpi fuori
dalla porta di questo pubblico ministero ritorna la stessa presenza costante.
Ma su questo aspetto torneremo in seguito...
Passo ora a
un’altra vicenda, quella relativa alle armi. Esse, assieme alla vicenda dei
servizi segreti, costellano il procedimento. Da persone abitualmente residenti
a Mogadiscio – ed è a verbale – mi viene riferita la notizia che la Camera di
commercio Italo-somala, e in particolare Bettino Craxi e Paolo Pillitteri,
facessero scambio di armi come contropartita della forniture di opere, servizi
e costruzioni o quant’altro ancora in quel territorio [Somalia, ndr]. Dette persone riferivano altresì che si trattava di
un fatto generalmente noto e che nei mercatini di Mogadiscio bastava sollevare
il leggero tessutino che copriva la bancarella per trovare [pistole] Beretta di
fabbricazione italiana».
Il sostituto procuratore milanese illustra
poi ai commissari parlamentari l’inchiesta che ha condotto. È partita
dall’attività della Camera di commercio Italo-somala, ed è arrivata alla Sec,
cioè l’azienda che ha costruito, e per un certo periodo anche gestito, le navi
alle quali si erano interessati Alpi e Hrovatin. La Camera di commercio
Italo-somala era stata fondata nel 1978, con alla presidenza il cognato di
Craxi, Paolo Pillitteri. Poco tempo dopo il ministero degli Esteri aveva
finanziato la costruzione delle prime tre navi della flotta. Inizialmente il
progetto di costruzione di quelle prime tre navi destinate alla Somalia era
stato finanziato in base alla "Legge Ossola" (crediti d’aiuto), e in
un secondo tempo il credito era stato trasformato in "dono". In tempi
ancora successivi il dipartimento della Cooperazione presso il ministero degli
Esteri aveva regalato alla Somalia altre tre navi [65].
Oltre alla Sec (l’azienda costruttrice
delle sei navi), il magistrato Gemma Gualdi cita anche la Gizoma, un’altra
società amministrata dall’ingegner Omar Said Mugne, cioè lo stesso
amministratore della Shifco (la società proprietaria delle sei navi
italo-somale).
Una parte dell’inchiesta del Pm Gualdi è
stata stralciata e inviata per competenza al Pm Vittorio Paraggio della Procura
di Roma. Il fascicolo, partito dalla Procura di Milano il 25 maggio 1995, con
indicati i nomi degli imputati (Bearzi Pietro, Malavasi Ennio, Pozzo Renzo,
Mancinelli Giancarlo, Corneli Francesco, e altri), giunto alla Procura di Roma,
è passato nelle mani di diversi magistrati, fino a quando se ne sono perse le
tracce.
Le indagini della Procura di Milano erano
partite da una sentenza del Tribunale civile [66],
come spiega il sostituto procuratore Gemma Gualdi alla Commissione:
«Si tratta
della controversia instaurata da alcuni cittadini somali, tali Ali Hasci Dorre
e Farah Aidid, contro alcuni cittadini italiani: Pietro Bearzi, Paolo
Pillitteri e Bettino Craxi... Nel 1978 sarebbe stata costituita una associazione
non meglio definita denominata Camera di commercio Italo-somala, il cui
presidente era il dottor Paolo Pillitteri e il segretario generale Pietro
Bearzi... Si sosteneva che tra il gruppo somalo e la controparte italiana – fra
cui Pillitteri e Craxi – era stata raggiunta una sorta di gentleman agreement in forza al quale le provvigioni e le
mediazioni sarebbero spettate [ai due somali] nella misura del 10 per cento
sugli importi degli affari portati a conclusione... e comunque sarebbero state
spartite in eguale misura tra controparte somala e controparte italiana... In
particolare i somali si lagnavano di aver avuto promesse di denaro e di non
averne in realtà intascato se non in minima parte...
Questa sorta
di prassi a metà tra il politico e l’economico si basava sostanzialmente
sull’invogliare gli imprenditori italiani a fornire delle opere e dei servizi
nel Paese somalo... In relata viene detto nei verbali che si trattava spesso di
opere e servizi che non servivano assolutamente a nulla ma che comunque di
fatto venivano finanziate dal ministero degli Affari esteri italiano... Talora,
soprattutto da contatti con i somali, è emerso qualche accenno in merito al
comportamento degli italiani. A tale proposito, leggo testualmente, "si
mangiavano un 30-40 per cento rispetto al valore complessivo dell’affare"...
Pillitteri
riconosce che venivano avanzate continue richieste di denaro da Ali Hasci Dorre
e da Farah Aidid, riconosce le scocciature arrecate da costoro che si recavano
continuamente presso Craxi, presso il figlio di Craxi, presso Pillitteri...
Fatto sta che costoro vengono soddisfatti con dei piccoli versamenti, ad
esempio quello del famoso conto in Svizzera, e sostanzialmente allontanati, e
così finisce la vicenda. Viene allora domandato a Pillitteri se anche qualcun
altro gli avesse domandato del denaro in relazione alle vicende somale. In
particolare il riferimento di questo malizioso pubblico ministero era alla
vicenda di Giancarlo Mancinelli... Mancinelli è un personaggio che ha compiuti
diversi lavori in Somalia, che ha fatto da intermediario – a mo’ di Bearzi, per
intenderci – in Somalia, il quale scopre un giorno di essere irrimediabilmente
malato di un brutto male e che i giorni che gli rimangono sono pochi. Egli
decide non solo che i somali non hanno mai ricevuto integralmente il denaro che
era stato loro promesso, ma neppure lui, che in quel momento era malato e stava
morendo. Non solo [Mancinelli] si è recato inizialmente presso la Procura della
Repubblica di Teramo, ma addirittura ha partecipato a delle audizioni in Senato
su invito dei senatori del Gruppo Verde... [Mancinelli] a un certo punto
effettivamente muore... Il fratello di Giancarlo Mancinelli si reca in
Parlamento e chiede dei denari a Pillitteri facendo riferimento a quelli che
proprio al fratello ormai defunto erano stati promessi...
Una delle
vicende su cui mi piace soffermarmi è quella relativa alla Giza Spa... che è
uno dei vari filoni che emerge dalle dichiarazioni del Mancinelli... Venne
iniziato un progetto e richiesta la intermediazione di Mancinelli poiché la
società, che era notoriamente sponsorizzata dal Partito comunista [italiano] ed
era infatti vicina alle cooperative emiliane, non avrebbe mai avuto la forza
politica di potere intervenire in territorio somalo... Mancinelli dice:
"Con la Giza ebbi un gentleman
agreement. Divenni operativo con la promessa di una ricompensa pari all’1,5
per cento di valore dell’affare”... La Giza provvede alla costruzione di un
centro agrozootecnico di Afgoi destinato all’allevamento e alla macellazione
del bestiame da destinare alla esportazione... Il progetto era stato approvato
nel 1986 e prevedeva un finanziamento di circa 51 miliardi... Va poi tenuto
presente che a tutti questi contratti facevano seguito atti aggiuntivi che
modificavano di molto la cifra... Sempre per il progetto operativo del centro
viene costituita una società autopartoritasi con rappresentanze somale: la Gizoma...
La vicenda
della Giza, peraltro, è strettamente legata al capitolo sul quale intendo
soffermarmi: quello relativo alla Società Esercizio Cantieri (Sec) e alla
famosa vicenda dei vari pescherecci [67]...
Il motivo che mi spinge ad affermare che la Giza riporta alla Sec sono le
dichiarazioni degli amministratori della società Giza da cui si comprende come
anche essi a un certo momento entrano a far parte delle società che gestiscono
i pescherecci... La Società Esercizio Cantieri (nel linguaggio delle Procure è
la cosiddetta "società di Pozzo", suo amministratore delegato... il
cui presidente è l’ex senatore [Giovanni] Pieraccini, già ministro della Marina
mercantile e di altri dicasteri) aveva fornito al governo somalo le famose tre
navi da pesca proprietà dello Stato somalo poi mantenute, rifatte e gestite,
cui è seguita una seconda fornitura di altre tre navi e la gestione era stata
"ab origine" affidata alla società "Somitfish" a capitale
misto italo e somalo i cui affari erano gestiti dal già nominato Omar Mugne... I
rapporti tra Mugne e Pozzo si deteriorano... L’amministratore della società
Giza Spa che, a sua volta, aveva costituito la società Malit Srl con sede a
Milano (i cui soci erano i personaggi della famiglia dell’amministratore della
società Giza) si unisce con la società Shifco costituendo la società Shifco
Malit srl non più con sede a Milano ma a Mogadiscio...
In tutte
queste vicende vi è la presenza di nominativi di persone indicate come
appartenenti ai servizi segreti di taluni
che stazionavano davanti all’ufficio di questo pubblico ministero. In
particolare mi riferisco a una persona un po’ discussa, non fosse altro che per
le sue vicende giudiziarie: si tratta di Aldo Anghessa, onnipresente in questa
vicenda fin dall’inizio – dalla relazione di Mancinelli davanti al Senato della
Repubblica, alle audizioni dei testimoni che dovevano essere convinti da lui su
cosa fosse opportuno o meno riferire a questo pubblico ministero...
Ho omesso di
raccontare che, unita la Shifco Malit, divenendo Shifco Malit Srl nel 1990,
erano state vendute le quote degli esponenti della società Giza nel maggio del
1991 alla Società Esercizio Cantieri di Viareggio, dunque all’amministratore
delegato Renzo Pozzo. Era evidente che poi [nel 1993] la Sec doveva aver ceduto
la totalità delle sue quote alla Panapesca di Gaeta che voi avete già
conosciuto. Anche in questo caso abbiamo riferimento a personaggi dei Servizi.
A costui che vado interrogando chiedo se si sia mai saputo che personaggi dei
servizi segreti frequentassero le sedi della Giza, e questi riferisce che ciò
accadeva regolarmente e precisamente in relazione a personaggi del Sismi e
della Digos...
Abbiamo
parlato di Pozzo, ma abbiamo omesso di indicare come costui fosse conosciuto da
tutti come un andreottiano di ferro, l’uomo di Giulio Andreotti. Tanto è che la
vicenda della Sec e dei sei pescherecci viene indicata come l’interruzione del
monopolio esercitato dalle ditte amiche del Psi in territorio somalo,
l’interruzione quindi dell’egemonia socialista perché il Pozzo avrebbe
rappresentato per tutti il connubio con gli interessi di Andreotti e dunque con
un’area politica decisamente contrapposta a quella finora vista in capo alla
Camera di commercio Italo-somala...
Viene riferito
che il valore complessivo dell’affare relativo alla fornitura delle prime tre
navi era approssimativamente di 30 miliardi mentre quello riferito alle seconde
tre navi ammontava a circa 60 milioni di dollari Usa; in realtà il costo dei
materiali e delle tecnologie utilizzate e concretamente fornite non superava –
viene detto – un terzo della somma effettivamente erogata. Pertanto i due terzi
del finanziamento sarebbero serviti per altre esigenze...
Viene dunque
chiesto all’amministratore delegato della Sec se mai qualcuno gli abbia fatto
strane e impensabili richieste di denaro in relazione alla intermediazione di
affari per la stipula di questa convenzione e i relativi atti aggiuntivi. Renzo
Pozzo riferisce che effettivamente ciò è stranamente accaduto e in particolare
riferisce che sarebbe intervenuto proprio presso di lui Mancinelli, il quale
gli avrebbe chiesto del denaro che inopinatamente [il Pozzo] gli avrebbe
consegnato... solo una novantina di milioni in cambio di un atteggiamento più
morbido verso la Sec. Viene detto infatti che quel versamento era stato causato
dall’opera diffamatoria che in territorio somalo Mancinelli asseritamente
andava svolgendo, opera diffamatoria che gravemente aveva preoccupato la
Società Esercizio Cantieri [la quale] per tacitare il calunniatore aveva
consegnato a lui la somma di 90 milioni...
Altro
brevissimo punto idoneo a pensieri di ogni genere: le dichiarazioni raccolte di
alcuni marinai imbarcati su questi pescherecci, i quali riferiscono di strani
passaggi che avvenivano la notte durante i viaggi della nave-frigo. Essi
specificano di esser stati imbarcati sulla nave "21 ottobre II" di
proprietà della società italo-somala Shifco che ha una delle due sedi a Milano.
I marinai riferiscono in particolare (si potrà leggerlo dai verbali) della
notte e del luogo in cui la nave si è fermata, dell’altra nave che a essa si è
avvicinata senza scritte né insegne, e della piccola barchina che ha accostata
la nave frigo e ha iniziato un lungo trasbordo di casse di legno della lunghezza
approssimativamente... di un fucile... Queste casse recavano la scritta
"Cccp", forse si trattava di armi datate...».
* * *
Il
funzionario della Cooperazione Piero Ugolini, ascoltato dalla Commissione
parlamentare l’8 marzo 1995, racconta i rapporti tra la società Giza di Mugne e
la Cooperazione:
«C’era tutta
una combinazione che va spiegata tra la Gizoma – joint venture per l’acquisto e
l’esportazione del bestiame finanziata dallo Stato italiano (in modo che,
secondo me, non era per niente corretto) – e la Shifco, finanziata attraverso
la Sec di Viareggio, la quale si era prima incaricata della costruzione delle
famose navi, quelle su cui indagava Ilaria Alpi, e poi si era occupata della
gestione della pesca. Ero presente al momento in cui la famosa nave "21
ottobre" è stata consegnata... Questa nave costituiva la nave madre
secondo il progetto che prevedeva tre navi per complessivi 65 miliardi; il suo
costo era di 26 miliardi e non di 17...
Mugne scrisse
una lettera nella quale... affermò che la nave era arrivata con sei contenitori
usati e non dodici nuovi. Il ministero ci mandò un telex in cui chiarì che li
aveva mandati per errore. Come se si potesse fare un errore in questa
operazione, quasi si perdessero cinquemila lire di tasca!
Certo non ho
alcuna prova, ma abbiamo pensato chiaramente che questa nave avesse bisogno di
trasportare qualcosa per cui fosse necessario spazio e si può capire cosa, e
quindi dei contenitori che potessero essere maneggiati meglio di un frigo nuovo
che evidentemente non si presta molto a trasportare un mortaio, tanto per parlare
chiaro. Questo è uno dei casi eclatanti che sono emersi e che naturalmente ho
dovuto esporre sempre in modo dubitativo, pur disponendo di tutti i documenti e
conoscendo nomi e cognomi delle persone che avevano fatto, detto, brigato, alcune
delle quali ho citato, e la lettera di Mugne è qui...».
Il commissario on. Mario Brunetti domanda a
Ugolini: «Vorrei sapere se in qualche modo si avesse l’impressione che
implicato nella questione dei servizi segreti ci fosse anche il signor Marocchino».
E il funzionario risponde:
«Ho avuto
sempre questa sensazione, non il primo anno, ma dal 1988 in poi. Devo anche
aggiungere che ho avuto qualcosa di più di una sensazione. Quando il colonnello
[Mario] D’Alonzo del Nucleo centrale della Guardia di finanza venne a prendere
quei famosi documenti, gli detti anche una lettera che sembrava interessante
dell’onorevole Francesco Forte al ministro degli Esteri somalo, ove si parlava
di camion poi finiti all’Esercito e di rapporti con il ministro dell’Interno (somalo),
ma non voglio entrare nel merito...» [68].
Nel corso dell’audizione dell’8 marzo 1995,
un secondo funzionario della Cooperazione, Franco Oliva, dice altre cose di notevole
interesse:
«Vorrei
intervenire anche io su questo argomento... Prima del 1990 in Somalia ho
conosciuto il noto Guido Garelli, famoso perché citato nei documenti dei
magistrati del Tribunale di Alessandria che stavano indagando sulla cosiddetta
"Operazione Urano 1" per lo scarico di scorie nucleari nel Sahara.
L’operazione venne spostata nel Corno d’Africa e divenne "Urano 2".
Il Garelli, che all’epoca era sicuro di essere coperto da una certa impunità
(ma in quel momento tutti erano convinti di godere di una certa impunità in
Somalia, e non nascondevano assolutamente nulla) raccontava apertamente di
essere in quel Paese per piazzare una nave di scorie nucleari. Sosteneva che il
suo tramite con le autorità somale era Marocchino...».
Il traffico di scorie nucleari e tossiche è
un commercio da sempre legato al traffico di armi. Le fazioni in lotta per
pagarsi le armi cedono zone desertiche del loro territorio a società che fanno
traffico illegale di scorie tossiche (spesso scorie nucleari), le quali
acquistano queste discariche vendendo armi e guadagnando quindi due volte: sia
sul traffico delle armi, sia su quello dei rifiuti tossici. Spesso
l’interramento dei bidoni velenosi viene occultato con lavori di
movimento-terra giustificati da costruzioni di opere di viabilità o di altro genere.
* * *
La
Commissione parlamentare, il 22 marzo 1995, ascolta anche Vito Panati, cioè
colui che il magistrato milanese Gemma Gualdi ha indicato come l’attuale
gestore delle navi italo-somale. Ai commissari, Panati conferma di essere «il
proprietario della Prodotti Ittici Alimentari» e che «nel giugno del 1993, a
seguito del ritiro della Sec e della messa in liquidazione della Shifco Malit,
la Pia di Gaeta e la Shifco stipularono un regolare contratto di gestione delle
navi». Un particolare molto importante, quest’ultimo, perché La Pia (e quindi Panati)
ha sempre dichiarato di pagare in anticipo il pesce che veniva pescato e poi
scaricato in azienda, ma ha sempre negato una responsabilità diretta nella
gestione delle navi. Ecco come prosegue l’audizione:
Senatore Aldo Gregorelli: «Ma di chi è
la proprietà delle navi?».
Panati: «Della Shifco, di una società di
Stato somalo...».
Senatore Gregorelli: «A me risulta che
le azioni stavano presso la Banca d’Italia e che un giorno la Shifco le
richiese».
Panati: «Probabilmente è avvenuto prima
del mio intervento...».
Panati: «Poiché il tempo di trasporto
contemplava 15 giorni di viaggio in mare, 15 giorni per lo scarico della merce
e due giorni per caricare viveri reti e pezzi di ricambio da riportare ai
pescherecci con un successivo trasbordo, per ogni viaggio occorrevano circa due
mesi, quindi in questi intervalli di tempo una nave da trasporto come un camion
o un qualsiasi veicolo da trasporto, cerca altre possibilità di impiego... Tutti i trasporti al di fuori del pesce
sono stati procurati dalla società Longo Ship Broker di Bari...».
Senatore Luciano Merigliano: «Lei più
volte ha parlato di affitto. A chi venivano versati questi affitti, alla Shifco
somala o in Italia?».
Panati: «Chi pagava le spese, fosse la
Shifco o la Shifco Malit: così come riceveva il ricavo del pescato, riceveva
anche il ricavo dei noli».
Senatore Merigliano: «L’Italia, per
quelle navi, ha investito un certo capitale, che doveva dare in beneficio, in
un certo senso, alla Somalia. Da quel che lei mi dice, niente è andato in beneficio
della Somalia di questo capitale investito».
Panati: «Le faccio presente che circa
300 somali sono a bordo di ciascuna di queste navi, per cui in totale sono
circa 1500 le persone somale che lavorano in questa impresa... Quando fu
sequestrata la "Faarax Oomar" del riscatto si occupò il broker
assicurativo. La Shifco aveva infatti stipulato una polizza con le
Assicurazioni Generali tramite un broker di Genova».
Senatore Gregorelli: «Ma lei, signor
Panati, non crede che il passaggio di proprietà di queste navi nascondesse
operazioni di reintegro dei capitali sicuramente non trasparenti? Come può una
proprietà cambiare continuamente gestione per poi finire a essere gestita dalla
società originaria? Quest’ultima non ha mai avuto nessun sospetto perché tutto
era limpido e trasparente? E non appare strano che la società di gestione lasci
il campo per poi tornarvi? Lei non ha mai avuto impressione che qualcosa non
andasse? Tralascio i nomi di altri personaggi, noti o meno, che appaiono nei
verbali in talune supposizioni (non mi interessano i fratelli, i cognati dei
ministri, non mi interessa parlare di ciò), ma con l’esperienza che lei ha, con
i rapporti che ha lei, farebbe le operazioni commerciali e le transazioni
finanziarie che hanno fatto questi signori? Non le sembra imprudente... in
questa sede affermare [che] su questo Mugne lei ci metterebbe la mano sul
fuoco?».
Panati: «No, non lo direi mai».
Senatore Enrico Falqui: «Lei è a
conoscenza di una intervista, trasmessa il 20 marzo scorso, di un certo imprenditore
Silvano Gasperini il quale parlava di carichi di pesce trasferiti a Ciampino,
alla società Frescogel, e che dovrebbero riguardare queste stesse navi di cui
stiamo parlando?».
Panati: «Proprio oggi ho fatto un
comunicato Ansa dicendo che questo Gasperini e il "Tg3" sono stati
querelati. A parte il fatto che questo signore ha tentato una estorsione nei
miei confronti circa un mese fa e l’ho anche querelato per questo. Un mese fa è
venuto a Montecatini a suonare il campanello di casa mia perché voleva un
miliardo e mezzo. Lui ha detto al mio avvocato e a un altro mio collaboratore
che non si sarebbe mosso da Montecatini se non gli avessi dato i soldi che mi
chiedeva. Io ho chiamato i carabinieri e il capitano voleva intervenire subito
dietro nostra denuncia, ma la mattina dopo Gasperini era partito...» [69].
Una pallottola per due
Il 22 marzo
1995 la Commissione parlamentare interroga il colonnello (oggi anche lui
promosso generale) Fulvio Vezzalini, in forza all’Unosom e presente a
Mogadiscio il giorno del delitto Alpi-Hrovatin. Un’audizione importante, anche
perché l’ufficiale racconta una versione dei fatti che in qualche commissario
suscita stupore e incredulità.
Vezzalini: «[...] Passando ad analizzare
la meccanica dell’incidente [cioè del duplice
omicidio, ndr] voglio innanzitutto dire che il generale Aboo [Aboo Samah Aboo Bakar, ndr] venne a
conoscenza di questo fatto (nell’arco di mezz’ora fu avvisato dal sottoscritto
che aveva la duplice veste appunto di ufficiale addetto alla sicurezza e di
Capo di stato maggiore del comando); successivamente 3 o 4 giorni dopo, il 27 o
il 28 marzo, egli mi chiese di dare una valutazione del fatto successo e di
accertare come era successo. In effetti il giorno dell’agguato vi era una mia
pattuglia fuori, poco distante da dove si è svolto il fatto. L’agguato si è
svolto a non più di 100-150 metri, sulla stessa strada, per la precisione
all’incrocio con una strada principale, della nostra vecchia ambasciata nella
quale vi erano dei miei collaboratori che dovevano sentire dei collaboratori
somali che avevano sotto controllo l’area e ci dovevano dare delle informazioni
sulla sicurezza, come al solito. Quindi loro inizialmente hanno sentito la
sparatoria e hanno capito che si trattava di una sparatoria di armi leggere.
Poi, subito dopo, sono stati informati da dei poliziotti somali, che sono
entrati nell’ambasciata, del fatto che vi era stata una sparatoria contro dei
bianchi – penso che inizialmente non abbiano neanche parlato di italiani – e
sono usciti per avere più informazioni e poterle fornire ai miei collaboratori.
Di questo fatto, indipendentemente da chi era coinvolto, era stata da subito
data informazione via radio a Unosom, nella sala in cui si raccoglievano
informazioni di tutti i tipi e si teneva monitorizzata la situazione a
Mogadiscio, perché è questo un qualcosa che si realizza automaticamente...
Quindi la notizia è arrivata subito, e dopo 20 minuti più o meno già si sapeva
che le persone coinvolte, in un’unica macchina, erano morte istantaneamente. E
questo senza sapere ancora che si trattava di italiani. Questo avvenne tra le
ore 15 e le 15 e 40 circa: siamo entro questo ordine di tempi... Dopo di che si
è saputo che purtroppo erano morti, non si sapeva cosa fare; so che è stato
dato dal centro operativo l’ordine di cercare di portare i corpi a Unosom,
perché già si sapeva che erano morti. Il tempo di trasmettere gli ordini e di
mandare i miei uomini sul luogo del fatto è stato di circa un quarto d’ora, e
in quale lasso di tempo è intervenuto Marocchino, ha constatato anche lui che
purtroppo le persone erano morte e le ha fatte trasportare direttamente al
Porto vecchio. Allora, quando abbiamo saputo questa notizia, anche la mia
pattuglia è stata dirottata al Porto vecchio per cercare di avere più particolari.
Senatore Enrico Falqui: «Lei ha detto
prima che la pattuglia era lì vicino e quindi poteva immediatamente
precipitarsi sul luogo».
Vezzalini: «La pattuglia ha chiamato
Unosom e gli è stato detto di andare a vedere immediatamente che cosa era successo.
Ma a vedere che cosa? Già sapevamo dalle notizie che erano morti e io gli ho
detto di cercare di recuperare i corpi e di trasportarli. Ma gli uomini della
pattuglia aspettavano gli ordini stando dentro, al sicuro; uscire fuori quando
si spara è cosa da evitare. Hanno aspettato fino al momento in cui hanno
ricevuto gli ordini di andare a recuperare i corpi».
Senatore Falqui: «Lei ha detto che non
potevano uscire immediatamente perché si stava sparando; ma i suoi uomini non
sono camerieri bensì soldati, sanno sparare anche loro...».
Vezzalini: «Certo, ma avevamo compiti
diversissimi».
Senatore Falqui: «Mi perdoni, ma mi
risulta un po’ strano quanto lei dice. Voi avevate saputo immediatamente quanto
era successo...».
Vezzalini: «No, abbiamo saputo immediatamente
della sparatoria, ma di sparatorie a Mogadiscio ve ne sono in continuazione».
Senatore Falqui: «Ma lei ci ha detto che
avete saputo subito che erano morti istantaneamente!».
Vezzalini: «Sì, dopo circa mezz’ora
abbiamo saputo che erano morti istantaneamente».
Senatore Falqui: «Riassumendo, lei dice
che una sua pattuglia si trovava vicino al luogo dell’"incidente" e
che avete avuto quasi subito la notizia che c’era stata una sparatoria in cui
erano rimasti coinvolti dei bianchi. Giusto?».
Vezzalini: «Sì, ma l’abbiamo saputo dopo
venti minuti circa».
Onorevole Mariangela Gritta Grainer:
«No, lei un momento fa ci ha detto di aver saputo quasi subito la notizia che
c’era stata una sparatoria».
Vezzalini: «Dopo circa venti minuti dal
momento in cui si è verificato l’agguato».
Onorevole Gritta Grainer: «Allora ha
ragione il senatore Falqui, nel senso che subito, quando avete ricevuto la
notizia, avete saputo anche che erano morti. È così o sono passati altri venti
minuti?».
Vezzalini: «Questo non lo ricordo».
Onorevole Gritta Grainer: «Ma lo deve
ricordare, ragioniamo con calma. Lei poco fa ci ha detto che avevate saputo
subito di una sparatoria che aveva coinvolto dei bianchi».
Vezzalini: «Se ho detto questo ho sbagliato. Abbiamo saputo subito che c’era
stata una sparatoria, dopo circa venti minuti è venuta della gente dentro la
vecchia ambasciata, che poi abbiamo saputo essere dei poliziotti somali, che ci
hanno detto che erano stati coinvolti dei bianchi; al che abbiamo detto di
appurare qualcosa di più e, dopo circa altri 10-15 minuti, abbiamo saputo che
erano morti due bianchi e che erano italiani».
Onorevole Gritta Grainer: «Fatta questa
ricostruzione, e visto che lei ci ha detto di avere fuori una pattuglia armata,
nessuno ha pensato di andare a vedere che cosa fosse successo?».
Vezzalini: «Questo non competeva a me
farlo perché esiste un centro operativo che dà gli ordini, e penso che un
ordine del genere sia stato impartito, ma non l’ho appurato e quindi non posso
risponderle. Io come persona che doveva trasmettere subito la notizia ai suoi
superiori diretti ho impartito immediatamente l’ordine agli uomini di sentire
che cosa era successo e chi erano le persone coinvolte, ma la mia competenza e
quella dei miei uomini non era quella di andare in pattuglia perché, tra
l’altro, non eravamo neanche organizzati per poterlo fare, né – ripeto –
competeva a me dare un ordine del genere».
Onorevole Gritta Grainer: «E a chi
competeva impartirlo?».
Vezzalini: «Al Force Commander, che è
stato subito avvisato dell’accaduto e che credo poi abbia assunto le opportune
decisioni...».
Vezzalini: «Ricordo che, dopo circa
30-40 minuti, una pattuglia da me inviata è giunta al porto e ha visto i corpi
e le ferite di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin; dopo di che ha chiesto di
rientrare perché il suo compito era terminato. [...] Per quanto concerne il
signor Marocchino, ripeto che non lo conosco di persona ma l’ho sentito varie
volte parlare per radio. [...] Ho saputo che la macchina su cui viaggiava
Ilaria Alpi è stata sempre seguita, fin dalla partenza sotto il suo albergo, da
una macchina blu con a bordo persone armate. Quest’ultima si è fermata
dall’altra parte della strada, mentre lei è scesa per entrare nell’Hotel Amana.
Loro l’hanno lasciata passare (perché uscendo da questo hotel e dovendo salire
sulla sua macchina Ilaria Alpi è passata dinanzi alla macchina posteggiata
degli attentatori) e partire, ma dopo circa 40-50 metri dal luogo in cui è
partita hanno sorpassato la macchina su cui viaggiava Ilaria e prima
dell’incrocio l’hanno stretta cercando di bloccarla. L’autista e l’unica
guardia del corpo hanno cercato di reagire prontamente: la guardia del corpo
sparando immediatamente e l’autista facendo una retromarcia di 30-40 metri
abbondanti. Quindi la posizione finale della macchina è collocabile a circa 100
metri dall’entrata principale dell’ambasciata [vecchia, ndr]. Di questo sono certo perché varie versioni fornite
dai miei informatori hanno dato per certo che il motivo dell’attentato è da
ricercarsi probabilmente in una di queste due ragioni: o volevano rubare la
macchina, o volevano prendere in ostaggio le persone a bordo. L’attacco è
fallito per la reazione della guardia del corpo e anche di alcuni agenti di
polizia. Infatti vi è stato uno scontro a fuoco... non solo tra l’unica guardia
del corpo e i banditi, che erano un certo numero, ma anche con il coinvolgimento
di alcuni agenti giunti in soccorso dalla vicina stazione di polizia. Questo ha
scoraggiato i banditi, che hanno subito anche delle perdite, dall’avvicinarsi
per rubare la macchina oppure per prendere in ostaggio le persone a bordo. Di
sicuro posso soltanto affermare che chi ha visto i corpi ha notato che nessun colpo è stato sparato a bruciapelo».
Senatore Falqui: «Lei esclude che siano
stati sparati colpi a bruciapelo?».
Vezzalini: «Dalla ricostruzione dei
fatti che abbiamo dato al Force Commander e dalle informazioni che ho avuto dai
miei informatori nella zona, escludo che siano stati sparati colpi a
bruciapelo. Posso azzardare l’ipotesi, che ritengo veritiera e che è stata
ritenuta tale anche a livello Unosom, che vi sia stato un colpo di Ak che ha
colpito la persona che stava sul davanti della macchina, il cineoperatore, ha
passato il suo corpo, ha passato il sedile e ha preso in testa la ragazza che
era accucciata dietro. [...] Chi ha visto i corpi al porto, ha esaminato le
ferite e mi ha escluso che fossero stati colpi a bruciapelo. Si trattava del
capitano [Ferdinando] Salvati e di un altro sottufficiale, il maresciallo
Zamboni, i quali mi hanno detto che i corpi non presentavano ferite a
bruciapelo e vi era un’unica ferita su entrambi. Più volte ci siamo chiesti
come mai siano stati così sfortunati... Aggiungo un altro dato: l’autista ha
fatto retromarcia. La macchina dei banditi, che l’aveva bloccata, non si è più
mossa e i banditi sono rimasti inchiodati intorno alla macchina... quindi
nessuno si è avvicinato».
Una versione dei fatti, questa raccontata
dal generale Vezzalini, davvero stupefacente. Le parole dell’alto ufficiale sono
in plateale contraddizione con i risultati dell’esame esterno dei corpi dei due
giornalisti effettuato a bordo della nave "Garibaldi": una pallottola
nel capo di Ilaria e una nel capo di Miran – cioè due pallottole – è un dato certo
anche nella immediatezza del fatto (come testimoniano i primi dispacci di
agenzia diffusi); ma il generale Vezzalini ripropone la storiella della singola
"pallottola vagante" che avrebbe colpito entrambi gli «sfortunati»
Alpi e Hrovatin. E per completare la grottesca tesi, l’alto ufficiale si
premura di contraddire le risultanze dell’autopsia anche quando afferma che
«nessun colpo è stato sparato a bruciapelo»: è evidente l’intento di negare
l’evidenza, e cioè che l’uccisione della giornalista e dell’operatore è stata
un’esecuzione. Può darsi che il generale Vezzalini si sia semplicemente
«sbagliato» (come gli è capitato durante l’audizione), o che sia
"disinformato": ma in quest’ultimo caso, trattandosi di un ufficiale
del servizio informazioni delle Nazioni Unite, il suo sarebbe un livello di
disinformazione inconcepibile.
Parole di un generale
Il 5 luglio
1996 la Commissione parlamentare ascolta il generale Carmine Fiore. È
un’audizione molto importante perché l’alto ufficiale (che comandava il
Contingente italiano in Somalia) rivela un particolare fondamentale per
comprendere cosa stesse accadendo nel Paese africano nelle giornate del marzo
1994.
Il generale Fiore comincia precisando che
«noi militari abbiamo, per senso del dovere, l’etica del silenzio»; poi ricorda
le caratteristiche dell’intervento militare italiano in Somalia:
«Bosaso... è
situata in un territorio dove non potevamo recarci per espresso divieto. Noi
eravamo in questo settore di 350 per 200 chilometri... In questo periodo
attraverso la nostra rete informativa, che era indipendente da quella del
Sismi, abbiamo avuto notizia che gruppi di fondamentalisti islamici intendevano
compiere un atto clamoroso durante gli ultimi giorni della nostra permanenza in
Somalia...
Avevamo
appuntamento con Ilaria Alpi alle 18 del giorno 20 al Porto vecchio... quando
abbiamo saputo che lei non era presente [a Mogadiscio] da un paio di giorni,
pensando che fosse andata da qualche parte, abbiamo scoperto che si era recata
a Bosaso, in quella località del nord della Somalia a 1.200 chilometri di
distanza. Non ci siamo accontentati di vedere la lista d’imbarco con i nomi di
Ilaria e Hrovatin, ma abbiamo chiesto anche al Sismi [70]
di farci sapere qualcosa sull’argomento. Credo che fra Sismi e Cooperazione
abbiano saputo che lei era a Bosaso... Abbiamo chiesto a questa agenzia aerea
di avere la conferma che Ilaria sarebbe tornata sabato.
Quando eravamo
sulla nave "Garibaldi", gli ultimi giorni, avemmo notizia di una nave
il cui comandante era stato preso in ostaggio dall’equipaggio. Questa notizia
credo l’abbiamo avuta dalle navi sulla rete di soccorso marino. Mi sono posto
il problema di andare a riprendere questo capitano, ma da Mogadiscio non ce la
facevamo con gli elicotteri. Abbiamo messo a punto un dispositivo perché
avevamo una fregata e una nave da sbarco che sarebbero andate per mare nella
zona in cui c’era questa nave, e da lì, con due elicotteri, sarebbero saliti
sulla nave stessa. Sicuramente da Mogadiscio non ce l’avrebbero fatta perché i
nostri due elicotteri non hanno l’autonomia necessaria per fare 1.200
chilometri. Bisogna andare, rifornirsi e tornare. Lì un rifornimento non era
possibile, quindi ho detto che bisognava fare questa operazione: si doveva
partire con almeno due navi, andare su, arrivare nei pressi di questa nave. Ne
ho parlato con l’ambasciatore, ovviamente questi mi ha detto che erano in atto
trattative per il rilascio di questo capitano in maniera pacifica-diplomatica
per cui l’operazione non è stata fatta. Tuttavia un capitano è stato comunque
soccorso, non quel capitano bensì un altro. Siamo poi partiti da Mogadiscio nel
pomeriggio del 21 (per arrivare da Mogadiscio a Mombasa ci vogliono 24 ore), e
in quella notte un nostro capitano di una nave civile si è sentito male,
l’elicottero lo ha preso e lo ha portato sulla nave "Garibaldi"... e
l’indomani mattina lo abbiamo affidato al console onorario di Mombasa che lo ha
fatto ricoverare in ospedale».
A questo punto un commissario domanda il
nome di questo capitano, ma il generale Fiore risponde: «Purtroppo non glielo
so dire. Dal momento in cui noi siamo partiti da Mogadiscio per andare a
Mombasa, non l’abbiamo registrato; ma
si può tranquillamente arrivarci... Siccome ci sarà anche una documentazione di
carattere amministrativo relativa al ricovero di questo capitano...».
Attraverso la documentazione pervenuta, su
richiesta, dal console di Mombasa e dall’ospedale (e confermata da un
comunicato ufficiale del ministero della Difesa) [71],
la Commissione appurerà che il salvataggio del comandante è avvenuto il 19
marzo (e non il 21, come ha sostenuto Fiore), che per tale operazione venne
fatta uscire dal porto una nave dalla quale sono poi decollati due elicotteri
di salvataggio. E che il nome del comandante «non registrato» è Teolo Moretti,
capitano della nave Shifco "21 Ottobre III". È davvero molto strano
che il nome di Teolo Moretti non sia stato registrato: come ben sa anche il
generale Fiore, infatti, non esiste imbarco su una nave da guerra privo di registrazione.
Il generale
Fiore fornisce dunque informazioni su due navi della Shifco. Della prima (in
realtà l’alto ufficiale non fa né il nome della compagnia, né il nome delle
navi), che è la "Faarax Oomar" (quella alla quale si interessava la
Alpi), racconta di averne appreso del sequestro e di avere "messo a
punto" un intervento militare per liberarla. Della seconda nave, la
"21 Ottobre III", racconta di avere inviato due elicotteri per
soccorrerne il comandante che si era sentito male.
Parlando della prima nave, la "Faarax
Oomar", il generale dice cose di estrema gravità. Dopo avere affermato che
non poteva intervenire nel Nord della Somalia e che la zona di sua competenza
era di qualche centinaio di chilometri quadrati a Mogadiscio, Fiore rivela [72]
che era stato messo a punto un dispositivo militare per liberare il comandante
sequestrato della "Faarax Oomar": un dispositivo costituito da due
navi della Marina militare e da due elicotteri che avrebbero dovuto intervenire
a ben 1.200 miglia di distanza (in una zona dove l’esercito italiano non aveva
nessuna competenza), per "liberare" una nave somala [73]...
Fiore posticipa la data del sequestro, e arriva addirittura a parlare di
"ammutinamento" invece che di sequestro da parte di milizia locale; e
ha cura di tacere il nome della nave, la "Faarax Oomar" della Shifco.
Una serie scandalosa di omissioni, imprecisioni e ambiguità.
Ma cosa c’era su quella nave della Shifco,
da allarmare così tanto le nostre Forze armate durante il suo sequestro, al
punto da fare passare in secondo piano il ritiro del nostro Contingente? Quale
tipo di carico era presente su quella nave, se si era arrivati a progettare
l’invio di ben due navi e due elicotteri a 1.200 miglia di distanza, in una
zona off limits per i nostri
militari?
Un fatto è certo: prima del 20 marzo, il
Contingente militare italiano a Mogadiscio era in stato di allarme per il
sequestro, al largo di Bosaso, di una nave della flotta regalata dalla
Cooperazione italiana alla Somalia. E senza alcuna titolarità né competenza, il
comando italiano aveva predisposto un arbitrario e illegittimo piano di intervento
militare per "liberare" la nave
somala in acque somale. Un rischioso e dispendioso blitz a 1.200 chilometri
di distanza, da parte di quei militari italiani che non sono stati in grado di
offrire soccorso a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – colpiti a Mogadiscio, proprio
davanti alle navi militari italiane all’ancora nelle acque di fronte alla
città.
Dalle parole del generale Fiore davanti
alla Commissione parlamentare emerge un altro fatto decisamente inquietante:
l’estremo interesse dell’ufficiale per le mosse di Ilaria Alpi a Bosaso. Al
punto che l’esercito ne aveva informato il Sismi, e il servizio segreto
militare si era attivato. Era stata perfino chiamata una compagnia aerea per
sapere se Alpi e Hrovatin erano stati registrati nel volo. Perché tutto questo
interesse per gli spostamenti di una giornalista, quando lei stessa aveva
annunciato ad alcuni colleghi che si sarebbe recata a Bosaso?
Della seconda
nave della Shifco, la "21 Ottobre III", il generale Fiore racconta
alla Commissione che l’anonimo comandante (Teolo Moretti) si era sentito male
ed era stato soccorso e trasportato sulla nave "Garibaldi". Anche in
questo caso non mancano dubbi e sospetti.
In una lettera datata 14 marzo 1996 e
indirizzata all’onorevole Mariangela Gritta Grainer, la giornalista Marina Rini
scrive: «Per quanto riguarda il soccorso al comandante della "21 Ottobre
III", vorrei ricordarti che, a parte le "amnesie" del generale
Fiore, mi risulta che l’ordine di tacere sull’argomento fu dato dall’ambasciatore
Scialoja». Se questo corrisponde al vero, perché si doveva tacere su questa
operazione di tipo "umanitario" sulla nave della Shifco da parte dei
militari italiani? Cosa nascondeva in realtà?
La
Commissione parlamentare è riuscita a ottenere dal ministero della Difesa la
documentazione ufficiale relativa all’attività delle nostre Forze armate nelle
ore che hanno preceduto l’uccisione di Alpi e Hrovatin. Una documentazione che
rafforza dubbi e sospetti sulla versione dei fatti raccontata dal generale Fiore.
Si tratta dei registri di bordo e di volo
delle navi e degli elicotteri alla rada di Mogadiscio nei giorni 19-23 marzo
1994. Risulta che il giorno 19 marzo la nave "Stromboli", in un’ora
imprecisata tra le 8.00 e le 10.00, ha ricevuto un "S.O.S."
proveniente dalla nave "21 Ottobre III" (in posizione 02.47 N, 04.649
E), e pertanto è andata subito a ricongiungersi con il peschereccio della
Shifco in difficoltà; sempre secondo i registri di bordo, il ricongiungimento è
avvenuto alle ore 12.00 (in posizione 02.22 N, 04.13 E). Alle ore 14.30 è stata
concessa libertà di manovra alla "21 Ottobre III", che ha assunto una
rotta in direzione nord [74].
Lo "S.O.S." lanciato dal
peschereccio della Shifco è stato ricevuto alle ore 9.13 dalla nave
"Garibaldi" [75],
dalla quale si sono alzati in volo due elicotteri, il "6-28" e il
"6-30". Alle ore 12.22 è stato visto appontare sulla
"Garibaldi" il "6-28" con a bordo il capitano Teolo Moretti
(al quale è stato diagnosticato un sospetto infarto al miocardio, con
somministrazione di un analgesico e dell’ossigeno). Ma dal registro di bordo
della nave "Garibaldi" l’elicottero "Eli 6-30" non risulta
appontato; l’appontamento del "6-30" risulta invece dal suo registro
di volo e dall’Allegato al registro di bordo della nave. Prelevato con un
verricello dal ponte della "21 Ottobre III" e portato sulla
"Garibaldi", Moretti viene trattenuto a bordo della nave militare
fino alla partenza della nave (avvenuta nella serata del 21 marzo) e
trasportato da Mogadiscio a Mombasa.
Dal registro di bordo della nave "San
Giorgio" risulta che il 19 marzo, alle ore 18, giunge dalla nave "Garibaldi"
personale per prova di gara di pesca [76].
L’indomani, 20 marzo, sulla nave "Garibaldi", alle ore 11.10, si sono
imbarcate 8 persone: il maresciallo Antonio Epifani, e sette somali:
Abdullataax Mohamed Ghedi, Abdulkadir Husen Botan, Mohamed Abdi Osman, Ameded
Moallin Mohamed, Abdullahi Mohamed Said, Hassan Mohamud Osman, Mohamed Ghedi
Ahmed. Si apprenderà poi da un comunicato del ministro della Difesa Domenico
Corcione che i sette somali sono giunti a bordo della "Garibaldi" con
un elicottero il cui arrivo sulla nave militare italiana non si evince in modo
chiaro dai registri di bordo e di volo [77].
È probabile che il maresciallo Epifani e i sette somali siano arrivati sulla
"Garibaldi" con il volo "7-15" delle ore 10.00-11.05; nella
stessa fascia oraria vi è stato anche un volo dell’elicottero "7-28",
delle ore 10.10-11.40, per riprese fotografiche. Dal registro della nave
"Garibaldi" non risultano più voli fino verso le ore 16.00, quando
sono decollati il "7-15" e il "6-28", quest’ultimo per recuperare
i corpi di Alpi e Hrovatin al Porto vecchio [78].
Secondo un
foglietto allegato al registro di bordo della nave "Garibaldi", la
ricostruzione dei soccorsi prestati a Ilaria Alpi e a Miran Hrovatin sarebbe la
seguente:
«Ore 15.30: il
distaccamento Reloco (il C.S. Scaraffone) comunica che at 15.25 avvenuto
attentato vicinanze Hotel Amana at due rappresentanti della stampa nazionale,
di cui uno identificato come rappresentante del Gr3, Ilaria Alpi.
15.32:
allertato l’elicottero "6-28" ST by Medevac [stand-by per evacuazione medica, ndr].
15.34:
dichiarata emergenza per evacuazione medica seguito richiesta da parte
Comitalfor per evacuazione medica da area porto vecchio. Nucleo sanitario Cgn
designa area sanitaria "Garibaldi" per eventuale intervento chirurgico.
15.40:
ricevuta richiesta da parte di Comitalfor di prelievo aliquota incursori (n° 6)
dall’aeroporto [dal registro di volo
risulta un aereo partito alle ore 16.00, ndr].
15.45:
"AB 212" e il "7-15" in volo diretto rampa nord.
15.48:
distaccamento Reloco comunica avvenuto decesso entrambi i giornalisti Gr3.
Secondo operatore identificato come Miran Hrovatin.
15.51: AB212
preleva n° 6 operatori col Moschin da aeroporto e assicura la scorta at eli
Medevac.
15.55: SH 3D
"6-37" in volo per prelievo medico chirurgo T.V. (MD) Tortora et
plasma su San Giorgio.
15.58: SH 3D
"6-28" atterra Porto vecchio.
16.05:
informati via radio Falco 1 et Polipo 1, in volo da Baidoa diretto su
"Garibaldi", merito circostanze evento.
16.07: SH 3D
"6-28" decolla da Porto Vecchio dopo aver imbarcato salme.
16.10: SH 3D
"6-37" apponta su "Garibaldi" con T.V. Tortora et plasma [secondo il registro di volo il rientro è stato
invece alle 18.05, ndr].
16.11: SH 3D
"6-28" apponta su "Garibaldi". Salme trasportate in
infermeria per esami, confermato decesso per colpo arma da fuoco regione
cranica [secondo il registro di volo il
rientro è avvenuto, invece, alle 16.20, ndr].
Considerazioni:
preventivo allertamento derivato da monitorizzazione circuiti Vhf ha consentito
ridurre al minimo tempi intervento.
Distruzione/Declassifica
non definibile. Riservato».
Dal registro di bordo della nave "San
Giorgio" del 20 marzo 1994, risulta che alle ore 15.19, con elicottero
"Eli 6-11" giungono sulla nave "San Giorgio" dieci persone
per gare di pesca. Il tenente di vascello Tortora e il carabiniere Pietraforti
lasciano, a bordo dello stesso elicottero, la "San Giorgio" e
appontano sulla "Garibaldi" con materiale medico (bombola di
ossigeno... con gorgogliatore, dieci fiale di calciparina 0,5, cardioscopio con
defibrillatore portatile).
Quanto emerge da questi registri di bordo e
di volo consente alcune importanti osservazioni. Anzitutto appare chiaro che
comparando i registri di bordo della nave "San Giorgio" con quelli
della nave "Garibaldi" e con i relativi registri di volo degli
elicotteri, gli orari sono discordanti: alcuni elicotteri partono ma non
arrivano, e viceversa. Un esempio particolarmente importante: secondo il
resoconto appena visto, l’elicottero "6-37" parte dalla nave
"Garibaldi" alle ore 15.55 per prelevare il medico chirurgo tenente
di vascello Tortora e del plasma dalla nave "San Giorgio", e ritorna
sulla "Garibaldi" alle ore 16.10. Secondo il registro di volo dello
stesso elicottero, il velivolo sarebbe giunto sulla "Garibaldi" ben 2
ore dopo, alle 18.05, mentre dal registro di bordo della nave "San
Giorgio" questo elicottero non risulta mai arrivato. Risulta invece arrivato
l’elicottero "6-11", alle ore 15.19, per prelevare il tenente di
vascello Tortora con materiale medico. Questo elicottero (il "6-11")
in base al registro di volo non risulta mai partito dalla
"Garibaldi", anzi quel giorno non avrebbe affatto volato. Dunque il
medico Tortora sarebbe partito dalla "San Giorgio" 36 minuti prima di
quanto attestato dal registro della "Garibaldi": dove si recava il
tenente di vascello Tortora con il materiale medico in un orario contiguo a
quello del duplice omicidio? Se si recava a soccorrere Alpi e Hrovatin, allora
l’orario della sua partenza sarebbe di 36 minuti precedente a quello indicato
dalla nave "Garibaldi", e quindi anche l’orario dell’agguato sarebbe
da anticipare di 36 minuti, quindi alle 14.49 e non alle 15.25. L’alterazione
degli orari è stato forse un espediente per tentare di dimostrare un pronto e
tempestivo intervento nei soccorsi? O nasconde altre ragioni?
Davanti alla
Commissione d’inchiesta, il generale Fiore ha dichiarato: «Siamo partiti da
Mogadiscio nel pomeriggio del 21... E in quella notte un nostro capitano di una
nave civile si è sentito male; l’elicottero lo ha preso, lo ha portato sulla
nave "Garibaldi" e l’indomani mattina lo abbiamo affidato al console
onorario di Mombasa che lo ha fatto ricoverare in ospedale». Appare quantomeno
strano che il generale Fiore abbia riportato in modo inesatto un episodio che
si collocava subito prima – e non subito
dopo – un fatto drammatico come l’omicidio di due giornalisti; tanto più
che, quando i corpi sono stati portati sulla "Garibaldi", a bordo
della nave vi doveva essere anche il capitano della "21 Ottobre III"
Teolo Moretti, presumibilmente in infermeria. Il generale non solo ha taciuto
il nome di Moretti, ma ha parlato genericamente di «un nostro comandante di una
nave civile». Si trattava di un peschereccio della flotta Shifco, ma il
generale ha avuto cura di non nominare nemmeno la Shifco: né quando ha parlato
del progettato intervento militare per liberare la "Faarax Oomar"
sequestrata, né quando ha raccontato il soccorso al Moretti capitano della
"21 Ottobre III".
La meccanica dei soccorsi, e gli orari dei
soccorsi, contrastano con le diverse testimonianze acquisite dalla Commissione
parlamentare [79]. Stando al
documento "riservato" e allegato ai registri di volo, non risulta che
soccorsi medici siano stati prestati al porto né alla Alpi né a Hrovatin
(l’elicottero "6-37", infatti, non sarebbe atterrato al Porto
vecchio, ma sarebbe rientrato direttamente sulla nave "Garibaldi"):
soccorsi che invece risultano da testimonianze e da altri documenti. Qual è la
verità?
La "gara di pesca", inoltre,
avrebbe avuto inizio in un orario coincidente con il duplice omicidio. Date le
numerose incongruenze e l’incompletezza dei registri di bordo, il generale
Fiore dovrebbe spiegare bene in che cosa consistesse davvero quella "gara
di pesca": manifestazione perlomeno improbabile, in una situazione come
quella che c’era a Mogadiscio quel 20 marzo 1994.
Il giorno 21 marzo, alle ore 18.30, la
"Garibaldi" ha ultimato le operazioni di imbarco del Contingente, e
si è mossa verso Mombasa. Nel corso della giornata vi è stato un intensissimo e
ininterrotto movimento di elicotteri. Il contrasto con il giorno precedente è
evidente: il 20 marzo, tra le ore 10.10 e le ore 15.40, non risulta partito un
solo elicottero (salvo il "6-11" che arriva sulla "San
Giorgio" alle ore 15.19 ma non risulta partito da nessuna parte). Una
circostanza molto strana, dal momento che anche il generale Fiore ha dichiarato
alla Commissione: «Avremmo dovuto completare le operazioni di caricamento la
sera di domenica 20». Visti i numerosi trasporti di personale avvenuti durante
il giorno 21 marzo, riesce davvero arduo comprendere perché – anche prima che
il duplice omicidio interrompesse le normali procedure di evacuazione (peraltro
non impedendo il prelievo di sei incursori dall’aeroporto deciso quando già era
noto che due giornalisti erano stati uccisi in un attentato) – per circa 5 ore,
il 20 marzo, non si sia mosso un solo elicottero.
In merito all’arrivo a Mombasa del capitano
Teolo Moretti, il generale Fiore ha dichiarato: «L’indomani mattina lo abbiamo
affidato al console onorario di Mombasa che lo ha fatto ricoverare in ospedale.
Quando il console è arrivato sulla nave e gli abbiamo affidato il capitano che
avevamo recuperato (ricordo benissimo la cosa) ci chiese subito chi avrebbe
pagato le spese sanitarie per quel capitano. Ho telefonato all’ambasciatore italiano
in Kenya che mi ha risposto che non c’erano problemi». Anche in questo caso le
parole del generale Fiore sono menzognere. Secondo il registro di bordo,
infatti, Moretti è sbarcato da solo la sera del giorno 22 (e non la mattina): è
quindi rimasto a bordo della "Garibaldi" per molte ore dopo
l’attracco, dopo aver affrontato, benché colpito da un sospetto infarto, 3
giorni di viaggio. Quanto al console onorario, ne risulta sceso uno dalla
"Garibaldi", ma alle ore 5.15 del mattino successivo, il 23 marzo, e
non è chiaro di quale console si tratti: quello di Mombasa non risulta salito
in precedenza; se si trattasse del console di Mogadiscio sarebbe quell’Ezio
Scaglione che risulta irreperibile anche per la Commissione parlamentare [80].
Altri passi
della deposizione del generale Fiore davanti alla Commissione parlamentare di
inchiesta sulla Cooperazione sono meritevoli di attenzione. Per esempio quando
l’alto ufficiale si sofferma sulla figura e sul ruolo del faccendiere Giancarlo
Marocchino:
«Giancarlo
Marocchino... con noi è sempre stato leale, sempre affidabile, ci ha dato un
grosso contributo... Sul possibile collegamento di Marocchino con il Sismi ho
già detto che sicuramente c’era, così come noi avevamo collegamenti con il
Marocchino per aspetti organizzativi funzionali e informativi, sicuramente li
aveva anche il Sismi... Avevamo qualche problema anche di carattere
organizzativo... Il suo [di Marocchino,
ndr] concorso non è stato solo di questo tipo, ma anche di carattere
informativo...».
Parecchio tempo dopo, nel corso di
un’intervista [81], al
generale Fiore viene obiettato: «Marocchino è una persona chiacchierata, anche
il colonnello Luca Rajola del Sismi ha detto di aver ordinato ai suoi uomini di
non avere contatti con lui». E il generale risponde: «A noi Marocchino ha reso,
peraltro ben pagato, importanti servizi logistici e informativi. Non conosco
Rajola, ma secondo me il Sismi si è appoggiato a Marocchino». In seguito alla
pubblicazione dell’intervista, e con una prassi del tutto inusuale, il servizio
segreto militare replica affidando all’Ansa il seguente comunicato:
«Il Sismi
esclude che il signor Marocchino possa essere stata una fonte informativa del
Servizio, e conferma viceversa l’esistenza di una disposizione ai propri agenti
di non aver contatti di lavoro con lui come, del resto, in varie sedi
istituzionali, affermato dal colonnello Rajola».
Durante l’audizione, il generale Fiore
racconta ai commissari parlamentari le fasi del recupero dei corpi di Alpi e
Hrovatin, e la spedizione dei loro bagagli in Italia:
«Una volta
sulla nave ["Garibaldi", ndr]
i giornalisti Porzio e Simoni hanno dato un’occhiata ai block notes [della Alpi, ndr]... mentre il materiale
filmato è stato guardato utilizzando la stessa telecamera con l’aiuto di Romolo
Paradisi, l’operatore di Carmen Lasorella. Alle ore 19.25, a mezzo di
elicottero, le due salme sono state portate presso la Compagnia mortuaria
dell’Unosom all’aeroporto di Mogadiscio... A Mombasa è stata imbarcata una
quindicina di ufficiali e sottufficiali dell’aeronautica che dovevano arrivare
in Italia...
Sul luogo
dell’intervento sono intervenuti i carabinieri, soltanto si è data la felice
coincidenza che il maggiore Michele Tunzi stesse accompagnando un gruppo di
carabinieri della scorta presso lo stesso ambasciatore, altrimenti non
sarebbero arrivati neanche loro perché – lo ripeto – eravamo tutti sulle
navi... Una volta che i corpi sono stati imbarcati sull’elicottero i
carabinieri sono ritornati sul luogo dell’evento per svolgere le prime indagini
[quali indagini?, ndr]. Ma siamo alle
16 del giorno 20, il Contingente avrebbe dovuto andar via quella notte stessa,
ed è andato via l’indomani soltanto perché abbiamo dovuto far partire i corpi
di Ilaria e Miran...
Io non voglio
fare valutazioni su cosa abbia scoperto Ilaria Alpi, perché è un problema che
non mi riguarda; faccio solo una considerazione da tecnico. Se Ilaria Alpi nel
suo viaggio a Bosaso ha scoperto qualcosa, perché non è stata uccisa a Bosaso?
Non sarebbe stata uccisa a Bosaso perché in questo modo si sarebbe richiamata
l’attenzione su quell’area che non era controllata da nessuno e dove
verosimilmente i traffici, in assenza di un potere costituito, potevano essere
svolti con tranquillità. Si dice che non era opportuno quindi compiere il
delitto a Bosaso perché così facendo si sarebbero richiamati i riflettori della
cronaca, dell’attenzione su aree che era opportuno lasciare tranquille. La si
uccide allora a Mogadiscio. In questo modo però la giornalista, che è
depositaria di queste verità, avrebbe la possibilità di riferirle e
diventerebbe a quel punto inutile ucciderla. [...] All’hotel Sahafi [Ilaria
Alpi] avrebbe potuto avere la possibilità di telefonare se non addirittura di
inviare le immagini. Io non so se tecnicamente ciò sia possibile, ma come non
lo so io probabilmente lo ignoravano anche gli altri. Dall’hotel Sahafi, nelle due
o tre ore in cui si è trattenuta, Ilaria Alpi, dunque, avrebbe potuto riferire
quanto era a sua conoscenza. A questo punto ucciderla non sarebbe servito ad
altro che a dare maggiore validità alle sue affermazioni. Anche se il problema
non mi riguarda direttamente, come ogni buon italiano ci ho riflettuto sopra e
mi sono chiesto perché non l’abbiano uccisa a Bosaso senza lasciarle il tempo
di passare le informazioni...».
In merito al traffico di armi con la
Somalia, il generale Fiore racconta alla Commissione:
«Loro sanno
che sotto Siad Barre la Somalia ha vissuto tre differenti stagioni: una prima
italiana, una seconda russo cinese, e una terza ancora italiana, il signor
Barre si è fatto dare armi da noi, poi dai russi dai cinesi e poi ancora da
noi... Si parlava anche di implicazioni di Marocchino nel traffico di armi [quando venne arrestato da Unosom, ndr]...
Uno dei motivi per cui sarebbe stato incolpato Marocchino era il traffico di
armi, ma ripeto che non era mai stato formalizzato nulla: la cosa strana è
questa revoca dell’ordine di deportazione. Credo che questa sia una domanda che
bisognerebbe porre all’ambasciatore Scialoja, unico interlocutore titolato in
quella situazione a rappresentare l’Italia in tutti i suoi aspetti...».
Nella parte riservata della audizione, il
generale Fiore torna a parlare del faccendiere Giancarlo Marocchino
dichiarando:
«A un certo
punto, durante la nostra missione, il signor Marocchino viene arrestato
dall’Onu. Non era un problema mio, ma la cosa ugualmente mi aveva dato
fastidio. Chiesi allora all’ambasciatore quali erano i capi di imputazione nei
riguardi di Marocchino. Non vorrei sbagliare – e sicuramente l’ambasciatore se
lo ascolterete su questo sarà più preciso – mi sembra però che non sia stato
formulato nessun capo di accusa ufficiale nei confronti del signor Giancarlo
Marocchino... L’ammiraglio Howe chiede al nostro ambasciatore che il signor
Marocchino venga evacuato in Italia e noi lo riportiamo in Italia. Ci resta per
un determinato periodo, poi ritorna in Kenya, a Nairobi, sostanzialmente vicino
alla Somalia.»
Onorevole Gritta Grainer: «Potrebbe
dirci più o meno il periodo, le date...».
Fiore: «Siamo nel gennaio 1994. Sulle
date non sono preciso, soltanto su una sola di esse perché produrrò un documento.
Lui torna a Nairobi e da lì, tramite telefono e radio, dirige i suoi affari in
Somalia fino al giorno 18 febbraio. Non l’avevo in una precedente occasione, ma
ho trovato finalmente la lettera che l’ammiraglio Howe invia alla moglie del
signor Marocchino il 18 gennaio (ecco perché sono preciso), inviata per
conoscenza anche all’Imam, una specie di personaggio tra il religioso e il
tradizionale che si era adoperato nei confronti di Howe e di Marocchino:
"Gentile Signora Faduma Ali Mohammed, desidero informarla che l’ordine di
deportazione nei confronti di suo marito Giancarlo Marocchino è stato revocato
con effetto dal 18 gennaio" (data della lettera). "Spero che suo
marito d’ora in poi contribuirà maggiormente – o darà un contributo maggiore –
al processo di pace che si sta avviando vigorosamente in Somalia". Firmata
da Jonathan Howe, Rappresentante speciale del Segretario generale dell’Onu». [82]
Al generale Fiore i commissari rivolgono
domande anche a proposito del colonnello Fulvio Vezzalini del servizio di
informazioni dell’Unosom, il quale, durante un’intervista, ha dichiarato:
«Sulla morte di Ilaria Alpi parlerò solo quando sarò in pensione» [83].
Il generale Fiore risponde che il
colonnello Vezzalini non disponeva di informazioni particolari, e giustifica
anche l’ambasciatore per la sua assenza dal luogo del delitto. A quel punto il
commissario Aldo Gregorelli ricorre al sarcasmo: «Vezzalini era un capo
servizio informazioni che non aveva informazioni, Marocchino dava la scorta a
tutti ma non dava la scorta a nessuno, l’ambasciatore non aveva le
macchine...».
Il generale Fiore prosegue la sua ambigua
deposizione, raccontando della documentazione scomparsa sulla morte di Alpi e
Hrovatin, dei rapporti fra il Sismi e Marocchino, e di un intervento dei carabinieri
nel trasporto di corpi e bagagli:
«Attenzione
perché con i corpi viaggiava non solo il referto medico stilato sulla nave
"Garibaldi", ma anche quello della Compagnia mortuaria americana. La
Compagnia, presso la quale abbiamo poggiato i corpi [di Alpi e Hrovatin] per
farli tenere in frigorifero durante la notte [la nave "Garibaldi" era ovviamente dotata di celle frigorifere,
ndr], aveva l’abitudine... quando si ritiravano i corpi per le esequie di
rilasciare un documento medico che aveva valore ufficiale, in cui sulla prima
parte erano scritte le generalità, i dati sul luogo e sull’evento, dietro invece
era riportata schematicamente la figura umana con i punti di entrata e di
uscita dei proiettili. Anche questo secondo documento, che noi abbiamo preso
alle 9.30, ha seguito le salme e lo abbiamo inserito nell’altra documentazione,
dovrebbe essere in possesso del dottor Locatelli [Gianni, direttore generale della Rai, ndr]...
Garantisco sul
mio onore il trasporto: del primo tratto tra Mogadiscio e Mombasa, ho il piano
di caricamento. Oltre ai membri dell’equipaggio (che erano Cesare Gabrielli,
Sebastiano Buttaferro, Carmine Ventriglia, Pasquale Palomba, Giuseppe Mazzocca,
Luigi Comito, Bruno Chicchella) c’erano i giornalisti Giovanni Porzio e Gabriella
Simoni. Per quanto riguarda il tratto da Mombasa a Luxor-Ciampino-Pisa, c’erano
altri sottufficiali, marescialli, maggiori, capitani, persone conosciute. Oltre
agli uomini dell’Aeronautica c’era il capitano Manili, mio collaboratore diretto...».
Fiore: «Quando dico che i carabinieri
hanno recuperato i corpi e li hanno portati al Porto vecchio e da lì alla nave
"Garibaldi", intendo dire che hanno fatto questo, che hanno concorso
a questo. Se questo loro concorso sia stato determinante per farli arrivare al
Porto vecchio ognuno potrà valutarlo come vuole...».
Onorevole Gritta Grainer: «Ma è un
falso, quanto lei ha scritto...» [84].
Fiore: «No, i ruoli non le consentono di
darmi del falso. Se questi atti sono ufficiali credo che nessuno abbia il
diritto di darmi del falso».
Onorevole Gritta Grainer: «Lei ha
dichiarato cose non vere in questa lettera. Deve confermarlo anche lei».
Fiore: «Come ho già detto, ho scritto
questa lettera in termini sintetici, e il suo scopo era completamente diverso».
Onorevole Gritta Grainer: «Questo lo
abbiamo capito, resta il fatto che la sua dichiarazione contiene affermazioni
non corrispondenti alla verità. Lei che è un militare questo ha dichiarato».
Fiore: «Lo sa che in proposito ho
denunciato la signora Alpi?».
Onorevole Gritta Grainer: «Lo so».
Fiore: «Su questo argomento quindi
qualcun altro verificherà se quanto ho scritto è un falso. Mi consentirà, signor
Presidente, di non accettare tale accusa».
Presidente: «Le è stata rivolta una
richiesta di chiarimento».
Onorevole Gritta Grainer: «Lei si sente
in sede ufficiale di confermare questa sera quanto ha scritto nella lettera?».
Fiore: «Affermativo».
Onorevole Gritta Grainer: «Lei conferma
questa lettera?».
Fiore: «Considerando che avevo cercato
di esprimermi sinteticamente, sì».
Onorevole Gritta Grainer: «La conferma,
sì o no?».
Fiore: «La confermo...».
* * *
Una
quindicina di giorni dopo il rientro da Mogadiscio della delegazione italiana,
cioè verso la fine di febbraio 1996, pervengono alla Commissione parlamentare
d’inchiesta documenti importanti. Si tratta – come si è già visto – dei
registri di bordo e di volo delle navi e degli elicotteri del Contingente
italiano in Somalia relativi al mese di marzo 1994. Documenti chiesti parecchi
mesi prima con una lettera ufficiale del presidente della Commissione
indirizzata allo Stato maggiore dell’Esercito, ma arrivati solo adesso, dopo
due missioni di una delegazione della Commissione in Africa, dopo insistenti
telefonate più che quotidiane, e quando la legislatura è ormai finita.
Grazie all’aiuto prezioso di un ispettore
della Digos che collabora con la Commissione, l’onorevole Gritta Grainer
accerta che a Mogadiscio, nei giorni 19-23 marzo 1994, a terra, in cielo e in
mare sono accadute cose davvero strane. Così la parlamentare chiede subito una
convocazione urgente della Commissione (ancora in carica fino all’insediamento
del nuovo Parlamento, che verrà eletto il 21 aprile), ma la sua lettera, datata
7 marzo 1996, rimane senza risposta [85].
Il 12 marzo l’onorevole Gritta Grainer
telefona al procuratore capo di Roma Michele Coiro per poterlo incontrare di
persona; l’appuntamento viene fissato per l’indomani alle ore 11. Al termine
dell’incontro, la parlamentare dichiara: «Ho incontrato il dottor Coiro come
componente della Commissione d’inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via
di sviluppo perché temo che, con lo scioglimento anticipato delle Camere, la
Commissione possa non completare il suo lavoro. Dopo la missione a Mogadiscio e
a Gibuti (29 gennaio-1 febbraio) non è più stata nemmeno convocata. Dal lavoro
che ho continuato a svolgere in queste settimane ho trovato ulteriori elementi
sull’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: la verità è ancora più vicina
ed è necessario andare fino in fondo. Ho consegnato al dottor Coiro una memoria
e copia di documenti anche di recente acquisiti: da essi emergono inquietanti
sospetti di responsabilità del comando del nostro Contingente militare in
Somalia, in particolare del generale Fiore, nel duplice assassinio avvenuto il
20 marzo 1994 a Mogadiscio». Il riferimento è alla vicenda di Teolo Moretti, ai
sette somali, e alle prove di gare di pesca. Successivamente alla consegna di
questi documenti [86],
il 20 marzo 1996, il procuratore di Roma affiancherà al sostituto procuratore
Andrea De Gasperis il sostituto Giuseppe Pititto.
In data 15 marzo 1996 il ministro della
Difesa Domenico Corcione diffonde un polemico comunicato: «Nel manifestare il
suo profondo stupore e la sua indignazione», il ministero della Difesa «intende
preliminarmente ricordare – a chi, nella parossistica ricerca di uno scoop a
tutti i costi, non esita a gettare fango in tutte le direzioni – che il nostro
Contingente è andato in Somalia per ristabilire la pace sociale in un Paese
dilaniato e ridare un po’ di speranza a popolazioni duramente provate», e
precisa:
«Fra le ore
09.50 e le 10.50 del 20 marzo 1994, sette cittadini somali furono imbarcati, a
mezzo elicottero [particolare inedito,
ndr], su nave "Garibaldi", per essere trasferiti a Mombasa e, da
lì, in Italia. Si trattava di persone alle quali, in accordo con l’autorità
diplomatica italiana, si è voluta offrire la possibilità di immigrare in Italia,
quale tangibile riconoscimento per la continua e fattiva cooperazione offerta
al Contingente italiano. Si precisa, in particolare, che si trattava di gruppi
familiari i cui componenti maschi furono, come detto, imbarcati su nave
"Garibaldi", mentre le mogli, per ragioni di opportunità, furono
contestualmente trasferite a Mombasa con un volo militare. Sembra superfluo far
notare che, essendo l’omicidio dei due giornalisti italiani avvenuto attorno
alle ore 15 dello stesso giorno, i sette somali, anziché essere sospettabili,
sono viceversa gli unici cittadini di tutta la Somalia in grado di produrre un
cosiddetto alibi di ferro. Quanto poi al supposto mistero del ricovero in
infermeria, non vi è alcuna esitazione a confermare tale circostanza,
precisando che il giorno 22 marzo, durante la navigazione per Mombasa, uno dei
sette somali fu colpito da una grave crisi ipertensiva e quindi curato nella
infermeria di bordo».
Il comunicato del ministro della Difesa
replica solamente in merito alla vicenda dei sette somali: nulla dice sugli
altri due inquietanti particolari.
Dieci giorni dopo questo comunicato, il 25 marzo
1996, presso lo stesso ministero della Difesa, il generale Fiore tiene una
singolare conferenza stampa [87].
Davide Vozzo, cronista del settimanale
"Vita", scrive: «Tre ore ai piani alti di Via XX Settembre per ribattere
alle insinuazioni e alle accuse dell’onorevole Grainer e per dimostrare che
l’Esercito con il caso Alpi non c’entra niente, che i rapporti, i contatti
vanno cercati altrove, magari al Sismi». Il giornalista Sandro Curzi parla di
«una conferenza stampa atipica: un po’ allucinante», nel corso della quale il
generale Fiore ha dovuto ammettere di essere stato «impreciso» in merito al
soccorso prestato il 19 marzo al capitano Teolo Moretti. «Sono contento che il
papà e la mamma di Ilaria non abbiano assistito a queste tre ore allo Stato
maggiore dell’Esercito», commenta ancora Sandro Curzi, e aggiunge: «Non un
passo avanti sull’assassinio di Ilaria. Anzi, altri inquietanti interrogativi
si sono aggiunti. Come le dichiarazioni del generale Fiore su quello che era avvenuto
proprio in quei giorni nei rapporti tra i fondamentalisti e gli americani».
Nel corso della conferenza, il generale
Fiore, per dimostrare che i sette somali imbarcati sulla nave "Garibaldi"
non sono sospettabili di aver fatto parte di alcun commando, introduce nella
sala Mohamed Abdi Osman, il somalo che durante il viaggio sulla
"Garibaldi" sarebbe stato ricoverato – secondo i registri di bordo –
in infermeria. Davanti alle telecamere e ai giornalisti viene domandato al
somalo se abbia mai incontrato nella infermeria della nave
"Garibaldi" (che consiste in due stanze comunicanti) il capitano
della nave Shifco "21 Ottobre III" Teolo Moretti: Mohamed Abdi Osman
conferma di non avere incontrato nessuno durante il suo ricovero in infermeria.
Poi il generale Fiore arriva a definire «quisquilie» le bugie che ha raccontato
ai coniugi Alpi [88].
Il Sismi parla ma non dice
Il 4 ottobre
1995 la Commissione parlamentare ascolta il colonnello (oggi generale) del
Sismi Luca Rajola Pescarini. L’alto ufficiale del servizio segreto militare
precisa quale fosse la presenza del Sismi a Mogadiscio, smentisce la presenza
di uomini del suo Servizio a Bosaso, e dichiara di considerare Giancarlo
Marocchino un personaggio ambiguo:
«Il ruolo di intelligence che noi svolgiamo è una
attività più a livello politico che militare... [In Somalia] Preparavamo ogni
giorno dei rapporti con i quali informavamo la presidenza del Consiglio dei
ministri, il Mae [ministero Affari
Esteri, ndr] e il ministero della Difesa. È chiaro che avevamo anche
contatti con l’intelligence delle
Nazioni Unite...
Il signor
Alfredo era un mio collaboratore che quando
il nostro Contingente si è reimbarcato, il giorno 15 marzo, insieme a me e ad
altre persone, è rimasto in Somalia perché volevamo mantenere una presenza
minima...
Con Marocchino
non ho mai avuto contatti; non lo conosco e non ne faccio, come altri, una
difesa d’ufficio... Ho sempre vietato ai miei di avere contatti con questa
persona, che non è quindi un nostro agente...
Quanto poi a
Bosaso, non abbiamo mai avuto un nostro uomo lì perché – lei forse non lo
conosce – è un paese inesistente, alla fine del mondo, e non avevamo nessun
interesse in tal senso».
Il giornalista Massimo Alberizzi, invece,
in altre sedi ha più volte sostenuto di avere appreso che il Sismi aveva un
proprio agente a Bosaso, chiamato "L’Avvocato". Per cui un
commissario obietta al generale Rajola:
Onorevole Gritta Grainer: «A me risulta differentemente».
Rajola: «Se avessi avuto un uomo a
Bosaso glielo avrei detto, ma in quel Paese non ho mai avuto nessuno... non
posso permettermi di mandare un’anima perduta a Bosaso. Avevamo là delle
conoscenze... ad esempio il generale Abschis, il capo della Ssdf, come anche
Abdullahi Jussuf, che è l’altro capo militare: conoscere è un conto, avere un
nostro uomo un altro».
Onorevole Gritta Grainer: «Malgrado
tutta la vicenda del sequestro delle navi, che pure ha avuto un seguito, non
avete mandato nessuno?».
Rajola: «La questione delle navi l’ha
seguita l’unità di crisi della Farnesina che ha mandato il console onorario a
Gibuti a trattare il dissequestro delle navi. [...] Non ho mai parlato con il
generale Fiore, abbiamo [avuto] ruoli diversi. Gli uomini che dipendevano da me
a Mogadiscio erano in contatto con il generale Fiore e il suo comando. Io non
avevo nessun motivo per essere in contatto con lui, anche perché ero a Roma...
Per quanto
riguarda i trafficanti italiani abbiamo fatto una segnalazione riguardante il
famoso Giovannini e il gruppetto che fa capo a lui. Come al solito abbiamo
indirizzato la segnalazione alle autorità di polizia italiane...
Noi come Sismi
con questo signore [Giancarlo Marocchino,
ndr] non abbiamo avuto niente a che fare. Anche perché il Sismi ha fin
troppi marchi d’infamia, non volevamo aggiungerne altri che non ci competono.
[...] I misteri della cooperazione non si trovano né a Bosaso né a Mogadiscio –
anche perché lì non c’è più niente – ma stanno a Roma, o in qualche Paese
vicino dove sono le banche. [...] Marocchino è un personaggio che è stato utile
al Contingente italiano e all’ambasciata perché svolgeva dei servizi, di cui
però noi [del Sismi] non avevamo bisogno. Mi chiede se facesse traffici
illeciti: lei sa che Marocchino è stato arrestato da Unosom. Mandato in Italia,
e poi dall’Italia rimandato in Somalia... Noi facciamo l’intelligence in senso lato, mentre i militari fanno l’intelligence sul campo. E infatti
avevamo il famoso colonnello Vezzalini che "raccattava" le sue
informazioni sul campo...
Ho visto le
Oerlikon [armi, ndr] e le ho
segnalate. È chiaro che qualcuno le avrà vendute. So che c’è una Oerlikon
Italia ma non credo vi sia coinvolta. Le Oerlikon non so come siano arrivate,
con le famose triangolazioni, possono essere arrivate da Singapore, da Beirut o
chissà da dove».
Poi l’ex colonnello Rajola Pescarini, a
proposito delle navi della Shifco, dichiara: «Che i pescherecci della Shifco,
che per buona parte del tempo navigano nel Mar Rosso, possano avere trasportato
qualche cassa di munizioni comprate nello Yemen, non è affatto da escludere...
La mia opinione è che sia probabile». Il presidente della Commissione rileva:
«Tutti in Commissione siamo rimasti perplessi nel sapere che queste navi
predisposte per la pesca non erano dotate di celle frigorifere in un clima che
certamente non è polare o subpolare». Il generale risponde: «Il problema nasce qui, appunto...» (in
precedenza il colonnello Rajola, riferendosi alla Shifco, l’aveva definita:
«una di quelle meravigliose società formatesi agli albori della Cooperazione»),
e prosegue:
«All’epoca,
negli anni Ottanta, era tutto di provenienza italiana e gli acquisti vennero
effettuati regolarmente in Italia. Ci furono tre aerei "G222" che
fecero una fine invereconda. Il primo lo distrussero in atterraggio, il secondo
andò fuori pista, il terzo è fermo a Torino con i colori somali perché non
pagarono le ultime tratte. Poi comprarono dei piccoli aerei Piaggio, dei Siae
Marchetti, una quantità di autocarri Fiat e le famose blindo US1416 che erano
rimaste tutte ferme a Bolzano. Inoltre ci fu un grande apporto di mine della
famigerata Valsella...
Quando si dice
che in Somalia si sono spesi 20.000 miliardi bisogna anche dire che ai somali
sono rimaste le briciole... Per me Ilaria Alpi a Bosaso non aveva ragione di
scoprire alcun traffico d’armi che non avveniva certamente in quella landa
deserta... Le posso dire che il mio amico Benni o il mio amico Alberizzi
giravano con una scorta di 30 persone. Ilaria Alpi girava con un solo somalo
che le faceva da scorta».
Il viaggio proibito
Il luglio
1995 è un mese decisivo per la Commissione parlamentare d’inchiesta.
L’audizione di Giorgio e Luciana Alpi ha fornito elementi importanti e ha
indicato persone a conoscenza dei fatti che i commissari hanno ascoltato nei
mesi precedenti (il generale Carmine Fiore, il colonnello Fulvio Vezzalini, i
giornalisti Giovanni Porzio e Gabriella Simoni, e altri).
La necessità di organizzare una missione in
Africa per verificare sul posto fenomeni estesi di malaffare si fa strada con
l’emergere di ombre e incongruenze connesse al duplice omicidio di Mogadiscio
del 20 marzo 1994. L’opportunità di ricostruire sul posto l’agguato mortale, e
la necessità di interrogare i personaggi-chiave della vicenda [89],
inducono alcuni componenti della Commissione parlamentare a indicare Mogadiscio
e la Somalia come obiettivo prioritario della missione (che ha già individuato
altre tappe per il proprio lavoro d’indagine: Mozambico, Etiopia, Eritrea).
In luglio, dunque, la Commissione matura la
decisione di organizzare una missione in Somalia. Il 25 luglio il presidente
della Commissione, l’onorevole Carmine Mensorio, si dimette. Le dimissioni del
presidente rallentano i lavori e le nuove deliberazioni della Commissione. La
delibera della prima missione in Africa (Mozambico, Etiopia, Eritrea, Somalia)
verrà approvata il successivo 25 ottobre 1995: circa un mese prima della
partenza, e dopo che (il 13 settembre) l’onorevole Fiorello Provera è stato eletto
nuovo presidente.
Poco prima di quella data, il 4 ottobre, il
maggiore dei carabinieri Francesco D’Agostino presta giuramento in qualità di
consulente della Commissione, proposto e chiamato a quel ruolo dal magistrato
romano Vittorio Paraggio (consulente della Commissione a partire dal precedente
9 maggio 1995). In pratica, il titolare dell’inchiesta sulla Cooperazione, Paraggio,
e il suo stretto collaboratore, D’Agostino, diventano entrambi consulenti di
una Commissione bicamerale d’inchiesta (con poteri giudiziari) proprio sui temi
della malacooperazione: sono stridenti le implicazioni di deontologia
professionale, di opportunità, e di oggettiva sovrapposizione.
Il colonnello
del Sismi Luca Rajola Pescarini, interpellato dalla Commissione, lascia
chiaramente intendere la sua disponibilità a collaborare con la Commissione per
organizzare la missione a Mogadiscio. Un problema non da poco: l’Italia,
infatti, dopo il rientro del Contingente militare nel marzo 1994, non ha più
sedi diplomatiche in Somalia né rapporti ufficiali.
Due rappresentanti della Commissione, il
maggiore D’Agostino e un funzionario, hanno un incontro segreto con il
colonnello Rajola per definire le modalità. L’ufficiale del Sismi pone precise
condizioni: che la data della missione a Mogadiscio venga decisa all’ultimo
momento; che la delegazione sia formata da uno o al massimo due parlamentari
(cioè che a Mogadiscio non si rechi tutta la delegazione, formata da undici
persone tra deputati, senatori, consulenti e funzionari), accompagnati da
Rajola (o da altro ufficiale del Sismi) e dal maggiore D’Agostino. Si accettano
tali condizioni, e si dà mandato al maggiore D’Agostino di elaborare il piano
operativo. La missione a Mogadiscio per il "caso Alpi" è la sola
ragione che porta il D’Agostino in Africa: infatti il collaboratore del
magistrato Paraggio raggiunge la Commissione a Nairobi mentre questa ritorna dal
Mozambico e si appresta a partire per l’Etiopia: il blitz a Mogadiscio è
infatti programmato con partenza da Addis Abeba (la missione si svolge tra il
20 novembre e il 4 dicembre 1995).
Mentre ancora
la delegazione della Commissione è in Mozambico, il fantasma della imminente
missione in Somalia incombe. La commissaria Gritta Grainer, appena giunta in
albergo a Maputo, riceve una telefonata dal giornalista del "Corriere
della Sera" Massimo Alberizzi il quale, piuttosto allarmato, dice che «Marocchino
ha subìto un attentato; una bomba è esplosa nel tratto di strada dall’aeroporto
a Mogadiscio nord; sembra illeso ma sicuramente questo è un problema per la
vostra missione a Mogadiscio». In pratica la stampa è al corrente della
"segretissima" missione a Mogadiscio della Commissione [90].
Proprio il giorno della partenza
dall’Italia – cioè il 20 novembre 1995 – era giunta notizia di un incendio
doloso appiccato ai magazzini di Marocchino. La Commissione aveva preso i
contatti necessari con la polizia somala e con Marocchino, e aveva indicato i
nomi delle persone che voleva interrogare. Aveva anche concordato con
l’ingegner Omar Mugne della Shifco e con il Sultano di Bosaso un incontro a
Gibuti (raggiungibile con un volo privato da Addis Abeba o da Asmara).
Quando la Commissione arriva in Etiopia,
riceve conferma che il viaggio a Mogadiscio è imminente. Il senatore Aldo
Gregorelli, che guida la delegazione, chiede l’autorizzazione al presidente
della Commissione, dato l’aggravamento della sicurezza in Somalia. Ma arriva un
fax con il quale il ministero degli Esteri sconsiglia il viaggio. E dopo un
fitto scambio di contatti e una telefonata del senatore Gregorelli al generale
Sergio Siracusa (capo del Sismi), alla delegazione perviene la comunicazione
che chi doveva fornire il supporto logistico non lo fornirà, e che il viaggio è
dunque annullato. Una decisione assunta dopo che è stata ipotizzata la
possibilità che il viaggio a Mogadiscio avvenisse senza parlamentari: solo il
Sismi e D’Agostino. E mentre dall’Italia arrivano anche le notizie relative
all’imminente crisi di governo si comincia a sospettare che vi sia qualcuno che
si è attivato per vanificare la missione a Mogadiscio.
Ad Asmara, ultima tappa del viaggio, il
capo delegazione comunica ai commissari che sono cancellati anche gli incontri
a Gibuti con Mugne e il Sultano di Bosaso. Motivo: è troppo costoso noleggiare
un aereo, e i due testimoni sono figure marginali...
* * *
Il 25
novembre 1995 una troupe del "Tg3" ha raggiunto la Commissione
parlamentare ad Adis Abeba, con la speranza di poterla seguire a Mogadiscio.
Quando la missione nella capitale somala viene annullata, la troupe della Rai
decide di raggiungere autonomamente Gibuti, e da qui, a bordo di un vecchio
aereo russo (che trasporta la droga locale, il chat), raggiunge Bosaso.
Dopo un incontro con il Presidente della
fazione del Ssdf che governa la regione, alla troupe Rai viene offerta
protezione e una scorta (a pagamento). Al viaggio partecipa, come traduttore,
Agi Ambarre, il somalo che ha permesso fin dall’inizio dell’inchiesta
giornalistica di trovare i testimoni più importanti; e grazie alla sua intermediazione
e alle sue conoscenze del posto, la troupe della Rai riesce a rintracciare
Abdullahid Mohamed Joar, il capo dei miliziani somali che avevano sequestrato
la nave "Faarax Oomar" della Cooperazione alla quale Alpi e Hrovatin
si erano interessati.
L’intervista con Joar avviene nella loggia,
davanti alle camere dell’unico albergo di Bosaso, lontano da orecchie e occhi indiscreti.
Lei è stato
coinvolto nel sequestro della nave "Faarax Oomar"?
«A dire il
vero non si è trattato di un sequestro, la "Faarax Oomar" stava
svolgendo un tipo di pesca proibito nelle nostre acque, quindi non si è
trattato di un sequestro, l’abbiamo presa per via di quel tipo di pesca
illegale che stava svolgendo».
Lei si è trovato a
bordo della nave?
«Sì».
Che cosa ha
scoperto sulla attività della nave parlando con il capitano?
«Quando siamo
arrivati a bordo, abbiamo trovato delle reti irregolari, quel materiale... Come
si chiama? Quel sistema proibito di pescare in ogni altra nazione [pesca a strascico, ndr]... Per questo
motivo l’abbiamo presa. A parte questo, abbiamo chiarito con il capitano che
non eravamo interessati a nessuno e in nessun atto che fosse contro i diritti
umani. Lui ci accettò. Gli abbiamo domandato cosa pensava di quello che stava
succedendo in Somalia rispetto alla guerra civile, e a questo proposito il
capitano Nazareno Fanesi ci ha detto che un gruppo italiano, qualcosa come il
Sisde o una sigla simile, un gruppo di intelligence
e Mohamed Scheik Osman (il nostro ex ministro della Finanza), stavano svolgendo
un traffico di armi con la nave madre della Shifco verso Merca da Gaeta e da
altri posti dell’Estremo Oriente. Gli ho chiesto perché facevano questo con gli
altri clan, non capivo perché gli italiani fossero coinvolti nelle atrocità
assieme ai somali, assieme a noi. Forse si trattava di alcune persone malvagie,
non voglio dire che tutti gli italiani siano malvagi, non si può evitare che esistano
persone malvagie...».
È stato specifico
su chi fosse coinvolto in tutto questo?
«Sì. Mohamed
Scheik Osman e il figlio di Robla stesso, non so se sia ancora vivo o se sia
morto ora. Vendevano a Aidid in Merca e in El Maiani, e la stessa "Faarax
Oomar" faceva traffico di petrolio da Gibuti a Merca. Questo era quello
che praticamente conosceva a questo riguardo».
Lo avete
interrogato?
«No, non lo
abbiamo interrogato, ci ha detto queste cosa da amico. Noi non siamo poliziotti
che possono interrogare delle persone».
Lei sapeva che
Ilaria Alpi era qui a Bosaso e che cercava di informarsi su questa nave?
«Sì, lo
sapevamo. Lo avevo saputo quando mi trovavo a bordo [della “Faarax Oomar”, ndr]) ed ero contento che cercassero di
venire da noi. Ma sfortunatamente non lo fecero e dopo un paio di giorni ho
saputo che sono stati uccisi a Mogadiscio».
Quando ha saputo
che sono stati uccisi che cosa ha pensato?
«Quando Fanesi
e io abbiamo parlato di quei giornalisti che erano venuti a Bosaso e che erano
tornati là [a Mogadiscio, ndr], lui
mi disse che forse qualcuno di quel gruppo sapeva quello che era successo
davvero. Per quello erano stati uccisi, perché non si sapesse la verità».
Quale verità?
«La verità di
quelle armi che venivano portate dall’Italia alla Somalia durante la guerra».
Le persone che
potrebbero essere coinvolte, chi potrebbero essere?
«Come?, non
capisco...».
Le persone che
potrebbero essere coinvolte nell’omicidio e nel traffico chi potrebbero essere?
«Quello che
noi supponevamo: il gruppo di Mugne o qualcun altro, come il gruppo di Aidid
che ha informato Mugne, che gli ha detto che i giornalisti italiani stanno
cercando di capire chi c’è dietro l’approvvigionamento di munizioni, quindi
lasciateli andare e seguiteli...».
Fanesi le ha detto
di qualche spedizione di armi?
«Sì, mi ha
parlato di questa spedizione da Gaeta che ha visto Mohamed Scheik Osman e
qualche gruppo collegato in Somalia, ma l’unico nome è stato quello, nel 1992,
non so la data esatta e il mese...».
Per quale gruppo?
«Per Aidid».
È stato specifico
a questo proposito?
«Sì».
Aveva paura a
mostrarsi?
«Sì, aveva
paura che il suo nome saltasse fuori per due motivi: il primo che lui era
ufficialmente in pensione e non voleva che la Previdenza lo sapesse, e il
secondo motivo che qualcuno di quella gente di merda sapesse di lui perché
qualcosa avrebbe potuto succedergli».
Quanto è stato
pagato per la liberazione della nave?
«380 mila
dollari, ma Mugne e il gruppo italiano hanno preso 670 mila dollari dalla
Compagnia».
Quale compagnia?
«La Sec».
Quando hanno
pagato, vi hanno chiesto di stare zitti su tutto questo?
«Certo, ci
hanno chiesto di stare zitti in ogni caso, ma io non ho paura, io sono libero.
Si è trattato di una tassa, una tantum per la pesca nelle nostre acque. Nello
stesso tempo noi diciamo ai gruppi internazionali, a quelli italiani e anche al
governo italiano, che se quella nave e quei marinai italiani a bordo fanno
ancora pesca illegale nelle nostre acque... li avvisiamo una volta ancora,
statevene distanti, perché altrimenti non siamo responsabili e saremo costretti
a tornare...».
Una delegazione a Mogadiscio
Rientrata la
delegazione dall’Africa, la Commissione parlamentare d’inchiesta non si
riunisce più fino al 16 gennaio 1996: solo incontri informali e due riunioni
della presidenza della Commissione, nel corso delle quali si ripropone la
necessità di una breve missione a Mogadiscio e a Gibuti, stavolta senza l’aiuto
del Sismi.
Nei primi giorni di gennaio 1996 il piano
per la missione somala viene messo a punto, anche grazie alla collaborazione
della commissaria europea Emma Bonino. Si prendono contatti con l’ambasciata di
Nairobi (dopo aver verificato una disponibilità anche a Addis Abeba), si
definiscono dettagli operativi con la polizia somala, appuntamenti con
Giancarlo Marocchino (per quanto riguarda Mogadiscio) e con l’ingegnere Omar
Mugne (per quanto riguarda Gibuti). La missione durerà tre giorni, dal 29 al 31
gennaio 1996, e la delegazione sarà formata dai parlamentari Mariangela Gritta
Grainer, Fiorello Provera, Mario Brunetti, Aldo Gregorelli, Cesare Pozzo, e dal
consulente Renato Camarda. Il tutto viene deciso nella massima segretezza.
Ma il 29 gennaio, appena la delegazione
arriva a Nairobi, in albergo l’onorevole Gritta Grainer trova un messaggio
della giornalista Marina Rini de "L’Indipendente" che le dà
appuntamento nella hall. La giornalista sostiene di avere saputo della missione
top secret della Commissione dall’ambasciata, e di essere stata autorizzata a
chiedere di recarsi anche lei in Somalia per seguire la missione. La
parlamentare ne informa il resto della delegazione, propone di respingere la
richiesta della Rini, e sollecita il presidente a chiedere conto del comportamento
dell’ambasciata: la vicenda di Marina Rini, infatti, attesta una grave
violazione della segretezza che avrebbe dovuto accompagnare la missione della
Commissione parlamentare [91].
Nel
pomeriggio del 29 gennaio 1996 la Commissione incontra tre rappresentanti di
Aidid. La ragione dell’incontro è duplice: raccogliere notizie anche dall’altra
fazione che comanda a Mogadiscio [92],
e informare del volo a Mogadiscio nord per garantire ai commissari un minimo di
sicurezza. Sono: Jama Farah (capo del protocollo dell’ufficio del presidente
Aidid), Mohamed Asdub (vice capo della delegazione di Nairobi), e Saalad Gelle
(commerciante e membro della delegazione di Nairobi); quest’ultimo è stato il
contatto della Commissione, prima della partenza, per organizzare l’incontro a
Nairobi.
Parla Jama Farah, dei tre il massimo in grado.
Oltre a molte riflessioni e critiche sul comportamento italiano sbilanciato a
favore di Ali Mahdi, di quanto accaduto il 20 marzo 1994 dichiara: «Ilaria Alpi
era forse l’unica giornalista in Somalia veramente obiettiva. Veniva dal Nord e
venne uccisa. Mentre Marcello Palmisano [93]
si trovò nel mezzo di un conflitto a fuoco ma non c’era nessuna intenzione di
uccidere dei giornalisti, per Ilaria è diverso. Il giorno prima che Ilaria
venisse uccisa vi fu chi controllò se fosse rientrata da Bosaso: sapevano quindi
che sarebbe stata di lì a poco a Mogadiscio. La gente dice che è stata uccisa
perché sapeva qualcosa». Alla domanda «chi sapeva, chi l’ha uccisa, e cosa
sapeva Ilaria», risponde allargando le braccia. Alla domanda se conosca Ali
Jiro Scermarke [94], Jama Farah
risponde di sì perché ora sta dalla parte di Aidid, e assicura che possono
aiutare la Commissione a interrogarlo. L’incontro si conclude con l’impegno dei
rappresentanti di Aidid di costituire un comitato che appoggi l’inchiesta della
Commissione raccogliendo informazioni, e con la loro richiesta che la
Commissione si rechi anche a sud di Mogadiscio per incontrare Aidid.
Quello stesso giorno, alle ore 23, la
delegazione parlamentare si riunisce brevemente per verificare una serie di
domande da rivolgere a Marocchino e agli altri testi (una parte delle domande è
relativa alla Cooperazione, un’altra al duplice omicidio). Dopodiché la
delegazione incontra, per gli ultimi dettagli, il consigliere d’ambasciata
Giovanni Brauzzi, il quale era a Nairobi quel tragico 20 marzo.
Brauzzi racconta ai commissari che in
ambasciata, a Nairobi, in quel marzo 1994, si era diffusa una viva
preoccupazione per il fatto che Ilaria Alpi avesse lasciato Mogadiscio.
Perché?, gli viene chiesto. Risposta: «Si era resa apparentemente irreperibile»
[95].
Il consigliere Brauzzi esprime poi l’opinione che tra i due clan sia Aidid ad
avere maggiore potere, a essere più abile militarmente, mentre Ali Mahdi – che
controlla solo Mogadiscio nord – sarebbe invece nelle mani dei gruppi che lo
appoggiano [96].
La notte del
29 gennaio 1996 è breve, carica di tensione, la sveglia è alle ore 5, la
partenza per Mogadiscio è alle 6, occorrono 3-4 ore per raggiungere la capitale
somala. L’aereo è piccolo, di quelli Echo (European Community Humanitarian
Organization). In volo si ha la percezione visiva della tragica bellezza di una
terra nella quale per ben sette volte Ilaria Alpi aveva voluto cercare le
ragioni di un popolo oppresso prima da un sanguinario dittatore e poi da una
guerra civile interminabile.
Dopo l’atterraggio la delegazione viene
prelevata da auto in equipaggiamento di guerra e da decine di uomini di scorta
superarmati: il servizio è stato predisposto da Giancarlo Marocchino e dalla
polizia. Marocchino risulta essere il capo del "comitato di
accoglienza", che pure è formato da diverse persone. La delegazione incontra
Ali Mahdi su sua richiesta, insieme a diversi ministri del suo governo,
compreso il generale Gilao. L’incontro, molto formale, autorizza l’attività
della Commissione. L’effettuazione degli interrogatori è predisposta
nell’ufficio del generale Ahmed Gilao. Ma la delegazione rifiuta questa
"ospitalità" e decide che effettuerà gli interrogatori negli uffici
di Echo (distanti poche centinaia di metri dalla residenza presidenziale). A
quel punto l’apparente cordialità con cui la delegazione è stata ricevuta
diviene freddezza. Una freddezza che si fa gelo quando i commissari rifiutano
l’invito a pranzo nella residenza di Marocchino: è una specie di "sgarbo diplomatico",
perché tutti, a Mogadiscio, sono ospiti di Marocchino, da sempre.
La delegazione si trasferisce dunque negli
uffici di Echo. Ma non riesce a evitare che agli interrogatori siano presenti
il generale Gilao, il colonnello Osman Omar Weile (capo operativo della polizia),
e il colonnello Abdullahi Gafo (capo logistica della polizia).
Il primo a
essere ascoltato è il colonnello Gafo, che all’epoca del delitto ricopriva un
importante incarico nella polizia. L’ufficiale somalo dichiara di aver sentito
del delitto mentre era in macchina, di essersi recato sul luogo dell’attentato
e di aver effettuato le prime indagini. Aveva trovato sul posto Marocchino che
proteggeva il materiale presente nell’auto e i corpi, anch’essi sull’auto; gli
era sembrato che non mancasse nulla. Aveva domandato all’autista come fosse
riuscito a scampare all’attentato, e l’autista gli avrebbe risposto che
entrambi i giornalisti erano sul lato destro della jeep, e che al fuoco degli
assalitori l’uomo di scorta era fuggito. L’autista – secondo Gafo – avrebbe
anche dichiarato di aver creduto che gli assalitori volessero prendere di mira
lui in quanto era riuscito a trovare lavoro – merce rara a Mogadiscio –
togliendolo a chi aveva lavorato in precedenza per la Alpi, di avere
accompagnato Marocchino al Porto vecchio, e di avere atteso i primi soccorsi
per almeno dieci minuti. Fra i testimoni – sempre secondo l’ufficiale somalo –
alcuni avrebbero sostenuto che gli assalitori avevano sparato all’impazzata,
altri che l’autista era un complice degli stessi killer. Nessuno aveva
accreditato la tesi della rapina, anche perché vi sarebbero stati 7-8 minuti in
cui l’auto era rimasta effettivamente incustodita, con a bordo oggetti e materiale
fotografico di valore.
All’interrogatorio del colonnello Gafo, il
generale Gilao – capo della polizia della zona di Ali Mahdi – non solo è
presente, ma sembra "ispirare" con espressioni del viso le risposte
del collega. Gafo sembra sapere molto più di quello che dice, così come il
generale Gilao: ma restano impassibili quando i commissari fanno presente che
il racconto del colonnello è poco verosimile, dal momento che, per esempio, la
documentazione video mostra chiaramente la posizione di Hrovatin, accanto
all’autista, sul sedile anteriore a destra, e quella di Alpi sul sedile posteriore
a sinistra dietro l’autista. «L’inchiesta non è finita», risponde Gafo, «tutti
qui sanno chi sono gli esecutori, ma non parlano» [97].
Giancarlo
Marocchino racconta ai commissari di avere lavorato per la società Tramar, che
affittava trailers per la Libia e per
l’Algeria. Nel 1984 la compagnia ebbe grossi problemi in quanto la Libia uscì
di scena: bisognava pagare 22 milioni al mese per rimorchi che non lavoravano,
e gli usurai portarono la società alla rovina. Quando la Tramar fallì, lui si
trasferì a Mogadiscio, dove era il solo bianco a salire sui camion (gli altri
facevano guidare i somali), spesso per distanze di 1.700 chilometri.
Marocchino dice di avere trasportato
materiale anche per la costruzione della strada Garoe-Bosaso: un lavoro difficile
– sostiene – perché c’erano moltissimi militari sbandati provenienti
dall’Ogaden che si erano dati al banditismo. Il faccendiere racconta di avere
avuto un subappalto da una società gestita dal figlio dell’ex presidente della
Somalia, che a sua volta aveva avuto l’appalto dal Lofemon; questo consorzio
aveva realizzato il primo tratto di strada, mentre il secondo era stato
affidato al consorzio Saces con la direzione dei lavori della società Techint.
Poi Marocchino dichiara di aver lasciato la
Somalia con la nave "Garibaldi", e di esserci tornato nel marzo 1991,
quando "Sos Kinder" gli aveva chiesto di effettuare dei trasporti per
la costruzione di un ospedale. In precedenza aveva anche lavorato per la
"Garibaldi", quindi aveva cominciato a lavorare con la Cooperazione.
Racconta di aver lasciato di nuovo la Somalia quando scoppiò la guerra civile,
e di esservi ritornato nel maggio 1992, di essersi trasferito da Mogadiscio sud
a Mogadiscio nord perché sua moglie apparteneva al clan Abgal, lo stesso di Ali
Mahdi, e anche perché Aidid aveva cominciato a attaccare gli italiani (luglio
1993). Racconta poi di avere cominciato a lavorare con la Cooperazione
eseguendo trasporti per la Cogefar (Consorzio Saces), e di aver eseguito
trasporti anche per conto della linea Messina, per la Giza e per altre ditte italiane.
L’onorevole Gritta Grainer chiede a
Marocchino perché venne arrestato da Unosom: ai commissari risulta che ci fosse
anche il sospetto di un suo coinvolgimento in un traffico di armi. Marocchino
risponde che venne arrestato dall’Unosom perché era accusato di essere un uomo
di Aidid, e che poi il generale Howe di Unosom si sarebbe scusato con lui per
il provvedimento di espulsione dalla Somalia. La vicenda dell’arresto, della espulsione
e della successiva riammissione in Somalia di Giancarlo Marocchino rimarrà uno
degli episodi mai chiariti. A proposito dei suoi rapporti con i Servizi,
Marocchino dichiara di avere incontrato il colonnello Luca Rajola solo una
volta, mentre costruiva il compound
dell’ambasciata Italiana, e di non avere avuto alcun rapporto con il Sismi.
Dichiara anche di aver conosciuto Guido Garelli perché questi aveva tentato di
truffare la "Sos Kinder" (diceva di aver molti viveri da vendere e
aveva chiesto un acconto). A proposito di Giovannini, racconta che quest’ultimo
forniva armi a Siad Barre, ma nega di conoscerlo personalmente.
In merito al duplice omicidio di
Mogadiscio, Marocchino dichiara: «Ero sulla mia macchina e mi trovavo a passare
vicino al luogo del delitto. A un crocicchio vedo molta folla, un uomo si
avvicina e mi dice che dei bianchi sono stati uccisi. Mi precipito verso il
luogo e vedo una macchina schiacciata contro il muro: c’è del sangue a terra,
altro ne scende dalla macchina che aveva il vetro rotto. C’era anche Miran
Hrovatin a terra, con il capo reclinato e la lingua di fuori, colpito alla
fronte». Marocchino dichiara di essersi sentito tranquillo in quanto era
convinto che non ci fossero italiani nella zona: non conosceva personalmente
Hrovatin, mentre Ilaria Alpi era stata anche ospite a casa sua. «Nei giorni
precedenti il generale Fiore aveva dato l’ordine di evacuazione in quanto gli
animi erano molto accesi contro gli italiani che avevano fatto promesse senza
mantenerle: molti incidenti provocati dal nostro esercito non erano stati
risarciti, e il giorno prima erano state lanciate pietre contro l’ambasciata
[italiana]; il Contingente era quindi partito la mattina presto. A casa mia
c’erano i giornalisti Porzio e Simoni, che avevano scelto, sotto la loro
responsabilità, di restare ancora a Mogadiscio. Vi erano due strade per
raggiungere la mia abitazione dal luogo dell’agguato: quella che passava per
l’ambasciata era la più pericolosa, ed era proprio quella percorsa da Ilaria
Alpi».
Giunto sul luogo dell’agguato, sul
pavimento dell’auto «ho visto la Alpi con la mano appoggiata sulla testa; mi
sono commosso, ho aperto l’auto, e l’ho presa tra le braccia; era ancora viva,
così sono andato all’auto e ho chiamato il colonnello Giorgio Cannarsa. Ricordo
che subito dopo è giunta sul luogo dell’agguato la Cnn che stava intervistando
Cannarsa quando è arrivata la telefonata»: l’ufficiale aveva suggerito di
caricare la giornalista agonizzante sull’auto e di portarla all’aeroporto;
Marocchino si era rifiutato di farlo in quanto gli americani avrebbero potuto
sparargli, e aveva suggerito come destinazione il Porto vecchio. Nel frattempo
erano arrivati anche Simoni e Porzio, che sarebbero poi andati all’albergo
Sahafi per i bagagli.
Marocchino riferisce inoltre che l’elicottero
militare sarebbe decollato in tempi rapidissimi per il Porto vecchio (precisa
addirittura «in 21 secondi»), e non lascia trasparire alcuna polemica con i
militari [98]. Gli viene
domandato del comportamento dell’esercito, e risponde: «I militari sono venuti
subito, appena hanno potuto». Gli viene chiesto di chiarire la frase da lui
pronunciata subito dopo l’agguato «Sono andati dove non dovevano andare»: «La
frase che ho detto? Quando ho detto "Sono andati dove non dovevano
andare" [99] non mi
riferivo certo a Bosaso, dove Ilaria non ha scoperto niente, non c’è niente da
scoprire a Bosaso: volevo semplicemente dire che la strada che passa per
l’ambasciata era molto pericolosa e che Ilaria è passata proprio di lì».
Il racconto di Giancarlo Marocchino appare
chiaramente condizionato dalla preoccupazione di non dire tutto quello che sa;
e tuttavia emergono alcuni nuovi importanti particolari. «Insieme con i corpi
ho caricato anche i materiali presenti sull’auto: due taccuini, una radio e una
penna»; gli viene chiesto di ripetere il numero dei taccuini recuperati:
conferma che erano due [100].
Aggiunge che al Porto vecchio (dopo circa un’ora) c’era anche un medico, e
Ilaria «appena arrivati è quasi sembrato che sorridesse... poi è morta».
Afferma inoltre che, a suo avviso, «è stato l’uomo di scorta a sparare per
primo, visto che l’auto degli aggressori, che stazionavano davanti all’Hotel
Amana quando Ilaria arrivò, aveva loro tagliato la strada. Dopo i primi spari
della scorta l’autista ha fatto circa 80 metri in retromarcia mentre gli
assalitori sparavano a loro volta. L’uomo di scorta è fuggito quasi subito,
ferito forse da un colpo d’arma da fuoco o da un sobbalzo della Jeep» [101].
Marocchino riferisce anche che un mese dopo
l’attentato mostrò al giornalista del "Tg3" Giuseppe Bonavolontà
l’automobile degli attentatori. E infine, alla tesi dell’esecuzione premeditata
che lo stesso faccendiere aveva avanzato nell’intervista a Vittorio Lenzi
subito dopo l’attentato, adesso sostituisce due ipotesi: una ritorsione contro
italiani, o un tentativo di sequestro.
La Commissione cerca poi di capire se e in
quale modo Marocchino sia stato implicato in traffici d’armi o altro. Si fa
riferimento alle parole di Ernesto Miragliotta (buon amico di Marocchino),
intercettato dalla Procura di Brindisi. Si domanda al faccendiere di un
documento siglato da lui stesso e da Guido Garelli (altro intercettato) e da un
console onorario, tale Scaglione. Le risposte di Marocchino sono vaghe, ma non
nega: è evidente che sa molto più di quanto voglia dire. A precisa domanda, il
faccendiere conferma che sono «rimasti» a lui tutti i mezzi della Cooperazione
italiana per i quali le diverse ditte avevano già chiesto e ottenuto un
rimborso dalla Saces. E conferma di essere a conoscenza delle operazioni "Urano
1" e "Urano 2" sulle scorie nucleari: «Ho sentito voci sul fatto
che venissero scaricate nel nord della Somalia perché lì vi sono posti adatti
ma non so se l’operazione sia andata a buon fine» [102].
Concluso l’interrogatorio, il commissario
Aldo Gregorelli conferma che l’immagine fornita di sé da Marocchino – quella di
un semplice trasportatore – non è verosimile, e che le sue parole non sono credibili.
Il capo della
sicurezza dell’Hotel Amana, Aweis, conferma in pratica la versione dei fatti
raccontata da Marocchino e dal colonnello Gafo, e quelle che fornirà poi
l’autista Ali Mohamed Abdi. Di nuovo, solo un particolare: Aweis afferma che «4
auto italiane dell’Unosom sono arrivate quasi subito [sul luogo dell’omicidio, ndr] e hanno fatto dei rilievi», circostanza,
questa, contenuta in un servizio dell’Agenzia Ansa diffuso nelle ore subito
successive all’agguato. Sostiene inoltre che quattro giorni dopo l’omicidio i
giornalisti Remigio Benni, Vladimiro Odinzoff e Giuliana Sgrena arrivarono a
Mogadiscio e fecero una indagine dei cui esiti non hanno parlato con nessuno:
«Hanno fatto molte foto anche alla macchina di Ilaria... sanno molte cose».
Ali Mohamed Abdi, autista dell’auto a bordo
della quale Alpi e Hrovatin sono stati uccisi, racconta quanto ricorda della
dinamica dell’agguato, modificando in parte quanto aveva affermato in alcune
interviste dopo il fatto:
«L’auto era
una "Toyota pick-up" con doppia cabina partita dall’Hotel Sahafi
verso le 15.15, con un uomo di scorta: Ilaria decise all’improvviso di recarsi
all’Amana. Ilaria non sapeva dell’ordine di evacuazione perché, quando il
generale Fiore l’aveva dato, era a Bosaso. Quando sono arrivato l’auto blu [degli attentatori, ndr] era parcheggiata
sul marciapiede del lato opposto all’albergo Amana, con la parte posteriore
appoggiata al muro. Quando Ilaria e Miran sono scesi per entrare in albergo ho
effettuato un inversione a "U" posizionando l’auto in discesa verso
il crocicchio davanti alla "Land Rover" blu sul lato opposto rispetto
all’albergo. L’auto degli assalitori era già ferma davanti all’Amana; non ci
aveva seguiti fin dall’Hotel Sahafi. Quando Ilaria è uscita dall’albergo ha
quindi attraversato la strada, ha salutato i venditori di tè come d’abitudine
ed è salita in macchina. Ilaria e Miran erano allineati sullo stesso lato della
macchina. Appena messa in moto la "Toyota", l’autista della
"Land Rover" ha fatto altrettanto. L’uomo di scorta mi ha subito
detto che quella macchina lo insospettiva e mi ha consigliato di proseguire
diritto senza svoltare a destra al crocicchio. La "Land Rover" però
ha dato una forte accelerata, ci ha superato e ci ha tagliato la strada: 2 dei
7 uomini a bordo sono scesi e hanno cominciato a sparare; uno ha sparato anche
contro di me. Una pallottola ha rotto il vetro, è uscita dal tettuccio e ha
ferito la scorta che ha subito risposto al fuoco; la sua arma si è inceppata
dopo aver sparato qualche colpo. Gli assalitori allora hanno sparato raffiche
di mitra; ho messo la retromarcia e accelerando sono tornato indietro per circa
80 metri, fino all’altezza del Centro culturale francese: lì una ruota è salita
sul marciapiede e la "Toyota" si è fermata sbattendo contro il muro.
Alcuni colpi delle raffiche erano penetrati nella vettura: un colpo aveva
colpito Miran e Ilaria, insieme. Allora sono sceso dalla macchina e ho sparato
anch’io con la mia pistola».
Il racconto dell’autista è in più punti
contraddittorio. In un italiano molto più incerto che nel 1994, quando aveva
risposto alle varie interviste, Ali Mohamed Abdi per la prima volta dichiara di
avere impugnato la sua pistola e di avere sparato. Un particolare molto
importante, tale da rendere più grave il fatto che né l’autorità militare
italiana né l’Unosom abbiano svolta la benché minima inchiesta né tantomeno
abbiano sequestrato le armi della scorta o dell’autista. Gli viene fatto
notare, in particolare, che la Alpi non sedeva nella parte destra della
macchina, bensì dietro di lui, e che – se il suo racconto fosse vero – la
pallottola che aveva ucciso la giornalista avrebbe dovuto colpire prima lui...
A queste obiezioni l’autista allarga le braccia e mormora parole incomprensibili.
Gli viene obiettato: «Ma lei ha sempre dichiarato che la macchina degli
assalitori vi seguiva fin dallo Sahafi, qual è dunque la verità: vi seguiva o
vi aspettava davanti all’Amana?», e Ali Mohamed Abdi ripete: «Ci aspettava».
Alla domanda «Conosce o sarebbe in grado di riconoscere gli assalitori o alcuni
di essi, quei due che sono scesi sparando, per esempio?», risponde sicuro:
«Sarei in grado di riconoscerli».
Quando viene
ascoltato dai commissari, il colonnello Osman Omar Weile premette, con
ostentazione, di avere frequentato l’Accademia [militare, ndr] di Modena e di essersi laureato in Statistica. Poi
comincia a rispondere alle domande; gli viene chiesto, in particolare, del
rapporto della polizia somala, giunto in Italia il 20 dicembre 1994, firmato
dal colonnello Ali Jiro Scermarke, nel quale si ipotizzano responsabilità
italiane nel duplice omicidio (soprattutto di Giancarlo Marocchino) e si
indicano alcuni possibili moventi, primo fra tutti l’inchiesta che Ilaria Alpi
stava conducendo sulla malacooperazione Italia-Somalia. La risposta del
colonnello Weile è enigmatica:
«Quello di
Ilaria è un fascicolo ancora aperto; non si è potuto proseguire perché la gente
ha paura di parlare. Per conoscere la verità bisogna aspettare che a Mogadiscio
ci sia un vero e proprio governo. A proposito del rapporto di cui mi chiedete
vi dico: noi non abbiamo fatto nessun rapporto».
Il colonnello Weile parla un italiano
fluente, e suscita nei commissari un’impressione di scaltra intelligenza (che a
tratti ricorda il sorriso sornione del Sultano di Bosaso quando Ilaria gli fece
la sua ultima intervista). L’on. Gritta Grainer, a questo punto, mostra al colonnello
somalo copia del rapporto [103],
e gli domanda: «Allora questo lo abbiamo scritto noi?». Visibilmente irritato,
il colonnello Weile risponde: «Non so nulla di questo rapporto... è stato
redatto da Ali Giro che non me lo ha trasmesso. Marocchino è quasi un
analfabeta e non è certo capace di architettare un delitto con le
caratteristiche descritte nel rapporto». E nel gelido silenzio dei commissari,
Osman Omar Weile aggiunge bellicoso: «Ali Jiro Scermarke sarà a Roma
prestissimo e voi potrete ascoltarlo... Scermarke è dalla parte di Aidid ma
viene spesso a Mogadiscio nord a parlare con i suoi vecchi colleghi» [104].
Al colonnello somalo viene chiesto cosa
sappia della macchina degli assalitori, come capo operativo della polizia, e lo
stato dell’inchiesta che – da quanto emerso in precedenza – è ancora aperta.
Risposta: «La "Land Rover" blu aveva il compito specifico di colpire
ogni italiano che passasse dall’Hotel Amana perché nell’ultima settimana il
Contingente italiano aveva ucciso molta gente e causato molta distruzione. La
gente chiedeva risarcimenti come dopo l’assalto al pastificio. Non possiamo
proseguire l’inchiesta; quando avviene un incidente, se ci sono tre testimoni
avremo tre versioni differenti».
I commissari rivolgono al colonnello Weile
un’ultima domanda: perché non è venuto a testimoniare l’uomo di scorta? La
risposta del militare somalo è lapidaria: «Si è rifiutato di venire perché se
fosse venuto a parlare lo avrebbero ucciso» – Osman Omar Weile si sottrae a
qualunque altra precisazione in merito.
Conclusi gli interrogatori è sera, e la
delegazione della Commissione parlamentare lascia Mogadiscio. Il viaggio di
ritorno a Nairobi è silenzioso. L’indomani sarà un altro giorno importante a
Gibuti.
All’aeroporto
di Gibuti la delegazione della Commissione viene ricevuta dall’ingegner Mugne e
dai suoi collaboratori. L’ingegnere è aggressivo, arrogante; chiede subito i
nomi dei commissari, e il relativo partito di appartenenza. Durante il
controllo dei documenti e il trasferimento al luogo degli incontri,
l’atteggiamento di Mugne è così arrogante e minaccioso da indurre la
Commissione a ricordargli che è pur sempre un cittadino italiano.
I commissari gli leggono il brano di un
libro dal quale emerge con chiarezza il ruolo di Mugne all’interno della Cooperazione
italo-somala, comprese le estese questioni di malaffare con tangenti che
caratterizzavano la Camera di commercio Italo-somala (di cui lui era il
referente somalo) [105].
Gli viene riferita anche l’affermazione del magistrato milanese Gemma Gualdi, secondo
la quale le tangenti o parti di esse venivano pagate anche in armi. Mugne
conferma il meccanismo corruttivo della malacooperazione, ma alla richiesta di
specificare qualche nome dichiara di non essere in grado di rispondere
sull’esistenza di una struttura politico-affaristica parallela rispetto a
quella ufficiale governativa: ribadisce solo che un Paese povero come la
Somalia non si pone tante domande sui tipi di intervento e sulle modalità di
esecuzione, dice che «a caval donato non si guarda in bocca». L’ingegnere,
inoltre, arriva a negare il fatto – documentato alla Commissione [106]
– di aver chiesto, come responsabile della Gizoma, pagamenti in
"Grant" (doni e credito d’aiuti) per poter trafficare in armi con più
facilità.
L’ingegner Mugne racconta che al momento
della partenza del programma Fai, Siad Barre creò la società Enfais, che faceva
da controparte per tutti i progetti di Cooperazione (ex lege 73); il presidente
era Douille, che aveva una posizione di forte potere; Mugne sostiene di esserne
stato solo un direttore generale. Barre gli aveva affidato incarichi anche
all’interno della Gizoma. Per quanto riguarda le navi donate dall’Italia,
secondo Mugne in un primo tempo il governo somalo era rappresentato dalla
Somitfish. Per quanto riguarda invece la Sec, l’ingegnere sostiene di essere
arrivato quando i contratti con il ministero della Pesca erano già stati
firmati. Mugne nega di avere gestito la Somitfish, e afferma che le navi non
erano intestate al governo somalo, bensì alla Sec: sostiene di essere
intervenuto solo quando quelle navi vennero intestate al governo somalo, per
evitare che divenissero nuovamente inutilizzabili. L’ingegnere dichiara inoltre
che quando vi fu il collasso in Somalia, lui rimase emarginato, e rientrò nel
Paese dopo sei mesi, ed è andato alla Sec avendo precise responsabilità per il
recupero delle navi. Ali Mahdi non riusciva a trovare un interlocutore italiano
per pagare le rate di tre miliardi ogni tre mesi necessarie per le navi, così
la Sec fece ricorso al Tribunale di Lucca con il sequestro conservativo: voleva
54 miliardi dal governo somalo dopo averne presi già 100 per costruire le navi
(il contenzioso, a detta di Mugne, sarebbe ancora in corso). L’ingegnere somalo
sostiene infine di avere ereditato navi che non funzionavano e di avere scritto
al ministro socialista Gianni De Michelis senza aver avuto alcuna risposta.
Afferma di avere conosciuto anche Giovanni Spadolini e Oscar Luigi Scalfaro,
che si recavano in Somalia, come anche Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, e
ovviamente Bettino Craxi e Paolo Pillitteri.
L’onorevole Gritta Grainer ribadisce
l’interesse della Commissione di appurare soprattutto le responsabilità
italiane. In Italia si sarebbe creato un meccanismo tale per cui a decidere sui
progetti da realizzare in Somalia non erano i governi, ma gruppi politici dei
due Paesi in accordo con alcune ditte italiane: solo dopo si provvedeva a
"formalizzare" le iniziative nell’ambito della Commissione mista; lo
scopo era quello di caricare sul prezzo dei progetti tangenti da versare tanto
in Italia quanto in Somalia, e in alcuni casi le tangenti destinate al Paese
africano sarebbero state pagate in armi.
L’ingegner Mugne dichiara che c’erano
protocolli precisi tra Italia e Somalia, alcuni dei quali risalivano ai tempi
di Aldo Moro. Le società venivano scelte dall’Italia, e il governo somalo
doveva solo ratificare una scelta di ditte già approvata dall’Italia. In
Somalia era prassi acquisita – sostiene Mugne – la regola del 5 per cento di
tangente sugli affari, ma certamente Siad Barre era il più vorace di tutti.
L’onorevole Brunetti chiede notizie sui
rapporti dell’ingegner Mugne con i servizi segreti italiani, con Giancarlo
Marocchino, con il diplomatico Agostino Mathis (che opera all’Ufficio XV del
ministero degli Esteri per gli interventi Fai), e con la Camera di commercio
Italo-somala. L’ingegner Mugne risponde di non avere mai avuto rapporti con i
servizi segreti italiani, di non avere mai avuto a che fare con Marocchino, e
che quest’ultimo non ha mai lavorato per la Shifco; di Mathis ricorda solo che
lavorava al ministero degli Esteri, forse come dirigente Fai, ma che non gli ha
mai portato un progetto e non ha mai mangiato con lui; né gli risulta che la
"Faarax Oomar" abbia mai trasportato armi.
Gli viene poi domandato: «Che cosa sa sulla
attività di Ilaria Alpi a Bosaso? Quali elementi ci può dare sul sequestro
della "Faarax Oomar" visto che nei diari di bordo del capitano Fanesi
risulta che lei seguiva giorno per giorno gli sviluppi della situazione? Quale
era la rotta della nave? Era a conoscenza della presenza in zona anche della
"21 Ottobre III" il cui capitano, Teolo Moretti, venne portato a
bordo della nave "Garibaldi" per un malore?». Mugne risponde: «Dieci
giorni prima della fine delle trattative per la "Faarax Oomar" mi
chiamano dall’Italia e mi dicono che è stata uccisa una giornalista, Ilaria
Alpi, e che sui block notes c’era il nome Shifco».
L’onorevole Gritta Grainer gli domanda
ancora: «Vuole confermare quando ha avuto la notizia della morte e del fatto
che sui block notes c’era scritto il nome Shifco?». Mugne risponde: «Mentre il
sequestro era ancora in corso, lo confermo; del resto è più che logico che
Ilaria Alpi, essendosi recata a Bosaso e essendosi imbattuta nella nave
sequestrata, avesse annotato il nome Shifco. Il comandante Moretti stava
navigando nei mari della Migiurtinia». Il dissequestro è avvenuto il 13 aprile
1994.
Mugne, in pratica, sostiene di avere
appreso che nei taccuini della Alpi c’era scritto il nome Shifco, e lo fa prima
che le annotazioni lasciate dalla giornalista nei suoi block notes venissero
diffuse dalla Rai. La seconda notizia che Mugne riferisce ai commissari
riguarda il comandante della nave della Shifco, Teolo Moretti: secondo i
registri della "Garibaldi", sarebbe stato soccorso a circa 20 miglia
marittime a nord di Itala, mentre invece – secondo Mugne – sarebbe stato nei
mari della Migiurtinia, cioè in cima al corno d’Africa.
Gli si chiede ragione del fatto che,
inspiegabilmente, dopo il 18 marzo e per due o tre giorni, non risultano
comunicazioni Fanesi-Mugne nel diario di bordo, a differenza di tutti gli altri
giorni. L’ingegnere si limita a rispondere: «Non è vero».
A questo punto gli viene rivolta la
seguente domanda: «Le indicherò ora, leggendo i tabulati, tutti gli scali
effettuati dalla nave madre "21 Ottobre II" sottolineandole in
particolare la serie che include Irlanda, Libia e Paesi del Golfo Persico,
universalmente nota come "rotta delle armi": che cosa ha da dire?».
Alzando il tono della voce, Mugne risponde: «Ho querelato Torrealta e il
"Tg3", avrei voluto querelare anche alcuni deputati che hanno abusato
del loro potere». Onorevole Gritta Grainer: «Risponda alla domanda e moderi i
toni». Mugne: «Le navi hanno fatto rotta anche per l’Irlanda. Del resto
partivano dall’Italia con le stive vuote ed erano disposte a trasportare
praticamente qualunque cosa. In Irlanda le navi portavano via carne: chiedetelo
alla Longo Brokership di Bari che procurava tutti i carichi».
L’audizione prosegue, i toni rimangono
accesi. Mugne nega tutto e rivolge accuse ai componenti della delegazione e
alla stampa italiana. Alla fine gli viene rivolta un’ultima domanda: «Noi
adesso dobbiamo ascoltare Joar. Prima del nostro arrivo lei ci ha detto che
Joar vuole ritrattare quanto ha affermato nell’intervista a Torrealta. Secondo
lei perché vorrebbe ritrattare? La informo che con noi abbiamo la cassetta con
la registrazione integrale, in inglese, di quella intervista». Mugne si alza di
scatto, impreca con veemenza, e se ne va sbattendo la porta [107].
La
delegazione interroga Abdullahid Mohamed Joar (il capo dei sequestratori della
nave alla quale si interessavano la Alpi e Hrovatin). Gli chiede se conferma
quanto ha dichiarato a Maurizio Torrealta nell’intervista trasmessa dal
"Tg3", della quale esibisce la cassetta. Joar conferma.
Gli si domanda: «Ha partecipato al
sequestro della "Faarax Oomar"? E per quanto tempo è rimasto sulla
nave?». Abdullahid Mohamed Joar ribadisce tutto quello che ha dichiarato
nell’intervista a Torrealta. Conferma che è stato lui a comandare le operazioni
durante tutto il sequestro. Aggiunge che la nave sequestrata si muoveva dalla
punta estrema del corno d’Africa Gardafu a Bosaso. Proprio a Gardafu era stata
catturata dai guardacoste del nord est (il gruppo che lui comanda) perché non
aveva il permesso di pesca, e ciononostante continuava a pescare nella zona tra
Kandala (a 60 chilometri da Gibuti) e Payla (a 100 miglia da Mogadiscio). Il
suo gruppo sequestrava tutti coloro che pescavano illegalmente. C’era anche
un’altra nave chiamata "Cusmaan Geedi Raage", ma non la sequestrarono
(anche la "Cusmaan Gedi Raage" era della Shifco). A precisa domanda,
ribadisce che la nave in questione era la "Cusmaan Geedi Raage" e non
la "21 Ottobre III"; poi si corregge dichiarando che la "Cusmaan
Gedi Raage" venne brevemente sequestrata e poi rilasciata.
Quest’ultima affermazione è particolarmente
importante. Nei diari di bordo della "Faarax Oomar" non risulta la
notizia di un sequestro dell’altra nave della flotta della Shifco, la
"Cusmaan Geedi Raage"; viene solo riportato un avvistamento di tale
nave. Lo stesso Joar ne parla con disagio, e solo di sfuggita. Perché nei diari
di bordo della "Faarax Oomar" viene tenuto nascosto il sequestro
della "Cusmaan Geedi Raage"? Si possono solo fare ipotesi. Per
esempio, che non si sia trattato di un vero e proprio sequestro: con le due
navi accostate, ci potrebbe essere stato un trasbordo del carico dalla
"Faarax Oomar" alla "Cusmaan Geedi Raage", e potrebbe essere
stata questa operazione a rendere superfluo l’intervento dell’esercito italiano
(con due navi e due elicotteri) per liberare la "Faarax Oomar" (come
da audizione del generale Carmine Fiore). In tal caso, la prima nave, la
"Faarax Oomar", sarebbe rimasta in mano ai pirati permettendo loro di
intascare parte del riscatto e vincolandoli al mantenimento del segreto, mentre
la seconda nave, la "Cusmaan Geedi Raage", avrebbe portato in salvo
il misterioso carico che tanto allarmava l’esercito italiano. In base a questa
ipotesi, le sole persone che avrebbero potuto mettere a rischio l’intera
operazione avrebbero potuto essere Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, venuti a
conoscenza del vero carico della nave.
Secondo Joar, per il riscatto della nave
Mugne avrebbe pagato 380 mila dollari [108]
al gruppo che egli rappresentava. A portare materialmente il riscatto sulla
nave sarebbe stato l’avvocato della Shifco e presidente della Snu (Somaly
National Union) Mohamed Ragis Mohamed. Joar conferma di conoscere il Sultano di
Bosaso, Bogor, ma sostiene che questi non aveva alcun diritto definirsi
"sultano".
Alla domanda del perché la Shifco, essendo
somala, potesse essere sequestrata per pesca illegale in acque somale, Joar
risponde che finché era appartenuta al governo la flottiglia pagava regolari
tasse per la pesca; passata nella proprietà di Mugne e di alcuni italiani, non
poteva più vantare gli stessi diritti del passato. Joar precisa inoltre che il
capitano Nazareno Fanesi tentava di evitare le interviste perché sulla nave
c’erano cose che non andavano, ed essendo lui, Fanesi, in pensione, temeva che
l’assicurazione non avrebbe pagato il riscatto.
La
delegazione della Commissione rientra a Nairobi e in serata riparte per
l’Italia. C’è consapevolezza di avere fatto un lavoro utile, pur nei tempi stretti
e a dispetto delle difficoltà incontrate.
* * *
La
Commissione parlamentare d’inchiesta non riesce a terminare i suoi lavori. Lo
scioglimento anticipato delle Camere, nella primavera del 1996, e un’aspra
competizione elettorale, impediranno la stesura di una relazione e la sua
approvazione.
In realtà il presidente della Commissione,
l’onorevole Fiorello Provera, nel marzo 1996 presenta ai commissari una bozza
di relazione. Ma la parte relativa al "caso Alpi" viene contestata
alla radice, perché rispetto all’assunto di elencare «obiettivamente» i fatti e
le indagini svolte, la bozza, inopinatamente, sostiene la tesi dell’omicidio
casuale, è elusiva sulla questione del traffico di armi e sulle novità emerse
dai registri di bordo di navi e elicotteri, e arriva perfino a mettere in
dubbio fatti assolutamente accertati come la misteriosa sparizione dei block
notes della giornalista.
L’8 maggio 1996 la Commissione viene
riconvocata per esaminare una nuova bozza, ma i commissari presenti non sono in
numero sufficiente per procedere alla votazione. La discussione si svolgerà
comunque, e rimarrà agli atti.
La mole di lavoro svolta dalla Commissione
nell’anno di attività è rilevante; tutte le audizioni – esclusa quella del
generale del Sismi Luca Rajola Pescarini – vengono pubblicate in due volumi.
Nell’archivio di Palazzo San Macuto giace una copiosa documentazione, una vera
e propria miniera per chi volesse compiere una seria ricerca. La Commissione ha
proposto anche l’istituzione di una Commissione parlamentare permanente sulla
Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo, con compiti di indirizzo e
programmazione ma anche di prevenzione di quei fenomeni corruttivi e illegali
che hanno sostanziato il duplice omicidio di Mogadiscio.
Chi ha avuto ha avuto
Quella che
avrebbe dovuto essere l’inchiesta più impegnativa della Procura di Roma,
un’inchiesta che, spaziando in cinque Continenti, avrebbe dovuto scoperchiare
le attività più segrete mascherate dal sostegno ai Paesi in via di sviluppo,
finisce nel nulla. Il 2& ottobre 1997 la Prima sezione del Tribunale di
Roma, accogliendo le eccezioni della difesa, dispone che l’intero fascicolo
ritorni al Gip. L’inchiesta sulla Cooperazione deve essere rifatta.
Così, il 29 ottobre, sulle pagine del
quotidiano "la Repubblica", appare una lettera dei coniugi Alpi:
«Cara Ilaria,
è stato tanto
difficile e triste scriverti questa lettera, ma ci eravamo promessi di non
nasconderci mai nulla vicendevolmente. Le notizie che ti vogliamo dare forse ti
faranno sorridere, ma per noi tutto è diverso.
Non sappiamo
perché ti hanno voluto tacitare in un modo così tragico, ma certamente perché
cercavi la verità. Delle tue inchieste è rimasto ben poco. Per essere certi
dell’impunità hanno sottratto i tuoi block notes: non doveva rimanere nessuna
traccia. È sfuggito qualche foglio: poche annotazioni che dimostrano
chiaramente, però, il tuo interesse per la malacooperazione in Somalia.
Basterebbe una frase: "Millequattrocento miliardi di lire: dove è finita
questa impressionante mole di denaro? Strada Garoe-Bosaso, Mugne, Shifco".
Il gioco di
depistaggio non è finito qui. Due titoli del quotidiano "la
Repubblica" ci dimostrano che si sta chiudendo il cerchio:
"Cooperazione, tutto da rifare. Nullo il processo per duemila miliardi di
tangenti. Silos sciolti al sole e strade inutili così truffavano il Terzo
mondo". I problemi scottanti, in Italia si risolvono o con la prescrizione
o con l’archiviazione. Torna il solito ritornello Italiano: chi ha dato ha
dato, chi ha avuto ha avuto.
Noi, ti
assicuriamo, non ci uniamo al coro e finché potremo ci batteremo perché ti sia
resa giustizia. Si lotta tanto per la ripresa economica che però è
insufficiente se non collegata con una ripresa morale. Su quest’ultimo versante
c’è scarso impegno.
Scusaci ma era
nostro dovere parlarti. Mamma e papà».
Terza parte
VERSO LA VERITÀ?
Il balletto delle perizie
Si è visto
come, subito dopo l’uccisione di Alpi e Hrovatin, i testimoni abbiano
dichiarato essersi trattato di una duplice esecuzione. Una circostanza
pienamente confermata dal risultato dell’esame sui corpi effettuato dai medici
a bordo della nave "Garibaldi", dall’esame del medico legale prima
della sepoltura del corpo di Ilaria, e dai risultati della successiva autopsia.
La dinamica dell’esecuzione, del resto, è
stata riferita con univoca precisione nei primi dispacci di agenzia: l’autista
e la guardia di scorta si sono dati alla fuga, e in quel lasso di tempo la
giornalista e l’operatore sono stati uccisi. Mentre la versione dell’omicidio raccontata
dall’autista di Ilaria e dal colonnello Vezzalini – una sola,
"casuale" pallottola che avrebbe ucciso sia la giornalista sia
l’operatore – è invece, oltre che poco verosimile, in aperta contraddizione con
i risultati della perizia medica.
È assodato che nel capo di Ilaria è stata
trovata l’anima della pallottola che l’ha uccisa, e che una seconda pallottola
è stata trovata nel capo di Miran. Ma qualcuno vuole accreditare la falsa tesi
della singola e "casuale" pallottola, allo scopo di circoscrivere il
delitto di Mogadiscio a un evento "accidentale" e non premeditato.
Nove mesi
dopo l’omicidio, la perizia medica che affermava trattarsi di una esecuzione
viene messa in discussione dal perito balistico Martino Farneti, il quale
prende in esame soltanto il reperto estratto dal collo di Ilaria, per
concludere che ad attingere il capo della giornalista potrebbe essere stato un
proiettile calibro 7,62 o un calibro 7,65.
Il perito desume questo dal peso dell’anima
del proiettile. Il proiettile che è stato rinvenuto non è intero: è la parte
interna di piombo, la cosiddetta anima. Molti proiettili per armi da guerra
sono formati da una parte esterna detta camicia, più resistente, e da una parte
interna detta anima; nel capo di Ilaria è stata trovato un frammento di
quest’anima interna. Il perito balistico riconduce tale reperto a un fucile
d’assalto: un "Kalashnikov", arma che avrebbe ucciso a distanza
perché uno sparo ravvicinato avrebbe avuto effetti devastanti. Il perito balistico
elabora la sua teoria prendendo in considerazione solo il frammento di piombo
rintracciato, e non la morfologia della ferita, che presenta la tipica rottura
stellare del tessuto epiteliale causata dai gas del bossolo quando la canna è a
contatto con la pelle ("sacca di Piedelievre"). L’ipotesi che si sia
trattato di un colpo di "Kalashnikov" sparato a distanza serve ad
accreditare la tesi di una "morte accidentale": a uccidere Ilaria e
Miran potrebbe essere stato il colpo di una casuale raffica sparata senza
l’intenzione di volerli giustiziare [109].
Il contrasto fra la relazione del perito
balistico e quella firmata dal perito medico Giulio Sacchetti il 23 aprile 1994
è totale. Quest’ultima ha stabilito che «la morte di Ilaria è stata causata da
una ferita trasfossa al capo con interessamento encefalico. Quanto ai mezzi che
produssero il decesso, essi per gli elementi in nostro possesso si identificano
nella dinamica di un colpo da arma da fuoco, a proiettile unico esploso a contatto del capo».
Nel gennaio 1995, dunque, vi sono due perizie
discordanti: il perito medico parla di una colpo di pistola sparato a
bruciapelo, quello balistico di un colpo "casuale" di
"Ak47". Le tesi del dottor Farneti e del dottor Sacchetti sono
inconciliabili, e una delle due è sbagliata.
La giornalista Gabriella Simoni (uno dei testimoni oculari), il
15 marzo 1995, davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla
Cooperazione, ha dichiarato: «Non vi era traccia sulla vettura delle
sventagliate di mitra tipiche di una battaglia, si è riscontrato invece che è
stato sparato [per due volte] un colpo secco a entrambi alla nuca, e ciò
lasciava presupporre che [fosse] accaduto qualcosa di diverso».
In una situazione del genere solo la
riesumazione della salma, e un’accurata autopsia, potrebbe agevolmente risolvere
la questione. Ma per oltre un anno tutto resta fermo: sembra esservi interesse
a coltivare il dubbio, piuttosto che a raggiungere una qualche certezza.
Nel marzo
1996 – come si è già visto – l’inchiesta giudiziaria sul duplice omicidio di
Mogadiscio viene affidata al pubblico ministero romano Giuseppe Pititto. Il
magistrato, in data 23 aprile 1996, chiede la riesumazione della salma di
Ilaria Alpi per accertare in particolare da quale distanza le si sia sparato,
il numero e le traiettorie dei colpi esplosi, nonché il tipo di arma o di armi
utilizzate.
Consulenti tecnici vengono nominati proprio
il dottor Giulio Sacchetti (dell’Istituto di Medicina legale dell’Università
"La Sapienza" di Roma) e il dottor Martino Farneti (direttore della
Sezione indagini balistiche della Criminalpol di Roma): gli stessi di prima.
Il 4 maggio 1996 si procede alla
riesumazione della salma e all’esame autoptico. Al termine del quale, stavolta,
i due periti concordano sulla seguente versione: non si è trattato di un colpo
di pistola, bensì di un colpo di "Ak47". In pratica: non
l’esecuzione, ma un proiettile "casuale". Con una singolare novità:
tra le concause della morte della giornalista, il dottor Farneti indica una
scheggia metallica dell’automezzo "Toyota" su cui viaggiavano Alpi e
Hrovatin; la scheggia, provocata da un colpo di "Ak47", si sarebbe
conficcata nel cranio della Alpi seguendo il proiettile.
Una tesi, questa, che viene nettamente
respinta dai periti di parte, il professor Silvio Merli (perito medico), e il
dottor Antonio Ugolini (perito balistico): di tale scheggia non si troverà
infatti alcuna traccia nella "super perizia" successiva. I periti di
parte non hanno dubbi: a uccidere Ilaria Alpi è stato un colpo di pistola
ravvicinato, con proiettile trattenuto.
Il magistrato, «viste le non concordanti
conclusioni cui sono pervenuti i consulenti del Pm da un lato e i consulenti
della famiglia Alpi dall’altro, ritiene necessaria una nuova consulenza da
demandare a un collegio particolarmente qualificato». Il balletto delle perizie
prosegue. E il 21 febbraio 1997 viene nominato un collegio di superperiti [110].
Il 7 aprile 1997 il collegio peritale
comincia i lavori. Il magistrato ha accordato un termine temporale di 60
giorni, per cui la perizia finale deve essergli consegnata entro il 7 giugno
1997. Ma i tempi stabiliti non vengono rispettati. Il magistrato accorda una
nuova scadenza: il 14 luglio, ma nemmeno questa viene rispettata. Solo il 29
luglio 1997 il dottor Farneti consegna all’ingegner Mario D’Uffizi i referti
del cadavere di Ilaria [111].
La "super perizia" viene
depositata solo il successivo 15 novembre 1997, cioè con vari mesi di ritardo,
e per di più risulta ancora incompleta: afferma solo che Ilaria Alpi è stata
uccisa da un proiettile di piccolo calibro, e non da un colpo di
"Ak47". La risposta a tutti i quesiti posti dal magistrato sarà
possibile solo dopo ulteriori accertamenti tecnico-scientifici cui verranno
sottoposti i campioni esaminati.
La perizia
tecnica di consulenza medico-legale e chimico-balistica relativa alla morte di
Ilaria Alpi viene consegnata il 31 gennaio 1998 al sostituto procuratore della
Repubblica Franco Ionta (che dalla metà di giugno 1997 ha sostituito nell’inchiesta
sull’omicidio di Mogadiscio il Pm Pititto).
Si tratta di una relazione
dettagliatissima, le cui principali conclusioni sono le seguenti:
1) la Alpi era seduta sul sedile
posteriore, lato destro, il tronco inclinato a sinistra; il killer si trovava
sul lato sinistro dell’auto in piedi sulla strada, e sparò aprendo la portiera
posteriore sinistra, oppure attraverso il finestrino col vetro abbassato;
2) prima di colpire la Alpi, il proiettile
non ha perforato lastre di vetro o di metallo;
3) la morfologia della lesione al capo è
tipica di un colpo esploso a contatto;
4) le leggere ferite, come quella del dito
medio della mano sinistra della Alpi, sono attribuibili esclusivamente a un
proiettile di arma da fuoco.
Queste quattro risultanze inducono a due
considerazioni. La prima riguarda le dichiarazioni dell’autista e della guardia
del corpo della giornalista, la seconda la documentazione della Marina mai
pervenuta ai coniugi Alpi.
La "super perizia" afferma in
modo esplicito che il colpo che ha colpito il capo di Ilaria è stato sparato a
distanza ravvicinata, e che l’aggressore, in piedi sulla strada, sparò aprendo
la portiera posteriore sinistra o attraverso il finestrino. Il killer, dunque,
si avvicinò all’auto che trasportava le due vittime. La qual cosa sconfessa
totalmente le dichiarazioni dell’autista Sid Ali Mohamed Abdi, il quale ha più
volte sostenuto che nessuno degli assalitori si è avvicinato alla
"Toyota". A questo proposito va ricordato che la guardia del corpo,
accortasi che il suo mitragliatore si era inceppato, si era rifugiata dietro un
muretto [112], mentre
l’autista si sarebbe addirittura messo al riparo sotto l’automezzo e certamente
non avrebbero potuto accorgersi degli eventuali spostamenti dei killer. Ma per
quale ragione l’autista e la guardia del corpo, invece, continuano a dichiarare
che nessuno si è avvicinato alla macchina con a bordo le vittime designate? È
evidente che i due mentono, e che lo fanno per accreditare la tesi del duplice
delitto "accidentale".
La seconda osservazione indotta dalla
"super perizia" medica è relativa alla documentazione fotografica presentata
dal dottor Giulio Sacchetti e ripresa al cimitero Flaminio di Prima Porta il 22
marzo 1994. Emerge che il collegio dei periti non ha mai potuto considerare
l’importante documentazione fotografica effettuata il 20 marzo 1994, a bordo
della nave "Garibaldi", accompagnata dalla redazione di un
certificato di morte. I coniugi Alpi hanno scoperto l’esistenza di questa
documentazione fotografica in modo del tutto casuale, e ne hanno avuto conferma
attraverso il seguente scambio epistolare con l’ammiraglio di squadra Paolo
Giardini:
«26 gennaio 1998 – Egregio Ammiraglio,
siamo i genitori di Ilaria Alpi, assassinata a Mogadiscio il 20 marzo 1994.
Abbiamo
saputo, casualmente, che i due ufficiali medici della nave
"Garibaldi", presenti a Mogadiscio il 20 marzo, non sono mai stati
interrogati da nessuno dei tre Pm che si sono succeduti nell’iter
dell’inchiesta. Circa un mese fa i due ufficiali sono stati ascoltati dalla
Commissione Gallo.
Non è stato
per noi facile conoscere i nomi e la residenza dei due predetti ufficiali. Il
19 c.m. abbiamo contattato, telefonicamente, il capitano di vascello Armando
Rossitto, di stanza a Taranto, che ci ha cortesemente risposto. Con molta
sensibilità ci ha fornito notizie di quella tragica giornata confermandoci di
avere stilato il certificato di morte che, va precisato, a noi non è mai
pervenuto. Ci ha ragguagliato inoltre sull’unica lesione subita al capo e di
bruciature alle mani di nostra figlia. Ci ha inoltre informato di aver fatto
eseguire numerose fotografie del capo e delle mani di Ilaria. Tutta la
documentazione, il certificato di morte e le fotografie sono state da lui
consegnate al Comando Gruppo Navale Ibis.
Chiediamo che
tutto il materiale documentale e i negativi e le fotografie ci siano fatte
pervenire ricordando che è in corso un’inchiesta giudiziaria e una terza
perizia medico-balistica...
Nell’attesa di
un riscontro porgiamo distinti ossequi. Luciana e Giorgio Alpi».
A questa lettera, l’ammiraglio Paolo
Giardini rispondeva il 29 gennaio 1998:
«Gentili
signori Alpi, in esito alla loro richiesta formulata con lettera in data 26
gennaio, ho provveduto ad effettuare le necessarie ricerche presso lo Stato
Maggiore. Ho quindi appurato che la documentazione di interesse è stata consegnata
fin dal maggio 1996 alla Procura di Roma su specifica disposizione della stessa.
La predetta
documentazione è costituita da:
–
"Relazione di sopralluogo effettuato sul cadavere di Alpi Ilaria".
–
"Relazione di sopralluogo effettuato sul cadavere di Hrovatin Miran".
– Serie di
fotogrammi a colori (negativi) relativi alla Alpi e al Hrovatin corredati dalle
relative stampe.
Conseguentemente
avendo la Marina perso, in forza di legge, la titolarità della documentazione
in questione, non mi è possibile, mio malgrado, soddisfare la loro richiesta.
Al momento il Pm incaricato dell’istruttoria è infatti l’unica persona titolata
a rilasciare notizie o copia dei documenti a suo tempo acquisiti.
Spiacente di
non poter fare di più per venire incontro alle loro più che legittime
aspettative, vi prego ricevere i miei migliori e più cordiali saluti».
Il 30 gennaio, i coniugi Alpi scrivevano
all’ammiraglio Giardini una seconda lettera:
«Egregio
Ammiraglio, vogliamo, prima di tutto, ringraziarla per la cortesia e la
sollecitudine con cui ha voluto risponderci.
Facciamo però
appello, nuovamente, alla sua disponibilità. Diventa ora necessario per noi
avere copia del verbale di deposito al Magistrato, avvenuto nel maggio del
1996, del materiale documentale e fotografico. Solo con questo documento
potremo venire in possesso della documentazione richiesta.
Nell’attesa di
una sua gentile risposta la ringraziamo e porgiamo distinti ossequi».
Alla nuova richiesta dei coniugi Alpi,
l’ammiraglio Giardini rispondeva con tempestività:
«Gentili
signori Alpi, faccio seguito alla loro in data odierna precisando che la Marina
non è purtroppo in possesso del "verbale di deposito al Magistrato"
da loro richiesto.
Infatti la
consegna al Magistrato del materiale elencato nella mia precedente lettera a
loro indirizzata in data 29 u.s. è avvenuto con le seguenti modalità:
– In data
22-5-96 perviene comunicazione del Gruppo Carabinieri Marina che il dr.
Giuseppe Pititto, sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di
Roma, tramite la Questura di Roma ha avanzato richiesta affinché la Marina
fornisca "informazioni e la documentazione fotografica relativa al
sopralluogo effettuato sui cadaveri dei giornalisti Alpi Ilaria e Hrovatin
Miran".
- In data
27-5-96 lo Stato Maggiore della Marina trasmette la documentazione richiesta al
Comando del suddetto Gruppo Carabinieri.
– In data
28-5-96 lo stesso Gruppo Carabinieri trasmette a sua volta la documentazione
alla Questura di Roma-Digos per il successivo deposito presso la cancelleria
della Procura di Roma.
Quanto sopra è
quanto risulta agli atti; ancora una volta dunque, con vivo rammarico, non
posso esser loro di concreto aiuto.
Rimango
tuttavia disponibile per ogni eventuale, ulteriore chiarimento e intanto li
prego di ricevere il mio più cordiale saluto».
Dunque, quella importante documentazione
fotografica sarebbe stata consegnata alla Procura di Roma, ma certamente tale
documentazione non è mai stata messa a disposizione della commissione peritale.
Il giornalista del "Corriere della
Sera" Andrea Purgatori, il 20 febbraio 1998, ne scrive sul quotidiano milanese
(«Caso Alpi, scomparse le foto scattate dopo l’agguato. Erano rimaste per due
anni negli archivi della Marina»), e intervista il professor Silvio Merli,
perito di parte civile, il quale dichiara:
«Quelle foto e
quelle relazioni non le abbiamo mai viste, ma non ne abbiamo trovato traccia in
nessuna delle tante perizie in questi quattro anni. Indubbiamente si tratta di
una documentazione che avrebbe potuto assumere un particolare significato
sopratutto al fine di dirimere le contraddizioni emerse in passato e forse di
evitare quell’esumazione resa necessaria proprio dall’esiguità del materiale
disponibile. Fotografie scattate nell’immediatezza, relazioni stilate poco dopo
l’evento, avrebbero reso più concreto il nostro lavoro e i risultati comunque
conseguiti lavorando però su corpi tumulati ormai da tempo».
Depistaggi
Dopo il
duplice omicidio di Mogadiscio i coniugi Alpi sono stati oggetto di
provocazioni e manovre di vario grado e rilievo. A cominciare da telefonate
anonime [113], fino a
episodi più articolati, come i seguenti.
Nel maggio
del 1995 a casa Alpi arrivano numerose telefonate di tale Fausto Dreus, che
chiama da Addis Abeba. Dreus dice di avere scarse disponibilità economiche, per
cui le telefonate vengono addebitate al destinatario. Il Dreus assicura ai
genitori di Ilaria di essere in possesso di notizie molto circostanziate sul
duplice omicidio di Mogadiscio, e di essere in grado di recuperare i block notes
di Ilaria; ma dice che tutto questo ha un prezzo che lui non è in grado di
sostenere.
Prima di trattare, Giorgio e Luciana Alpi
chiedono garanzie, e il Dreus invia loro, via fax, alcuni documenti con notizie
di scarso rilievo. I genitori di Ilaria informano subito la Digos, il loro
telefono viene messo sotto controllo, e si accerta che le telefonate del Dreus
provengono realmente da Addis Abeba.
Il misterioso personaggio inizialmente
chiede la somma di 5.000 dollari, poi si accontenta di 2.000. Tramite la Digos,
il Pm De Gasperis autorizza i coniugi Alpi a effettuare il pagamento. La somma,
attraverso il Banco di Sicilia, viene accreditata alla signora Maria Vilone, di
origine somala, su un conto presso la Banca San Paolo di Brescia. Avuta la
certezza del versamento, il Dreus garantisce che arriverà in Italia il giorno
29 giugno 1995.
La Digos dispiega i suoi agenti nei pressi
e nella abitazione dei coniugi Alpi, e installa vari registratori. E alla data
indicata si presenta il Dreus, un tipo corpulento, in tenuta para-militare e
ricoperto di tatuaggi, che subito garantisce: «Non sono armato». Segue un
colloquio vano: il Dreus non nasconde di avere praticato attività illecite, ma
mai traffico di droga, e ripropone il problema delle "spese"
necessarie per avere la documentazione. Lasciata l’abitazione dei coniugi Alpi,
il Dreus viene fermato dalla Digos; dopodiché ritorna a Addis Abeba. Si saprà
poi che il Pm De Gasperis non ha provveduto nemmeno a interrogarlo.
In seguito, il Dreus tornerà alla carica
chiedendo ai coniugi Alpi altro denaro, ovviamente senza ottenerlo.
Il
settimanale "Oggi", il 28 dicembre 1995, pubblica un servizio di
Isabelle Pisano intitolato: «Un autista vero e due falsi coprono il killer di
Ilaria». L’articolo ricorda che l’auto che trasportava Ilaria e Miran, al
momento dell’agguato, era guidata da un certo Alì, ma sostiene che altri due
strani personaggi tentano di spacciarsi per lui.
È una storia complicata che si può
riassumere così: la giornalista di "Oggi" ha incontrato a Nairobi Ali
Mohamed Abdi, trentasei anni, appartenente alla famiglia Chekall. Costui
esibisce un certificato di nascita, e una lettera – su carta intestata della
Rai-Tv – con la quale Ilaria chiede a Unosom 2 l’accredito di Ali come suo autista
[114].
Isabelle Pisano sottolinea però che fin dalle prima battute il racconto di
questo Ali risulta poco convincente: i tempi dell’attentato, il numero degli
assalitori e delle guardie di scorta, la posizione di Ilaria sull’auto, e
parecchi altri particolari non coincidono con le risultanze delle indagini.
Fra l’altro, questo Ali dichiara di non
essere mai stato ascoltato dalla Commissione parlamentare italiana. Del resto,
fra costui e l’Ali interrogato dalla Commissione parlamentare c’è una marcata
differenza fisica: il somalo interrogato dai commissari era basso, tozzo e con
i tipici tratti degli appartenenti alla famiglia dei Bantu (gli uomini del
fiume), lo stesso che appare nei filmati e che è stato interrogato in Italia,
mentre l’Ali intervistato da "Oggi" presenta caratteristiche fisiche
diverse.
Isabelle Pisano si reca al Cairo per
incontrare Remigio Benni (il giornalista che Ilaria era andata a cercare
all’Hotel Amana), il quale, subito dopo l’omicidio, aveva intervistato
l’autista. La giornalista di "Oggi" scrive: «Gli mostro [a Benni] la
foto del "mio" [Ali]. "Non è assolutamente lui", risponde
Benni "l’uomo che io intervistai apparteneva alla famiglia degli Chekall,
ma non era questo qui"». Benni è sicuro di non sbagliare: l’autista Ali
che accompagnò Ilaria quel tragico giorno lui lo conosce bene, perché se ne
avvaleva lui stesso, e quel giorno lo aveva "prestato" alla Alpi; era
un Chekall, non un Bantu.
Interpellato in proposito, Giancarlo
Marocchino si limita a dire: «L’autista era sicuramente un Bantu piccolo e
tozzo».
Questo balletto di Ali 1-2-3 è una strana
vicenda che ha l’inconfondibile sapore del depistaggio. Reso possibile da fatto
che, subito dopo il duplice omicidio, le autorità italiane a Mogadiscio e
quelle di Unosom non hanno effettuato alcuna seria inchiesta per accertare i
fatti e la loro dinamica. E quella che potrebbe essere stata una deplorevole
negligenza, assomiglia piuttosto a una voluta omissione.
Inviati a Mogadiscio
I grandi
quotidiani italiani scrivono periodicamente del "caso Alpi-Hrovatin".
Il giornalista di "Repubblica"
Giovanni Maria Bellu, nell’agosto 1997, raggiunge Mogadiscio, e tenta di
svolgere quell’inchiesta che tre anni prima avrebbero dovuto svolgere i
militari italiani e quelli di Unosom. Il quotidiano romano pubblica il servizio
di Bellu l’11 agosto: titolo «Tra le macerie di Mogadiscio sulle tracce dei
killer di Ilaria», e sottotitolo «Quello strano patto tra i servizi segreti
somali e italiani. Non è difficile scoprire che sull’assassinio di Ilaria Alpi
e Miran Hrovatin molti accertamenti, anche ovvi, non sono mai stati fatti ci
sono almeno tre luoghi dove la verità potrebbe essersi nascosta». Eccone il
testo:
I capi dei
clan di Mogadiscio conoscono i nomi dei killer di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
E oggi li conoscerebbe anche la magistratura italiana se sull’omicidio dei due
giornalisti fosse stata svolta una vera indagine. È questo che scopri se
riprendi dal principio, da quel 20 marzo 1994, il filo dell’inchiesta. E se
interroghi i testimoni, e frughi negli archivi; c’è stato un momento in cui la
verità era a portata di mano, e nessuno l’ha voluta. Oggi, più di tre anni
dopo, non è poi così difficile scoprire tra le macerie di Mogadiscio, che molti
accertamenti, anche ovvi, anche banali, non sono mai stati fatti. Che i nostri
servizi segreti non hanno mai realmente indagato.
Anzi... ci
sono almeno tre luoghi a Mogadiscio dove la verità potrebbe essersi nascosta.
Potrebbe essere sotto quelle linee di bianchetto che nel registro dell’ospedale
Keysaney, coprono i nomi dei due uomini ricoverati dopo l’agguato per «ferite
da arma da fuoco». Due, proprio come gli attentatori che, secondo molte
testimonianze, furono colpiti dalla scorta di Ilaria e Miran. O forse la verità
è in mezzo al caos dell’archivio della stazione di polizia di Mogadiscio est.
Qua – dove un manipolo di ex-poliziotti con la divisa rattoppata presidia gli
uffici scalcinati nell’attesa di un governo o almeno di un padrone – verso la
metà del 1993 furono condotti sette somali che erano stati fermati e bastonati,
dai militari italiani. La versione "ufficiale" di Mogadiscio
sull’omicidio dei due giornalisti è che si trattò di una vendetta contro gli
italiani. Una vendetta organizzata proprio da quei sette.
O, chissà,
forse la verità è stata nascosta subito nelle ore immediatamente successive
all’omicidio, dai dirigenti del servizio segreto somalo. Gente che, come il
generale Ahmed Gilao, è sempre rimasta al suo posto nonostante una rivoluzione
e migliaia di morti. Fa un certo effetto scoprire che negli stessi giorni in
cui depistavano le indagini sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i
capi dei servizi segreti somali – prima amici di Siad Barre, poi degli attuali
signori della guerra – ricevevano in dono dai loro colleghi italiani del Sismi
dei bei macchinoni fuoristrada che il nostro contingente aveva deciso di
abbandonare in Somalia. Dieci giorni fa, proprio durante la visita a Mogadiscio
del sottosegretario Rino Serri, Gilao chiacchierava amabilmente con il generale
Bruno [Luca, ndr] Rajola, dirigente
del nostro Controspionaggio. Il depistaggio fu immediato. Il primo rapporto
sull’omicidio non fu fatto dal commissario competente per territorio, quello di
Mogadiscio Nord, dove era avvento l’agguato, ma dai poliziotti di Mogadiscio
Sud, stazione del quarto chilometro. Il rapporto è un coacervo di inesattezze,
alcune così clamorose da essere certamente volute, e ha l’unico scopo di
indirizzare i sospetti verso Giancarlo Marocchino, un imprenditore italiano che
fu tra i primi a giungere sul luogo del delitto. Marocchino è stato difeso dal
generale Carmine Fiore per l’aiuto che ha dato al Contingente per l’operazione
Ibis. Ma è stato accusato da un anonimo alto ufficiale del Sismi, cioè da uno
degli amici degli autori somali del depistaggio.
Nessuno degli
accertamenti più banali fu fatto. Eppure gli indizi non mancavano. La stessa
automobile utilizzata dai killer era un elemento importante, che circoscriveva
l’ambito della ricerca. I "Land Rover" celesti – come la macchina
degli attentatori – provenivano dall’autoparco della Polizia, dal quale erano
stati sottratti durante la rivoluzione e appartenevano a esponenti del clan
degli Abgal o dei Morussad, dopo che questi ultimi ruppero con Aidid e si
allearono momentaneamente con Ali Mahdi. Anche il fatto che il "Land
Rover" fosse targato "Dubai" era un elemento importante. Spiega
Marocchino, ottimo conoscitore della vita di Mogadiscio: «Qua tutti sanno che
le targhe di quel tipo venivano applicate a vecchie automobili per farle
apparire immatricolate più di recente. Venivano usate dunque per auto destinate
alla vendita o al noleggio».
Ma l’aspetto
forse più sconcertante della vicenda dell’auto, è che – fin dal primo giorno
dopo il delitto – a Mogadiscio cominciò a circolare il nome del proprietario
del "Land Rover". Si tratterebbe di Mohamed Scheik Osman, un
personaggio molto noto [lo stesso
chiamato in causa da Joar, il sequestratore della "Faarax Oomar",
come membro dell’organizzazione che con i servizi italiani trafficava in armi,
ndr]. Appartenente alla tribù dei Morussad, era stato ministro delle
Finanze con Siad Barre, riuscendo poi a riciclarsi nel governo di Aidid padre.
È corretta l’individuazione di Mohamed Scheik Osman come proprietario dell’auto
usata per l’omicidio? Di certo questa notizia, che a Mogadiscio da anni è di
dominio pubblico, non è stata mai verificata.
Nel caso Alpi
c’è una fondamentale questione ancora irrisolta. Non è chiaro se gli
attentatori avessero come obiettivo proprio la giornalista e l’operatore –
perché erano venuti a conoscenza di un traffico di armi nel quale era coinvolto
il sultano di Bosaso, per il momento unico indagato di omicidio (attualmente è
stato prosciolto) – o se volessero solo colpire un qualunque cittadino
italiano. La sciatteria con cui sono state svolte le indagini ha prodotto due
perizie contraddittorie: quella medico legale accredita la tesi dell’esecuzione
(Ilaria Alpi sarebbe stata uccisa con un colpo sparato a bruciapelo con un’arma
corta), quella balistica accredita l’ipotesi della casualità dell’evento. Una
nuova, tardiva, perizia necroscopica, dovrebbe fornire nuovi elementi sulla
dinamica del delitto. Era attesa per luglio. Alla scadenza del termine si è
scoperto che non era nemmeno cominciata.
Ma elementi
sulla dinamica dell’agguato sarebbero potuti venire dalle testimonianze, se
fossero state raccolte. Numerosi testimoni videro i sette attentatori bere il
tè in una bancarella davanti all’Hotel Amana. Quando comparve l’auto di Ilaria
e Miran i sette posarono i bicchieri, lasciandoli a metà, e salirono di corsa
sul loro "Land Rover" blu. Pochi minuti dopo ci fu la sparatoria.
Dice Ali Mohamed Abdi, l’autista di Ilaria: «Furono gli attentatori a sparare
per primi [e questo contraddice un’altra
delle ipotesi fatte: il tentato sequestro, ndr] e la nostra guardia Mohamud
Nur Aden rispose al fuoco. Spararono da una distanza di alcuni metri, non si
avvicinarono mai [e questo mette in forte
discussione l’ipotesi della esecuzione mirata, ndr]. Subito dopo la gente
che aveva assistito diceva che due di loro erano stati feriti.
C’è
un’infinità di testimoni. Una donna somala, che ha chiesto di restare anonima
dice: "Di certo le venditrici di tè conoscevano i killer. Una di loro me
lo disse apertamente. Poi quando provai a riparlargliene qualche tempo dopo,
negò tutto». Le venditrici di tè, naturalmente, non sono mai state interrogate,
né dai somali, né dai servizi italiani.
Nessun
controllo fu fatto nell’unico luogo in tutta Mogadiscio dove potevano essere
ricoverati, il 20 marzo 1994 dei feriti gravi, l’ospedale Keysaney. Ed ecco una
stranezza, mai rilevata in questi tre anni: la pagina del registro-ricoveri
relativa al 20 marzo e ai giorni successivi è la più pasticciata dell’intero
registro. Spiega uno degli impiegati dell’amministrazione: «Nel caos di quei
giorni non si chiedevano i documenti. Le persone venivano ricoverate con il
nome che dichiaravano. Se avevano sbagliato qualche volta chiedevano di
correggerlo».
Il 23 marzo
1994 ben due persone, ricoverate una dopo l’altra per «ferite da arma da
fuoco», sbagliarono e successivamente, chiesero la correzione. È verosimile
questa coincidenza? Avevano commesso entrambi lo stesso errore? O non è forse
più probabile che ricoverate in un primo tempo con il loro nome vero, abbiano
ritenuto più prudente farlo sparire? [115]
Nessuna
verifica nemmeno sul movente accreditato dalla "versione ufficiale"
di Mogadiscio.
Al
commissariato di Kaaran, quartiere dove i sette furono arrestati, ricordano
l’episodio ma suggeriscono di andare al commissariato di Mogadiscio est dove di
solito venivano condotti i somali arrestati dall’Unosom. Anche qua i somali
ricordano l’arresto dei sette. Ma l’elenco dei nomi è scomparso.
Probabilmente
nei giorni successivi al delitto l’elenco esisteva ancora. E probabilmente nel
registro del Keysaney i nomi non erano ancora stati corretti.
È troppo
ottimistico pensare che confrontando tempestivamente i nomi dei sette arrestati
con quelli registrati al Keysaney si sarebbe giunti rapidamente all’individuazione
dei responsabili? Non lo si saprà mai...
* * *
Un altro
giornalista italiano che segue da vicino il "caso Alpi" è l’inviato
del "Corriere della Sera" Massimo Alberizzi, il quale ha fornito
all’inchiesta un prezioso e articolato contributo.
Ecco alcuni brani della testimonianza del
giornalista:
«Ha ragione il
padre dell’inviata del "Tg3" [Giorgio Alpi] quando dice che la figlia
stava indagando sulle malefatte della Cooperazione italiana in Somalia, sui
traffici di armi, e sulle connivenze dei servizi segreti (o almeno parte di
essi) con strani personaggi in cerca di affari poco puliti sulle coste del
Corno d’Africa e ipotizza che qualcosa di estraneo alla semplice rapina
potrebbe essere alla base dell’omicidio... Tutta la Somalia è piena di reperti
della Cooperazione italiana e il nord in particolare presenta due o tre spunti
notevoli per una inchiesta. Prima di tutto la strada Garoe-Bosaso, poi la
vicenda della perforazione di una quarantina di pozzi, parecchi dei quali mai
realizzati, infine la storia dei pescherecci che incrociano nelle pescosissime
acque della Migiurtinia... Naturalmente aveva raccolto qualcosa anche sul
traffico di armi... A proposito della strada [Garoe-Bosaso] viene alla luce uno
strano episodio: nel 1987 la Techint, società con al vertice Gianfelice Rocca e
Paolo Scaroni, cugino di Margherita Boniver [deputata del Psi, ndr], cui è affidato l’iter realizzativo, viene
accusato di gravi illeciti da Davide Cafiero, uno dei suoi dirigenti a
Mogadiscio. Dice Cafiero, in una causa di lavoro: "Mi hanno licenziato
perché mi rifiutavo di firmare false attestazioni di avanzamento dei lavori
necessarie per conseguire indebiti pagamenti dal ministero degli Affari
esteri", la Techint immediatamente chiude la causa civile tacitando
Cafiero con 55 milioni. Anche la querela contro il "Corriere della
Sera" per un articolo sulla storia viene ritirata. Ma a Mogadiscio
sostengono che quanto dichiarato da Cafiero era la prassi» [116].
«Sul campo non
operavamo insieme perché il lavoro di un giornalista che scrive è diverso da
quello di un giornalista televisivo. Tuttavia ci scambiavamo delle informazioni
ed eravamo gli unici due giornalisti italiani ad alloggiare presso l’albergo
dei giornalisti stranieri a Mogadiscio. In particolare avevamo trovato dei
documenti, anche se non direttamente collegati alle navi. Trovavano fondamento
su una strana vicenda di certi pozzi fra cui alcuni mai realizzati al nord
della Somalia nelle regioni del Bari e del Sanag. Proprio quando stava per
partire per Bosaso ricordo di aver chiesto a Ilaria Alpi di controllare l’esistenza
di quei pozzi e le loro condizioni. Anche io mi ero recato a Bosaso nel
dicembre del 1993 e avevo operato alcuni controlli» [117].
«La vicenda
che vi narro... può essere supportata da ampia e copiosa documentazione che in
parte avevamo lasciato a Mogadiscio in fotocopia proprio per poterla consultare
a ogni viaggio. La realizzazione di questi pozzi parte alla metà degli anni
’80. Il 31 ottobre 1985 e il 29 gennaio 1986 il Fondo aiuti italiani (Fai)
affida alla Techint il compito di ingegneria e di direzione dei lavori per la
realizzazione di queste opere per 22 miliardi di lire. La Techint ottiene
questa concessione dal Fai e non può per legge appaltare i lavori a una sua
società controllata. In accordo con il suo socio d’affari Ottavio Pisante, la Techint
affida i lavori con contratto stipulato il 9 luglio 1986 all’Aquater spa del
gruppo Eni, con intesa che quest’ultima avrebbe subappaltato il 50 per cento
dei lavori alla società per azioni Ecologia. Il cui azionista di riferimento
era Marcellino Gavio, sotto inchiesta per le tangenti Itinera, insieme a
Gabriele Cagliari, poi presidente dell’Eni, tramite la Fimo. Il 16 settembre
1986 la società Aquater, presidente Antonio Chiavarino, e la società Ecologia,
presidente Giuseppe Zaccheria e direttore generale Alberto Albertarella,
stipularono un accordo in cui si conviene che a quest’ultimo per assolvere gli
obblighi contrattuali, vengano assegnati 12.147.000.000 lire, circa il 50 per
cento della commessa globale. Quello con Ecologia è soltanto un contratto-paravento
perché viene formalizzato un atto di associazione in partecipazione in cui si
sottoscrive che pur restando Ecologia formalmente titolare del contratto, in
sostanza è l’Emit a gestire tutto, e che per tale attività riceverà il 75 per
cento degli utili netti. Emit però appartiene al cento per cento al gruppo
Acqua il cui presidente è Ottavio Pisante, arrestato per le tangenti sulle
discariche e a sua volta legato alla Techint. Il gioco è fatto, la Techint, che
ha ottenuto la commessa del Fai, di fatto si autoappalta metà dei lavori... I
giudici di Monza, Dolci e Mapelli, trovano false fatture per coprire cespiti
secondo uno schema noto, quello di aumentare i costi per creare un fondo
occulto... Durante questo periodo di lavoro il figlio di Siad Barre, generale
Masla Mohamed Siad (accusato più volte di girare il mondo in cerca di armi)
viene in Italia, dove è ospite di Ottavio Pisante. Da notare che nel libro paga
di quest’ultimo i giudici trovano anche l’ingegnere Renato De Leonardis, l’uomo
che ha tenuto a battesimo il cannone navale "76-62" della Oto Melara.
Coincidenze? Non lo sappiamo. Nell’ambito dei traffici di armi su cui insieme a
Ilaria Alpi ho indagato in Somalia compaiono nomi e indirizzi, e abbiamo
numerose interviste. Ne cito una: quella con Nurta, la moglie del cosiddetto
presidente ad interim Ali Mahdi [118].
Per quanto
riguarda le famose navi della Shifco, è emerso un episodio molto ambiguo.
All’inizio degli anni ‘80 l’allora ministro degli Affari esteri incaricò la Sec
di costruire questi tre pescherecci d’alto mare che vennero donati al governo
di Mogadiscio, il quale li girò in cambio di 350.000 dollari alla Cooperpesca.
Nel febbraio del 1988 il governo di Mogadiscio chiede la restituzione delle
azioni dovendo però versare i 350.000 dollari che gli erano stati dati. Renzo
Pozzo, presidente della Sec manda all’ingegner Mugne direttore della Shifco a
Mogadiscio un telex in cui dice che gli piacerebbe sapere se tra la
documentazione rubata alla Sec (che secondo quest’ultima non è stata rubata, e
che invece secondo l’inquirente non è stata catalogata) vi è o no questo documento
molto importante, per verificare se esiste ancora l’originale. Il testo del
telex è il seguente: "Ecco ciò che è necessario fare perché la
restituzione delle azioni sia fatta dalla banca agente. La Cooperpesca ha
versato a suo tempo per la Somalia 350.000 dollari. Ciò richiede che se vengono
restituite le azioni in Italia devono rientrare questi 350.000 dollari.
Ovviamente dalla Somalia non si vogliono far uscire 350.000 dollari: per
superare questo scoglio occorre che le azioni abbiano valore zero. Per fare
questo è sufficiente che la Somitfish, la società somala che dovrebbe spostare
i 350.000 dollari, abbatta il suo capitale sociale con le perdite accumulate
fino a oggi; esibendo in Italia il documento che certifica questa operazione la
Banca d’Italia restituirà su nostra disposizione le azioni senza pretendere
null’altro". Questo è un modo per truffare 350.000 dollari... Bisognerebbe
sapere a questo punto se esistono tutti i documenti al riguardo o se sono stati
rubati».
Questa testimonianza di Alberizzi acquista
ulteriore rilievo con la dichiarazione di un altro giornalista, Roberto Di
Nunzio, riportata dall’Ansa il 18 giugno 1997:
Santo Domingo, 18 giugno – Il giornalista
"freelance" Roberto Di Nunzio, che si trova attualmente a Santo
Domingo, ha deciso di raccontare all’Ansa quanto da lui già detto alla Procura
di Asti sull’omicidio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin.
«La morte dei
due colleghi», dice, «non è stato un episodio assurdo o sfortunato. Si inquadra
in un traffico internazionale, da me documentato, di materiali tossici e
radioattivi, in cui è coinvolta anche l’Italia. Ilaria aveva scoperto questo
filone e ha pagato con la vita, e con lei Hrovatin, il fatto di aver toccato
interessi più grandi di lei. Anch’io sono preoccupato per la mia vita, dato che
10 giorni fa, qui a Santo Domingo, ho ricevuto una lettera di minacce a me e ai
miei».
«In Somalia»,
prosegue Di Nunzio, «Ilaria si rende conto che uno dei canali che rifornivano
di armi le fazioni in lotta era legato a un traffico di scorie
tossico-radioattive, messo in piedi da società di vari Paesi, tra i quali
l’Italia. Io ho le prove, e le ho fornite al sostituto procuratore di Asti
Luciano Tarditi, che lungo la "strada dei pozzi" che passa per i
porti somali di Bosaso e Merca sono stati interrati centinaia di migliaia e
forse milioni di fusti di materiali tossici. A fornire i mezzi per gli scavi è
stato Giancarlo Marocchino, titolare di un’impresa per il movimento terra che
vive a Mogadiscio e che è indagato in Italia».
Le scorie,
secondo il giornalista, arrivavano in Somalia su navi fornite dalla
Cooperazione italiana. «Ilaria Alpi», dice, «aveva scoperto anche questo».
Intanto la
Procura di Asti conferma di aver sentito in più occasioni Roberto Di Nunzio:
«Nell’ottobre scorso, per l’inchiesta "Triangolo" su traffici di
rifiuti tossico-nocivi, vennero molte persone a fornirci informazioni, fra
queste anche Di Nunzio», conferma il procuratore capo Sebastiano Sorbello. Il
giornalista fece nomi di parecchie società di trasporto anche navali, ma – a
detta dei magistrati – non fornì notizie particolarmente dettagliate. «In ogni
caso», precisa Sorbello, «tutto il materiale lo abbiamo trasmesso alla Procura di
La Spezia cui fu poi assegnata l’inchiesta "Triangolo"«.
Sulla morte di
Alpi e Hrovatin, la Procura astigiana conferma che Di Nunzio accennò alla
vicenda, ma che la questione non fu approfondita «perché non era di nostra
competenza», spiega Sorbello: «In ogni caso il Pm Luciano Tarditi che seguiva
l’inchiesta "Triangolo" trasmise le informazioni al Pm Pititto che
aveva l’inchiesta sulla morte della giornalista del "Tg3"».
Negli ambienti della Procura astigiana si è
anche appreso che quanto raccontato da Di Nunzio è plausibile, e che Marocchino
è un personaggio che gode di forti protezioni internazionali.
Il satellite un po’ sì e un po’
no
Il 20
settembre 1996 i coniugi Alpi incontrano il segretario generale della Farnesina
Boris Biancheri, al quale chiedono di disporre accertamenti per stabilire se il
20 marzo 1994 a Mogadiscio siano state effettuate riprese satellitari. Il 21
gennaio 1997 i coniugi Alpi vengono ricevuti da Rino Serri, sottosegretario
agli Esteri (con delega alle attività di Cooperazione allo sviluppo e alle
questioni attinenti la esportazione dei materiali di armamento e di interesse
strategico), al quale rinnovano la richiesta.
Il 20 febbraio 1997 il senatore Serri
telefona ai coniugi Alpi e comunica loro che non esiste alcuna documentazione
satellitare di Mogadiscio relativa a quel giorno. Il 14 aprile 1997 il
segretario generale Biancheri dichiara: «Pur non risultando che esistano
riprese satellitari, effettuate il 20 marzo 1994 sull’area di Mogadiscio in cui
Ilaria e Miran furono uccisi, abbiamo proceduto nei giorni scorsi a chiedere
alle autorità americane un ulteriore accertamento».
Il 12 giugno 1997 il sottosegretario Serri
comunica che, a detta del Pentagono, negli archivi Usa c’è un’immagine
satellitare di Mogadiscio nella data dell’uccisione di Alpi e Hrovatin; ma
secondo gli esperti americani la qualità dell’immagine è appena passabile e non
rivelerebbe nulla di utile per l’inchiesta.
In merito alle riprese satellitari, il 19
luglio 1997 Lorenzo Ferrarin, direttore dell’Emigrazione e degli Affari sociali
della Farnesina, dichiara: «Sul primo punto i nostri interlocutori ci hanno
ancora una volta confermato che le Forze armate americane non dispongono di
riprese satellitari effettuate nella zona in questione, il fatidico 20 marzo
1994».
Il 2 settembre 1997 Ferrarin informa i
coniugi Alpi che esiste una immagine satellitare di Mogadiscio ripresa il
giorno del duplice omicidio, ma che l’immagine non rivelerebbe niente di utile
per l’inchiesta: l’alto funzionario, nell’occasione, auspica la collaborazione
dell’autorità giudiziaria. Lo stesso 2 settembre, i coniugi Alpi inviano un
appunto al magistrato Franco Ionta, presso la Procura di Roma, in merito alle
risposte contraddittorie ottenute sulla questione.
Il 9 ottobre 1997 viene inviato un secondo
appunto alla Procura di Roma, al magistrato Franco Ionta, dove si precisa che
secondo il Pentagono si tratterebbe di una fotografia coperta per la maggior
parte da nubi e pertanto poco nitida, prospettando l’opportunità che la foto
venga comunque esaminata da un esperto italiano; potrà essere lo stesso
Pentagono a indicare le caratteristiche che l’esperto italiano dovrebbe
possedere per essere autorizzato a esaminare la ripresa satellitare.
Il 10 ottobre 1997 Lorenzo Ferrarin
conferma l’esistenza di una immagine satellitare della zona di Mogadiscio,
risalente al 20 marzo 1994. L’ambasciata italiana a Washington comunica che è
in corso di verifica la possibilità che la foto venga visionata da un esperto
italiano.
L’11 dicembre 1997 il Dipartimento di Stato
americano comunica alla nostra ambasciata a Washington che l’immagine
disponibile negli archivi americani, esaminata con la massima cura da
qualificati esperti della Difesa statunitense, non rileva elementi di
informazioni utili alle indagini sull’omicidio di Alpi e Hrovatin. Tantopiù che
tale immagine non si riferisce allo spazio di tempo subito precedente, o a
quello subito successivo, al delitto.
Il 5 gennaio 1998 i coniugi Alpi scrivono
una lettera a Lorenzo Ferrarin, e dopo avere elencato la precedente
corrispondenza concludono:
«Abbiamo
creduto opportuno ricostruire cronologicamente la storia-fumetto della ripresa
satellitare che con tanto zelo ci avete rappresentato. Non esiste una ripresa
satellitare. Esiste una ripresa satellitare. Se c’è è poco chiara, ma ci sono
anche le nuvole. Ma perché lasciare dei dubbi, la ripresa satellitare non c’è.
Quale è la
ragione per cui nessun tecnico italiano ha presenziato alle visione delle
riprese satellitari? Se non fosse una tragedia che ha stroncato due vite,
potrebbe essere un ottimo spunto per una comica.
Noi speriamo
che, rileggendo le tappe di questo comportamento a dir poco inquietante e
superficiale, possiate capire qual è la nostra sfiducia in una istituzione del
nostro Stato, che avrebbe dovuto fin dall’inizio, senza necessità di nostre
sollecitazioni, essere al nostro fianco nella ricerca della verità».
Il
13 gennaio 1998 il direttore generale dell’Emigrazione e degli Affari sociali
della Farnesina, Lorenzo Ferrarin, risponde ai coniugi Alpi:
«Vorrei in
primo luogo sottolineare come il vostro disorientamento sia pienamente
comprensibile, date le alterne vicende che hanno caratterizzato i nostri sforzi
per contribuire all’accertamento delle circostanze in cui persero la vita Ilaria
e Miran.
Vorrei altresì
precisare che questo ministero ha sempre fornito puntualmente le informazioni
di cui è venuto via via in possesso dalle diverse fonti ufficiali statunitensi,
e se qualche incongruenza appare essersi verificata, essa è da attribuire alle
diversità delle predette fonti.
Rimane
comunque accertato che da parte americana si dichiara l’esistenza di una sola
foto satellitare di Mogadiscio presa il 20 marzo 1994, peraltro non nello
spazio di tempo in cui avvennero i fatti, e quindi non utile ai fini delle
indagini.
Nel precisare
quanto precede, tengo a confermare ancora una volta il vivo e perdurante
impegno del ministero degli Esteri a fare tutto il possibile per contribuire
all’accertamento della verità su quanto accaduto a Mogadiscio il tragico 20 marzo
1994».
Un’altra Commissione d’inchiesta
Il "caso
Alpi-Hrovatin" torna alla ribalta dei mass media nell’estate 1997. Non
grazie a sviluppi delle indagini, ma grazie a un militare, il maresciallo
Francesco Aloi, il quale racconta di avere incontrato Ilaria Alpi e di avere
assistito, insieme a lei, allo stupro di una donna somala, stupro che la
giornalista avrebbe perfino fotografato.
Il fatto raccontato dal maresciallo Aloi
sarebbe avvenuto nel luglio 1993, periodo nel quale effettivamente Ilaria si
trovava a Mogadiscio; ma risulta assai poco credibile che la giornalista, a
conoscenza di un fatto di tale gravità, nel corso delle sue corrispondenze non
lo abbia mai denunciato. Del resto, Ilaria è rientrata in Italia e ritornata in
Somalia tre volte, prima di essere uccisa il 20 marzo 1994, il che rende
impensabile una relazione di causa ed effetto tra la supposta testimonianza
delle violenze commesse dai militari italiani e la sua morte.
Delle violenze commesse dai militari
italiani in Somalia, invece, esistono prove fotografiche pubblicate nell’estate
1993 dal settimanale "Epoca", e successivamente, nel 1997, dal
settimanale "Panorama". Le foto e le testimonianze inducono il
governo a insediare, presso il ministero della Difesa, una Commissione amministrativa,
presieduta dall’alto magistrato Ettore Gallo, preposta a indagare sui fatti
accaduti. La Commissione, insediatasi il 13 giugno 1997, consegna la relazione
finale l’8 agosto 1997. Ma è costretta a riaprire i lavori dopo la comparsa del
"memoriale Aloi", e a indagare anche sull’ipotesi che l’omicidio
Alpi-Hrovatin sia stato una conseguenza di queste violenze, appurando inoltre
se vi siano state inadempienze da parte dei militari italiani nelle operazioni
di soccorso subito dopo il duplice delitto di Mogadiscio.
L’8 settembre
1997 la Commissione Gallo ascolta i coniugi Alpi in quella che viene definita
«audizione di cortesia» (a registratori spenti). In merito al delitto
Alpi-Hrovatin, la Commissione ascolta anche molti altri testimoni (dei quali vi
è traccia nella relazione conclusiva), e al termine dei suoi lavori – ultimati
il 26 maggio 1998 – dedica 26 pagine alla trattazione dell’argomento.
Circa la dinamica della morte, la
Commissione Gallo accetta totalmente le conclusioni del collegio peritale,
scrivendo:
«Le raffiche
come causa della morte sono state escluse dalla meditata, lunga e scientifica
indagine peritale. Si è trattato – dice l’autorevole perizia per quanto
riguarda Ilaria Alpi – di un colpo d’arma da fuoco a proiettile singolo che non
ha perforato lastre di vetro a di metallo, sicché è stato sparato
dall’aggressore aprendo la portiera posteriore sinistra, ovvero attraverso il
finestrino abbassato del lato sinistro.
La Commissione
riesce ad ascoltare anche l’autista di Ilaria e Miran [Ali Mohamed Abdi, ndr], che viene portato a Roma assieme a un
gruppo di somali che chiedono il risarcimento per le violenze subite da parte
dell’Esercito italiano, e giudica la sua testimonianza menzognera.
Ali Mohamed
Abdi, autista dell’autovettura della giornalista, ha mentito a questa
Commissione quando ha ripetutamente sostenuto che i due assassini, scesi
dall’autovettura degli aggressori, avrebbero sempre sparato da una distanza di
almeno due metri e mezzo-tre, sicché mai uno di loro si sarebbe avvicinato a
distanza minore. Cosi come – se è vero quanto riferito dai giornalisti – ha
mentito quando ha asserito di non aver riconosciuto alcuno degli aggressori
visto che poi all’autorità giudiziaria ha riferito diversamente».
Nella relazione finale, la Commissione
Gallo sottolinea che «l’autista [Ali Mohamed Abdi] testualmente si lascia
sfuggire nel suo esame l’espressione "C’era una macchina che ci aspettava
nei pressi dell’Hotel Amana"».
La Commissione ha ascoltato anche l’inviato
del "Corriere della Sera" Massimo Alberizzi, il quale era stato a
Mogadiscio insieme a Ilaria e all’operatore della Rai Alberto Calvi.
Quest’ultimo aveva lavorato con la Alpi proprio nei dieci giorni del giugno
1993 indicati dal maresciallo Aloi come i giorni dello stupro di una ragazza
somala da parte di alcuni militari italiani. Sia Alberizzi sia Calvi hanno
sostenuto di avere avuto contatti quotidiani con Ilaria ma di non avere mai
sentito raccontare da lei niente del genere, e che se la giornalista avesse
davvero assistito a violenze e sevizie come quelle raccontate dal maresciallo
Aloi le avrebbe sicuramente denunciate.
La Commissione riporta anche la
dichiarazione dell’ex direttore del "Tg3" Sandro Curzi, che pur non essendo
più, al momento del delitto, il direttore della Alpi, le aveva comunque parlato
per telefono:
«Curzi ebbe
notizie da Ilaria Alpi, quando egli era già a "Telemontecarlo", che
stava lavorando su un particolare aspetto della situazione somala: capire di
dove arrivassero realmente tutte quelle armi che vedeva in mano a quella gente.
"Vorrei dire che in tutte quelle telefonate Ilaria non mi ha mai accennato
a episodi di violenza. Mi ha sempre detto che si stava occupando di questa
grossa storia di traffico di armi"...».
La relazione della Commissione Gallo si
dilunga in particolare sulla perizia medico-balistica (risultato del riscontro
autoptico praticato sul corpo di Ilaria a due anni dalla morte), e conclude che
«non c’è stata omissione di soccorso perché non si può soccorrere chi è stato
attinto dalla morte». Una conclusione che i coniugi Alpi vorrebbero poter
confutare con tutto il materiale documentale che hanno raccolto, ma non hanno
una sede istituzionale dove poterlo fare. Dovranno aspettare alcuni mesi, cioè
fino a quando la Commissione Difesa del Senato – su loro sollecitazione – li convocherà
in formale audizione.
Cronache dalla Procura di Roma
L’inchiesta
sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, nel marzo 1996, passa dal
magistrato Andrea De Gasperis (che per primo se ne è occupato essendo di turno
quel 20 marzo 1994) al sostituto procuratore Giuseppe Pititto.
Pititto, intervistato il 20 aprile 1996 dal
giornalista Davide Vozzo del settimanale "Vita", illustra quella che
sarà la sua strategia investigativa:
Qual è il metodo
investigativo che ha deciso di seguire?
«Cominciare da
capo. Aprendo il fascicolo Alpi mi sono reso conto di quante contraddizioni e
di quanto lavoro ci siano ancora. Ho deciso di ripartire da zero, di non
prendere niente per scontato e di indagare a 360° per ricostruire passo dopo
passo un caso intricatissimo. Dalla dinamica dell’agguato al recupero dei
corpi, dalla scomparsa dei taccuini alle dichiarazioni dei testi. In teoria non
c’è neppure un punto fermo: dobbiamo percorrere tutte le ipotesi».
La colpa è anche
della Procura [di Roma] che in questi due anni non ha brillato di iniziativa...
«Non sono
d’accordo. Abbiamo svolto molte indagini e atti. Io ho ricevuto il preciso
invito da parte di Coiro [il procuratore
capo, ndr] a fare tutto il possibile per accertare la verità. Ma questa è
un’indagine molto difficile e i risultati arrivano lentamente: indagando sul
caso Alpi non sappiamo dove si può arrivare».
Ci sono resistenze
da parte di ambienti influenti, come quello politico o militare?
«Ho detto
tutte le difficoltà immaginabili».
Svolgendo l’inchiesta, nella prima
settimana di giugno 1996 il sostituto procuratore Pititto si reca presso
l’ambasciata italiana di Sana’a, nello Yemen, per interrogare l’ingegner Omar
Said Mugne e Abdullahy Mussa Bogor (il cosiddetto Sultano di Bosaso, l’ultima
persona intervistata da Ilaria e Miran). Nel corso dell’interrogatorio,
l’atteggiamento del Sultano di Bosaso nei riguardi dell’ingegner Mugne
(titolare della flotta Shifco) muta rispetto a quando venne intervistato da
Ilaria Alpi e da Maurizio Torrealta: prima corregge le sue precedenti
affermazioni fino a rimangiarsi ogni accusa, poi di nuovo torna alle
dichiarazioni iniziali [119].
Questo continuo cambiamento di versione induce il magistrato a emettere a carico
di Bogor un avviso di garanzia per concorso in omicidio plurimo: nel maggio
1996, infatti, Pititto iscrive nel registro degli indagati della Procura di
Roma Abdullahi Mussa Bogor; ma il magistrato non adotta alcun provvedimento nei
riguardi dell’ingegner Mugne.
La Digos di
Udine, nel maggio 1994, ha raccolto da una fonte confidenziale precise
informazioni sul duplice omicidio di Mogadiscio e sul traffico di armi svolto
dalle navi della Shifco che ne avrebbe costituito il movente. Tale fonte,
tornata più volte in Somalia, avrebbe anche rivelato i nomi di alcuni dei
killer che avevano formato il commando omicida.
Il sostituto procuratore Pititto, insieme
alla Digos di Udine, nel maggio e giugno 1997 organizza l’arrivo in Italia
dell’autista e della guardia del corpo di Ilaria Alpi, perché siano loro – i
testimoni del delitto – a fare ufficialmente i nomi degli assassini. E la fonte
segreta della Digos di Udine avrebbe organizzato, in gran segreto, questo
arrivo in Italia di Said Ali Mohamed Abdi e di Mohamud Nur Aden.
Il 15 luglio (due giorni prima dell’arrivo
dei due somali in Italia), l’inchiesta sul delitto Alpi-Hrovatin viene avocata
dal procuratore capo Salvatore Vecchione, che intende condurla personalmente
insieme al sostituto procuratore Franco Ionta. La motivazione ufficiale
dell’improvvisa avocazione è che i due titolari dell’inchiesta – Giuseppe
Pititto e il collega Andrea De Gasperis – sono in disaccordo sulle iniziative
da adottare: «La designazione congiunta non [ha condotto] a determinazioni
univoche», dichiara il procuratore capo di Roma, «in un procedimento di
indubbia delicatezza, per il quale era necessaria una proficua attività di
coordinamento», per cui «lo scrivente [attribuisce] a sé medesimo, unitamente
al consigliere Ionta, la responsabilità delle indagini».
Questa improvvisa avocazione, a due giorni
da un interrogatorio delicato come quello di due testimoni i quali – almeno
nelle intenzioni dell’organizzatore del viaggio – dovrebbero rivelare i nomi
degli assassini dei due giornalisti, è molto strana.
* * *
Come
previsto, il 17 luglio 1997 sbarcano a Fiumicino Sid Ali Mohamed Abdi e Mohamud
Nur Aden (rispettivamente autista e guardia del corpo di Alpi e Hrovatin). Per
accertare la loro identità, il sostituto procuratore Ionta ha inviato
all’aeroporto alcuni funzionari della Digos di Udine i quali, essendosi
occupati delle indagini, hanno visto le riprese televisive dei due somali
durante le interviste che hanno rilasciato; ma i funzionari della Digos di
Udine che hanno personalmente organizzato l’arrivo in Italia dei due somali non
vengono ammessi alla stanza dove si svolge l’interrogatorio.
A mezzogiorno di quel 17 luglio, negli
uffici della Procura romana sul Lungotevere, a tre anni e mezzo dal delitto, si
procede all’interrogatorio dei due cruciali testimoni. Il sostituto procuratore
Ionta viene assistito dal vicequestore aggiunto Laura Regina e dal funzionario
della Direzione centrale Prevenzione e pena Ivano Marchionne.
Sid Ali
Mohamed Abdi – così si chiama l’autista di Ilaria e Miran – è nato a Mogadiscio
nel 1959, è basso e scuro di carnagione, con i capelli ricci. L’interprete in
lingua somala è Scheik Ali Abdullahi. L’interrogatorio viene videoregistrato da
Francesca Bracchetti. Il verbale viene redatto in forma riassuntiva:
«Sono autista
e lavoro per conto del "Corriere della Sera"; non ho una macchina mia
ma utilizzo per la mia attività di autista un macchina di un mio amico somalo,
una "Panda". Quando veniva Ilaria in Somalia, io provvedevo a
prendere in locazione una macchina con doppia cabina, esattamente una
"Toyota pick up" di colore bianco.
Ho conosciuto
la Alpi nel 1992, quando in Somalia sono arrivati gli americani. L’ho
conosciuta perché lei era giornalista e io ero l’autista di giornalisti, in
particolare di Massimo Alberizzi, che lavora per il "Corriere della
Sera".
Ho avuto modo di
accompagnare Ilaria Alpi nei suoi spostamenti in Somalia in tre diverse
occasioni...
Faccio
presente che i giornalisti che si dovevano recare all’interno della Somalia
venivano accompagnati con l’elicottero dell’ambasciata americana all’aeroporto
e qui venivano imbarcati su aerei del Unosom...
Per la mia
attività di autista e per il pagamento della scorta il mio compenso era di 120
dollari Usa al giorno, l’ultima volta ho ricevuto 1.200 dollari Usa, faccio
presente che il giornalista che mi pagò dopo la morte di Ilaria Alpi, era di
nazionalità italiana, aveva una corporatura normale, non posso ricordare l’età
che poteva avere, posso solo dire che era accompagnato da una donna italiana [120]...
La scorta che
utilizzavo per accompagnare la giornalista Alpi era costituita da una sola
persona ed esattamente dalla persona che è presente oggi in Italia insieme a
me, che si chiama Mohamud Nur. Tale signor Mohamud Nur è della tribù Shiqal. Io
sono invece della tribù Bimall...
Faccio
presente che, oltre alla persona di scorta di cui ho parlato, vi era un’altra
persona che faceva la protezione agli spostamenti della Alpi, si chiama Ali
Gajo, di cui non so quale sia la tribù...
L’ultima volta
che ho accompagnato Ilaria Alpi ho lavorato con lei per 10 giorni.
Nei primi 5
giorni di permanenza della Alpi a Mogadiscio, l’ho accompagnata di mattina in
giro per la città, e nel pomeriggio alla ambasciata americana. Il sesto giorno
ho accompagnato la Alpi all’aeroporto americano perché la Alpi voleva recarsi a
Bosaso, alla partenza mi disse che sarebbe rimasta un solo giorno, mentre
invece rimase a Bosaso 5 giorni. Io ho atteso il ritorno della Alpi da Bosaso e
più volte mi sono recato all’aeroporto americano per vedere se la Alpi
rientrava. Il quinto giorno la Alpi è tornata in aereo da Bosaso atterrando
all’aeroporto americano che si trovava fisicamente dove vi era l’aeroporto
internazionale in Mogadiscio, ed è esattamente a Mogadiscio Sud.
Preciso che
quando la Alpi doveva partire per Bosaso, io l’ho accompagnata all’ambasciata
americana, sempre all’ambasciata americana io facevo capo per vedere se la Alpi
rientrasse da Bosaso. Il giorno che è rientrata da Bosaso io aspettavo Ilaria
Alpi all’ambasciata americana. Io fui avvisato mentre mi trovavo all’ambasciata
americana, da un autista che accompagnava solitamente un giornalista della Bbc,
che la Alpi si trovava già all’Hotel Sahafi dove era giunta a bordo di una
macchina di alcuni suoi amici. Allora io mi sono spostato dalla ambasciata
americana all’Hotel Sahafi. Ciò avveniva circa alle ore 14 e 45 di domenica.
Quando sono giunto all’Hotel Sahafi, sono salito nella stanza della Alpi e
questa mi ha detto che dovevano andare in un Hotel di cui non ricordo il nome,
nel quartiere Monopolio, Hotel in cui risiedeva un amico della Alpi: Remigio
Benni. Io feci presente che sapevo che Benni era già da due giorni a Nairobi,
ma la Alpi disse che voleva andare lo stesso [121].
Siamo quindi andati nell’albergo nel quartiere Monopolio. La Alpi è scesa dalla
macchina entrando nell’albergo, dopo pochi minuti è ritornata sulla macchina.
Quando siamo arrivati all’albergo ho potuto notare che nei pressi sostava una
"Land Rover" di colore blu con a bordo sette persone di cui un
autista e sei persone armate di fucile automatico "Fal". Quando mi
sono rimesso in movimento, la vettura "Land Rover" mi ha tagliato la
strada bloccandomi. Dal portellone posteriore sono scese due persone armate di
"Fal" le quali hanno aperto il fuoco contro di noi. Io ho fatto
retromarcia con la "Toyota" dicendo alla Alpi e all’operatore – di
cui finora non ho parlato, ma che accompagnava sempre in quei giorni la Alpi –
di abbassarsi per evitare il fuoco. Mentre io facevo la retromarcia, ho visto
che l’operatore che era seduto a fianco a me veniva colpito. In quel momento la
Alpi, che era seduta dietro l’operatore, ha alzato la testa ed alla vista del
sangue si è girata ed in quel momento è stata raggiunta da un colpo alla nuca.
Faccio presente che la azione di fuoco da parte dei due che sono scesi dal
"Land Rover" è iniziata mentre si trovavano a pochi metri dalla mia
"Toyota", sul davanti, ed è proseguita mentre io cercavo di
arretrare. Ricordo che l’azione di fuoco da parte delle due persone iniziò prima
che io riuscissi a fare la retromarcia. Voglio fare presente che io stesso sono
stato colpito da schegge di vetro del parabrezza. La scorta armata che mi
accompagnava ha fatto fuoco contro gli aggressori, ed è rimasto anch’egli
ferito da due proiettili di striscio alla testa; a un certo punto è scappato
dopo che l’arma gli si era inceppata. Sono certo che i due sparatori, salvo un
primo colpo isolato, hanno sparato a raffica. A un certo punto, sono
intervenute delle guardie armate che sostavano all’ingresso dell’Hotel Amana
(mi sono ora ricordato che questo era il nome dell’albergo dove la Alpi si era
fatta accompagnare) e sotto la loro azione di fuoco i nostri aggressori sono
scappati. Subito dopo è ritornata sul posto la nostra scorta. Io sono rimasto
fermo dove era avvenuta l’azione di fuoco per circa 25-30 minuti. Sono arrivati
4 mezzi militari dell’Esercito italiano con a bordo soldati italiani. Da uno
dei mezzi sono scesi due militari che io conosco con il nome di
"Alfredo" e "Fortunato". Questi mi hanno chiesto cosa era
successo e io ho raccontato loro esattamente quello che oggi ho riferito alla
Signoria Vostra. Dopo i mezzi militari è arrivata una macchina di un altro
italiano che so chiamarsi Giancarlo Marocchino e che non è un militare. Le
salme della Alpi e dell’operatore sono state trasferite sulla macchina di
Marocchino e in convoglio, prima la macchina di Marocchino, poi i 4 mezzi
militari e quindi la mia macchina, siamo andati verso il Porto vecchio.
Non sono in
grado di dare particolari sulle persone che erano a bordo della "Land
Rover", non sono nemmeno in grado di dire a quale tribù appartenessero. Si
trattava comunque di tutte persone somale, di cui, come ho detto, non so
fornire particolari per giungere alla loro identificazione. Faccio presente
che, prima dell’arrivo dei militari italiani, è giunto sul posto un poliziotto
somalo in borghese, che mi ha chiesto cosa fosse successo, e io glielo ho
riferito. Subito dopo l’arrivo dei militari italiani il poliziotto è andato
via. Non ricordo particolari specifici della fisionomia di questo poliziotto,
posso solo dire che non aveva né barba né baffi né occhiali.
Non conosco la
persona la cui fotografia mi viene mostrata in questo momento».
Alle ore 13.55 l’interrogatorio
dell’autista somalo viene interrotto fino alle 15.30. Alla ripresa, dopo una decina
di minuti, Abdi viene invitato a guardare la cassetta registrata del servizio
trasmesso da RaiTre il 20 marzo 1997 (all’interno del programma
"Format"). Il filmato mostra la sequenza originale girata
dall’operatore Carlos Mavroleon durante il recupero dei corpi sanguinanti di
Alpi e Hrovatin; il filmato è particolarmente impressionante, ed è girato con
la camera a spalla in continuo movimento con panoramiche che abbracciano a 360
gradi lo spazio intorno al luogo dell’omicidio. Conclusa la proiezione,
l’interrogatorio riprende:
«Confermo
quanto ho dichiarato, e in particolare che al momento in cui è stato effettuato
il trasbordo, dalla mia vettura a quella di Marocchino, dei corpi di Ilaria
Alpi e dell’operatore, erano presenti i militari italiani giunti sul posto con
4 mezzi dell’Esercito italiano. Confermo altresì la presenza in quella
circostanza di "Alfredo" e "Fortunato"».
L’Ufficio fa presente al testimone che, nel
filmato che gli è stato mostrato, non si vede la presenza di nessun militare
italiano, fa altresì presente che non si vede nessun militare italiano aiutare
nel trasbordo dei corpi. Il testimone risponde: «Non so se siano state
effettuate riprese di militari italiani, comunque confermo che c’erano. Mi
riconosco nel filmato nel momento in cui insieme a una persona con una
maglietta gialla, trasporto il corpo di un uomo...».
L’Ufficio fa presente che nel filmato i
vestiti, almeno per la parte mostrata nel film, non presentano tracce di sangue.
Il testimone risponde: «Io sono stato colpito dalle schegge di vetro del
parabrezza, ma le schegge non mi hanno fatto uscire sangue...».
L’Ufficio fa presente che anche in un altro
fotogramma, dove si vede molto bene la fronte del testimone, non si rinviene
alcuna traccia di sangue. Il teste dichiara: «Le schegge di vetro mi
avevano colpito tra i capelli».
L’Ufficio fa rilevare che in altro
fotogramma viene inquadrato il testimone di tre quarti e che negli abiti che vengono
filmati non vi è alcuna traccia di sangue. Il teste dichiara: «Quando si è
accasciato, l’operatore, il suo sangue ha intriso completamente i miei
vestiti».
Il L’Ufficio dà atto che più volte il
testimone indica con la mano la zona della cintola, e fa rilevare che proprio
nella zona della cintola, che pur viene ripresa nel filmato, non si nota alcuna
traccia di sangue. Il teste dichiara: «Il sangue c’era...
Non so dire se
la mia vettura, o per meglio dire, la vettura che io utilizzavo per far
l’autista di Ilaria Alpi, avesse una targa e quindi non sono in grado di dire
nemmeno che cosa eventualmente fosse scritto su questa targa.
Non ho mai
visto la persona che nel filmato compare con la didascalia "Ali Mohamed
Abdi". Faccio presente di aver saputo da una donna somala che si chiama
Starling e che si interessa dei problemi delle donne somale, che un somalo a
Nairobi avrebbe avuto trecento sterline dichiarando di essere stato l’autista
di Ilaria Alpi» [122].
Le incongruenze, le ambiguità, le
contraddizioni di questa prima parte della testimonianza dell’autista somalo
sono numerose. Ali Mohamed Abdi, per esempio, non racconta di avere
riconosciuto un poliziotto somalo in divisa tra i partecipanti al commando,
come invece aveva dichiarato nell’intervista realizzata dalla giornalista del
"Tg5" Elena Caputo nell’agosto 1994.
Fino a questo punto dell’interrogatorio,
l’autista nega di essersi allontanato dalla macchina, e continua a negare il
dato oggettivo e acquisito della perizia (a uccidere la giornalista è stato un
colpo sparato a contatto, che ha lasciato tracce di polvere da sparo nelle
vicinanze della ferita): secondo Abdi, nessuno si è avvicinato a Ilaria. Per
"giustificare" la ferita mortale sul lato posteriore sinistro del
capo della Alpi, l’autista somalo cambia versione: non sostiene più la bizzarra
tesi di un’unica pallottola che avrebbe ucciso i due giornalisti, ma racconta
di uno strano movimento del capo di Ilaria [123];
e non spiega come sia stato possibile che anche Hrovatin, seduto nel sedile
anteriore, sia stato colpito nella zona parietale destra del capo con direzione
dall’alto verso il basso.
Inoltre, l’autista somalo non fornisce
alcun riscontro alla sua versione circa il rientro di Ilaria dall’aeroporto e
alle ragioni che la avrebbero condotta all’Hotel Amana: in realtà, se la
giornalista del "Tg3" sapeva che Remigio Benni si era spostato in
Kenia, non si comprende perché avrebbe dovuto comunque volersi recare all’Hotel
Amana, a meno che qualcuno l’avesse indotta ad andare là.
L’autista nega poi di essere in grado di riconoscere
qualcuno degli aggressori, cioè l’esatto contrario di quanto aveva dichiarato
davanti alla Commissione di inchiesta parlamentare che lo aveva interrogato a
Mogadiscio [124]. Afferma
inoltre che sul posto erano intervenute quattro macchine militari italiane, che
avrebbero poi fatto parte del convoglio di mezzi che aveva portato via i corpi
delle due vittime: ma nel filmato girato durante il trasporto di Ilaria e Miran
al Porto vecchio non appare alcun mezzo militare.
Alle ore
17.40 nella stanza dove è in corso l’interrogatorio dell’autista somalo viene
introdotto il teste Alfredo Tedesco, l’agente del Sismi più volte citato negli
atti della Commissione di inchiesta parlamentare solo come "Alfredo";
cioè colui che – secondo l’autista – sarebbe arrivato sul luogo del delitto
insieme al suo collega "Fortunato" subito dopo l’omicidio. La
presenza dell’agente del Sismi Tedesco nei pressi della stanza dove si svolge
l’interrogatorio dei due somali viene giustificata con la necessità di disporre
di qualcuno che, rimasto a lungo a Mogadiscio, possa confermare l’identità
dell’autista e dell’uomo di scorta; questo permette anche all’agente del Sismi
di essere pronto a sostenere il confronto.
Tedesco conferma subito di conoscere
l’autista somalo sotto interrogatorio: dichiara di ricordare che si chiama
Abdi, e che guidava la vettura di un altro somalo, un certo Jusuf, una "Panda"
bianca:
Alfredo Tedesco: «Ricordo che quando mi
trovavo nella sede della Cooperazione Italo-somala, siamo circa nel 1993, il
qui presente Abdi veniva spesso nella sede a bordo della Fiat "Panda"
di cui ho parlato, e che guidava lui, dal momento che Jusuf era ferito a una
gamba. Ho visto tale Abdi sia prima che dopo la morte di Ilaria Alpi, e ho
anche saputo che era lui l’autista della vettura sulla quale viaggiava la Alpi
al momento della sua uccisione. Ho saputo di questa circostanza da Jusuf e da
altri somali. Appresa questa circostanza, ho chiesto proprio ad Abdi se era
proprio lui l’autista della vettura ed egli mi confermò quando aveva saputo.
Non ho visto Abdi il giorno dell’omicidio di Ilaria Alpi... Prendo conoscenza
delle dichiarazioni rese oggi dal teste Abdi circa il fatto che io, unitamente
a un certo Fortunato e a militari italiani, a bordo di 4 mezzi dell’esercito,
ci saremmo recati sul posto dove erano stati uccisi i due italiani, e circa il
fatto che il teste Abdi avrebbe riferito a me come erano andati i fatti
avvenuti 25-30 minuti prima, quando ancora i corpi dei due italiani uccisi
erano nella sua vettura. Al riguardo dichiaro che Abdi evidentemente si
confonde sia perché Fortunato non era più in Somalia, sia perché io ho visto i
corpi dei due italiani soltanto al Porto vecchio a bordo della autovettura di
Marocchino».
Sid Ali Mohamed Abdi: «Effettivamente ha
ragione Alfredo. Ora sono molto stanco. Forse per la stanchezza ho equivocato
nei ricordi. È vero che stamattina ho parlato di un convoglio di mezzi e
precisamente di un convoglio costituito dalla macchina di Marocchino da 4 mezzi
militari e dalla mia vettura, ma ora non mi ricordo più se effettivamente è successo
questo».
Alfredo Tedesco: «Per quanto ricordi
andammo al Porto vecchio con un solo mezzo militare e non con due mezzi
militari come dice il colonnello Tunzi. Non ricordo se al Porto vecchio, quando
arrivammo, vi fosse il tenente Orsini o il capitano Salvati. Dopo essere stato
circa dieci minuti al Porto vecchio, chiesi al colonnello Gaffo della Polizia
somala di accompagnarmi alla ambasciata americana dove io risiedevo, e il
colonnello effettivamente mi accompagnò con una Jeep. Non ho ma visto la
vettura su cui viaggiavano Alpi e Hrovatin».
Sid Ali Mohamed Abdi: «Confermo di aver
portato la mia vettura al Porto vecchio, dopo che i corpi dei due italiani
uccisi erano stati trasbordati sulla vettura del Marocchino».
Lo stesso 17
luglio, alle ore 18.30, viene poi interrogata la guardia del corpo di Ilaria e
Miran: Mohamud Nur Aden, nato a Mogadiscio, 33 anni di età, una corporatura più
sottile del suo collega Abdi.
Mohamud Nur Aden dichiara:
«Quando siamo
arrivati all’Hotel Amana, ho visto che vicino tale albergo era parcheggiata una
"Land Rover" blu con a bordo sette persone: un autista e sei persone
che erano armate di fucili mitragliatori "Fal". Giunti all’Hotel
Amana, i due giornalisti italiani che viaggiavano a bordo della nostra
macchina, condotta da Abdi, e sulla quale ero anche io (preciso che mi trovavo
sul cassone esterno della vettura e avevo disponibilità di un fucile russo
"Ak47"), sono scesi dalla vettura e sono entrati nell’albergo. Dopo 4
o 5 minuti sono risaliti sulla vettura. L’operatore si è seduto a fianco
dell’autista, mentre la Alpi ha preso posto dietro l’operatore sul sedile
posteriore. L’autista ha messo subito in moto la macchina, ed ha preso la
direzione per andare verso l’Hotel Sahafi. In quello stesso momento la
"Land Rover" è partita e ha superato la nostra macchina, bloccandoci
la strada. Subito dopo dal portellone posteriore sono scese due persone che
hanno cominciato a sparare verso la nostra macchina e io, mentre l’autista
operava una retromarcia, ho cominciato a sparare con l’arma che avevo. Ho
esploso circa 20 colpi, poi la mia arma si è bloccata. Nel conflitto a fuoco
sono rimasto ferito da 2 colpi di striscio alla testa. Nel momento in cui la
mia arma si è bloccata, io mi sono riparato nel cassone posteriore della
vettura. Subito dopo sono venute delle guardie armate dell’Hotel Amana in
nostro soccorso, e i nostri aggressori sono andati via.
Le due persone
che sparavano non erano completamente ferme ma avanzavano verso il cofano
anteriore della nostra macchina. Non sono mai riusciti ad arrivare vicino alla
macchina né vicino in particolare agli sportelli. Preciso infatti che l’azione
di fuoco da parte dei due sparatori veniva prodotta stando essi vicino alla
loro vettura. Escludo pertanto, in modo assoluto, che qualcuno dei due
sparatori abbia colpito da distanza ravvicinata i due italiani. Ripeto che la
azione di fuoco si è svolta nel modo che io ho descritto: è iniziata quando due
persone sono scese dalla "Land Rover" ed è proseguita mentre la
nostra vettura faceva retromarcia.
Sono sicuro
che i due sparatori erano somali ma non so dare alcuna indicazione per giungere
alla loro identificazione. La mia preoccupazione era solo quella di rispondere
con l’arma di cui disponevo alla azione di fuoco svolta contro di noi. Anche le
persone che sono rimaste a bordo della "Land Rover" erano somale.
Anche di queste io non so fornire indicazioni.
Dopo che la
"Land Rover" si è allontanata, le guardie dell’Hotel Amana hanno
avvisato per radio Giancarlo Marocchino che è sopraggiunto poco dopo; è
arrivato anche personale della polizia somala che ha una stazione lì vicino.
Non sono in grado di dire con precisione se siano sopraggiunti anche mezzi
militari italiani. Appena giunto, Marocchino ha fatto trasportare i due
italiani sulla sua vettura e noi a bordo del "Toyota" lo abbiamo
seguito fino al Porto vecchio di Mogadiscio.
Ilaria Alpi è
stata a Mogadiscio circa 15 giorni durante i quali io ho sempre effettuato il
servizio di scorta. Sono certo che per 5 giorni di questi 15 la Alpi è stata a
Bosaso, mentre io e l’autista siamo rimasti a Mogadiscio.
Faccio
presente che il servizio di protezione alla Alpi era assicurato, oltre che da
me, anche da un certo Ali Gajo. Quando la Alpi dall’Hotel Sahafi è voluta
andare all’Hotel Amana, tale Ali Gajo stava pregando. La Alpi non ha voluto
aspettare che Ali Gajo finisse le sue preghiere ed è stato per questa ragione
che sono rimasto solo io a fungere da scorta.
Non sono mai
stato interrogato dalla polizia somala in relazione a questo episodio. Preciso
che né ho sottoscritto un verbale né sono stato chiamato in una stazione di
polizia, né ho semplicemente parlato con un poliziotto in relazione a quanto è
avvenuto. Domande su quello che si era verificato me le hanno rivolte solo dei
giornalisti. Non posso escludere che in qualche caso le mie dichiarazioni siano
state filmate, ma non so indicare da quale giornalista né so dire se italiano o
straniero...
Abdi era
armato, e quando la mia arma si era inceppata ho visto che lui ha esploso solo
due colpi di pistola.
Le persone che
stavano a bordo della "Land Rover" ferma davanti all’Hotel Amana non
mi hanno insospettito né allarmato. Nessuna di tali persone aveva una uniforme.
Il fatto è
avvenuto a Mogadiscio Nord, in zona di Ali Mahdi. Non sono in grado di dire se
le persone a bordo della "Land Rover" erano di Mogadiscio Nord o Sud.
Quando i corpi
dei due italiani si trovavano già nella vettura di Marocchino, è arrivato un
mezzo militare italiano che ci ha preceduto al Porto vecchio.
Mentre
succedeva l’azione di fuoco, escludo che vi fosse sulla zona in volo un elicottero.
La macchina
condotta da Abdi, che è una "Toyota pick up", è di colore bianco e ha
sulle fiancate delle strisce rosse, e ha un paraurti cd parabufali, nonché dei
sostegni all’altezza del cassone posteriore.
Non ho notato
che Abdi sia rimasto ferito nella sparatoria, ho solo visto delle schegge di
vetro sulle sue mani e sul suo torace.
I due che
hanno sparato contro di noi hanno fatto uso di fucili mitragliatori tipo
"Fal"».
Dopo una pausa, alle ore 20 viene riaperto
il verbale e ripresa la videoregistrazione. Al teste Mohamud Nur Aden viene
mostrata la cassetta del programma di RaiTre "Format" trasmesso il 20
marzo 1997, e viene effettuato un fermo-immagine a giro 002 e 026. Il teste
dichiara:
«Sia nel
fotogramma a giri 002 e 026 è ripresa la stessa autovettura: si tratta della
"Toyota" sulla quale sono morti i due giornalisti italiani. L’azione
di fuoco è iniziata quando i due sparatori erano a circa 2 metri dalla nostra
macchina, ed è terminata quando noi eravamo a circa 20 metri. Ricordo anche che
oltre ai due che erano a terra, hanno sparato anche le persone che erano a
bordo del "Land Rover". Sono certo che i colpi dei nostri aggressori
sono stati tutti esplosi dal davanti della nostra vettura. Io ho sparato tutti
i colpi che ho esploso da sopra il tetto della "Toyota". Abdi ha
esploso i due colpi di pistola di cui ho detto, sporgendosi dal finestrino dal
lato di guida».
A questo punto – sono le ore 20.13, come
precisa il verbale – viene richiamato il teste Sid Ali Mohamed Abdi, il quale a
domanda risponde:
«Effettivamente
ho esploso due colpi di pistola quando l’arma automatica di Nur si è inceppata.
Per farlo ho aperto lo sportello dal lato della guida, sono sceso, e ho fatto
due volte fuoco. Io ho sparato verso le persone che erano a terra».
Interpellata, la guardia del corpo somala
conferma le parole dell’autista:
«Effettivamente
Abdi ha sparato stando a terra e non attraverso il finestrino. Quando la mia
arma si è inceppata io sono sceso dalla vettura e mi sono nascosto in una
stradina che era nei pressi della nostra macchina. Sono tornato alla vettura
quando sono arrivati i soccorsi delle guardie armate dell’Hotel Amana».
In questa successiva testimonianza,
l’autista dichiara di essere uscito dalla macchina, e l’uomo di scorta addirittura
di essersi nascosto in una stradina, e di essere ritornato quando sono arrivate
le guardie dell’Hotel Amana. Una versione più simile al racconto delle agenzie
diffuso subito dopo i fatti [125].
Ma la tesi secondo la quale gli aggressori avrebbero sparato a distanza non è
assolutamente compatibile con i risultati della perizia e con le testimonianze
raccolte subito dopo l’omicidio. L’autista e la scorta affermano categorici che
nessuno degli sparatori si era avvicinato alla macchina: evidentemente per
contestare la tesi dello sparo a contatto, dell’esecuzione. Ma lo sparo a
contatto è un dato certo; dunque mentono, quando sostengono che gli assalitori
non si avvicinano.
In effetti le testimonianze dei due somali
si prestano a diverse interpretazioni. Per esempio, l’insistenza con la quale
Abdi ha sostenuto che alcuni militari italiani sarebbero arrivati prima di
Marocchino sul luogo del delitto (dopo 25-30 minuti) è incomprensibile,
soprattutto alla luce delle riprese filmate che lo smentiscono: sembra voler
accreditare l’efficienza dei soccorsi italiani (cioè, come si è visto, il
contrario del vero). E la pronta smentita dell’agente del Sismi Alfredo Tedesco
sembra la conferma dei contrasti sotterranei fra esercito e Servizi.
Fra le molte contraddizioni contenute in
questi interrogatori, emerge qualche elemento nuovo che vale la pena di
evidenziare: Ali racconta di avere accompagnato Ilaria in partenza per Bosaso
all’ambasciata americana da dove con un elicottero le avrebbero fatto
raggiungere l’aeroporto; inoltre, Ali sostiene che il servizio dall’aeroporto a
Mogadiscio e viceversa lo facevano sempre gli americani. Se tutto questo fosse
vero, allora anche gli americani sapevano che Ilaria era partita per Bosaso, e
potrebbero essere gli americani ad avere accompagnato la giornalista in arrivo
da Bosaso all’Hotel Sahafi. È da notare che Alfredo Tedesco, agente del Sismi,
dichiara di risiedere presso l’ambasciata americana.
C’è poi il particolare dell’elicottero che
la scorta nega abbia sorvolato la zona durante la sparatoria: si è visto
infatti che un elicottero, l’Eli “6-11”, arriva sulla nave "San
Giorgio" alle ore 15.19. Da qualche parte deve essere partito, e essendo
la zona in cui si svolgono i fatti non molto ampia, il volo di un elicottero
non poteva passare inosservato.
Due giorni
dopo questi due interrogatori, il 19 luglio, presso la Direzione centrale della
Polizia di prevenzione, viene interrogato per la seconda volta Sid Ali Mohamed
Abdi, l’autista di Alpi e Hrovatin (anche in questo caso l’interrogatorio viene
registrato). Mohamed Abdi viene riascoltato in qualità di persona informata
(cioè di testimone), in relazione alle dichiarazioni rese al giornalista
Massimo Alberizzi sull’omicidio di Mogadiscio:
«Conosco il
giornalista Alberizzi Massimo, in quanto diverse volte ho svolto per lui
mansioni di autista in occasione dei suoi viaggi a Mogadiscio. Dopo l’omicidio
di Ilaria Alpi ho avuto modo di lavorare nuovamente con lui, infatti è tornato
a Mogadiscio dopo due o tre mesi, se ben ricordo; in quella circostanza mi
chiese notizie sulla dinamica dell’attacco in quanto sapeva che io ero
l’autista di Ilaria, quando fu uccisa. Gli riferii i particolari a me noti su
come si erano svolti i fatti senza fare alcun riferimento ai probabili autori e
mandanti.
Ribadisco di
non aver riferito all’Alberizzi, sia nella circostanza sopra riferita che in
altre occasioni in cui ho avuto modo di incontrarlo, alcunché in merito a
personaggi che potrebbero essere implicati nell’omicidio di cui trattasi, anche
perché non sono in possesso di nessuna notizia a riguardo.
Non conosco né
ho mai sentito nominare persona rispondente al nome di Usseun Gab.
Non ho mai
segnalato tale nominativo all’Alberizzi.
Ribadisco di
non essere in possesso di alcuna notizia o informazione riguardante i
responsabili dell’omicidio di Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin né di
chi possa esserne sospettato».
Contrariamente alle attese, dunque, i due
somali – l’autista e l’uomo di scorta – non hanno fatto alcun nome degli
assassini. Per mesi i funzionari della Digos di Udine hanno lavorato a questo
viaggio in Italia dei due somali, i quali avrebbero dovuto rivelare i nomi dei
killer della giornalista e dell’operatore, quei nomi che tutti a Mogadiscio
conoscono. Nomi che erano già stati indicati ai funzionari della Digos di
Udine, e che questi avevano riferito ai superiori e al magistrato. Nomi e
movente che già dalle prime informative venivano messi in relazione al traffico
di armi svolto dalle navi della Shifco. Poi, due giorni prima
dell’interrogatorio, il repentino cambio di magistrato, quindi un duplice
interrogatorio nel corso del quale gli inquirenti nulla domandano agli interrogati
a proposito dei nomi segnalati nell’informativa.
Un testimone dai ricordi confusi
Tre mesi dopo
i vani interrogatori di Sid Ali Mohamed Abdi e Mohamud Nur Aden accade un fatto
nuovo. Il 9 ottobre 1997 arriva a Roma un somalo – Ahmed Ali Rage, detto
"Gelle" – il quale dichiara di conoscere i nomi degli assassini di
Alpi e Hrovatin e il movente dell’omicidio. Un testimone strano, molto strano,
impegnato soprattutto a sostenere la tesi che nel duplice omicidio di
Mogadiscio il traffico di armi non c’entra, e che c’entrano piuttosto le
violenze dei militari italiani in Somalia.
Il 10 ottobre 1997 il trentaduenne Ahmed
Ali Rage detto "Gelle", in un ufficio della Questura di Roma [126],
rilascia le seguenti dichiarazioni:
«Sono
residente in Somalia nella città di Mogadiscio, parte Nord che attualmente è
controllata da Ali Mahdi. Lavoro in quella città come autista a disposizione di
eventuali turisti o giornalisti o di chiunque altro abbia bisogno della mia
assistenza e di una autovettura. Dal 1993 al 1995, invece, ho lavorato come
autista per l’Agenzia giornalistica Ansa. Prima ancora, durante il regime di
Siad Barre lavoravo come autista presso il ministero dei Trasporti somalo.
Immediatamente prima del mio arrivo a Roma, avvenuto nella giornata di ieri 9
ottobre, lavoravo a Mogadiscio a disposizione dell’organizzazione umanitaria
tedesca Djp. All’epoca dell’omicidio di Ilaria Alpi ero addetto al trasporto
dei giornalisti italiani appartenenti all’Ansa ed ero stabile presso l’Hotel
Amana dove alloggiavano appunto i predetti. Infatti ho conosciuto e trasportato
molte volte il giornalista Benni. Oltre ad altri di cui non conosco il nome.
Ho conosciuto
il giornalista Benni tramite un cittadino somalo di nome Abdulcadir
soprannominato Ginni.
Il giorno dell’omicidio
di Ilaria Alpi e del suo operatore mi trovavo presso l’Hotel Amana in attesa di
lavorare. Stavo appoggiato a una casa con un muretto semidiroccato che si trova
a fianco all’Hotel Amana. Sono stato lì per diverso tempo insieme ad altre due
persone: Abdi Mohamed Omar e Hussen Ali, che sono del mio stesso clan, vale a
dire quello Abgal, in particolare del gruppo Harti legato ad Ali Mahdi. Queste
due persone fanno parte anche di un gruppo di persone ancora più ristretto:
quello Warsan Gheli. Mentre io faccio parte di un sottogruppo denominato
"Abubakar Gabane". I due dovrebbero avere una età compresa fra i 28 e
i 30 anni. Davanti a noi e all’albergo c’era un banco che vendeva tè e chat. Quello è un posto di ritrovo, dove
diverse persone sono solite stazionare in quanto si trova all’ombra e la gente
si ferma a prendere il tè e a chiacchierare. Questo banco è gestito da una
donna di circa 40 anni con 4 figli, tale Adar, che abitava in una casa di
fronte all’Hotel Amana. Questa donna fa parte del clan Murasade, ed è
conosciuta dal personale e dai proprietari dell’Hotel. Ferma davanti a questo
banco c’era un "Land Rover" blu con a bordo alcune persone somale che
stavano tranquillamente in macchina a parlare e a bere il tè. Sul posto saranno
state presenti una decina di persone a parte quelle a bordo della "Land
Rover", e di queste – a parte la proprietaria del banco del tè – di cui ho
detto – conoscevo anche tale Hussen Bahal del clan Abgal Dahud, di circa 35-40
anni. A un certo punto è arrivata una "Toyota" di colore bianco con a
bordo i due giornalisti e con due somali: un autista e uno di scorta.
L’autovettura ha rallentato davanti all’Hotel Amana ed è scesa Ilaria Alpi, che
è entrata in albergo mentre l’auto ha fatto manovra, vale a dire ha invertito
la marcia e si è parcheggiata dall’altra parte della strada, proprio accanto
alla Land Rover con a bordo i somali.
Non so dire
con precisione che ora fosse, sicuramente comunque il primo pomeriggio dopo
l’ora di pranzo.
Quando è
arrivata l’auto con i giornalisti italiani mi trovavo già sul posto da diverse
ore, due o tre circa, del resto io non avevo nulla da fare e aspettavo che mi
capitasse di lavorare. Le due persone che stavano con me di cui ho detto prima,
erano anch’esse presenti da diverso tempo, infatti erano arrivate dopo 15 o 20
minuti che io mi trovavo lì.
Anche le
persone della "Land Rover" si trovavano parcheggiate lì da diverso
tempo, forse un paio di ore, avevano preso il tè e stavano bevendo e chiacchierando
in macchina.
Come detto, la
macchina che aveva portato la Alpi si era parcheggiata accanto alla "Land
Rover" dei somali, ma non sono rimaste accanto per molto tempo, infatti
dopo pochi minuti è ritornata la Alpi ed è salita a bordo. Allora la macchina è
ripartita...
Era scesa solo
Ilaria Alpi, l’uomo era rimasto a bordo. Io conoscevo di vista Ilaria Alpi
perché avevo lavorato per i giornalisti italiani. Una volta avevo anche
accompagnato Benni e la Alpi al cimitero italiano, inoltre conoscevo l’autista
di Ilaria, Ali detto Murqani, perché avevamo lavorato insieme al ministero dei
Trasporti. La Alpi è tornata poco dopo. Ho saputo poi dal personale
dell’albergo che aveva chiesto del giornalista italiano Benni. Mi hanno detto
che ha prima chiesto di Benni, poi avuta risposta negativa, ha chiesto se
c’erano altri giornalisti e avuta ancora risposta negativa, è uscita ed è
risalita a bordo della sua autovettura...
Non ricordo il
nome della persona dell’albergo che mi ha raccontato questo, non so neppure se
lavora tuttora in albergo...
Appena la Alpi
è risalita a bordo e l’automobile è ripartita, la "Land Rover"
celeste con a bordo sei persone più l’autista si è mossa e ha iniziato a
seguire la "Toyota". Le persone della "Land Rover" erano
armate con fucili mitragliatori, io li avevo visti sulle gambe dei passeggeri
mentre l’auto era parcheggiata. Dopo che l’auto con i giornalisti italiani
aveva percorso poche decine di metri, novanta o cento forse, nei pressi
dell’incrocio la "Land Rover" ha affiancato il "Toyota" e
approfittando dello slargo dell’incrocio gli ha tagliato la strada obbligandolo
a fermarsi. Le due auto in questa manovra non si sono urtate ma erano
praticamente quasi attaccate. Mentre veniva fatta questa manovra e l’autista
del "Toyota" frenava per evitare l’urto, l’uomo di scorta che stava
sul cassone ha sparato con il suo mitra che io ricordo un "Ak47". Ha
fatto fuoco non a raffica ma a colpo singolo, più volte, sei o sette. Poi ha
smesso e si è riparato dietro l’abitacolo mentre l’autista ha fatto marcia
indietro per circa 20 o 30 metri fino a quando non è andato a sbattere sul
marciapiede e vi è salito sopra uscendo dalla carreggiata e andando a sbattere
su un muro. In questo frangente l’uomo di scorta è sceso dal cassone e si è
nascosto dietro un muro; l’autista del "Toyota" nel frattempo è
rimasto in macchina. Intanto, dopo i primi colpi sparati dalla scorta dalla
"Land Rover", e precisamente dal portellone di dietro e dallo
sportello posteriore sinistro, sono scese due persone armate di fucili
mitragliatori. Mentre quello uscito dallo sportellone posteriore si è
posizionato nell’incrocio assumendo una posizione di copertura senza sparare,
l’altro, posizionatosi all’angolo dell’incrocio, tra il muso del "Land
Rover" e il muro, ha sparato diversi colpi, non molti, 5 o 6. Anche in questo
caso non ha sparato a raffica, ma a colpo singolo. I due non si sono avvicinati
alla macchina dei giornalisti italiani, ma appena smesso di sparare sono
risaliti sulla "Land Rover" che è ripartita prendendo l’incrocio,
poi, dopo aver percorso un tragitto di circa 50 metri, hanno fatto inversione e
sono tornati indietro attraversando di nuovo l’incrocio e proseguendo diritto
verso la strada imperiale che si trova nella zona controllata da Ali Mahdi. Io
mi sono subito avvicinato per prestare soccorso assieme alle persone
dell’Hotel. I soccorsi sono iniziati solo dopo che la sparatoria era terminata.
Appena mi sono avvicinato l’uomo di scorta mi ha raccontato che aveva smesso di
sparare perché si era inceppato il mitra, invece l’autista, che aveva una pistola,
raccontava che aveva sparato dei colpi contro gli aggressori, però io in
effetti non ho sentito colpi di pistola e non mi è sembrato che avesse sparato.
Io abito accanto all’Hotel, per cui appena finita la sparatoria, dopo essermi
avvicinato alla macchina dove c’erano i due italiani, sono subito andato a
prendere la mia auto, una "Land Rover" di colore blu scuro, e il mio
fucile per continuare a prestare i soccorsi. Dopo circa mezz’ora è arrivato
Giancarlo Marocchino che ha chiamato i soccorsi, e dopo sono arrivati i
militari italiani e altri giornalisti.
La "Land
Rover" degli aggressori era blu chiaro, o meglio celeste.
I militari
italiani sono arrivati sul posto dell’agguato circa un’ora dopo che era
successo il fatto. Sono arrivati con due mezzi. Indossavano una tuta mimetica,
mi pare che non avessero il copricapo. Quando sono arrivati i soldati italiani
i morti erano già stati caricati sulla macchina di Marocchino, che stava ancora
sul luogo dell’agguato. Quando mi sono avvicinato i due giornalisti italiani
stavano rantolando. L’auto di Marocchino si era fermata davanti alla "Toyota".
Quando è
arrivato Marocchino e gli altri giornalisti i due italiani erano già morti.
Anche i due giornalisti arrivati contestualmente a Marocchino avevano una
"Land Rover" di colore bianco.
Da quando è
partita la macchina della Alpi fino alla fine della sparatoria è passato un
breve lasso di tempo che però non saprei quantificare esattamente.
La
"Toyota" su cui era a bordo la Alpi, guidata dal suo autista, insieme
con quella di Marocchino, la mia e altre vetture si sono dirette fino al Porto
vecchio. Qui le salme che erano a bordo dell’auto di Marocchino sono state
prelevate da un elicottero italiano. Dal Porto vecchio ho scortato con la mia
autovettura l’autista della Alpi fino a casa di Marocchino. Quest’ultimo ha
provveduto a pagare l’autista della Alpi. Dalla casa di Marocchino ho scortato
l’auto della Alpi fino all’Hotel Sahafi. Qui io sono andato via mentre
l’autista della "Toyota" si è diretto verso l’abitazione del
proprietario dell’automobile in questione. So che dopo alcuni giorni il
proprietario, che è del clan Shiqal, lo stesso della scorta, l’ha fatta vedere
a Benni che l’ha fotografata. Dopo alcuni giorni il proprietario l’ha fatta
riverniciare. Benni mi aveva chiesto di vedere l’autista e l’uomo di scorta e
io l’ho accontentato; questo è avvenuto dopo circa 20 giorni dalla morte dei
giornalisti italiani. Sono stato io che ho accompagnato Benni dal proprietario
dell’automobile.
Io non ho mai
raccontato a Benni come erano andate le cose perché avevo paura. Non ne ho mai
parlato a nessuno tranne che all’aambasciatore Cassini.
Conosco una
delle persone che si trovavano a bordo della "Land Rover" da dove
sono scesi coloro che hanno ucciso la Alpi e Hrovatin.
Si chiama
Hashi Faudo, ha al massimo 30 anni, abita nella zona del Caran a Mogadiscio
Nord, nella zona controllata da Ali Mahdi, fa parte del clan Harty Abgal.
Voglio precisare che il termine Faudo è il suo soprannome, che significa
fuorilegge o mafioso. Lui era seduto accanto al guidatore della "Land
Rover" e non è tra coloro che sono scesi. Hashi Faudo lo conoscevo di
vista, e quando io ero andato a prendere il tè ci siamo salutati e guardati ma
non abbiamo parlato. Quando lo ho visto nella "Land Rover" anche lui
era armato, aveva un fucile mitragliatore sulle gambe. Dopo circa 15-20 giorni
dall’episodio ho incontrato Hashi Faudo al bar Fiat che si trova in via
Repubblica andando verso la strada Imperiale. Io gli ho chiesto perché avevano
ucciso gli italiani, visto che non gli avevano preso niente, lui mi ha detto
che loro volevano solo rapinarli, ma appena si erano avvicinati la scorta aveva
iniziato a sparare e loro avevano risposto al fuoco. Lui mi ha detto che era
stato un incidente, una casualità, perché volevano solo rapinarli...
Ad Hashi Faudo
non ho chiesto niente altro perché avevo paura di farmi vedere troppo
interessato.
Non conosco i
nomi delle altre persone che si trovavano sulla "Land Rover" ho però
ho sentito dire che sono tutti del clan Harti Abgal e dei sottoclan Abdulla
Arone e Warsan Gheli, adesso dovrebbero abitare nella zona di Karan. Vedendoli
potrei riconoscerli...
Penso che a
Mogadiscio diverse persone sanno i nomi degli assassini ma hanno paura. Io ho
parlato solo perché adesso sono in un luogo sicuro...
Io non ho
visto se gli assalitori fossero rimasti feriti nel conflitto a fuoco con la
scorta, però si diceva che c’erano stati effettivamente dei feriti. Purtroppo
però non posso essere più preciso».
Si dà atto che sulle indicazioni del
testimone l’agente di Sc Carlo Tescola, in servizio presso il locale gabinetto
interregionale di Polizia scientifica ha disegnato per ricostruire l’episodio 7
tavole descrittive, numerate progressivamente, dei luoghi e della posizione dei
mezzi...
«Quando è
accaduto il fatto penso di essere stato ripreso, sia mentre effettuavamo i
soccorsi, sia al Porto vecchio. Ho chiesto all’autista e alla scorta dei
giornalisti italiani se conoscessero gli aggressori, ma loro mi hanno risposto
di no. L’autista mi pare che non era ferito mentre l’uomo di scorta aveva una
ferita sulla testa comunque leggera, non so se era stata provocata da un
proiettile di striscio o da un botta mentre si era riparato. Era un taglio
sulla fronte. L’autista aveva addosso delle schegge del parabrezza ed era
sporco del sangue dei giornalisti italiani.
Non ho altro
da aggiungere se non che a Mogadiscio anche sui giornali girava la voce che
Marocchino potesse avere avuto a che fare con l’omicidio. Io però di questo non
so nulla. Sul luogo dell’omicidio è intervenuto un poliziotto somalo, il
colonnello Sare Caboullai Gaafow Max’uu che ha preso il documento di Ilaria
Alpi e lo ha consegnato a Marocchino. Posso essere preciso sul nome perché l’ho
rilevato sulla firma del rilascio del mio passaporto».
Questa testimonianza è piena di
contraddizioni. Ilaria Alpi era entrata da sola nell’hotel, o insieme a Miran?
Nelle testimonianze davanti alla Commissione parlamentare, l’autista aveva
affermato che la giornalista era entrata insieme a Miran (e lo ha confermato
nel secondo interrogatorio, a Roma). Anche la guardia del corpo afferma che era
entrata insieme a Miran, mentre Gelle sostiene che era entrata da sola. Si è
già visto come l’autista – dopo un confronto con la guardia del corpo – abbia ammesso
di essere sceso dalla macchina e di avere sparato, ma questo il testimone Gelle
"non lo ricorda". A pagare l’autista, in realtà, fu Giovanni Porzio
(come Porzio stesso ha ricordato e come ha confermato l’autista): mentre
secondo Gelle sarebbe stato Marocchino. E così via. Un altro passaggio strano
di questa testimonianza è là dove Gelle sostiene che l’autista gli avrebbe
detto di non riconoscere gli aggressori, mentre si è invece visto come
l’autista, davanti alla Commissione parlamentare, abbia dichiarato l’esatto
contrario. Infine, il dato più stupefacente: per paura, Gelle non parla di
quello che ha visto con nessuno, nemmeno con il giornalista Benni (per il quale
pure lavorava), ma poi ne parla tranquillamente al bar con lo stesso presunto
assassino chiedendogli le motivazioni di quell’omicidio, e poi ne parla con
l’ambasciatore Cassini a distanza di 4 anni. Grottesca anche la spiegazione del
tentativo di rapina: vengono uccisi gli obiettivi della rapina, e si lasciano
fuggire incolumi l’autista e la scorta...
Il giorno
successivo, lo strano testimone – silente per quattro anni e improvvisamente
collaborativo – viene interrogato anche dal magistrato Franco Ionta. Gelle
dichiara:
«Confermo
quanto dichiarato nella data di ieri a ufficiali della Polizia giudiziaria.
Ho conosciuto
circa due mesi fa a Mogadiscio l’ambasciatore Cassini e a questi ho avuto modo
di dire che avevo informazioni sull’omicidio dei due giornalisti italiani. In
particolare fu il mio amico Abdi Salam Hamed Hassam a mettermi in contatto con
l’ambasciatore Cassini. Ciò perché a questo mio amico avevo confidato di sapere
cose utili sull’omicidio Alpi e di Hrovatin.
Non ho
rivelato ad altri quanto era a mia conoscenza diretta su detti omicidi...
Confermo di
avere assistito personalmente all’inizio della sparatoria e ho visto con i miei
occhi che il primo a sparare è stato l’uomo di scorta ai giornalisti. Quando io
ho preso [cominciato, ndr] il
discorso con Hashi Faudo non gli ho chiesto conferma di come fossero andate le
cose, ma soltanto [perché] avevano
ucciso due persone senza rapinarle. Il Faudo mi rispose confermando quello che
io avevo visto, che era stata l’iniziativa della scorta di sparare, a
determinarli nella azione di fuoco contro la "Toyota" e a far saltare
il piano che loro avevano di rapinare le persone.
Gli assalitori
della "Land Rover" non sono stati messi in fuga da nessuno, sono solo
scappati dopo gli omicidi. Il personale dell’Hotel Amana è intervenuto quando
la "Land Rover" stava già fuggendo, e hanno esploso solo dei colpi in
aria. Quando ho assistito all’episodio io non ero armato. Dopo che la macchina
degli assalitori è fuggita io sono andato a vedere cosa fosse successo agli
occupanti del "Toyota".
Sono sicuro al
90 per cento che la donna era seduta sul sedile anteriore e l’uomo sul sedile
posteriore del "Toyota". L’autista della macchina era fuori dalla
autovettura così come fuori della macchina era la scorta. Quando è avvenuta la
sparatoria io mi trovavo circa a cento metri.
Non sono in
grado di dire in quale parte del corpo fossero stati colpiti i giornalisti
italiani.
Non so chi sia
il proprietario della "Land Rover" blu. Io allora disponevo di una
"Land Rover" blu.
Non conosco il
nome del proprietario della "Toyota", però so che è del clan Shiqal...
La persona che
ha fatto fuoco contro l’autovettura dei giornalisti utilizzava un
"M16". Trattasi di un fucile mitragliatore nero. Provo a fare un
disegno di tale fucile. Segnalo che nella zona dove si regge il fucile è
ricoperto di plastica. Il calcio è di plastica e ferro e non di legno.
Confermo che
dalla "Toyota" giunta all’Hotel Amana è scesa soltanto Ilaria Alpi.
Quel giorno
Benni era a Nairobi e nell’Hotel Amana non c’erano altri giornalisti».
Nel corso di questo secondo interrogatorio,
il somalo spiega che dopo quattro anni gli è venuta sete di giustizia e ha
contattato l’ambasciatore Cassini [127].
Ma la dichiarazione più platealmente falsa è quella relativa alla collocazione
della Alpi nell’auto: Ilaria non stava sul sedile anteriore, ma era seduta sul
sedile posteriore della macchina, come dimostrano i filmati girati al momento
del trasbordo dei due corpi sulla macchina di Marocchino. Viene il sospetto che
Ahmed Ali Rage sia un testimone "pilotato".
Il presunto colpevole e il
presunto testimone
La dubbia
testimonianza del somalo Gelle chiama in causa l’ambasciatore Giuseppe Cassini.
In effetti il ruolo dell’ambasciatore è di quelli davvero singolari: benché non
sia un ufficiale di polizia giudiziaria, Cassini si è mosso come se lo fosse.
Ha individuato il testimone Gelle, è arrivato a convincere colui che Gelle ha
indicato come componente del commando che ha assassinato Ilaria e Miran, il
cosiddetto Faudo, a venire in Italia insieme al gruppo di somali che chiedono
di essere risarciti per le violenze subite dai militari italiani; e infine ha
convinto Sid Ali Mohamed Abdi, cioè l’autista, a tornare una seconda volta in
Italia per testimoniare di nuovo. È evidente che queste tre operazioni non sono
casuali.
Alla Procura
di Roma, in data 10 gennaio 1998, perviene un messaggio dell’ambasciatore
Cassini, il quale si trova a Mogadiscio come responsabile della delegazione dei
somali che si apprestano a venire in Italia per chiedere un risarcimento [128].
L’ambasciatore informa la magistratura romana che due giorni dopo, alle ore 6
del mattino, giungerà a Roma un aereo con a bordo dieci testimoni delle
violenze, e che insieme a loro, su quello stesso aereo, vi saranno altri due
somali: Abdi (l’autista di Alpi-Hrovatin), e Faudo (cioè colui che Gelle ha indicato
come un componente del commando che ha ucciso la giornalista e l’operatore).
«Su come si sia arrivati all’arresto del Faudo le dichiarazioni
del capo della Commissione di inchiesta, Gallo, non lasciano molti dubbi»,
informa l’Ansa il 12 gennaio. «Gallo ha detto inoltre di non conoscere i particolari
del fermo, avvenuto la notte scorsa a Roma, di Hashi Omar Hassan, indicato come
l’autista dell’autovettura del commando. Dal resoconto fornito ai giornalisti
da Gallo, si desume che il giovane somalo sarebbe caduto in una vera e propria
"trappola" disposta dagli investigatori italiani che lo avevano già
individuato da tempo sulla base di testimonianze: "Il giovane", ha
detto Gallo, "non era nella lista di somali da convocare in Italia. Il suo
nome lo abbiamo inserito su richiesta del rappresentante italiano a Mogadiscio
che ci riferiva come anche Hassan aveva denunciato di aver subito violenze"».
Così, la mattina del 12 gennaio, appena
sceso dall’aereo, Faudo-Hassan
viene arrestato. In serata viene interrogato l’ambasciatore Cassini, il quale
garantisce che i somali arrivati da Mogadiscio «sono tutti venuti
spontaneamente sperando in un risarcimento da parte del governo italiano, e non
godono di nessun tipo di immunità», e racconta alla Digos gli antefatti di quel
singolare viaggio.
«Il 25 luglio
scorso a Mogadiscio, il Capo dell’ufficio dell’Unione europea, un cittadino
somalo, Ahamed Washington, anche con passaporto tedesco, e persona assai nota
in Somalia, mi presentò un certo Abdesalam Ahmed Hassam che spontaneamente mi
disse che desiderava contribuire alla soluzione del noto eccidio perché si rendeva
conto che questo episodio, se non chiarito, avrebbe sempre ostacolato le buone
relazioni tra l’Italia e la Somalia. Mi disse quindi che mi poteva presentare
una persona che sapeva tutto dell’omicidio, anzi adesso che faccio mente
locale, debbo fare una precisazione sulle date: il 25 di luglio Abdesalam Ahmed
Hassan mi presentò il cittadino somalo che diceva di aver assistito
all’omicidio. Io poi lo feci tornare dopo un primo incontro, il giorno
successivo ed allora questi, Ahmed Ali Rage Gelle, spontaneamente e senza alcun
compenso, mi raccontò che qualche settimana dopo l’assassinio incontrò un
giovane che appartiene al suo stesso clan, che lui aveva riconosciuto tra gli
uomini a bordo dell’autovettura dalla quale erano scesi gli uomini che avevano
assassinato la Alpi e Hrovatin. Ahmed Ali Rage Gelle mi disse che aveva
assistito a tutto l’episodio. Mi disse che lui si trovava nei pressi dell’Hotel
Amana e per questo vide un’autovettura con sette persone armate e attraversò
per salutarli perché erano in sosta a bere il tè vicino a un chiosco.
Nell’occasione apparivano rilassati. Poco dopo arrivò la "Toyota" dei
giornalisti italiani che si fermarono per pochissimo tempo entrando nell’Hotel.
Non appena uscirono e l’auto si mise in moto, la "Land Rover" dei
sette precipitosamente inseguì quella macchina lasciando il tè a metà. Poi
avvenne l’inseguimento e l’omicidio. Visto che mi aveva raccontato di conoscere
e di aver incontrato alcune settimane dopo l’omicidio uno degli assalitori, che
tra l’altro, in occasione dell’incontro, si era confidato con Ahmed Ali Rage
Gelle, chiesi a quest’ultimo di farmelo conoscere se era possibile. Ci
rivedemmo alla fine di settembre, il 29 con Gelle e con questo giovane che
avrebbe fatto parte del commando, Ahmed Ali Rage Gelle me lo presentò come
Hashi Omar Hassan Faudo. Fu un colloquio brevissimo di pura conoscenza, non fu
affrontato l’argomento dell’omicidio Alpi. Poi Gelle tornò da solo da me e mi
riferì che il movente dell’omicidio, così come gli era stato raccontato da
Hashi Omar Hassan detto Faudo, era quello di rapire i due giornalisti perché
erano una preda facile e inaspettata. In quella occasione mi rivelò anche che
Hashi Omar Hassan giustificava quell’operazione come una vendetta per essere
stato vittima di una violenza: essere gettato in mare dal porto di Mogadiscio
dai militari italiani nel 1993. Infine Gelle mi confermò di essere disponibile
a venire in Italia a confermare ciò che sapeva. Pertanto io, su disposizione
dell’autorità giudiziaria italiana, accompagnai Gelle a Roma. In ottobre un
piccolo gruppo di avvocati somali e il signor YahYa Amir, che lavora nel
gabinetto di Ali Madhi, raccolsero una serie di casi di violenze che
intendevano presentare all’Autorità italiana con domanda di risarcimento. Molti
di quei nomi non erano suffragati da altri indizi accettabili e ragionevoli e
furono esclusi. Ma siccome tra questi casi della lista c’era il nome di Hashi
Omar Hassan, io presi per buone le loro indicazioni su questo caso senza
chiedere ulteriori approfondimenti. Qualche giorno prima della partenza dei
cittadini somali per Roma io chiesi di vedere personalmente tutte le persone
convocate dalla Commissione Gallo e dalla Procura di Livorno per essere certo,
soprattutto di riconoscere in Hashi Omar Hassan la stessa persona che mi aveva
presentato Gelle con il soprannome di Faudo. Questo è avvenuto il giorno 8
gennaio ultimo scorso. Così ho potuto constatare che effettivamente si trattava
della stessa persona. Posso affermare con certezza che il cittadino somalo
Hashi Omar Hassan, attualmente presente in Roma, è venuto da Mogadiscio via
Nairobi ieri 11 gennaio ultimo scorso per essere ascoltato dalla Procura di
Livorno e dalla Commissione Gallo, è la stessa persona indicatami da Ahmed Ali
Rage Gelle come Hashi Faudo membro del commando che ha assassinato i
giornalisti Alpi e Hrovatin...
I somali hanno
chiesto spontaneamente di venire in Italia a esporre i casi di violenza da loro
subiti al fine di ottenere un risarcimento, in proposito vi consegno la
documentazione relativa alle sopracitate richieste [129]...
Quando Ahmed
Ali Rage Gelle mi parlò di Faudo mi disse solo che si chiamava Hashi Faudo.
Quando conobbi quest’ultimo appresi che si chiamava Hashi Omar Hassan, comunque
il nome Hashi e il nomignolo Faudo per i somali è un modo completo per
individuare con esattezza una persona.
Per quello che
concerne le violenze subite dal Faudo dagli italiani, vorrei dire che è proprio
della cultura somala basata sul gruppo e sul clan quella di rivalersi o di
vendicarsi su una persona anche estranea all’offesa ricevuta, purché
appartenente al gruppo da cui si è subita l’offesa. Questo peraltro nella
cultura somala non è inteso come una infrazione a norme di comportamento» [130].
Il successivo 15 gennaio, nel carcere di
Regina Coeli, si procede all’interrogatorio del presunto componente del
commando, il cosiddetto Faudo, vero nome Hashi Omar Hassan [131].
Presenti: il giudice per le indagini preliminari Alberto Macchia, il pubblico
ministero Franco Ionta, e il difensore del Faudo, l’avvocato Douglas Duale (lo
stesso legale che ha assistito il sedicente Sultano di Bosaso); l’interprete è
Abukar Hayo Ali.
«Dichiaro che
intendo rispondere all’interrogatorio: io non faccio parte del gruppo delle
persone che hanno effettuato l’aggressione che ha cagionato la morte di Ilaria
Alpi e di Miran Hrovatin. Di questo episodio io ho soltanto sentito parlare.
Aggiungo che il 23 [marzo] 1994, anzi il giorno in cui si è verificato
l’episodio (non ricordo la data esatta), io mi trovavo a trecento chilometri da
Mogadiscio in località che si chiama Adale.
Ricordo questo
circostanza perché il mio nonno che era malato assai grave si trovava in
campagna e io ero andato a fargli visita; appena tornato mentre mi trovavo in
campagna feci ritorno ad Adale e sentii dalla gente del luogo che si era
verificato l’attentato a Mogadiscio.
Mio nonno
infatti non aveva la propria abitazione ad Adale ma in campagna lì vicino. Si
tratta di un nonno materno che è ancora vivo e che si chiama Muhumed Mahamud
Sadere. Appartengo al clan Mudulod sottoclan Abgal. All’epoca dei fatti il mio
clan era schierato con Ali Mahdi.
Escludo di
essere conosciuto con il soprannome di "Faudo". Il termine faudo equivale a vagabondo e attaccabrighe.
È vero che ho
subito violenza da parte dei militari italiani.
In particolare
fui torturato dai militari italiani con spegnimento di sigaretta sulla mano e
con sostanze caustiche gettate sul capo, inoltre fui preso e buttato in mare
dal Porto vecchio di Mogadiscio con le mani legate strette e le gambe legate
larghe e un cappuccio sulla testa. Fui buttato in mare assieme ad 18 altre
persone: di queste sedici erano legate due a due, e tre erano legate ciascuno
per proprio conto.
Questo si è
verificato il 27 dicembre 1993. Io riuscii a liberarmi, a togliermi il
cappuccio e a portarmi in salvo.
Di questo
episodio ne ho parlato con la Società degli intellettuali somali.
Non mi dice
nulla il nome Ahmed Ali Rage, a meno di non trattarsi di una persona chiamata
Gelle.
Il Gelle venne
una volta a casa mia a Mogadiscio, ed era in compagnia di un mio conoscente,
tale Shine Maclow. Il Gelle mi chiese, anzi, il signor Shine Maclow mi chiese
se potevo riferire all’ambasciatore italiano in Somalia in merito ai
maltrattamenti che avevo subito da parte dei militari italiani. Io acconsentii
e assieme a Gelle mi recai dall’ambasciatore italiano accompagnato anche da
Shine Maclow...
Questo si è
verificato nell’ottobre 1997. L’incontro si è verificato nell’ufficio della
Comunità europea a Mogadiscio. Quando arrivò l’ambasciatore ci fu uno scambio
di saluti e presentazioni, e il diplomatico si allontanò per un periodo
consistente dicendo di dover andare a prendere i libri.
Vidi che l’ambasciatore
da una finestra del locale mi aveva scattato una fotografia. Ciò mi [fece
infuriare] e quando l’ambasciatore fece ritorno vedendomi alterato cercò di
tranquillizzarmi.
L’ambasciatore
mi ha dato da leggere una lettera nella quale comparivano i nominativi di
cinque persone torturate dai militari italiani dicendomi che quelli erano gli
unici casi di torture verificatesi, mentre altri casi indicati dal Gruppo di
intellettuali somali erano di dubbia veridicità. L’ambasciatore quindi mi
aiuterà a contribuire a fare chiarezza e a impedire che venissero portate
avanti denunce di torture non rispondenti al vero.
L’ambasciatore
mi offrì dei soldi in cambio della mia collaborazione.
In Somalia io
avevo un fucile "Fal" che avevo acquistato nel 1996 e che ho
rivenduto un paio di mesi dopo. A parte il fucile di cui ho detto non ho mai
avuto altre armi...
Il
"Fal" è un fucile automatico denominato "g3" del quale non
conosco il calibro.
Quando lo
acquistai provai l’arma, ma non ricordo se sparai a raffica o a colpo singolo.
Ho sentito
parlare della gente di Morion, ma non so bene di cosa si tratti.
Non ricordo
con precisione quando mi recai a far visita a mio nonno nei pressi di Adale. Da
mio nonno mi trattenni 8 o 9 giorni, e come ho già detto appresi la notizia
dell’omicidio dei due giornalisti italiani facendo rientro a Adale dalla
campagna. Mi recai là con un camion grande che si chiama "682n3" che
fa il tragitto da Mogadiscio a una stazione di Adale. Nello stesso modo feci
ritorno a Mogadiscio. Viaggiavo da solo perché mia madre e mia zia erano già
sul posto, al ritorno feci il viaggio con mio zio.
Mio nonno non
ha telefono...
Se sia vero
che venni arrestato dal Contingente italiano per aver colpito con un pugno un
ufficiale italiano nel settembre 1993, l’indagato risponde: no...
Possedevo
assieme a un’altra persona di nome Omar Assam Abdow una "Land Rover"
nel 1994, non ricordo con precisione l’epoca in cui acquistai tale vettura ma
l’abbiamo avuta per poco tempo, non ricordo la persona da cui effettuammo
l’acquisto della vettura, era di colore bianco senza segni particolari.
La vettura fu
da noi migliorata nel senso che le parti della carrozzeria arrugginite furono
da noi tinte sempre di colore bianco; la "Land Rover" aveva soltanto
il paraurti anteriore di serie.
Non ho mai
pensato di vendicarmi delle torture subite, tantomeno adesso.
Dopo
l’incontro con l’ambasciatore, Gelle mi disse che l’ambasciatore voleva
acquisire notizie sull’omicidio dei due giornalisti italiani, il Gelle aggiunse
che essendo io stato vittima dei soldati italiani se mi fossi auto-accusato
l’ambasciatore italiano mi avrebbe dato un compenso, Gelle dal canto suo diceva
di poter confermare la mia versione dei fatti...
Gelle
disponeva di una "Land Rover" blu, preciso che in tutta la zona nord
di Mogadiscio esistono solo 2 "Land Rover" blu: una quella di Gelle e
l’altra quella di una dottoressa che lavora nella Croce rossa somala.
Nonostante che
il Gelle mi avesse invitato a riflettere sulle proposte che mi erano state
formulate, io gli risposi che non mi interessava nulla del fatto aggiungendo
che sarei andato in Italia tranquillamente per rendere le mie dichiarazioni e
far valere i miei diritti in quanto in Italia mi sentivo come in Somalia.
Ho rivenduto
la "Land Rover" a una persona di cui non conosco il nome ma che è
facilmente identificabile in quanto, come è prassi in Somalia, le vendite vengono
effettuate tramite intermediari e testimoni.
Quando io
rifiutai le offerte di Gelle abbiamo litigato; successivamente le guardie del
corpo di Gelle mi hanno riferito che quest’ultimo si era recato in Italia per
raccontare quei fatti che io mi ero rifiutato di raccontare. Afferma che anche
Gelle conosce benissimo le persone che hanno partecipato all’omicidio dei
giornalisti italiani, ciò dichiaro perché questa circostanza mi venne riferita
dalla stessa guardia del corpo di Gelle che si chiamano Timaade (capelli
bianchi), come soprannome che appartiene al clan Mudulod, Abgal. Mi hanno anche
riferito che la "Land Rover" di Gelle è stata sequestrata dalle
persone che hanno paura delle sue dichiarazioni e la vettura poi, a quanto mi è
stato detto, gli è stata restituita».
* * *
Lo stesso
giorno dell’arrivo a Roma dei testimoni somali, cioè il 12 gennaio, viene
interrogato Sid Ali Mohamed Abdi, l’autista di Ilaria, indotto a tornare in
Italia su iniziativa dell’ambasciatore Cassini.
L’interrogatorio comincia alle ore 16 negli
uffici della Digos [132],
ed è particolarmente importante per la dinamica che lo scandisce: fra
interruzioni e soste, si protrae per ben dieci ore, nel corso delle quali Abdi
si contraddice, cambia versione, finché alla fine dichiara di riconoscere il
Faudo come uno del commando degli assassini.
«Ho conosciuto
Ilaria Alpi a Mogadiscio per motivi di lavoro in quanto le facevo da autista.
Mi è stata presentata dal giornalista Massimo Alberizzi. Quattro giorni prima
che accadesse il fatto, ho accompagnato Ilaria Alpi all’ambasciata americana a
Mogadiscio insieme a due guardie di scorta poiché da lì doveva prendere
l’elicottero per recarsi all’aeroporto e imbarcarsi per Bosaso. In quella
circostanza lei mi disse che sarebbe tornata il giorno successivo alla stessa
ora della partenza dandomi appuntamento sempre all’ambasciata americana. Io
sono tornato all’ambasciata il giorno dopo, all’ora prefissata, ma Ilaria non è
giunta. Ho fatto la stessa cosa per altre due volte, nei giorni successivi ma
analogamente non ho visto arrivare la giornalista. Il quarto giorno che mi sono
recato all’ambasciata, e non vedendo arrivare Ilaria Alpi, mi sono diretto a
Mogadiscio centro, presso l’ufficio Cispa, una organizzazione non governativa
privata che gestisce comunicazioni radio dei cittadini italiani, per chiedere
notizie su Ilaria. Un certo Omar, chiedendo notizie via radio, mi ha detto che Ilaria
doveva ripartire da Bosaso quel giorno stesso, alle 12. Quindi io sono tornato
all’ambasciata americana per attendere l’arrivo di Ilaria. Ma anche questa
volta non l’ho vista arrivare, e dopo un po’ di tempo che mi trovavo lì è
venuto un somalo ad avvisarmi, mandato da Ilaria, per dirmi che lei si era
recata direttamente presso l’albergo Sahafi. Quando io sono arrivato
all’albergo, alle 2.45 circa del pomeriggio, ho visto Ilaria e le ho chiesto
perché avesse ritardato tutto questo tempo e lei mi ha risposto che la sua
permanenza a Bosaso si era protratta per motivi di lavoro. A questo punto Ilaria
mi ha detto che si doveva recare all’albergo Amana poiché doveva parlare con il
suo collega Remigio Benni. Io le ho risposto che Benni non si trovava più in
quell’albergo, ma era partito per Nairobi, come mi aveva detto lui stesso due
giorni prima. Alpi Ilaria voleva recarsi comunque all’Hotel Amana per
incontrarsi con gli altri giornalisti. Quindi siamo usciti dall’Hotel Sahafi e
siamo saliti a bordo della macchina, io ero alla guida, accanto a me c’era
l’operatore televisivo, nella cabina, dietro l’operatore, vi era seduta la
Alpi. La guardia del corpo era in piedi, invece, sul cassone del mezzo. La
seconda guardia di scorta non è salita sulla macchina poiché aveva ritardato, e
siccome Ilaria aveva fretta di raggiungere l’albergo Amana, mi ha detto di partire
senza di lui...».
A questo punto, ore 16.40, «il
traduttore si allontana dal luogo di redazione del presente atto per seguire la
stesura di altri verbali. Alle ore 17.15 viene ripresa l’escussione del
testimone alla presenza del traduttore sopra generalizzato».
«Mi sono
quindi allontanato dall’Hotel Sahafi e mi sono diretto verso l’Hotel Amana,
distante 5 o 6 chilometri, percorrendo le strade sino all’aeroporto militare,
quindi al Vecchio porto e da qui all’Hotel Amana. Giunto davanti a
quest’ultimo, ho fermato la vettura proprio di fronte all’ingresso, e nel
frattempo ho notato che dall’altra parte della strada, alla mia stessa altezza,
era parcheggiata una vettura "Land Rover" di colore blu. Sono quindi
scesi sia Ilaria che l’operatore e sono entrati all’interno dell’albergo,
rimanendovi circa 2 minuti. Mentre loro si trovavano nell’albergo, io ho fatto
una inversione di marcia posizionando la macchina sempre davanti all’ingresso
ma sul lato opposto. Ho notato che la "Land Rover" da me notata in
precedenza era posizionata con la parte posteriore sul marciapiede e con la
parte anteriore che guardava direttamente l’ingresso dell’Hotel Amana.
All’interno di questa vettura ho contato 7 uomini, che non avevo mai visto
prima. Questi uomini hanno ricevuto, da una donna che si trovava nelle
vicinanze, del tè, e mentre succedeva ciò Ilaria e il suo operatore sono usciti
dall’albergo e sono risaliti sulla mia vettura, posizionandosi come prima di
scendere. Ho rimesso in moto la mia macchina e mi sono avviato nella direzione
dell’Hotel Sahafi, così come mi aveva detto Ilaria. Subito dopo l’uomo di
scorta mi ha avvertito che la "Land Rover" si era mossa e ci stava seguendo
e, insospettito dalla circostanza, mi ha detto di andare dritto in direzione
del Porto vecchio, anziché girare a destra all’incrocio. Nel frattempo, però,
ero già giunto nei pressi di quest’ultimo, dove la "Land Rover" mi ha
sorpassato sulla sinistra e mi ha bloccato la strada ponendosi davanti alla mia
vettura. Ho avuto una leggera collisione con la "Land Rover" e in
quel momento Ilaria mi chiese cosa stesse accadendo. Io le risposi che non lo
sapevo.
Dal portellone
posteriore della "Land Rover" sono scese due persone armate di
fucile, uno tipo "Fal", e l’altro, credo, tipo
"Kalashnikov". Posso essere preciso sul tipo di fucile
"Fal" perché è la stessa arma che aveva la guardia di scorta. I due
uomini, senza rivolgere alcuna parola, si sono posizionati uno sulla mia
sinistra, quello con il "Fal", e l’altro sulla mia destra, quello con
il "Kalashnikov", dalla parte dell’operatore. Quindi l’uomo con il
"Fal", senza dire niente ha aperto il fuoco. Subito dopo il mio uomo
di scorta ha risposto al fuoco sparando a sua volta con l’arma che aveva. Nel
frattempo io ho iniziato ad andare indietro con la mia vettura. Ho fatto
retromarcia senza girarmi, guardando dallo specchietto. Mi sono fermato quando
stavo accanto all’ufficio dell’addetto culturale francese. Tutte e due le
persone hanno sparato, io ho visto bene solo uno che ha sparato, l’altro
dovrebbe aver sparato perché c’era il vetro dell’autovettura rotto e non
l’aveva colpito quello che ho visto sparare. Non so quanti colpi hanno sparato
gli assalitori, comunque la nostra auto è stata colpita da almeno 4 pallottole
che hanno lasciato i segni. Per quello che riguarda la distanza da dove hanno
sparato, all’inizio erano vicinissimi, poi mentre io facevo retromarcia,
chiaramente, sebbene facessero il gesto di venirmi incontro, rimanevano via via
più lontani, e si sono fermati appoggiandosi a un muretto a sparare. Mentre
stavo indietreggiando l’operatore è caduto su di me e ho sentito un grido di
lamento, a questo punto io, che mi trovavo accovacciato, mi sono girato verso Ilaria
e ho visto che [lei] perdeva del sangue dalla testa. La corsa dell’autovettura
si è fermata a ridosso di un muro e la guardia di scorta, poiché gli si era
inceppato il fucile, si è allontanato momentaneamente. Nella circostanza, alcune
guardie dell’Hotel Amana sono uscite dallo stesso e hanno cominciato a sparare
verso quelle due persone. Queste ultime sono quindi risalite sulla loro vettura
e sono scappati. Nel frattempo era ritornato sul posto la nostra guardia di
scorta che si chiama Mohamud Nur Aden. A questo punto un certo Aweis, capo
delle guardie dell’Hotel Amana, è salito a bordo della sua vettura ed è andato
a chiedere aiuto ai soldati pachistani poiché erano quelli più vicini. Loro
stessi non sono voluti intervenire dicendo che il fatto non li riguardava. Sul
posto sono arrivati dei poliziotti somali, poi lo stesso Aweis ha chiamato i
giornalisti che erano all’Hotel Sahafi, poi è stato chiamato anche Giancarlo
Marocchino con 2 giornalisti, una donna e un uomo, comunque queste cose le ho
già raccontate a un magistrato di Roma e confermo tutto quello che avevo già detto.
Ribadisco che
confermo tutte le mie precedenti dichiarazioni.
Non saprei
riconoscere gli aggressori, quando è accaduto il fatto ero molto spaventato e
non li ho visti bene. L’unico che potrei ricordarmi, forse, è quello che stava
accanto a me, vale a dire quello che sparava nella mia direzione.
Non so di che
tribù fossero gli aggressori, però, siccome da quella parte di Mogadiscio ci
sono gli Abgal, ritengo che fossero di quella tribù. Dopo la sparatoria e la
morte dei giornalisti, non mai ho più rivisto gli aggressori».
Sono le ore 19.15, e il commissario capo
Lamberto Giannini «si allontana dal luogo di redazione del presente verbale
per la compilazione di altri atti, e alla medesima ora partecipano alla stesura
del presente atto il vice ispettore Malaspina Massimo e il vice ispettore Raho
Marcello, entrambi in servizio presso il suindicato ufficio». Dopodiché, «alle ore 20 il presente
verbale viene sospeso per consentire al teste di consumare la cena», e alle ore 22.30 «il verbale viene
riaperto perché il signor Mohamed Abdi intende dichiarare quanto segue»:
«Come ho già
detto, sono stato nella Capitale sei mesi or sono, per essere ascoltato sempre
come testimone dal sostituto procuratore Dott. Ionta. All’epoca della mia
escussione ho detto che non conoscevo nessun componente del commando che aveva
aperto il fuoco contro i giornalisti italiani. Infatti ciò corrisponde a
verità, perché io, nonostante avessi visto bene tutti coloro, in realtà non
sapevo chi fossero. All’inizio del mese di gennaio di quest’anno,
l’ambasciatore Cassini mi ha chiesto se potevo aiutarlo a rintracciare alcune
delle persone che avevano subìto delle violenze in Somalia. Tali nomi erano
stati forniti all’ambasciatore direttamente dal giornalista Massimo Alberizzi.
Di queste persone io ne ho rintracciate solo una, Abdullahi Shek Abdulkadir. Ho
provveduto poi ad accompagnare, nella giornata di domenica 11 gennaio 1998,
questa persona presso l’aeroporto di Mogadiscio, dove si sarebbe dovuta
imbarcare per l’Italia. In questa circostanza l’ambasciatore Cassini mi ha
chiesto se volevo venire anch’io in Italia. Ho accettato e infatti mi sono
imbarcato sul volo che, dopo aver fatto scalo a Nairobi, è poi giunto a Roma il
11 gennaio 1998. Quando mi sono trovato a bordo dell’aereo, ho notato che
insieme a me e a Abdullahi Shek Abdulkadir, c’erano anche altre persone, tutte
somale. Tra queste ne ho notata una in particolare, ovvero ho riconosciuto quello
che si chiama Hashi detto "Faudo" per uno degli uomini che avevo
visto dentro la "Land Rover" che ci aveva bloccato e assalito il
giorno in cui è stata uccisa Ilaria Alpi e il suo operatore. Ricordo di aver
notato Hashi Faudo dentro la "Land Rover" seduto in uno nei sedili
posteriori della medesima. Ricordo che era armato di fucile, ma ricordo pure
che lui non è stato tra quelli che sono scesi dalla vettura e hanno aperto il
fuoco contro di noi. So che Hashi Faudo fa parte del clan Abgal, e ricordo che
quando ci siamo incontrati per la prima volta nell’aereo a Mogadiscio, quando
stavamo per venire in Italia l’11 gennaio 1998, Hashi mi ha guardato in modo
strano e poi ha subito distolto lo sguardo da me, cercando di defilarsi. Dentro
l’aereo e fino a Roma, io e lui non ci siamo mai parlati, così come durante il
soggiorno nella capitale.
Il modello di
"Land Rover" come quella su cui erano a bordo gli assalitori porta
fino a tre persone sedute sul sedile anteriore, fino a tre persone sedute sui
sedili posteriori, mentre altre persone hanno la possibilità di sedersi nei
sedili posti perpendicolarmente ai sedili anteriori, siti nel posteriore della
vettura. Hashi Faudo era seduto nella fila di sedili immediatamente dietro a
quella del conducente».
Risulta strano che questa confessione venga
fatta dall’autista somalo solo dieci ore dopo l’inizio dell’interrogatorio.
Così come è davvero strano il fatto che l’ambasciatore Cassini abbia incontrato
per caso l’autista somalo all’aeroporto e lo abbia convinto a venire in Italia
come si potrebbe convincere qualcuno a recarsi al cinema...
Non essendovi in Somalia forze di polizia
alle quali indirizzare rogatorie, il lavoro di individuazione dei testi e il
loro trasferimento in Italia non offre garanzie di essere avvenuto
correttamente. Pertanto le modalità con le quali sono stati individuati il
presunto colpevole e il presunto testimone appaiono dubbie.
Qualche mese dopo questa vicenda,
l’ambasciatore itinerante Giuseppe Cassini è stato promosso ambasciatore a
Beirut.
Una breccia nel muro
Alcuni giorni
prima dell’arrivo in Italia della delegazione dei somali comprensiva di
presunto componente del commando e presunto testimone, i coniugi Alpi vengono
informati dalla redazione del "Maurizio Costanzo Show" che un medico
somalo residente a Perugia, tale Omar Hashi Dirà, si è offerto di partecipare
al programma televisivo per raccontare la verità sul duplice delitto di
Mogadiscio [133].
Benché non lavori più nella redazione del
"Tg3", il giornalista Maurizio Torrealta riesce a farsi assegnare un
operatore, e si reca a Perugia, dove incontra il medico somalo.
L’abitazione del Dirà – un appartamento
nella città umbra – ha le pareti decorate con riproduzioni massoniche: il
medico somalo, infatti, è affiliato al Grande Oriente d’Italia, e non lo
nasconde. Prima dell’intervista, Dirà – che sostiene di essere un cugino del
generale Mohamed Farah Hassan Aidid – esibisce documenti che confermano la sua
presenza a Mogadiscio nel marzo 1994.
Lei ha cercato di
contattare la trasmissione di Maurizio Costanzo perché aveva delle cose da dire
sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Esattamente di cosa si tratta?
«In quel
periodo io avevo un amico che ha effettuato l’indagine proprio quando i
giornalisti sono stati assassinati in Somalia, e volevo che fosse lui in prima
persona a raccontare questi fatti».
Come si chiama?
«Said Ahmed
Gedia, era il colonnello al comando dei servizi investigativi di allora,
attualmente si trova in Inghilterra».
Come si è
sviluppata l’indagine secondo il racconto di questo colonnello, e anche secondo
quanto lei ha appreso? Lei era in Somalia, in quel periodo...
«Ero in
Somalia perché sono stato invitato per una conferenza di riappacificazione tra
fazioni somale che era in corso allora, e ho saputo che c’è stata una riunione
tenuta nella casa di un colonnello della polizia somala, un certo Osman Omar,
tenuta da alcuni personaggi politici e militari dei quali faceva parte anche il
generale Gilao».
Chi erano questi
personaggi?
«Osman Gilao,
c’erano il colonnello Osman Omar, c’era anche un certo ingegnere Abducadir, e
questo ingegnere ha ricevuto una telefonata dall’estero da un altro ingegnere
chiamato Omar Mugne, e poi successivamente hanno tenuto questa riunione in
questo locale del colonnello Omar e successivamente c’è stata la programmazione
di questo assassinio che si ipotizzò di Ilaria Alpi, la giornalista
italiana...».
La riunione è
stata fatta prima dell’omicidio di Ilaria Alpi? Quanto prima?
«Tre o quattro
giorni».
Lei parla anche di
un altro incontro che è stato fatto, sempre in quella villa, con il gruppo
degli esecutori dell’omicidio. Lei uno ha detto di conoscerlo...
«Ha fatto il
militare con me...».
Come si chiama?
«Ale Agi, era
il capo del gruppo che avrebbe commesso l’omicidio, era sulla macchina che andò
lì...».
Questo gruppo si
sarebbe ritrovato nella villa?
«Prima c’è
stata la riunione dei politici, poi è stato convocato Ale Agi e il suo
gruppo...».
Lei però ha solo
informazione di una telefonata, di una riunione e di un altro incontro...
«Tutto questo
lo seppi attraverso un mio carissimo amico che svolge la funzione di operatore
telefonico presso il politico somalo Ali Mahdi...».
Come si chiama?
«Ale Abducadir
Agi, è quello che ha passato la telefonata di Mugne a quell’altro ingegnere...».
Questa persona
sarebbe in grado di confermare quello che lei ci racconta?
«Se andate in
Somalia e glielo chiedete senza dubbio confermerà».
Era anche
informato della riunione e dell’incontro successivo?
«Tutte queste
informazioni che so, le ho sapute da Ale Abducadir Agi...».
Ha avuto
informazioni anche dal colonnello Gedia che sta a Londra?
«Sì, perché
lui era comandante della divisione investigativa criminale e indagò questi
fatti insieme a Ali Jiro Scermarke...».
Nel loro rapporto
si afferma che c’è una complicità dei servizi segreti italiani in questo
omicidio...
«Di questo
preferisco non parlarne, non voglio rischiare la pelle».
E il nome del capo
degli assassini come lo ha saputo?
«Dallo stesso
operatore, che mi disse che era stato convocato a capeggiare la squadra degli
assassini... Mi ha detto anche il resto...».
Sarebbe disposto a
dirlo anche ai magistrati?
«Direi le
stesse cose, né di meno né di più...».
Ci furono altri
partecipanti alla riunione?
«Non lo so».
Perché ha deciso
di raccontare queste cose quattro anni dopo l’omicidio?
«Non avevo
intenzione di parlare per ragioni di incolumità personale...».
Può essere che
questa decisione abbia a che fare con il fatto che probabilmente la guerra
civile in Somalia è arrivata alla fine e che forse adesso si può passare a una
guerra politica tra le due fazioni e quindi le cose che riguardano le due
fazioni possono emergere finalmente?
«Penso che sia
il momento giusto: in Somalia sta per nascere un nuovo governo, e penso che il
governo attuale in Italia, di centro-sinistra, possa giocare un ruolo di
altissima qualità per aprire diversi armadi dove sono rimasti diversi
scheletri... Il Senato ha designato il presidente Ali Mahdi, che è un noto
filo-occidentale, e lui può aprire gli armadi e consegnare all’Italia se ci
sono le complicità nel concorso di reato...».
Lei ha anche
parlato dell’assassinio del vescovo Colombo...
«Per quanto
riguarda l’assassinio di Salvatore Colombo, che era mio carissimo amico, ne
posso parlare meglio che dell’assassinio di Ilaria Alpi. Dopo che io avevo
conosciuto alcuni fatti in cui era coinvolto, se vogliono sapere esattamente
cosa è successo devono trovare un certo vescovo Calabrese, che era vicario a
Kartum nel ’74, non so se è ancora in vita, lui era il capo, il coordinatore di
Salvatore Colombo, io so qualche cosa perché il vescovo Salvatore Colombo era
rimasto coinvolto in una faccenda molto... perché aveva avuto a che fare con il
genero di Siad Barre Amazoleman Abgall. Perché durante il regime, nonostante
fosse uno dei 5 del Politic Bureau di Siad Barre, aveva parallelamente un altro
disegno politico, era filooccidentale e non poteva accettare il regime filosovietico
in cui viveva, aveva un altro progetto politico parallelo in cui erano coinvolti
Salvatore Colombo vescovo di Mogadiscio e Calabrese di Kartum che finanziavano
il tentativo di rovesciare Siad Barre, e questo gli è costato la vita, perché
Amazoleman Abgall e i suoi colonnelli non potevano portare a termine il piano
per il quale erano stati pagati da molto tempo... Il vescovo poteva essere una
mina vagante, ed è stato ammazzato per questo. Sapevo già cosa stava succedendo,
dipende ora dal governo italiano trovare la verità su questo».
Lei dice che la
più verosimile ragione dell’omicidio Alpi è il suo lavoro di giornalista sulle
navi...
«Per aver
indagato queste navi... e poi a queste navi gli italiani non possono essere
estranei perché il 50 per cento era italiano, e l’altro 50 era di un governo
che non esiste più, dunque l’altro 50 per cento ha un governo che tutela...».
Sottintende che ci
fosse un interesse dell’Italia e dei Servizi italiani...
«Se per questo
traffico di armi e di tanto altro materiale sono state utilizzate queste navi,
non può essere estranea l’Italia, perché il 50 per cento è italiano e il resto
è di un governo interdetto, e l’Italia non poteva essere estranea...».
Di questa intervista viene informata la
Commissione Gallo, che il 13 gennaio 1998 provvede a interrogare il medico
somalo, il quale conferma di essere un cugino di Aidid e tutto quanto ha
dichiarato al giornalista Maurizio Torrealta. Al termine dell’audizione,
l’Agenzia Ansa diffonde il seguente dispaccio:
Roma, 13 gennaio 1998 – Ilaria Alpi e
Miran Hrovatin sarebbero stati uccisi per tutelare gli interessi di gruppi
somali e di "individui italiani" legati in un traffico d’armi. Lo ha
detto alla Commissione Gallo che indaga sui casi di violenze in Somalia il
dottor Omar Hashi Dirà, che lo stesso presidente Ettore Gallo ha indicato come
nipote del defunto generale somalo Mohamed Farah Hassan, noto come Aidid,
l’inflessibile. Aidid guidava il congresso di unità somala. Hashi Dirà, che
lavora da diversi anni in Italia e attualmente è alle dipendenze di una Usl di
Perugia, ha fatto anche i nomi dei mandanti («Si tratterebbe di somali», ha
precisato Gallo) e del capo del commando che, al momento dell’agguato – ha
sempre riferito il presidente della commissione governativa incontrando i
giornalisti – era rimasto seduto nella "Land Rover" che servì a
tagliare la strada all’auto con a bordo i due giornalisti italiani.
Passano solo poche ore, e la figlia di
Aidid, Faduma Farah, che risiede da tempo in Italia, smentisce pubblicamente il
medico somalo con una dichiarazione all’Ansa:
Roma, 14 gennaio – Il dottor Omar Hashi
Dirà «non è né nipote né cugino» del generale Aidid. Ad affermarlo, in una
nota, è l’inviato speciale della Repubblica di Somalia in Italia, Faduma Farah
Aidid, primogenita del generale Aidid, che parla di «millantatori» che «tentano
di nuocere ai futuri rapporti con l’Italia e sono nemici del popolo somalo,
come certi individui rifugiati in Italia che prendono parte ad azioni che
compromettono le relazioni d’amicizia con il suo governo». Faduma Farah Aidid
chiede quindi che «questi individui vengano smascherati» e suggerisce di fare
fotocopia dei loro documenti.
La smentita della potente figlia di Aidid è
perentoria e minacciosa, e ottiene un effetto immediato. Specialmente nei
riguardi del dottor Dirà, il quale infatti dichiara all’Ansa: «Non sono
comunque un testimone oculare [del delitto di Mogadiscio] perché ho solo
riferito cose che avevo sentito dire. Le mie affermazioni non dovrebbero avere
quindi alcun valore. Paura di ritorsioni nei miei confronti? È ovvio, ma nella
vita bisogna saper affrontare i rischi». L’Agenzia Ansa scrive:
Dirà ha
ulteriormente ridimensionato il contenuto delle sue dichiarazioni
sull’uccisione della giornalista del "Tg3" Ilaria Alpi e del
teleoperatore Miran Hrovatin. Il dottor Omar Hashi Dirà, 51 anni, medico a
Perugia, nipote del defunto generale somalo Mohamed Farah Hassan (noto come
"Aidid l’inflessibile"), è stato ascoltato stamani nella Questura di
Roma nell’ambito dell’inchiesta. «Non so niente del traffico di armi», ha detto
Dirà. «So solo quello che mi ha raccontato un amico a Mogadiscio nel giugno del
1994. Quella di collegare il duplice omicidio al traffico di armi è solo una
sua ipotesi, che io non condivido e che per me non ha alcuna rilevanza penale,
fatta sulla base di alcuni avvenimenti immediatamente precedenti l’uccisione
dei due italiani».
Benché impegnato a gettare acqua sul fuoco,
il medico somalo non può che ribadire:
«Un mio amico,
che lavorava come factotum per il capo di un gruppo politico che fa capo a Ali
Mahdi, mi ha raccontato che prima dei due omicidi c’è stata una telefonata
dall’estero fatta dall’ingegner Omar Mugne, un italo-somalo che prima della
disgregazione della Somalia era rappresentante dell’ex dittatore Siad Barre
nella società di flotte di pescherecci "Shifco", una joint venture
fra la Somalia (51 per cento del capitale) e l’Italia, che aveva messo a
disposizione otto pescherecci... È dal 1991 che si parla di traffico di armi
collegato proprio a questi pescherecci».
* * *
In quegli
stessi giorni di gennaio 1998, in coincidenza con la polemica pubblica tra
Faduma Farah Aidid e il medico somalo, accade un colpo di scena. La Procura
della Repubblica di Asti, nell’ambito di una inchiesta per traffico di rifiuti
tossici e riciclaggio, intercetta il seguente dialogo telefonico tra la figlia
di Aidid e tale Ahada:
Faduma: «Pronto!».
Ahada: «Pronto!».
Faduma: «Sì».
Ahada: «È Faduma Aidid?»
Faduma: «Sì. Zia, come state?».
Ahada: «Bene».
Faduma: «Tutto bene».
Ahada: «Ti... volevo darti i nomi di
quelle persone».
Faduma: «Sì. Allora scrivo...».
Ahada: «Sì, prendi una penna...».
Faduma: «Sì, ho la penna. Ce l’ho sempre in tasca...».
Ahada: «Un generale in alta Italia... Forneris Michele...
Walter Rovigati... Questi due uomini... Rovigati era della stessa compagnia di
Aidid».
Faduma: «Questi italiani sono indirettamente con i Darod.
Adesso ho fatto un piacere a loro altrimenti i loro generali andrebbero in
carcere. Mi avevano pregata, non lo sai?».
Ahada: «Sì».
Faduma: «Io adesso li ho salvati, però se non
collaboreranno col governo, andrò dalla Commissione Gallo e li accuserò. Adesso
li ho salvati, però se non faranno piacere al ragazzo [il figlio di Aidid, ndr] dandogli una collaborazione pulita,
chiederò ai due generali di portarmi dalla Commissione Gallo e li accuserò.
Dirò che sono stati loro a uccidere mio padre e che lo sbaglio viene fatto in
Italia».
Ahada: «Sì».
Faduma: «Questo di Perugia [Omar Hashi Dirà, ndr] è vero, è mio zio. Avevo rinnegato, non
volevo che la gente sapesse perché è un ladro e ti vende, è del gruppo di
Galal. Infatti, non è mio nipote. I miei nipoti sono: Mimi e Safia Sudi, figlie
di Maryam Aidid. Costui non è nostro nipote. Inoltre è membro del Mossad».
Ahada: «Come?».
Faduma: «Mossad, i servizi segreti israeliani...»
Ahada: «Israeliani?».
Faduma: «Avevano scritto sul giornale, la sua ex-moglie è
ebrea...».
Ahada: «Omar Jahil?».
Faduma: «Sì. Non l’hai letto?».
Ahada: «No».
Faduma: «Avevano scritto sul
"Messaggero", chiedi a tuo figlio... è stato scoperto, hanno detto
che era membro del Mossad».
Ahada: «Ho capito».
Faduma: «È vero ciò che ha affermato
Omar Jahil. Infatti, Gilao, Ali Mahdi, Marocchino, Mugne e il generale ladro
del Sismi...».
Ahada: «Quale generale?».
Faduma: «Quello che ho salvato, mi aveva
supplicato, quello che ha seppellito lo zio... Rajola, fa parte no...».
Ahada: «Sì».
Faduma: «...Tutti questi e i suoi uomini
insieme hanno ucciso la ragazza [Ilaria
Alpi, ndr] ed il vecchio [Aidid,
ucciso in circostanze mai chiarite, ndr]».
Ahada: «Ho capito».
Faduma: «La ragazza morta e il vecchio
sono stati eliminati da loro. Adesso io li ho coperti. Non ci conviene
accusarli, lo faremo una volta che il nostro governo sarà riconosciuto. Non è
conveniente. Sono più forti di noi».
Ahada: «Non conviene».
Faduma: «Sì, potrebbero uccidere il
ragazzo».
Ahada: «Devi trattarli bene».
Faduma: «No, li tratto benissimo, però
se commetteranno uno sbaglio ho tutti i documenti del padre, se faranno un
piccolo sbaglio ho un grande avvocato e ex-amico di mio padre, presentatomi
dall’ebreo della Svizzera. Era ministro del Bilancio. Direttamente vado dalla
Commissione Gallo, se non collaboreranno li accuserò. Adesso sto zitta».
Dalle intercettazioni telefoniche della
Procura di Asti emergono fra l’altro – come si vedrà – stretti rapporti tra
Faduma Farah Aidid e agenti del Sismi, come Fortunato Massitti. Inoltre, in
quegli stessi giorni, incontrando il medico somalo Dirà, i coniugi Alpi
apprendono che presso l’ospedale militare romano del Celio è degente l’ex
ufficiale somalo Hashi Ali Roble, le cui condizioni di salute destano molte
preoccupazioni nella comunità somala vicina a Aidid. Roble sembra essere quel
"Robla" che Joar – il sequestratore della nave alla quale si erano
interessati Ilaria e Miran – indicava come componente della organizzazione che
trafficava armi [134].
Dalle
intercettazioni telefoniche emerge la prova che la figlia di Aidid non
millanta: i suoi stretti, diretti e continuati rapporti con il Sismi sono
incisi su nastro. Come risulta documentata e non millantata anche la possibilità,
da parte di Faduma, di esercitare un ricatto raccontando la verità sulle
responsabilità del Sismi nell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Una
possibilità di ricatto manifestata dalla figlia di Aidid in diverse occasioni,
e non solo nei confronti del generale Luca Rajola Pescarini – come lei stessa
afferma al telefono – ma anche nei confronti dello stesso ingegner Mugne:
Faduma: «Zia, se avessi un po’ più di soldi avrei
continuato a ricattare Mugne. È sotto ricatto, quante volte l’ho salvato
intervenendo in sua difesa! Se fa un passo falso lo denuncio, vado da
Intelisano [procuratore militare, ndr]
e gli dirò che Omar Hashi Dirà aveva ragione».
Ahada: «No, lascia perdere...».
Intercettando le frequenti telefonate fra
alcuni militari del Sismi e la figlia di Aidid, la Procura di Asti raccoglie
altra documentazione su personaggi del mondo affaristico italo-somalo. Da
queste telefonate emergono chiari i contorni del comitato affaristico formato
da somali e italiani e coperto dal Servizio segreto militare italiano.
Altre intercettazioni della Procura di Asti
attestano il livello di impunità raggiunto da questa organizzazione criminale.
Nel corso di una telefonata con l’agente del Sismi Fortunato Massitti, la
figlia di Aidid lamenta che l’avvocato somalo Douglas Duale stia sobillando la
gente contro il generale Rajola, attribuendo all’alto ufficiale del Sismi la
responsabilità dell’uccisione di Alpi e Hrovatin. E Massitti si limita a
risponderle: «Ci vogliono le prove... Loro possono dire quello che vogliono»:
Faduma: «Sì, sì, lui [l’avvocato
Duale, ndr] sta creando un casino veramente contro Volgor, contro il
generale Rajola, contro Ilaria Alpi... Lui dice che l’ha uccisa il generale
Rajola, secondo te è giusto?».
Fortunato: «Senti, qui comunque per
mandare in galera la gente ci vogliono le prove, loro possono dire quello che
vogliono...».
Faduma: «Ma lui... la prova c’è, perché se è andato lì a
fare queste deposizioni, ha mandato... racconta il falso, bisogna dire la
verità... Questo uomo non rappresenta nessuno, è un profugo, io sulla lettera
ho scritto è un profugo, che è qui e non ha nessun incarico governativo, non
può falsificare...».
La voce della politica
Il 23 luglio
1998, a 4 anni e 4 mesi dal delitto di Mogadiscio, i coniugi Alpi ricevono una
telefonata che provoca in loro grande stupore e amarezza. Il cappellano della
nave "Garibaldi", padre Giovanni Montano (attualmente cappellano al
Quirinale), telefona per chiarire un episodio. Nel corso della trasmissione
televisiva curata da Gianni Minà e dedicata al "caso Alpi" [135]
è stato ricordato che, nelle ore contigue all’agguato, sulla nave militare
"Garibaldi" si svolgevano gare di pesca. Padre Montano precisa che in
tutto questo non c’era niente di male: soldati stanchi dovevano essere
distratti. Ma durante la telefonata il cappellano si lascia sfuggire che quel
tragico 20 marzo 1994 amministrò a Ilaria l’estrema unzione (sacramento che si
dà solo a persone ancora in vita): infatti il sacerdote precisa che lui e i
marinai attendevano fuori dalla porta dell’infermeria della "Garibaldi",
sperando che si compisse un miracolo. Dunque, a distanza di più di un’ora dal
delitto, la giornalista dava ancora segni di vita.
Perché quella telefonata solo a distanza di
4 anni e 4 mesi dai fatti? Forse perché quella telefonata – allora doverosa,
soprattutto per un sacerdote – avrebbe potuto intaccare il segreto militare,
per cui forse neppure l’avvenuta amministrazione dell’estrema unzione poteva
essere rivelata.
* * *
Il 29
settembre 1998 Giorgio e Luciana Alpi vengono convocati alla Commissione Difesa
del Senato (che aveva già ascoltato il ministro della Difesa Beniamino
Andreatta, e il professor Ettore Gallo sui fatti di Mogadiscio). È la prima
volta che, in una sede istituzionale pertinente, i genitori di Ilaria Alpi
hanno la possibilità di elencare le inadempienze del comando del Contingente
militare italiano in Somalia. Ecco il testo del loro intervento:
«Prima di
tutto grazie per averci permesso di esporvi considerazioni su argomenti che, crediamo,
sia necessario chiarire.
Abbiamo sempre
dichiarato di non credere che l’omicidio di Mogadiscio sia da mettere in
relazione alle presunte malefatte del nostro Contingente in Somalia. Ilaria e
Miran hanno pagato con la vita la loro attività di ricerca sulla
mala-cooperazione e il traffico di armi. Vogliamo inoltre precisare il nostro
buon rapporto con il generale Bruno Loi, con il quale abbiamo avuto, anche di
recente, uno scambio epistolare di stima reciproca. Siamo stati più volte a
Livorno, per la festa della "Folgore". Ricordiamo che sulla stele
della Caserma "Vannucci", che ricorda i Caduti militari a Mogadiscio,
sono annoverati i nomi di Ilaria e Miran.
Dobbiamo
inoltre chiarire subito la questione del memoriale del maresciallo Francesco
Aloi. Memoriale in nostro possesso dal 20 luglio 1997, da noi custodito senza
mai averlo reso pubblico, ancora prima della secretazione decisa dal
Procuratore militare Antonino Intelisano. Segnaliamo che, anche su richiesta
del Procuratore militare, abbiamo controllato i periodi di permanenza in
Somalia, nel 1993, di Ilaria e di Aloi: coincidono.
La notizia che
Ilaria avesse acquistato una macchina fotografica, a Mogadiscio, è vera ed è
documentata. Quello che è grave è che quella macchina non ci è mai stata restituita,
e fa parte del materiale scomparso. Altro episodio inquietante non ancora
risolto.
Non crediamo
spetti a noi dare alcun giudizio sulla relazione governativa Gallo, nel suo
complesso. Noi vogliamo trattare solo del capitolo: "Assassinio Ilaria Alpi-Miran
Hrovatin". L’8 settembre 1997 siamo stati ascoltati, in una
"audizione di cortesia", dalla Commissione Gallo, non su nostra
richiesta. Tutta l’audizione è avvenuta a registratori spenti, per decisione
della Commissione stessa. Nella relazione conclusiva della Commissione si
legge: "Riferirono [i coniugi Alpi], tuttavia, su taluni comportamenti
dell’Autorità militare, subito dopo l’aggressione, da essi giudicati
scarsamente premurosi". Aggettivo quanto mai inadeguato. A pagina 66 si
legge: "La Commissione può interessarsi del caso Alpi-Hrovatin solo se ci
sono connessioni con le eventuali malefatte del Contingente". Stranamente,
malgrado questa premessa, si tratta l’argomento per ben 27 pagine (pagg.
66-92).
Ci si dilunga,
particolarmente, sulla perizia medico-balistica, incentrando il discorso sul
fatto che il decesso di Ilaria è stato istantaneo. Lo scopo è fin troppo
evidente. Si può concludere perciò con la seguente frase: "non c’è stata
omissione di soccorso perché non si può soccorrere chi è stato attinto dalla
morte". Ci si dimentica che la perizia è frutto di un riscontro autoptico,
praticato sul corpo di Ilaria, a due anni di distanza dalla morte.
C’è un
episodio, però, in netto contrasto con tale tesi. Il colonnello Giorgio
Cannarsa riferisce che, alla domanda di Marocchino di come può sincerarsi se
Ilaria sia ancora viva, invita lo stesso a mettere le dita al collo per
sentirne il battito: Marocchino rimane indeciso (ciò risulta dai verbali della
Commissione Gallo). Questo episodio è la prima volta che viene raccontato, ma
al di fuori di tutto ciò, è la prova evidente che il Comando militare non
conosceva lo stato delle vittime al momento della richiesta di aiuto di
Giancarlo Marocchino.
Forse il
colonnello Cannarsa non sapeva che esistono i filmati. In quello dell’Abc
Marocchino non chiede un’ambulanza, ma un elicottero, e grida: "Quei
maledetti non mandano nessuno! Hanno paura a venire qui". Dal luogo
dell’eccidio al Porto vecchio ci sono circa 800 metri. Nel filmato dell’Abc (che
alleghiamo) si evidenzia, inoltre, che malgrado l’irreparabile danno encefalico
subìto da Ilaria, la pompa-cuore era ancora funzionante: tutto ciò era
evidenziato dal flusso ematico a getto dalle narici, con probabile residua
attività respiratoria. Ci sono prove multiple che Ilaria dava ancora flebili
segni di vita a oltre un’ora dall’agguato: dichiarazione del giornalista David
Chazan, dell’agenzia France Press, del 21 marzo 1994 (all. 1); dichiarazione di
Giovanni Porzio ("Panorama") del 26 maggio 1994 (all. 2); lettera di
Giancarlo Marocchino del 21 dicembre 1994 (all. 3). Giancarlo Marocchino è
personaggio che raccoglie la stima del generale Fiore. Va precisato che il
Marocchino è giunto sul luogo dopo circa 15 minuti dall’agguato.
A nostro
parere, dunque, è mancata assistenza adeguata. Non è un parere solo nostro. Si
legge a pag. 3 della motivazione della sentenza definitiva, del Tribunale di
Brescia, del 3 febbraio 1998, che assolve Luciana Alpi dall’accusa di
diffamazione, nei riguardi del generale Carmine Fiore, quanto segue (all. 4).
Il Giudice, commentando la lettera, a noi inviata dal generale Fiore, il 20
maggio 1994 (all. 5) così dichiara: "Infatti la lettera non pecca di
inesattezza, ma travisa completamente i fatti, all’evidente fine di offrire
un’immagine di efficienza dell’Esercito italiano, nella specie
immeritato". Il Giudice, inoltre, sottolinea quanto segue: "Che tutto
ciò sia stato causato da ragioni contingenti, quale la difficoltà di
reperimento di uomini e mezzi in un momento prossimo alla partenza dalla
Somalia del Contingente italiano, è possibile, ma non giustifica certo il
tentativo di accreditare agli occhi dei genitori della vittima una
ricostruzione dei fatti clamorosamente in contrasto con la realtà, in un
momento nel quale, oltretutto, Fiore non poteva ignorarne il reale svolgimento,
dato che solo alcuni giorni dopo lo avrebbe riferito al Comando di Stato
maggiore". Si può concludere che la lettera a noi inviata, il 20 maggio
1994, dal generale Fiore, è da considerarsi come l’elenco dei provvedimenti che
avrebbe dovuto prendere quel tragico giorno.
Il 4 aprile
c.a. eravamo a Udine per la cerimonia di intitolazione a Ilaria e Miran di un
Parco-giochi. In quella occasione incontrammo l’onorevole Tina Anselmi. Le
riferimmo dell’assoluzione definitiva di Luciana Alpi dall’accusa di
diffamazione, del 3 febbraio 1998 del Tribunale di Brescia: l’onorevole Anselmi
ci pregò di farle recapitare la motivazione della sentenza. Il 7 aprile 1998,
attraverso la "Free Way", le facemmo pervenire la motivazione a
Castelfranco Veneto.
Tornando al
problema della mancata assistenza, ci pare opportuno sottolineare un fatto. Il
19 marzo 1994 (24 ore prima dell’agguato ai giornalisti italiani), il capitano
Teolo Moretti, della flotta Shifco, imbarcato sulla nave "21 Ottobre
III", è colto da un sospetto infarto. Si sposta dal porto di Mogadiscio
una nave con due elicotteri: tutto ciò è documentato dai diari di chiesuola
forniti dalla Marina. Con un verricello il comandante viene issato
sull’elicottero e trasportato sulla "Garibaldi", dopo che un medico,
con a disposizione un elettrocardiografo, conferma a bordo della "21
Ottobre III" la diagnosi di infarto. Atto encomiabile. Il contrasto però è
talmente evidente con quanto avviene il 20 marzo (ventiquattro ore dopo) che il
generale Fiore, durante l’audizione della Commissione parlamentare di inchiesta
sall’attuazione della politica di Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo,
sposta la data e riferisce testualmente: "Il capitano comandante della
nave civile è stato recuperato durante il viaggio da Mogadiscio verso
Mombasa", dunque dopo il 21 marzo.
Perché il 20
non ci si è comportati nello stesso modo? Gli elicotteri non potevano atterrare
nella zona dell’omicidio perché c’erano gli alberi, ma la manovra con il
verricello non era più possibile? Doveva essere trasportato sul posto
dell’agguato un medico che doveva valutare le condizioni di Ilaria per prendere
provvedimenti adeguati. Purtroppo Hrovatin era deceduto immediatamente. Quante
volte abbiamo visto, in altre occasioni, situazioni del genere con la presenza
di un secondo elicottero di protezione. La zona dell’agguato era perfettamente
calma, tanto da permettere riprese dell’Abc e al giornalista svizzero Vittorio
Lenzi di intervistare, con la massima calma, la guardia del corpo di Ilaria e
Miran e Giancarlo Marocchino. Lenzi è arrivato al punto di raccogliere un
proiettile, che ci ha fatto poi pervenire e da noi consegnato all’Autorità giudiziaria.
Nelle ore
contigue all’eccidio, sulla nave "San Giorgio" si praticavano gare di
pesca: questo dato è ricavato, sempre, dai registri di bordo della Marina.
L’intervento militare italiano, quel 20 marzo, si è ridotto a fare aprire la
sbarra dai soldati nigeriani per far passare la macchina di Giancarlo
Marocchino nel Porto vecchio.
Quel 20 marzo
sul luogo dell’agguato c’erano: due giornalisti italiani, uno svizzero e
Giancarlo Marocchino. Nessun militare italiano ha raggiunto la zona
dell’agguato. Non si è provveduto a eseguire una minima inchiesta: non furono
fermati né l’autista né la guardia del corpo, né furono sequestrate le armi in
loro dotazione.
Altro
argomento inquietante è il fatto che a bordo della "Garibaldi" il
capitano di vascello Armando Rossitto ha stilato, quel 20 marzo, un referto
medico, e ha provveduto a fotografare in bianco e nero e a colori il capo di Ilaria
a documentazione della ferita riportata. Come si evince dalla documentazione
che si allega, tale materiale è rimasto per due anni e due mesi nei cassetti
del ministero. Il 22 maggio 1996 il secondo Pm, Giuseppe Pititto, fa richiesta
di tale documentazione: l’unico dato certo è che tale documentazione non è mai
arrivata sul tavolo dei periti, né della seconda né della terza perizia.
Due Tribunali
della Repubblica italiana, Bergamo e Brescia, hanno dunque definitivamente
assolto Luciana Alpi dall’accusa di diffamazione del generale Carmine Fiore per
aver pubblicamente dichiarato che il generale Fiore è bugiardo e inaffidabile.
Non capiamo come un ministro della Repubblica non tenga in nessun conto il giudizio
definitivo di due Tribunali dando una "assoluzione strettamente
personale" nei riguardi del generale Fiore. Fin dal 24 aprile c.a., in una
nostra lettera al ministro della Difesa, fornivamo notizie sulle due sentenze,
dato che il 15 dello stesso mese, intervistato dai giornalisti del settimanale
"Famiglia cristiana" sul caso Alpi, il ministro rispondeva: "Non
conosco il caso Alpi nei dettagli. La magistratura sta facendo giustamente il
suo corso" [all’epoca dell’eccidio
di Mogadiscio, nel 1994, l’onorevole Andreatta era ministro degli Esteri, ndr].
Il 2 giugno c.a., al ministro – che ci faceva pervenire copia della relazione
Gallo – mandavamo una dettagliata relazione, con documentazione allegata.
Precisiamo che la superficialità delle Autorità militari e civili arriva al
punto che, al rientro a Roma della salma di Ilaria, ci si dimentica di
avvertire l’Autorità giudiziaria. L’Autorità di frontiera darà avviso del
rientro della salma il 23 marzo, il giorno dopo l’inumazione. Solo l’attenzione
di un funzionario cimiteriale chiede l’intervento dell’Autorità giudiziaria per
il riconoscimento della salma e per un riscontro del perito medico-legale:
viene estratto un proiettile, e il Pm Andrea De Gasperis dichiara che si è
trattato di una esecuzione: un colpo sparato, da arma corta, a bruciapelo. Il
giudice afferma inoltre che il fatto è talmente evidente per cui ritiene
inutile l’autopsia.
Il ministro
della Difesa, il 19 giugno c.a., rispondeva con una lettera che si allega (all.
9). Crediamo si possa capire quale è stata la nostra sorpresa nel leggere, nel
quarto resoconto stenografico del 29 luglio c.a., alla quarta Commissione
Difesa del Senato, alcune dichiarazioni del ministro. Ci riferiamo sopratutto a
quanto affermato a pag. 12: "E vengo al generale Fiore e alla vicenda
giudiziaria che lo ha opposto alla signora Alpi. Il mio pensiero è semplice ed
è presto detto. Da un alto e stimato generale ci si sarebbe aspettati che, nel
riferire i fatti alla famiglia Alpi, facesse uso della stessa precisione e
della stessa scrupolosa attenzione dimostrata nel fare rapporto ai suoi
superiori qualche giorno dopo. Sarebbe stato bene, e tanti equivoci e reazioni
esasperate non si sarebbero ingenerati. Credo, in sostanza, che si sia trattato
di un errore o di una umana debolezza – causati dal desiderio di rassicurare?
Dalla fretta di scagionare il Contingente e se stesso da un’accusa ingiusta?
Dall’aver valutato che era difficile spiegare i dettagli dell’accaduto senza
essere frainteso? Di tutti questi motivi insieme, un errore dal quale non è
comunque disceso alcun danno a persone o all’inchiesta". Troviamo
quest’ultima affermazione sconcertante. È stato, in primo luogo, un danno alla
verità, e inoltre una mancanza di rispetto a noi genitori, e certamente un tentativo
di alterare elementi di inchiesta.
La lettera del
generale Fiore è stata dettata da desiderio di rassicurare i genitori di
Ilaria? Anche accettando questa tesi, quando il generale si è accorto che
questa finalità non era stata raggiunta, ha avuto molte occasioni per chiarire
tutto ciò. Il generale ha continuato, in occasioni successive, private e
pubbliche, a sostenere quanto aveva dichiarato in quella lettera in netto
contrasto con quanto invece avrebbe riferito al Comando dello Stato Maggiore.
Il ministro,
nella sua relazione, fa riferimento a una trasmissione televisiva che
definisce: "Gran giurì televisivo". Si tratta della trasmissione
"Storie", condotta da Gianni Minà, del 20 luglio c.a. Noi, che
abbiamo partecipato a detta trasmissione, l’abbiamo vissuta in modo diverso.
Non è questa la sede per parlarne diffusamente, ma possiamo affermare che sono
state presentate alcune documentazioni audiovisive che avranno un peso
particolare nel prosieguo dell’inchiesta. In sintesi: bagagli che a Luxor erano
sigillati giungono a Roma senza sigilli. I bagagli sono stati aperti sia a
Luxor che a Roma: non si dimentichi la scomparsa dei block notes di Ilaria e la
sua macchina fotografica. Buste, con documentazione varia, compresa quella
sanitaria, sigillate a bordo della "Garibaldi", sono state aperte. A
noi nulla è pervenuto: non siamo ancora riusciti ad avere il certificato di
morte di nostra figlia stilato sulla "Garibaldi". È stato un
"Gran giurì" molto utile e che avrà rilevanza processuale.
Per quanto riguarda
il colonnello Rajola del Sismi, ora generale, sappiamo che il 15 marzo 1994
aveva lasciato la Somalia. Il 20 marzo era presente al Porto vecchio, come da
lui dichiarato, un suo fidato collaboratore: Alfredo Tedesco. A noi non risulta
che questi abbia condotto alcuna inchiesta. Non possiamo nascondere la nostra
perplessità. Un alto ufficiale del Sismi, il generale Rajola, che conosce
perfettamente la Somalia essendoci stato prima dell’arrivo del Contingente
italiano, durante la sua permanenza e anche successivamente al rientro del
Contingente, è impensabile che nulla sappia di cosa è avvenuto quel 20 marzo
1994.
Speriamo che
il segreto di Stato non sia la scusante per non far conoscere la verità di
questo orrendo delitto. Quanto fin qui esposto, anche per evidenziare le
responsabilità del generale Carmine Fiore, che non significa certo mettere in
dubbio l’onorabilità delle Forze armate.
Il generale
Fiore si è chiesto più volte chi c’è dietro ai genitori di Ilaria Alpi. Non c’è
nessuno, solo una bara al Cimitero Flaminio di Roma.
Grazie per
averci voluto ascoltare, e speriamo, ora, di avere voi dietro di noi alla
ricerca della verità».
L’audizione di Giorgio e Luciana Alpi
presso la Commissione Difesa suscita reazioni politiche. Il sottosegretario alla
Difesa onorevole Massimo Brutti dichiara: «Noi dobbiamo – io ritengo – chiedere
scusa ai genitori di Ilaria Alpi perché la risposta delle istituzioni non è
stata adeguata, e perché la verità è ancora avvolta dalle ombre. Ora siamo
vicini al dibattimento, e ci auguriamo che in quella sede i fatti – tutti i
fatti – possano essere attentamente e compiutamente valutati. Tra questi fatti
vi sono anche la sequenza di interventi e i comportamenti di ciascuno relativi
ai soccorsi prestati. Certo è paradossale e non può che suscitare amarezza, il
fatto che per anni non siano stati fatti accertamenti utili, né alcun processo
sull’omicidio di Alpi e Hrovatin, a eccezione di un processo per diffamazione
intentato nei confronti della madre di Ilaria Alpi su querela del generale Carmine
Fiore, già comandante del Contingente italiano in Somalia». Il sottosegretario
alla Difesa aggiunge di essere convinto che il delitto di Mogadiscio sia stato
«una vera e propria esecuzione», e precisa di ritenere che la giornalista e l’operatore
siano stati uccisi in quanto si stavano occupando di vicende di corruzione
«legate alla gestione degli aiuti alla Somalia», e stavano seguendo notizie ed
elementi di prova «relativi a traffici di armi nei quali potevano essere
coinvolti non solo ambienti locali, ma anche gruppi affaristici italiani».
Intanto, il precedente 21 settembre, si è
svolta a Roma l’udienza preliminare per il processo a carico di Hashi Omar
Hassan detto Faudo, imputato di aver fatto parte del commando che uccise Ilaria
Alpi e Miran Hrovatin. Il Gip ha disposto il rinvio a giudizio del somalo, e ha
fissato la prima udienza del processo per il 18 gennaio 1999 [136].
Il 1° ottobre
1998, alla Camera, durante il "Question time", il responsabile della
Giustizia dei Democratici di sinistra, l’onorevole Pietro Folena, interviene
sul caso Alpi-Hrovatin:
«È stato
rinviato a giudizio un cittadino somalo per l’assassinio di Ilaria Alpi e di
Miran Hrovatin avvenuto il 20 marzo 1994. Finalmente avremo un processo. Nel
processo si potrà costruire quella verità che fino ad adesso è mancata. Noi
chiediamo al governo un intervento perché ci sia il massimo di trasparenza che
aiuti l’autorità giudiziaria a poter svolgere questo procedimento raccogliendo
tutti gli elementi, anche in relazioni a versioni contraddittorie che le
Autorità militari dettero, a diverse riprese, su questa esecuzione, e anche in
relazione al mistero della scomparsa dei block notes, di alcuni materiali che
erano in possesso dei due assassinati, che poi non furono mai trovati».
La risposta governativa arriva dal
vicepresidente del Consiglio, onorevole Walter Veltroni:
«Conoscevo
personalmente Ilaria Alpi e sono molto legato ai suoi genitori, il professor
Giorgio e la signora Luciana. Fin dal 20 marzo del 1994, il giorno dell’assassinio
di Ilaria e Miran, ho cercato di essere vicino ai signori Alpi partecipando,
non soltanto al loro dolore, ma anche alla loro civile battaglia perché si
arrivi alla verità, e come può capire l’onorevole Folena mi sento tanto più
impegnato in questa battaglia ora che ho responsabilità di governo. Una verità
che forse finalmente può intravedersi meno lontana a seguito del rinvio a
giudizio del cittadino somalo Ashi Omar Hassan, disposto il 21 settembre scorso
per l’omicidio dei due giornalisti: è stato riconosciuto costui come persona
presente quel giorno nella vettura degli aggressori. Il 18 gennaio del 1999 si
aprirà perciò un pubblico dibattimento che avrà al centro l’assassinio del 20
marzo 1994, la sede dunque perché possano venire alla luce e speriamo ordinarsi
in modo chiaro gli eventi, le reazioni e gli interventi che ne sono seguiti, il
quadro della documentazione disponibile e dei materiali mancanti, e soprattutto
mi auguro, i colpevoli e il movente e ogni responsabilità potranno e dovranno
lì essere accertati. Nel frattempo, peraltro, le autorità inquirenti hanno
precisato di aver operato uno stralcio per procedere a ulteriori
investigazioni, soprattutto nella ricerca degli altri componenti del gruppo
degli assalitori, oltreché, ovviamente, di ogni possibile ragione del delitto.
È indubbio infatti che ci troviamo di fronte a un caso in cui molti punti
devono ancora essere chiariti, come è emerso ieri, da ultimo, alla Commissione
Difesa del Senato. A questo riguardo ribadisco formalmente in questa sede che
il governo deve fare tutto il possibile per aiutare la giustizia con la piena
disponibilità di ogni informazione e di ogni documento, con il supporto
costante alle indagini, con l’assoluta chiarezza rispetto a comportamenti e
responsabilità, personalmente son già più volte intervenuto a questo fine
perché Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che non abbiamo certo dimenticato, abbiano
l’onore che gli dobbiamo della certezza della verità, e perché i signori
Luciana e Giorgio Alpi possano avere piena fiducia nel corso della Giustizia e
nell’operato delle istituzioni».
All’intervento del vicepresidente del
Consiglio segue la replica dell’onorevole Folena:
«Grazie,
onorevole signor Presidente, le sue parole sono sentite e molto nette e
impegnative. Io credo che noi tutti come istituzioni del nostro Paese dobbiamo
qualcosa, prima di tutto ai genitori che in questi anni hanno avuto dalle
istituzioni, a parte la positiva e importante attenzione della Commissione di
inchiesta della Cooperazione della scorsa legislatura, una querela da parte del
generale Fiore, che è stata definita, con sentenza passata in giudicato presso
la Coorte di appello di Brescia, che ha riconosciuto la veridicità delle
posizioni della signora Alpi, che ha riconosciuto che le versioni fornite dal
generale Fiore su quell’avvenimento sono state versioni contraddittorie. Noi
non intendiamo accanirci, ma crediamo che lo Stato italiano debba qualcosa ai
genitori, a familiari di Miran Hrovatin, debba qualcosa ai giornalisti,
ricordiamo anche tutti gli altri giornalisti italiani e fotoreporter che sono
stati colpiti in scenari e teatri di guerra nei corso di questi anni, e debba
qualcosa in particolare rispetto alle ombre relative a responsabilità che gli
interventi italiani della Cooperazione in Somalia possano aver avuto anche
nell’ambito di questa vicenda. Non vogliamo trarre giudizi, deciderà un
Tribunale, sarà la magistratura a dire se quella pista è una pista che ha un
senso, certo è che l’opinione pubblica nel nostro Paese ha bisogno di verità e
giustizia, che l’Italia ha cambiato pagina... Bisogna fare di tutto perché la
magistratura possa a trecentosessanta gradi accertare tutte le responsabilità e
rispondere a un bisogno di legalità che c’è nel Paese».
* * *
Mentre la
Procura di Asti prosegue in gran segreto le intercettazioni della figlia di
Aidid e di altri indagati, la Procura di Roma cerca nuovi testimoni
dell’omicidio. Dalla Somalia arrivano altri candidati al ruolo, ma non è chiaro
attraverso quali canali questi testimoni siano stati individuati, anche perché
non si sa chi in Somalia abbia il potere di svolgere funzioni di polizia
giudiziaria.
Viene fatto arrivare in Italia, di nuovo,
Mohamud Nur Aden, la guardia del corpo di Alpi e Hrovatin, che viene
interrogato il 16 luglio 1998: si limita a confermare le dichiarazioni che
aveva fatto nel suo primo interrogatorio. Viene rintracciata a Mogadiscio, e
fatta sbarcare a Roma, Adar Ahmed Omar, la venditrice di tè che stazionava
davanti all’albergo Amana: interrogata il 16 luglio 1998, la donna conferma di
aver visto in faccia le persone che stavano sulla "Land Rover" blu
perché alcune di loro presero il tè da lei, ma dichiara di non aver assistito
all’omicidio perché in quegli attimi si trovava nella propria abitazione, poco
distante, impegnata ad allattare la propria figlia.
Viene rintracciato e fatto venire in Italia
Hussein Alasow Mohamed detto Bahal, interrogato il 15 luglio 1998. Il testimone
– secondo quanto scritto nel verbale della Questura di Roma – racconta di
essere stato presente sul posto al momento dell’omicidio. L’interrogatorio
viene interrotto per esigenze di Ufficio e riprende l’indomani, 16 luglio, alle
ore 17; nel corso di questo interrogatorio – sempre in base ai verbali –
Hussein Alasow Mohamed nega di essere stato presente sul posto al momento
dell’omicidio, e rifiuta di firmare il verbale. Alle ore 18 – secondo il
verbale della Questura – il somalo avrebbe chiamato Mogadiscio e parlato con
sua moglie, dalla quale avrebbe appreso che i giornali locali scrivevano di
quattro cittadini somali recatisi a Roma per testimoniare sulla morte di Alpi e
Hrovatin; secondo il verbale della Questura, il somalo a quel punto avrebbe
detto esplicitamente di temere per sé e per la sua famiglia.
Dalla Somalia arriva in Italia anche Abdi
Omar Mohamed. Viene interrogato il 15 luglio, e racconta di essersi trovato in
un garage alla sinistra dell’Hotel Amana con alcuni suoi amici, tra i quali
Gelle (il primo somalo che ha indicato Faudo come membro del commando omicida):
ma non ha visto il delitto, e non è in grado di riconoscere nessuno. Racconta
però di avere visto Ilaria Alpi (da sola) scendere dalla macchina, entrare in
albergo, e ritornare poi alla macchina.
Gli inquirenti ritengono le testimonianze
di Abdi Omar Mohamed e Hussein Alasow Mohamed contraddittorie, imprecise e
sostanzialmente inattendibili, e chiedono la revoca immediata delle misure a
loro protezione, anche perché i due testimoni intendono tornarsene subito in
Somalia.
Nuovi elementi
Alcune nuove
intercettazioni telefoniche della Procura di Asti chiariscono ulteriormente i
retroscena nei quali è maturato il duplice omicidio di Mogadiscio.
Negli atti dell’inchiesta della
magistratura astigiana si possono leggere scorci come i seguenti:
Nel corso
degli ascolti delle utenze Roghi di cui sopra emergevano a un certo punto
interessanti conversazioni tra il Marocchino e il Roghi inerenti le recenti
vicende della Somalia, da quelle legate alla Cooperazione italo-somala (con
riferimenti a sprechi, ruberie e appropriazioni che si sono verificate per
effetto di quelle iniziative), a quelle legate alla tragica vicenda della
giornalista Ilaria Alpi uccisa in Mogadiscio in data 20 marzo 1994 assieme
all’operatore Miran Hrovatin durante le fasi convulse dello sgombero dell’ambasciata
italiana di tutte le strutture logistiche italiane e del Corpo di spedizione.
Nel corso
della telefonata 446 del 6 dicembre 1997 il Marocchino segnalava al Roghi la
sua intenzione di scrivere un libro sulla sua vita parlando in particolare dei
problemi sopra evidenziati e aggiungeva che sul libro sarebbero uscite «anche
certe cosucce perché se devo dire la mia vita devo dire anche la verità sulla
mia vita, io ti mando i punti su che cosa parla, diciamo sulla fine del governo
di Siad Barre il perché è andato alla fine, le cazzate della politica italiana
che sono successe prima nella politica di Siad Barre, le esperienze di guerra».
Il concetto
veniva ribadito successivamente nella telefonata n° 504 del 7 dicembre 1997,
nella quale Marocchino dopo avere incaricato Roghi di vendere l’esclusiva del
futuro libro assicurava che nel libro ci sarebbero state «delle cose
scottanti». Nel corso degli ascolti venivano registrati i contatti che Roghi e
Melani avviavano con editori al fine di trovare uno sbocco alle fatiche
letterarie di Marocchino, e in data 11 gennaio 1998 veniva intercettato
sull’utenza di casa Roghi un fax proveniente da Giancarlo Marocchino nel quale
questi indicava partitamente il sommario dei capitoli del libro che stava
scrivendo. In uno di tali capitoli veniva fatto riferimento all’incendio ai
magazzini e a un attentato con mina telecomandata.
Il riferimento
all’incendio dei magazzini concentrava l’attenzione degli investigatori sulla
telefonata n° 228 intercorsa in data 20 dicembre 1997 tra i soliti
conversatori, nella quale veniva fatto riferimento proprio all’incendio dei
magazzini, ai materiali in esso contenuti e al fatto che nei magazzini si
trovassero carte e documenti delicati dell’ambasciata italiana e della
Cooperazione italiana che erano stati affidati al Marocchino durante
l’evacuazione dell’ambasciata. Nella telefonata Marocchino evidenziava che il
fuoco aveva bruciato parte dei materiali contenuti, ma che «tanta roba io ce
l’ho [ancora] in mano». Che si trattasse di materiale delicato lo si ricavava
dalla frase successiva nella quale l’uomo affermava: «In mano abbiamo della
roba che... salta [il] ministero degli Esteri... salta [la] Cooperazione
italiana... salta tutta la Madonna... in più... manco a farlo apposta... in più
quando sono stati... l’evacuazione dei militari in porto... e tutti i dossier e
tutto quanto in porto... destino buono un contenitore è... non si sa il
perché... non è stato imbarcato... non è stato imbarcato e io... me l’han dato
in consegna a me di portarlo e mi hanno detto boh... tienilo... cazzo quando
l’ho aperto!... era un archivio... viaggiante, a parte la roba che c’era
dentro, tutta roba... è... no di cucina... roba di... di... uffici... c’era un
arsenale anche lì di documenti...». Il Roghi a questo punto gli chiedeva se
tenesse il materiale a El Man, ricevendo da Marocchino una risposta negativa
che lasciava intendere fosse al sicuro in altro luogo.
Che si
trattasse di materiale delicato e scottante si poteva comprendere dal
riferimento che Marocchino faceva proprio alla stesura della bozza del suo
libro nella quale sembrava intenzionato a parlare di certi grossi lavori
evidentemente irregolari oppure oggetto di sprechi, posto che aggiungeva:
«Ecco... quando arriverò a certi, a certi... per esempio i lavori grossi, dei
grossi lavori... e io lì metterò certe cose... certe cose, eh, eh... avrei
anche le prove se un domani dicono no, questo qua è un bugiardo... ma sì, se io
sono bugiardo... prenditela un po’ nel culo allora... a questo punto qua».
Nel corso
della telefonata n° 228 del 20 dicembre 1997 dalle parole del Marocchino
emergevano ancora più inquietanti profili posto che l’uomo in modo piuttosto
esplicito evidenziava collegamenti con istituzioni dello Stato le quali si
sarebbero rese sue complici nella appropriazione da lui operata della delicata
documentazione. Infatti l’uomo lasciava intendere che elementi delle
istituzioni (che non si è lontani dal vero nel ritenere possano appartenere a
strutture militari, posto che il Marocchino con tono criptico parla di «tre
uomini» poi di «tre omini... due sono miei amici e uno adesso è passato
generale») erano perfettamente consapevoli che non tutto il materiale
consegnato a Marocchino durante l’evacuazione dell’ambasciata era andato
bruciato nell’incendio, ma che essi avevano preferito attestare falsamente la
distruzione del tutto nell’incendio, e questo per ragioni che allo stato non
sono chiare, ma che, a prescindere dalla gravissima infedeltà dimostrata da
questi soggetti, ha posto nelle mani di Marocchino un formidabile strumento di
pressione da esercitare sia in Somalia che ai danni di istituzioni italiane.
Le frasi in
questione sono le seguenti: «Ecco... poi la cosa è nata è venuta grossa... loro
non sono più venuti giù è arrivato due o tre omini... due o tre omini... questi
omini... che sono arrivati... te che lo sai... chi sono questi tre uomini... in
due minuti... fa te, Giancarlo, hai quella roba lì su... giù... sì... sì ma
cazzo io l’avevo ma non ce l’ho più perché... quando mi ha preso fuoco il
magazzino ha preso fuoco tutto... e io avevo la roba tutta in magazzino, non...
è bruciato tutto e una parte di roba sono ancora nei contenitori perché i
contenitori sono lì... sono incasinati... c’è mobilio, c’è roba... boh...
allora loro mi fanno io... noi qua... qui c’è dei problemi... allora diciamo
che te... che tutta la roba è bruciata e buona notte ai suonatori... in
realtà... sì, qualcosa è stato bruciato, ma tanta roba io ce l’ho in mano... mi
segui... vado avanti?».
L’intenzione
di Marocchino di servirsi di queste carte all’occorrenza sia per sbugiardare
chi avesse a contestarlo sia per esercitare pressioni sui governanti locali e
non, allo scopo di ottenere posizioni di privilegio, si ricava dalla frase
successiva:
«Eh Claudio,
le abbiamo lì... aspettiamo che arriva il nuovo governo qua... le tireremo
fuori quando arriva il nuovo governo, vediamo... io ho... chiesto un... e penso
che me la daranno... di essere io per un periodo di tempo... all... all’immigrescion (fonetico per immigration)... diciamo all’aeroporto
per fare... e vedrai quanta gente... che li rimando indietro quando scendono
dall’aereo li faccio di nuovo risalire e li mando di nuovo indietro... io
questa soddisfazione... loro mi hanno detto di sì... te la daremo questa
soddisfazione... io volevo solo questa soddisfazione qua... quando arriva certi
personaggi che arrivano giù dico... guardate che qui voi non ci avete più
niente a che fare, non siete graditi in questo paese di merda, eh... ritornano
di nuovo indietro e poi vediamo che mi diranno pure che sono un bandito, o che
mi diranno che cazzo vogliono... comunque... senti...».
Che le
affermazioni del Marocchino non costituiscano in alcun modo vanteria e
vanagloria si ricava, oltreché dai toni sinceri e partecipati intercorrenti fra
gli interlocutori e da una certa prudenza che trapela, anche da riscontri oggettivi.
È un dato di
fatto che era prassi delle istituzioni italiane in Somalia avvalersi delle
strutture poste a disposizione (a pagamento) del Marocchino. I grandi e numerosi
depositi dell’indagato venivano utilizzati ad esempio dalla Cooperazione
italiana e proprio a essi fa riferimento nella deposizione del 31 marzo 1998 il
dottor Franco Oliva, addetto ai servizi di ragioneria della Direzione generale
per la Cooperazione allo sviluppo (Dgcs) del ministero degli Esteri e
incardinato nell’ambasciata italiana in Mogadiscio.
La presenza di
Oliva a Mogadiscio si interruppe bruscamente il 29 ottobre 1993 a seguito di un
attentato che lo ridusse in fin di vita. Durante il suo ultimo breve soggiorno
in Somalia (durato meno di un mese), l’Oliva ebbe modo di accertare l’ingente
quantità di materiale sanitario, fra cui farmaci e attrezzature, depositata
presso i magazzini di Marocchino, col quale entrò in conflitto posto che diede
disposizione di trasferire immediatamente tutto il materiale nei depositi
ufficiali adiacenti all’area militare dell’operazione Ibis.
Riscontro
ulteriore si ricava dal ritaglio stampa del 27 novembre 1995 apparso su
"Repubblica", da cui emerge che un incendio ha distrutto circa 2 mila
tonnellate di aiuti alimentari, per un valore di 1 milione di dollari, stivati
nei magazzini di Mogadiscio nord di Marocchino; nel trafiletto si parla
esplicitamente di possibilità di incendio doloso «perché Marocchino, unico uomo
d’affari straniero rimasto a Mogadiscio, è già sfuggito a un attentato», riferimento
all’attentato con mina telecomandata che, anche cronologicamente – nel sommario
inviato da Marocchino – precede il capitolo dell’incendio ai magazzini.
Ulteriore
conferma della rilevanza del personaggio Marocchino nella vicenda e del suo
coinvolgimento in non chiare vicende legate alla gestione degli aiuti italiani
(Fai), vicende che potrebbero conoscere una interessante rilettura se si
disponesse delle carte che Marocchino con complicità varie ha sottratto e con
le quali può costituirsi una sorta di "assicurazione sulla vita", si
ricava dalle allarmate telefonate con le quali il Roghi avverte Marocchino dei
pericoli che corre.
In una di esse
(n° 608 del 9 dicembre 1997) Roghi parlando con Faduma (moglie di Marocchino)
dopo aver appreso che Giancarlo è a El Man le comunica di aver avuto alcune
confidenze secondo le quali «non vogliono più tra le palle Giancarlo», poi
precisa: «Quello che è a El Man è un po’... non lo vogliono più, capisci cosa voglio
dire?»; la donna afferma di aver capito, e Roghi afferma: «Stiamo con gli occhi
aperti», aggiungendo poi chi sono coloro che non vogliono più Giancarlo. Egli
afferma: «E sono molti. Digli suoi ex amici... del fondo Fai, ti ricordi no,
Fai?», infine aggiunge: «Che stai con gli occhi anche dietro le scarpe».
Sulla torbida
realtà determinatasi con le vicende della mala-cooperazione si allegano alcune
pagine della relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione.
A far da
corollario ai consigli e alle raccomandazioni di Roghi, e a conferma del fatto
che egli è un uomo abituato a vivere pericolosamente, sta l’ultima parte della
telefonata, n° 228 del 20 dicembre 1997, ove Giancarlo per giustificarsi di un
mancato aiuto economico a Roghi gli comunica: «Ho dovuto... ah... tamponare...
ma tamponare di brutto... con parecchia... roba... parecchi confetti... abbiamo
dovuto per... per rinforzarmi... tutta la no...». E che i "confetti"
per "rinforzarsi", di cui parla, non siano dolciumi lo si evince dal
contesto della conversazione. E poi ancora:
Marocchino: «...È possibile che... e sarà
una grossa bomba... è possibile che... mi danno... domani e dopodomani... un
documento dove c’è tutti... tutti i nomi di quelle che hanno se... che hanno
fatto quel fatto... Pronto: mi senti...».
Roghi: «Sì, benissimo...».
Marocchino: «Ecco tutti i nomi di quelli
che hanno fatto... di quelli che erano sulla macchina... tutti i nomi... e...
questi nomi... tutto lì... e... è un documento che dicono che l’hanno rubato...
alla polizia... che aveva indagato...».
Roghi: «Ho capito...».
Marocchino: «Allora, se è così... la
polizia, e ti do il nome, il nome... è uno che... è un capo di qua che lavora
con quegli stronzi che sono in Italia... Hai capito chi sono?».
Roghi: «Sì, oh...».
Marocchino: «Ecco, e lui è pagato da
quegli stronzi lì, e allora se è così loro sapevano già tutto dall’inizio e
hanno nascosto tutto... hai capito?».
Roghi: «Oh, benissimo!».
Marocchino: «Ecco, mi hanno. Mi ha... in
più questo qua mi dà anche un documento dove questi qua, questo qua... prendeva
roba da quei stronzi... prendeva roba...».
Roghi: «Sì...».
Marocchino: «Prendeva roba... e una
parte di roba... e una parte di roba c’è, l’ho portata io, e lui ha rilasciato
come una specie di...».
Roghi: «Ricevuta...».
Marocchino: «...Di... ricevuta... no...
perché uno di questi ha bisticciato tra di loro... hanno bisticciato e lui...
questo qua ha rubato i documenti in... diciamo nell’archivio».
Roghi: «Ho capito...».
Marocchino: «...un documento che loro
sapevano già... del... dopo... una settimana... dopo una settimana già... il...
caso... in sé, che poi in realtà è quello che so io... in realtà però ecco
lì... è una documentazione effettiva, fatta».
Le intercettazioni della Procura di Asti,
tra l’altro, inducono a sospettare che l’archivio della Cooperazione – in
particolare quello del Fai-Fondo aiuti italiano, che inspiegabilmente è stato
trasferito a Mogadiscio e del quale si sono perse le tracce – sia precisamente
l’archivio lasciato in custodia a Marocchino, e che il faccendiere ha fatto
credere sia andato distrutto in un incendio. Proprio l’archivio del quale
l’onorevole Mariangela Gritta Grainer, in Commissione parlamentare di inchiesta
sulla Cooperazione, aveva chiesto conto all’ambasciatore Santoro:
Onorevole Gritta Grainer: «Le risulta
che l’archivio del Fai sia stato trasportato a Mogadiscio per un certo periodo?
Esiste un documento in proposito: quando la Corte dei Conti ha richiesto un
determinato dato al ministero degli Affari esteri, in particolare al
Dipartimento per la Cooperazione (e se non sbaglio lei era già lì), è stato risposto
che l’archivio del Fai era stato trasportato a Mogadiscio. Come mai? E
successivamente, dopo che il ministero degli Esteri rispose che era stato
riportato in Italia, la richiesta documentazione relativa a tutti i progetti
che la Corte segnalava come sbagliati, non è stata esibita. Tali documenti non
sono mai esistiti? O sono andati persi?».
Ambasciatore Santoro: «Non so cosa sia
successo, probabilmente lo saprà il mio predecessore che aveva responsabilità
nel periodo in cui questo archivio è stato acquisito dalla Direzione generale
per la Cooperazione».
In quell’archivio potrebbero esserci le
prove documentali delle sovrafatturazioni che hanno finanziato i diversi
traffici nascosti dietro la Cooperazione. Documenti che preoccupano tanto
"il generale" di cui parla Marocchino (probabilmente un generale del
Sismi), il quale sembra alla ricerca di informazioni sull’omicidio Alpi-Hrovatin.
Informazioni anch’esse a scopo ricattatorio.
* * *
Dalle intercettazioni telefoniche
effettuate dalla Procura di Asti emerge chiara l’implicazione diretta di alcuni
agenti del servizio segreto militare italiano, se non nella esecuzione, almeno
nella copertura del duplice omicidio di Mogadiscio. L’inchiesta astigiana
sembra confermare ulteriormente l’ipotesi che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
avessero scoperto un traffico di armi (o forse di rifiuti tossici) che avveniva
attraverso le navi della Cooperazione. La scoperta di questi traffici, oltre a
vanificare un ricco canale affaristico, avrebbe potuto rivelare le collusioni
fra esponenti dei servizi segreti militari, settori della Cooperazione nel
ministero degli Esteri, e trafficanti internazionali di armi.
Appendice
IN RICORDO DI ILARIA E MIRAN
Corrispondente di guerra
«Il cinico non è adatto al mestiere
di corrispondente di guerra o di corrispondente estero. Questa professione
presuppone una certa comprensione per la miseria umana, esige simpatia per la
gente.»
[Rizard Kapuscinski, Lapidarium 2,
Feltrinelli]
In ricordo di Ilaria Alpi
Curriculum vitae
Ilaria Alpi, nata a Roma il 24 maggio 1961.
Diploma di
maturità classica conseguito presso il liceo ginnasio "Tito Lucrezio
Caro" di Roma. Diploma di laurea in Lingue e Letteratura straniere
moderne, conseguito presso l’Istituto di Lingue orientali dell’università di
Roma "La Sapienza", il 3 dicembre 1986 (votazione: 110 su 110) con la
tesi in Islamistica dal titolo «La questione della terra sotto il dominio
ottomano (XIX): esiste una specificità libanese?».
Ottima
conoscenza orale e scritta della lingua araba. Borse di studio concesse dal
governo egiziano tramite il Ministero degli Affari esteri italiano negli anni
1985 e 1987. Corsi di lingua araba a Roma presso il Centro culturale arabo e al
Cairo presso il Centro Culturale Francese, e l’Università Americana; e a Tunisi
nella scuola "Burghiba".
Ottima
conoscenza orale e scritta della lingua francese. Diploma Alliance Française
ottenuto presso il Centro culturale francese di Roma ("Tres onorable").
Ottima
conoscenza orale e scritta della lingua inglese. Corsi seguiti presso il British
Council del Cairo.
Collaborazioni
giornalistiche a Roma e dal Cairo con le redazioni Spettacoli e Esteri di
"Paese Sera" (luglio-dicembre 1987), con la redazione cultura de
"l’Unità" fra il 1988 e il 1989. Da maggio 1988 a luglio 1989, corrispondenze
quotidiane dal Cairo per "Italia Radio".
Serie di
traduzione (arabo-italiano) per il Ministero del Turismo Egiziano. Ha
collaborato inoltre con i seguenti quotidiani e settimanali: "il manifesto",
"Noi donne" e "Rinascita".
Iscritta dal
1989 all’Albo dei giornalisti pubblicisti.
Concorso Rai
da praticante giornalista effettuato nel marzo 1989.
Dal marzo 1990
assunta da Rai Sat.
Dal dicembre
1990 trasferita al "Tg3" redazione Esteri.
Esame da
giornalista professionista nell’ottobre 1992.
Inviata del
"Tg3" a Parigi, Marocco, Belgrado, Zagabria.
Inviata per
sette volte in Somalia (dal dicembre 1992 al marzo 1994).
20 marzo 1994:
uccisa, insieme al suo operatore Miran Hrovatin, a Mogadiscio Nord.
* * *
Enzo Biagi: «Non conoscevo Ilaria Alpi, una giovane
collega della Rai, né Miran Hrovatin, il cameraman che l’accompagnava. Erano
andati a Mogadiscio, li hanno abbattuti con fucili mitragliatori, poi un colpo
alla nuca. Poveri bravi ragazzi. Forse avevano visto e capito troppo: forse
l’agguato nasce da vecchie complicità, da porcherie combinate da potenti della
Somalia con potenti di Roma. Crescono i misteri della nostra storia, ma mi
ostino a credere che c’è una certa nobiltà nel nostro mestiere nonostante
tutto. Qualcuno ancora ci crede» [137].
* * *
Massimo Alberizzi: «Ilaria, amica mia, io ti ricordo
così. Ci conoscemmo nel dicembre 1992. Ilaria fece subito capire di che pasta
era fatta. Invece di passare il Natale a Mogadiscio, in ambasciata o da
Giancarlo Marocchino, che prometteva per quell’occasione aragoste e champagne,
decise di partire per Merca. Due giorni nell’inferno del cronicario di Annalena
Tonelli: "Non sono venuta per divertirmi", confidò. "Sono qui e
voglio vedere e capire, ma sopratutto imparare a fare questo mestiere".
Ilaria conosceva perfettamente le difficoltà di lavorare in Somalia. Lei era
irritata per l’inaffidabilità delle fonti. Nessuno laggiù dice la verità. Né i
somali, né gli addetti stampa del’Onu, né quelli dei vari contingenti. Da qui
la necessità di lavorare per strada, per essere testimoni oculari di quello che
sta accadendo, verificando le notizie, cercarle per poi sbatterle in faccia
agli interlocutori che mentono. Sapeva che alle fonti non ci si può legare,
pena la soggezione.
Quel
pomeriggio [12 luglio 1993, bombardamento di Mogadiscio] intorno alle 3, i
somali portarono davanti ai cancelli dell’albergo Sahafi un camion carico dei
loro cadaveri. Ilaria uscì. Voleva vedere, voleva documentare. Fu Ali, il mio
autista, quello che avrebbe guidato la sua auto quel tragico 20 marzo, giorno
del fatale agguato, che con uno spintone la ricacciò oltre il cancello all’interno
del cortile dell’hotel. Si era accorto che un uomo voleva accoltellarla. Ilaria
non ha mai chiesto di essere scortata dai militari. D’altro canto sapeva che a
Mogadiscio tutti i corrispondenti stranieri ironizzavano su quei colleghi
italiani (ed erano parecchi) che si muovevano solo (o quasi) sui camion dei
parà. (Ironizzano, comunque, anche sui soldati, che giravano con il codazzo dei
reporter.) "I ruoli dei militari e dei giornalisti sono diversi ed è bene
che restino separati", sosteneva lei caparbiamente. Per questo suo
atteggiamente eticamente integro e alieno ai compromessi, per la sua serietà
professionale e la sua innata allegria era amata da tutti al Sahafi.
Montammo un
casino, insieme a Ingrid Formanak della Cnn, quando i responsabili dell’Onu
decisero che i giornalisti, al momento di passare i check-point, avrebbero
dovuto imbracciare le armi togliendole alle loro guardie del corpo. "Per
la Convenzione di Ginevra i reporter non possono portare armi", protestò
in piena conferenza stampa. E il maggiore David Stockwell, capo dell’ufficio
stampa dell’Onu, dovette rinunciare a questa curiosa trovata.
Ilaria, prima
di partire, mi aveva detto che andava: "Con un uomo in gamba. Sai, ho
trovato un free lance. Qui alla Rai nessuno vuole venire. È bravissmo. Ha
lavorato parecchio in Bosnia". Già, un free lance cui toccano spesso i
compiti più ingrati. Chi ha difeso le speranze di queste persone (e Ilaria le
aveva a cuore) non ha potuto non pensare con rammarico a Miran e a quanto le
sue cronache filmate dalla Bosnia e il suo estremo sacrificio abbiano
rappresentato per il giornalismo. Già, ma lui, per la legge, non era neppure un
giornalista» [138].
* * *
Sara Scalia: «Ilaria Alpi, 32 anni, giornalista caduta
sul fronte della ricerca della verità. Per i corridoi della Rai, moquettati e
soffusi di luci basse, incontri sempre giovani donne, fruscianti di seta e
gabardine, odorose di colonia, pettinate. Ilaria ti veniva incontro con i suoi
gonnelloni fiorati. Camice colorate un po’ informi che avevano il compito di
nascondere un seno che lei trovava troppo generoso, i lunghi capelli sciolti
sistemati un po’ così. Sembrava sempre di ritorno da una spiaggia. Le
tintinnavano intorno i braccialetti, le collane, rilucevano sulle piccole
orecchie quei tre quattro orecchini, suo unico vero vezzo. Così si era
presentata una mattina, tre anni fa, al direttore del "Tg3", in tasca
la vincita del concorso per giornalisti Rai. E così era rimasta. Non aveva il
tailleur della giovane donna in carriera e non ne aveva neppure la testa. Il
termine è caduto in disuso, ma a Ilaria accanto alla parola giornalista,
bisognava accoppiare la parola "militante". Non inteso come
schieramento politico o partitico (non aveva tessere, nessuno l’aveva mai vista
in compagnia di un uomo politico, mai in una segreteria di partito), ma come
scelta di campo nel suo terreno. Quello delle cose africane. Parlava l’arabo,
aveva vissuto per un periodo al Cairo. Aveva tenuto quei contatti: le amicizie
con i giornalisti, gli intellettuali del mondo islamico. Di recente si era
battuta per la creazione di un Comitato di donne contro l’infibulazione. E non
partiva mai per un viaggio di lavoro senza studiare, senza prepararsi, senza
leggere l’ultimo libro che era uscito su quella vicenda. Perché Ilaria era una
giornalista, una militante, una intellettuale. Con l’aria distratta di chi
torna sempre da una spiaggia» [139].
* * *
Fra le carte di Ilaria c’è una cartellina nera, intestata
"Somalia-Moga-12 luglio 1993": dentro ci sono ritagli di giornale e
dispacci Ansa.
C’è una pagina
de "La Stampa" del 13 luglio 1993. «Ore 10, massacro a Mogadiscio.
Gli elicotteri americani scatenano l’inferno. Ho visto quella folla linciare i
giornalisti. Erano pochi metri davanti a noi. Li hanno circondati e poi uccisi
a randellate. In battaglia con il taccuino. Così muoiono i soldati della notizia».
C’è un
dispaccio Ansa delle ore 16.23. «Incolume l’inviata del "Tg3". Si è
risolta solo con una gran paura l’avventura di Ilaria Alpi. L’inviata del
"Tg3" data per uccisa oggi a Mogadiscio da alcune fonti
giornalistiche. La troupe del "Tg3" è stata aggredita, come altre,
dalla folla mentre cercava di avvicinarsi al luogo dei bombardamenti americani,
ma è riuscita a mettersi in salvo» [140].
L’Ansa riferisce che la giornalista alle ore 14.30 riesce a trasmettere il
primo pezzo da Mogadiscio per l’edizione del "Tg3", a due ore
dall’eccidio.
Il giornalista
Igor Man scrive: «Se a un calciatore salta un menisco esce dal campo e per un
po’ non gioca. Se un pompiere ha la febbre si mette a letto. La giornalista
Ilaria Alpi, inviata del "Tg3", anziché imbottirsi di aspirina e
dormire ha fatto comunque il suo servizio e lo ha trasmesso come tutti i
giorni. Ed era scampata lei con il suo operatore al linciaggio e aveva visto la
morte in faccia. Con questo non voglio dire che i giornalisti di guerra siano
chissà chi, solo che fare quel mestiere, scelto liberamente, presuppone la
capacità di spendersi, è una entità astratta, ma potente, indispensabile, che
si chiama libertà di stampa. Questo la gente farebbe bene a tenerlo a mente».
Quell’eccidio,
che aveva stroncato le vite dei fotografi Hansi Kraus, Hos Maina, Dan Eldon
assieme al tecnico del suono Anthony Macharia aveva molto impressionato Ilaria.
Poco tempo prima di morire, Ilaria aveva inviato un fax al collega del
"Corriere della Sera" Massimo Alberizzi, esprimendo il desiderio che
si potesse vedere anche in Italia la mostra "Imagines of conflict",
al momento allestita a Nairobi; l’esposizione raccoglieva le migliori immagini
scattate a Berlino, in Bosnia e in Somalia dai fotografi assassinati a
Mogadiscio. Il 28 giugno 1994 l’auspicio di Ilaria si era concretizzato:
"Morire in Somalia", mostra organizzata dall’Agenzia Reuters in
collaborazione con il "Corriere della Sera", la Rai e la Federazione
nazionale della stampa, era stata presentata a Milano, al Circolo della stampa.
Ilaria certo non pensava che la mostra sarebbe stata dedicata anche a lei.
La giornalista
Giliola Foschi illustra una immagine che riprende Ilaria mentre, quasi avvolta
dalle donne somale che l’avevano accolta tra loro, donna fra le donne, e
amavano accarezzare i suoi strani capelli biondi. L’edizione milanese –
dedicata a Ilaria e Miran – era arricchita di una nuova sezione di fotografi
italiani: Isabella Balena, Raffaele Ciriello, Cristiano Laruffa, Danilo
Malatesta e Eligio Paoni.
* * *
Amedeo Ricucci (giornalista di "Avvenimenti" [141]),
raccontando le giornate trascorse in Somalia con Ilaria e Miran, ricorda: «A
differenza di altri giornalisti interessati sopratutto all’evoluzione della
situazione politica e agli accordi fra i vari signori della guerra, Ilaria
voleva capire come reagiva la Somalia "profonda" al rientro dei principali
contingenti dell’Unosom italiani e americani in testa... "Qui la
situazione è troppo confusa", mi disse a Mogadiscio, mercoledì, prima di
partire per Bosaso; "Per capire bisogna andare in giro, parlare con la
gente. Altrimenti si è prigionieri della velina, oppure degli organismi
umanitari che hanno interessi quaggiù"...».
Cristiano Laruffa: «L’amore che aveva Ilaria per il suo
lavoro. Il giornalismo di inchiesta, per Ilaria non era una professione, era un
impegno morale. Aveva fatto amicizia con la gente somala. Era entusiasta di far
parte dell’associazione Ida (un movimento di donne somale). Per lei non era
difficile dialogare con loro: profonda conoscenza della lingua del posto,
specializzazione in cultura musulmana, e tanta passione per quel Paese. Tutti i
requisiti fondamentali per chi ha il compito di raccontare la storia di quella
popolazione. Voleva essere al centro del fatto e per questo voleva il cameraman
sempre appresso a lei. Adottava la stessa tecnica dei fotografi. Sul posto o ci
sei o non ci sei. Poche storie. Una foto non te la puoi certo inventare. Ecco,
Ilaria usava questo metodo, quello dei fotografi. I suoi servizi erano
rigorosamente autentici» [142].
Fausto Biloslavo: «All’hotel Al Sahafi, sede della stampa
internazionale. Fra un sorso di whisky, un’occhiata nel mirino di una
telecamera a visione notturna e il pericolo di inciampare sui cavi delle
parabole per le comunicazioni satellitari, potevi andare a sbattere contro
volti noti della Cnn o incontrare Ilaria Alpi del "Tg3". Ilaria... occhi
limpidi, chioma fluente, non era una bellezza stereotipata da anchorwoman, ma
aveva un cuore da cronista. Sul tetto del Sahafi abbiamo discusso
sull’interpretazione dei fatti in Somalia e su qualche suo servizio sul
"Tg3" che non piaceva: io la chiamavo giornalista di
"Telekabul", e lei agente della Cia, ridendoci sopra. In Somalia il
tetto dell’hotel Al Sahafi resterà deserto, e in Italia, fra tante penne
sporche e poche realmente pulite, di Ilaria rimarrà solo una penna
insanguinata, ma una penna vera» [143].
Indro Montanelli: «Di corrispondenti di guerra io che
sono ormai il veterano di più lungo corso credo di intendermi: Ilaria lo era».
Enrico Deaglio: «Ci vuole energia e tenacia in queste
inchieste. Non bisogna lasciarsi scoraggiare. Bisogna saper aspettare. Ma non
so bene perché, io ero piuttosto demoralizzato. Ripensavo a quel filmato, in
quel luogo così lontano da tutto, con quella ragazza in sandali che era andata
fino lassù e mi sembrava di vederla come se la ripresa televisiva fosse stata
fatta dall’alto, molto dall’alto, fino a ridurla a un puntino sperso su una
grande mappa» [144].
Ilaria Alpi: «Qual è stata la mia esperienza più
sconvolgente in Somalia? L’incontro con Leila, la giovane somala quasi linciata
dalla folla: mi ha chiesto se la televisione aveva mandato in onda le immagini
di lei denudata. Le ho risposto di no».
* * *
Il bisnonno paterno di Ilaria, Filippo Quirighetti, nella
notte del 25 novembre 1896 venne ucciso a La Folè, nei pressi di Mogadiscio. Fu
il massacro della carovana dell’esploratore Antonio Cecchi. Una storia
drammatica raccolta da Gian Carlo Corada nel libro La Folè. Un dramma dell’Italia coloniale. Nella prefazione, Angelo
Del Boca scrisse: «Un’inchiesta condotta alla spiccia, senza tanti
ripensamenti, più per calmare l’opinione pubblica italiana che per scoprire i
veri colpevoli».
Sembra che le
cose non cambino mai in questo nostro Paese. Ilaria, spesso, sorridendo
ripeteva: «Non abbiate paura. Noi alla Somalia abbiamo già dato...».
In ricordo di Miran Hrovatin
«Ho iniziato a lavorare con Miran all’agenzia televisiva
Alpe Adria nel 1975 [145].
Nel corso del primo anno di lavoro abbiamo ripreso tantissime celebrazioni
nella ricorrenza del trentennale della Liberazione. Quindi so fin troppo bene
cosa Miran pensasse delle celebrazioni e ricordo le sue immancabili battute
ironiche quando si andava a fare le riprese. Ci scherzava sempre, ma non in
modo superficiale o cinico; sapeva, infatti, perché ci riunivamo, e ancor oggi
ci riuniamo, e perché continuava riprendeva con la sua cinepresa tante
celebrazioni: perché, nel rinnovare il ricordo delle persone che ci hanno dato
qualcosa di importante, c’è la vera essenza del nostro essere una comunità.
Mi è difficile
parlare di Miran, e non solo perché immagino con quale ironia avrebbe
commentato le mie parole. Mi è difficile parlare pubblicamente di una persona
che non è stata soltanto un collega di lavoro, ma soprattutto un caro amico
nella vita. Ma mi è soprattutto difficile parlarne, perché Miran è stato una
persona fuori dall’ordinario, una personalità non comune e particolare, come sa
bene chiunque lo abbia conosciuto, anche se solo in modo superficiale.
Non è
possibile riassumere l’essenza di Miran in un solo concetto, Perché non è stato
solo un buon cineoperatore. Penso che Miran sia stato soprattutto un uomo
buono, un uomo senza nemici. Aveva un’infinità di amici e conoscenti negli
ambienti più diversi: nell’ambiente della comunità slovena, nel quale è
cresciuto, ma anche nell’ambiente italiano, oltre confine e sparsi per il
mondo, dove si era affermato professionalmente.
Miran piaceva
alla gente, perché era sempre disponibile a dare un aiuto. Non c’era niente di
più facile che chiedere a Miran un consiglio per un acquisto, per la scelta di
un apparecchio tecnologico, ma anche chiacchierare con lui fino a notte
inoltrata parlando delle proprie difficoltà e dei suoi problemi. Miran sapeva
sempre trovare una parola di incoraggiamento e di conforto per tutti. Miran era
un uomo con il cuore in mano, trasparente e onesto, che non fingeva, e chiunque
poteva capire chi era e com’era.
Era
indubbiamente un buon cineoperatore; la natura lo aveva dotato di una mano
ferma e di uno sguardo acuto, ma aveva anche il senso della notizia,
dell’informazione che derivavano dal suo essere un acuto osservatore di uomini
e fatti. Aveva anche un gran senso estetico per l’immagine, e quindi ha avuto
successo non solo come operatore di riprese di cronaca e di documentari, ma
anche di spot e video-clip, nei quali poté unire il suo amore per l’immagine
con il piacere per la musica.
Indubbiamente
Miran diede il suo più grande contributo professionale nel corso degli ultimi
anni con i reportage di guerra dalla ex Jugoslavia, soprattutto dalla Bosnia.
Tra i giornalisti era conosciuto e ben voluto, a chiunque piaceva lavorare con
lui proprio per la sua grande disponibilità nel lavoro, ma anche per la sua
vivace e coinvolgente personalità. Lo cercavano, perché conosceva le
popolazioni della ex Jugoslavia, perché spesso sapeva cose di questa realtà
complessa che erano sconosciute ai giornalisti italiani. Era scrupoloso nel suo
lavoro, per cui era in grado di essere critico anche verso il lavoro altrui:
era disponibile a perdonare ai giornalisti qualsiasi manchevolezza, ma non la
superficialità e l’assenza di coinvolgimento emotivo nella tragedia bellica.
Cercavano Miran non solo perché, come sloveno, era di casa con le lingue
locali, ma soprattutto perché conosceva quella gente, della quale, da giovane
pioniere aveva cantato che erano tutti come fratelli e sorelle, sentimenti che
mantenne anche durante la guerra.
Per quanto
riguarda la guerra in Bosnia, credo che Miran sia tanto più degno di
apprezzamento, in quanto seppe dimostrare non solo di essere un buon operatore,
ma soprattutto una persona buona e pietosa verso coloro che soffrono. Forse si
potrebbe pensare che sia contrario a un’astratta etica professionale, che
vorrebbe imporre al cronista un distacco dagli avvenimenti, ma Miran è stato
spesso capace di non rispettare gli ordini impartiti a giornalisti e operatori
dalle autorità militari delle Nazioni unite, tanto che ogni volta che partiva
per Sarajevo, portava con sé una valigia piena di tutti gli aiuti che
raccoglieva a Trieste, mentre da Sarajevo riportava a Trieste messaggi delle
persone che la bufera della guerra aveva disperse nel mondo. E ancora da
Sarajevo assediata aiutò a far uscire tante persone, tra cui disertori, che
rispettava profondamente, e altri, che devono proprio a lui la vita. A Trieste
portò persino un cagnolino di cui ebbe pietà, perché amava tutto quello che al
mondo c’è di bello e buono. In questa azione di contrabbando umanitario fu
aiutato dalla sua straordinaria capacità di arrangiarsi e di pensare in modo
positivo. Miran non si arrendeva mai davanti alle difficoltà, cercava, e quasi
sempre trovava una via d’uscita anche per i problemi più complicati. Questa sua
attività umanitaria in Bosnia è meno conosciuta, ma credo sia degna del più
grande rispetto, perché testimonia che Miran fu un uomo di nobili sentimenti,
il che vale più di qualsiasi capacità tecnica.
Parlava
malvolentieri dei pericoli ai quali inevitabilmente si esponeva nel vortice
della guerra, malgrado la sua prudenza. Talvolta raccontava cos’è, senza enfasi
di come aveva dovuto percorrere una sera, tutto solo, il viale dei cecchini a
Sarajevo, svariati chilometri di strada battuti dai cecchini che avevano ammazzato
già centinaia di passanti innocenti: l’autista, che avrebbe dovuto riportarlo
in albergo, si era addormentato, ma Miran non era particolarmente arrabbiato:
quello che conta è che tutto sia finito bene, diceva. In un’altra occasione un
cecchino colpì la sua automobile e dovette aspettare diverse ore chiuso
all’interno, prima che venissero a salvarlo con un blindato: sapeva descrivere
molto bene il rumore dei proiettili che colpivano la lamiera della sua macchina.
Conobbe da vicino i vari responsabili, per non dire criminali, che dirigono la
guerra in Bosnia: ne parlava malvolentieri e in genere, quando raccontava
qualcosa della guerra, era molto riservato e quasi distaccato. Preferiva
parlare della gente comune, delle loro difficoltà e sofferenze quotidiane, che
non voleva e non sapeva accettare.
Ma quello di
cui preferiva parlare era la sua vita, i suoi numerosi interessi, gli amici, la
bella casa che si è costruito sulla Salita di Contovello, la sua famiglia,
Patrizia e il figlio Ian. La sua vita fu movimentata e anche emozionante; girò
il mondo, viaggiando in affascinanti località tropicali, come anche nel cuore
degli avvenimenti più drammatici degli anni recenti. Il centro della sua vita,
però, fu sempre la sua famiglia, alla quale dedicò il suo tempo libero, i suoi
sforzi, le sue speranze, forse anche gli ultimi pensieri. Il successo
professionale rappresentava per Miran solo un mezzo per rendere la sua vita più
ricca di esperienze e di emozioni.
Il filo di
questa vita bella, piena di slanci e di amore, è stato strappato dalla
violenza, un anno fa a Mogadiscio. Perché? Non c’è ancora una risposta, e forse
non sapremo mai chi e perché ha ucciso Miran e Ilaria Alpi. Forse non è neanche
così importante saperlo, visto che davanti a noi c’è il fatto crudo che Miran
non c’è più. La violenza cieca, in Africa come altrove nel mondo, anche vicino
a noi, e ogni giorno divora migliaia di vite. Già prima di Miran tre altri
giovani dei nostri luoghi, tre colleghi sono caduti a Mostar. Anche in
quell’occasione la nostra comunità pagò un tributo di sangue. Forse non è un
caso, se in così breve tempo, due sloveni sono stati uccisi mentre lavoravano
per informare il mondo dai campi di battaglia: i nostri cronisti sono uomini di
confine che forse conoscono meglio degli altri le diversità del mondo e sanno
adattassi a queste diversità.
Miran faceva
parte della nostra comunità slovena ed era conosciuto come sloveno qualsiasi
ambiente frequentasse. Lo ricordiamo, oggi, a Barcola, dove ha trascorso gli
anni della pienezza della vita e dove la Comunità locale ha deciso, lo scorso
anno, di accogliere i suoi resti nel piccolo cimitero. Domani, quando sarà un
anno esatto da quella tragica domenica 20 marzo 1994, nella sede della Rai di
Trieste sarà aperta una mostra di fotografie e di riprese di Miran. Lunedì
prossimo ci sarà, invece, al Teatro Miela un concerto rock in memoria di Miran.
Alcuni amici abbiamo scritto una brevissima presentazione per il concerto di
Miran: mi sembra che in pochissime parole dica molto su Miran e ho la
presunzione che queste parole gli sarebbero piaciute. Per questo ve le leggo:
"Miran Hrovatin è nato sotto il segno dei gemelli nel 1948. È stato
fotografo, venditore, cineoperatore, triestino, sloveno, cittadino del mondo.
Domenica 20 marzo 1994 è stato ucciso a Mogadiscio".
Perché
ricordare Miran con un concerto? E come, diversamente? Perché nella vita di
Miran c’è stata tanta musica, energia, curiosità, voglia di scoprire cose,
luoghi e persone, fare, produrre, ridere e far festa, parlare, ascoltare. E
tanti amici, affetti e amore, Patrizia e Ian. Gioia di vivere.
Nell’orrore di
Sarajevo molto spesso Miran ha lasciato la cinepresa per afferrare qualche
mano. E adesso, libero, ancora vagabonda nel ricordo e nella libertà di tanti.
Miran resta per noi così: una musica forte e bella che sentiamo ancora.
Sergij Premru,
Barcola, 19 marzo 1995.»
* * *
Il giorno dopo l’omicidio di Mogadiscio, la collega di
Miran, Ani Pertot, ha appuntato brevemente i suoi sentimenti sul quotidiano
sloveno di Trieste "Primorski Dnevnik":
«Come un
bambino vorrei rimettere indietro le lancette di tutti gli orologi. Indietro,
per ritrovare la pace di quella domenica, il profumo del caffè, la lettura dei
giornali. Ma soprattutto non vorrei sentire la voce di Sergij al telefono, le
sue parole: hanno ucciso Miran. Miran, Miran chi? Come se, di amici di nome
Miran, ne avessi tanti. La mia mente si ribella. Si ribella il cuore. Ma poi la
realtà irrompe, prepotente, in questa domenica di marzo, portando ore di
dolore, scandite da crudeli immagini che sono lì, a testimoniare che una mano
armata ha ucciso Miran, il nostro Miran. Lui non c’è più, non ci sono più i
suoi occhi sgranati, i suoi mitici ritardi, le sue inverosimili
giustificazioni, il suo sorriso. Non c’è più neanche la sua borsa, il suo mondo
in miniatura. Una borsa piccola, nella quale riusciva a stipare l’inverosimile:
l’aspirina per un mal di testa improvviso, la caramellina per un alito a prova
di intervista, il coltellino svizzero, quello dai mille usi, pronto per ogni emergenza.
Quanto lo sfottevamo per queste sue manie, ma con lui ci sentivamo anche
protetti: Miran era capace di risolvere tutte le emergenze.
La borsa,
Miran, dove avevi lasciato domenica quella tua borsa con qualcosa di magico che
avrebbe potuto salvarti la vita, fermare quegli spari, non portarti così
lontano da noi, non strapparti a quelle tue tanto amate creature, alla tua
Patrizia, al tuo Ian. C’era sempre una loro fotografia, la più recente, la più
bella, in quella tua borsa. A loro va oggi il mio pensiero, e chiedo a Patrizia
di abbracciare stretto stretto Ian anche per tutti gli amici del suo grande
papà.
* * *
Patrizia: "Non odio chi lo ha ucciso" è il
titolo di un articolo di Sergij Premru pubblicato il 20 marzo 1995 dal
quotidiano della Comunità slovena del Friuli-Venezia Giulia "Primorski
Dnevnik", con il quale Miran Hrovatin aveva anche collaborato come fotografo.
Secondo una
regola non scritta, un giornalista non dovrebbe mai scrivere degli amici,
perché non può essere distaccato e obiettivo come dovrebbe essere. Intervistare
Patrizia Hrovatin mi sembra una violenza, un rigirare il coltello nella piaga
della sua sofferenza che ben conosco, ma che nello stesso tempo credo di non
potere immaginare appieno. E così non me la sento di chiedere niente, e invece
delle domande che mi ero preparato, mi ritorna in mente l’immagine di Patrizia,
un anno fa, quella terribile domenica 20 marzo, quando se ne stava impietrita
in giardino, senza una lacrima.
E mi pose
quell’unica, terribile domanda: "È vero?". "Sì, Patrizia, è
vero". "E come faremo adesso, con Ian, come ce la faremo?".
"Ce la farai, Patrizia, vedrai che ce la farai...".
Un anno dopo
siamo davanti alla grande finestra della sua cucina. La vista è straordinaria,
spazia sull’inchiostro nero del golfo, dove brillano le luci delle navi alla
fonda e, in lontananza, quelle della costa istriana, poi verso destra quelle di
Grado. Ian dorme nel grande letto, dalla parte dove dormiva Miran.
"Hai
visto Patrizia, hai visto che ce l’hai fatta...".
"Sì, nel
corso di questo anno sono cresciuta. Ero vissuta con Miran per 15 anni e con
lui sono cambiata profondamente. Mi chiamava Pupi. Con lui mi sono trasformata
da una ragazzina viziata – anche se non me ne rendevo conto – in una donna. E
con Miran è cresciuto anche Ian, che sta venendo su bene perché ha avuto da suo
padre una base sana e solida. Assomiglia molto a suo padre: Ian è sempre
allegro, è forte, non litiga con nessuno, sorride sempre, aiuta volentieri gli
altri e non si vanta dei suoi successi, non si dà arie con il suo sapere.
Certo, anche Ian soffre, ma è così schivo, non vuole mostrare il suo dolore. Ha
pianto soltanto all’inizio, ha detto, quella volta, che non era giusto avere
vissuto soltanto otto anni con suo padre. Che ragazzo meraviglioso sarebbe
stato, se avesse avuto la possibilità di crescere con Miran...".
"In
questo anno ho fatto tutto quello che dovevo fare: ho tolto da sola persino le
foglie secche che si erano accumulate sul tetto. Anche prima ero spesso sola,
negli ultimi anni Miran era sempre in giro, in Jugoslavia, in Bosnia. Però mi
telefonava tutti i giorni, veramente ogni giorno, in qualunque posto del mondo
si trovasse. Una sera ho visto alla televisione un servizio dalla Bosnia e ho
riconosciuto la sua macchina, crivellata dai colpi dei cecchini vicino
all’aeroporto di Sarajevo. Guardavo e pensavo molto freddamente: Beh, te la sei
cavata, Miran! Avevo fiducia in lui. E quando, poco dopo, squillò il telefono,
io sapevo già che era lui: Hai visto la mia macchina? mi chiese. Vivere con lui
era così, e io lo accettavo, perché era il suo lavoro.
In verità sono
stata preoccupata durante tutti gli anni della guerra in Bosnia, ero tesa, ma
dopo Mostar è stato molto peggio. Quando sono morti i tre colleghi di Miran [D’Angelo, Lucchetta, Ota uccisi da una
granata un mese prima di Miran, ndr], qualcosa si è spezzato in me: ho
realizzato che si poteva morire. Gli ho chiesto di lasciare, e anche i parenti
e gli amici erano preoccupati. Ma lui ripeteva che il lavoro è lavoro, non
posso lasciare, ma sarò molto prudente. Per lui la Bosnia non rappresentava
soltanto un lavoro, ma tante altre cose, i rapporti con la gente, con i
giornalisti che sapeva guidare, per i quali organizzava tutto, faceva da
traduttore, li consigliava. Tutti volevano lavorare con lui, e lui era
contento, gli piaceva il successo nel lavoro e nella vita. In questi anni di
guerra abbiamo sistemato, in verità l’ha sistemata soprattutto lui, questa
casa; è riuscito persino a organizzare il trasloco, per telefono, dalla Bosnia.
Il lavoro era per lui molto importante, in particolare il lavoro per la
Videoest, di cui era fondatore.
"Ma al di
là del lavoro, a Miran piaceva il rapporto con la gente, con le vittime della
guerra. Portava a Sarajevo valigie piene di cose, da Sarajevo tornava con
lettere e messaggi. Ha aiutato molte persone a lasciare Sarajevo, e tu sai come
sapeva organizzare bene le cose a cui teneva. Ha portato dalla Bosnia, in barba
a tutti i divieti dei militari, persino un cagnolino, spaurito e abbandonato.
Aiutare la gente, fare qualcosa per gli altri lo rendeva felice.
"E poi
c’è stata la Somalia. Io avevo paura dell’Africa, era la prima volta che avevo
veramente paura, e non volevo che ci andasse. Prima della partenza sono stata
particolarmente dura: non andare questa volta, sei stanco, il viaggio è stato
organizzato male. Rimani... Ma l’inverno precedente in Bosnia era stato molto
freddo, e Miran aveva voglia di Paesi caldi. Con Miran abbiamo viaggiato
sempre, molto, negli ultimi anni anche assieme a Ian, ma non era mai stato in
Africa. Era curioso, guardava al lavoro in Somalia come a una vacanza...
"La sera
prima che fosse ucciso, mi ha telefonato: com’e bello qui, Pupi, provo le
stesse sensazioni che in Nepal, ti ricordi tutta quella gente, i colori vivaci,
gli odori penetranti e forti. Tornerò in Somalia, ci torneremo tutti insieme
per le vacanze, è proprio bello... La povera Ilaria voleva come cineoperatore
proprio lui, perché lo conosceva come un bravo operatore e un buon
organizzatore. E così sono partiti per Mogadiscio e poi per Bosaso, da dove
dovevano tornare a Mogadiscio dopo tre [un
giorno, ndr] giorni. E invece a causa di vari ritardi, sono rimasti a
Bosaso per sette [tre giorni, ndr]
giorni. Mi ha telefonato prima della partenza da Bosaso, dicendo che tutto era
a posto e sotto controllo. Nell’ultima foto è ritratto sulla spiaggia,
abbronzato, sorridente. Mi hanno ridato la sua valigia: ci sono conchiglie, il
guscio di una tartaruga. Non ho ancora vuotato quella valigia, non ho messo ancora
niente a posto...
"Poi,
quando sono tornati a Mogadiscio, è successo... Perché è stato ucciso? Non lo
so, devo dire che in fin dei conti neanche mi interessa poi molto sapere il
perché. Forse li hanno ammazzati perché Ilaria cercava di approfondire qualcosa
che non avrebbe dovuto scoprire. Forse gli assassini hanno fatto un favore a
qualche politico italiano, implicato in chissà cosa. Forse è vero ciò che
pensano i signori Alpi, oppure, molto banalmente, non c’è nessuna ragione,
perché laggiù la vita non vale niente...
"Io non
odio nessuno, in me non ci sono né odio né risentimento. Neanche verso coloro
che lo hanno ucciso. Non odio e non voglio odiare nessuno, perché so che
trasmetterei questo sentimento a Ian. Io voglio che Ian diventi una bella
persona. Perché io amo mio figlio come amo Miran".
Dalla bella
casetta rosa si scende verso la Strada di Contovello lungo una ripida
scalinata, cosparsa di foglie strappate dalla bora. Sento un gran freddo, dopo
questa intervista nel corso della quale non ho potuto o saputo fare delle
domande, ma solo ascoltare e, con difficoltà scrivere qualcosa di una lunga
chiacchierata davanti a una finestra sul mare nero.»
Miran, di Matteo Moder
«Dentro quel mercato
sangue e neve
l’occhio del tuo occhio
sempre lieve
come la terra
come il tuo pudore
che lascia Sarajevo
il suo dolore
restringersi nel tempo
o nell’oblio
dentro quel mercato
quell’addio
Passa sul viso
melodia salina
l’inverno la tua nebbia
e la mattina
che fugge la strada
rockeggiando
i ritmi dei tuoi "Ciao"
a presto, a quando?
Quando col sole a picco
sapeva che trovavi
allora hai chiuso gli occhi
negli occhi
che cantavi».
Ringraziamenti
Ringraziamo tutti coloro che ci hanno aiutato e ci
aiutano in questa difficile battaglia per la verità. Un ringraziamento esteso a
una opinione pubblica che ci ha accompagnato con segni di grande solidarietà.
Né possiamo dimenticare l’impegno professionale e la solidarietà offertaci, in
tutti questi anni, dal professore avvocato Guido Calvi, e dai suoi
collaboratori Paola Parise e Alberto Gambescia. Non crediamo di far torto a
nessuno se facciamo una eccezione ricordando la bambina Barbara Marchetti, 5ª B
scuola "G.B. Basile" di Roma, che ha dedicato a Ilaria Alpi questa
poesia:
«Eri lì per un
viaggio di pace
Eri lì per noi
Eri lì per portarci
notizie
Eri lì...
Ha scelto lei di
compiere la missione
Ha scelto lei di
aiutarci
Ha scelto lei di
rischiare,
Ha scelto lei...
L’hanno uccisa
perché portava pace,
L’hanno uccisa
perché portava amore,
L’hanno uccisa
perché era lì per noi
L’hanno uccisa
perché...
Era lì per una
viaggio di pace,
Era lì per noi
Ed
ora non c’è più».
I proventi delle vendite di questo libro verranno
interamente destinati alla battaglia per accertare la verità sull’uccisione di
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, e per sostenere iniziative di solidarietà
coerenti con quello che è stato il loro impegno umano e civile.
[1] La notizia
è firmata da Remigio Benni, il corrispondente dell’Ansa da Mogadiscio (che quel
giorno si trovava a Nairobi), e viene diffusa in Italia alle ore 14.43.
[2] Il 15 settembre 1993 due soldati italiani – Rossano
Visioli e Giorgio Righetti – erano stati uccisi a Mogadiscio, sul molo del
Porto nuovo, mentre stavano facendo jogging. Ilaria era a bordo di un mezzo
insieme al giornalista del "Corriere della Sera" Massimo Alberizzi:
avevano il radiotelefono aperto, e in diretta avevano appreso la notizia e
seguito le concitate comunicazioni militari. Alberizzi ricorda che Ilaria
avrebbe potuto dare la notizia per prima, attraverso il notiziario del
"Tg3", ma non lo aveva fatto perché non voleva che i familiari dei
due ragazzi apprendessero della loro morte dalla televisione.
[3] Questa la
sequenza con la quale è stata diffusa la notizia della morte di Alpi e
Hrovatin: ore 14.29 Italia Uno; ore 14.36 France Press; ore 14.40 Reuters; ore
14.33 Ansa; ore 14.50 "Tg1"; ore 15.00 "Tg2"; ore 15.05
"Tg3"; ore 15.25 ministero della Difesa.
[6] La Polizia
di frontiera informerà la magistratura dell’arrivo in Italia della salma di
Ilaria Alpi solo il giorno dopo la sepoltura, il 23 marzo.
[7] Intervista
trasmessa il 20 marzo 1995 (durante lo "speciale" della Rai per il
primo anniversario della morte di Ilaria Alpi).
[8] Commissione
parlamentare d’inchiesta sull’attuazione della politica di Cooperazione con i
Paesi in via di sviluppo, audizione del pubblico ministero Andrea De Gasperis
del 4 luglio 1995.
[9] Andrea
Iervolino, la cui costante collaborazione è stata ed è appassionata e preziosa.
[10] L’orario
indicato sui dispacci delle agenzie è ovviamente inteso ora italiana; l’orario
a Mogadiscio è di due ore avanti.
[11]
Interrogato dal Pm Andrea De Gasperis il 4 febbraio 1995, l’ambasciatore
Scialoja dichiarerà: «Da quanto riferitomi da personale delle Nazioni Unite che
aveva notato l’auto della Alpi essere seguita da due autovetture, tale fatto
era stato notato a due check-point lungo il percorso dal Sahafi all’Amana».
[12] Dunque,
già a poche ore dall’agguato, c’è chi testimonia dell’esistenza di un referto
medico.
[13] Sigla del
contingente di caschi blu dell’Onu impegnati nella missione "Restore
Hope" in Somalia, per esteso "United Nations Organization –
Somalia".
[14] Questo e
altri dei dispacci Ansa citati riportavano notizie raccolte dal corrispondente
dell’agenzia Remigio Benni (il quale, tuttavia, il giorno dell’omicidio non era
a Mogadiscio), avvalendosi dei suoi "stringer" (in particolare Ali
Musa).
[15] La notizia
viene confermata dall’Ansa il successivo 29 marzo: «Inchiesta Unosom – Il responsabile dell’Unosom a Mogadiscio,
l’ambasciatore Lusana Koniote, ha ricevuto la commissione di indagine, a sei
giorni dall’accaduto, di cui faceva parte un italiano appositamente nominato.
Un rapporto che avrebbe giudicato "Non soddisfacente", e perciò ha
invitato i componenti a svolgere ulteriori indagini per individuare i
responsabili».
[16] È da rilevare come l’ambasciatore Scialoja
sia rimasto a Mogadiscio anche dopo il 20 marzo, cioè dopo la partenza del
Contingente italiano.
[17] Commissione
parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione, testimonianza di Gabriella Simoni
e Giovanni Porzio del 7 marzo 1995.
[18] Nello stesso mese di giugno 1994, il ministro degli
Esteri Antonio Martino nomina Plaja ambasciatore a Lagos, in Nigeria.
[19] Notizie apprese
dai coniugi Alpi quattro anni dopo l’omicidio, quando riusciranno a parlare con
uno dei medici della nave (già interrogato dalla Commissione di inchiesta sulle
presunte violenze compiute dai militari italiani in Somalia). Nessuno dei
magistrati che si sono occupati del duplice delitto di Mogadiscio ha mai
interrogato alcuno dei medici presenti a bordo della nave
"Garibaldi".
[20] Secondo la
testimonianza dell’ammiraglio Paolo Giardini, il materiale – foto e referti
medici – è stato consegnato il 27 giugno 1996 (cioè due anni dopo l’omicidio)
al Comando gruppo carabinieri Marina per essere spedito al magistrato; sempre
secondo l’ammiraglio, in data 28 giugno 1996 lo stesso Gruppo ha trasmesso tale
documentazione alla Questura di Roma-Digos per il successivo deposito presso la
cancelleria della Procura di Roma, ma al febbraio 1998 non risultava pervenuto.
[21] Cfr.
Commissione parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione, audizione del
generale Carmine Fiore del 5 luglio 1995.
[22]
Commissione parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione, audizione di
Gabriella Simoni del 7 marzo 1995.
[23]
All’Ufficio anagrafe di Roma, pochi giorni dopo il delitto, i coniugi Alpi
richiedono un certificato di morte per espletare alcune pratiche burocratiche,
ma il funzionario comunale rifiuta di fornirglielo in quanto non sanno
precisare il nome della via e il numero civico dell’abitazione di fronte alla
quale è avvenuto il delitto di Mogadiscio. Alle loro vivaci rimostranze, il
capufficio Anagrafe spiega loro che potrebbero ottenere tale certificato se
dichiarassero che Ilaria è deceduta cadendo in mare... Riusciranno a ottenere
il certificato solo ricorrendo alla "maniera italiana": grazie a
un’autorevole raccomandazione.
[24] Lo
otterranno solo molti mesi dopo, quando il generale Fiore lo spedirà via fax a
un giornalista del "Tg3".
[25] Tale
documento risulterà poi essere stato consegnato al colonnello Giorgio Cannarsa,
Liaison officer dell’ambasciata
Italiana a Mogadiscio.
[26] Significativa, in merito alla sparizione dei block
notes, questa lettera scritta dalla giornalista Gabriella Simoni ai coniugi
Alpi in data 22 marzo 1996: «Cara Luciana caro Giorgio, sono passati due anni,
ma sembra che la gente abbia ancora voglia di pettegolezzi. So che qualcuno ha
messo in giro la voce che sui "famosi" taccuini ci fossero solo
appunti personali e addirittura "intimi" scritti da Ilaria. Come voi
sapete sono l’unica, insieme a Giovanni Porzio e all’ufficiale della
"Garibaldi", ad aver visto e letto quei taccuini. C’erano solo
appunti e time codes con l’elenco
delle immagini girate. Non credo di dover smentire delle
"chiacchiere", ma forse per voi è importante saperlo. Vi abbraccio
con affetto e spero vi lascino in pace».
[27] È stato accertato che Ilaria, durante un pranzo a casa di Giancarlo Marocchino,
comunicò ai colleghi presenti la sua intenzione di partire per Bosaso, anzi
chiese alla collega Carmen Lasorella e a Remigio Benni di accompagnarla (ma i
due colleghi avevano declinato l’invito per pregressi impegni).
Ilaria intendeva raggiungere sia Chisimaio
che Bosaso: infatti, da un documento risulta che Ilaria aveva richiesto un pass
per Chisimaio per il 21 dello stesso mese. Circostanza confermata dall’ultima
telefonata da Mogadiscio il 20 marzo: non sarebbe rientrata con il Contingente
italiano perché aveva un’altra missione da effettuare.
L’interesse di Ilaria Alpi per Bosaso è
ulteriormente documentato dalle annotazioni vergate su uno dei suoi block
notes: «Onu generale in Bosaso – futuro dell’aiuto umanitario completamente
disgiunto da quello militare – sequestro di navi – perché questo caso è
particolare – Il porto di Bosaso è il centro economico e finanziario di tutta
la regione del nord est della Somalia. Sono la pesca e le tasse portuali i
maggiori introiti della città. Proprio per questa ragione negli ultimi mesi si
è scatenata una specie di pirateria, giustificata, all’inizio, come lotta alla
pesca di frodo». Altre annotazioni: «pesca – colera – strada Garoe Bosaso –
Mugne Munye».
[28]
Commissione parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione, audizione di Giovanni
Porzio del 7 marzo 1995.
[29]
Commissione parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione, testimonianza di
Massimo Alberizzi del 21 marzo 1995.
[30] Ilaria
parte con un fondo spese di produzione di soli 3 milioni. Miran Hrovatin è stato
contattato dopo che tre operatori della Rai avevano rifiutato di andare in
Somalia.
[31]
Interrogatorio di Massimo Loche, nella caserma dei carabinieri di Vico Equense
(Napoli), effettuato dal maresciallo Enzo Vacchiano il 9 dicembre 1997.
[32] Secondo il
giornalista Massimo Alberizzi, quel giorno un automezzo militare si sarebbe
recato all’aeroporto di Mogadiscio per prelevare Ilaria e proteggerla da
possibili attacchi contro cittadini italiani, eventualità della quale – secondo
i giornalisti Porzio e Simoni – si vociferava a Mogadiscio in quei giorni.
Secondo il giornalista americano Michael Maren, un somalo di nome Mohamed
Jirdeh Hussein gli raccontò che l’ambasciatore italiano, con una scorta in
divisa da combattimento, aveva cercato Ilaria all’Hotel Sahafi, dove aveva
appreso che era rimasta a Bosaso.
[33] Le parole
della Alpi vengono riferite da Flavio Fusi, inviato del "Tg3".
[34] Dettagli
raccontati dallo stesso autista alla delegazione della Commissione parlamentare
di inchiesta sulla Cooperazione, in missione a Mogadiscio il 30 gennaio 1996.
[35]
Commissione parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione, audizione del
colonnello Fulvio Vezzalini del 22 marzo 1995.
[36] Intervista
all’autista Sid Ali Mohamed Abdi raccolta dalla giornalista Elena Caputo del
"Tg5".
[37] Sono
immagini preziosissime, trasmesse da tutte le televisioni del mondo; immagini
che hanno smentito la versione dei primi soccorsi confezionata dal generale
Carmine Fiore.
Nell’agosto 1998 anche Carlos Mavroleon morirà in modo
misterioso nella sua stanza d’albergo a Karachi, in Pakistan, mentre stava realizzando
un servizio per un network americano.
[38] Documento
inviato ai coniugi Alpi dal giornalista Giovanni Porzio il 26 maggio 1994.
[39] «Che
creste sulle armi» di Cornelia Valle, "Il Mondo", 10 gennaio 1994. Il
racconto del settimanale verrà confermato dal sostituto procuratore milanese
Gemma Gualdi, durante l’audizione davanti alla Commissione parlamentare di
inchiesta sulla Cooperazione del 13 giugno 1995.
[40] Il
rappresentante della Shifco capisce che il giornalista è al corrente del fatto
che ci sono due società Shifco coinvolte nella gestione delle navi – la Shifco
Malit somala, e quella italiana – così rinuncia a giostrare fra le due sigle...
La Shifco Malit è stata posta in liquidazione nel giugno 1993, e si è
formalizzato il contratto di gestione Pia-Shifco.
[41] L’ufficiale verrà in seguito indagato perché
sospettato di aver comprato a prezzo di favore un appartamento dal faccendiere
italo-svizzero Francesco Pacini Battaglia.
[42] In ogni porto la compagnia assicurativa londinese ha
un agente che controlla le entrate e le uscite delle navi da trasporto, così è
in grado di controllare le rotte, nel caso vi siano incidenti che coinvolgano
l’assicurazione. Ecco l’elenco dei porti e delle date della "21 Ottobre
II":
28 dicembre 89: Port Said Pd out; 1
gennaio 90: Gaeta; 23 gennaio 90: Suez Pd out; 25-27 gennaio 90: Jeddah; ... [data mancante, ndr]: Kismayu Pd out; 1
marzo 90: Port Said Pd out; 7-13 marzo. 90: Bari; 15-21 marzo 90: Formia; 22-24
marzo 90: Gaeta; 29 marzo 90: Suez: Pd out; 31 marzo 90-1 aprile 90: Jeddah;
27-30 aprile 90: Aden; 5 maggio 90: Port Said: Pd out; 8 maggio 90: Bari; 13-26
maggio 90: Formia; 31 maggio 2 giugno 90: Famagusta; 4 giugno 90: Suez: Pd out;
6-7 giugno 90: Jeddah; 9 giugno 90: Aden; 16-18 giugno 90: Jebel Ali; 17-20 luglio
90: Aden; 24-25 luglio 90: Suez; 25 luglio 90: Port Said: Pd out; 28 luglio-2
agosto 90: Bari; 6-10 agosto 90: Gaeta; ...: Kali Linenes; 16 agosto 90: Suez:
Pd out; 17-22 agosto 90: Aqaba; ...: Madagascar; 21 settembre 90: Port Said: Pd
out; 24-26 settembre 90: Formia; 29-30 ottobre 90: Augusta; 3 novembre 90:
Suez: Pd out; ...: Kisimayu; 5 novembre 90: Port Said: Pd out; 10-17 dec 90:
Gaeta; 18 dicembre 9 gennaio 91: Formia; 10-12 gennaio: 91: Augusta; 16 gennaio
91: Suez: Pd out; 29 gennaio-14 febbraio 91: Zanzibar; 24 febbraio 91: Gibuti;
27 febbraio 91: Port Said: Pd out; 4-14 marzo 91: Gaeta; 15 marzo 91: Leghorn;
riparazioni; 29 maggio 91: Leghorn; 31 maggio-1 giugno 91: Marsaxlokk; 5 giugno
91: Suez: Pd out; 10-14 giugno 91: Aden; 18 giugno-5 luglio: Suez; ...:
Somalia; 15 agosto 91: Port Said: Pd out; 19-20 agosto 91: Gaeta; 20 agosto-17
settembre 91: Formia; 20 settembre 91: Marsaxlokk; 28 settembre-11 ottobre 91:
Gibuti; 12-17 ottobre: Aden; 22 ottobre 91: Port Said: Pd out; 27 ottobre-19
novembre 91: Gaeta; 21-22 novembre 91: Valletta; 26 novembre 91: Duez: Pd out;
...: Gibuti; 12 dicembre 91: Port Said Pd out; 17 dicembre 91-11 gennaio 92:
Gaeta; 12 gennaio 92: Augusta; 16 gennaio 92: Beirut abt; 31 gennaio 92-1
febbraio: Valletta; 3-5 febbraio 92: Formia; 11 febbraio 92: Suez: Pd out; 15
febbraio 92: Gibuti; 19 febbraio 92: Aden; 28 febbraio 92: Port Said: Pd out;
3-11 marzo 92: Gaeta; 15-21 marzo 92: Alexandria; 24 marzo 92: Marsaxlokk; 28
marzo 92: Gibraltar Pd out; 7 aprile 92: Flushing; 10-11 aprile 92:
Kristiansund; 14 aprile 92: Aalesund ; 22 aprile 92: Gibraltar: Pd e; 29 aprile
92: Suez: Pd out; 1-9 maggio 92: Aqaba: abt; 11-16 maggio 92: Suez; 26 maggio–7
giugno 92: Sharjah; 22 giugno 92: Aden; 10 luglio 92: Port said: Pd out; 15
luglio 92: Leghorn; riparazioni; 19 agosto 92: Leghorn; 22-23 agosto 92:
Marsaxlokk; 26 agosto 92: Suez: Pd out; 30 agosto 92: Gibuti; 18 settembre 92:
Port Said: Pd out; 25 settembre-10 ottobre 92: Leghorn; 13 ottobre 92:
Gibraltar: Pd W; 16-21 ottobre: Brest; 24 ottobre 92: Gibraltar Pd E; 28-29
ottobre 92: Marsaxlokk; 2 novembre 92: Suez: Pd out; 4-9 novembre 92: Gedda;
...: Gibuti; 12-14 dicembre 92: Suez; 14 dicembre 92: Port said Pd Out; 19
dicembre-20 gennaio 93: Leghorn; 22-23 gennaio: Marsaxlokk; 1 febbraio 93:
Suez: Pd out; 2 marzo 93: Gibuti; 4 marzo 93: Gibuti; 9 marzo 93: Port Said;
12-17 marzo 93: Piraeus; 3 aprile 93: Gaeta; ...: Alexandria; 23-28 aprile 93:
Leer; 30 aprile-4 maggio 93: Brest; 10-11 maggio 93: Marsaxlokk; 15 maggio 92:
Suez: Pd out; 19–24 maggio 93: Hodeidah; 26 maggio 93: Aden; 10 giugno 93:
Gibuti; 12 giugno 93: Port Said: Pd out; 17 giugno-14 luglio 93: Gaeta; 17-18
luglio: Marsaxlokk; 22 luglio 93: Suez: Pd out; 27 luglio-1 agosto 93: Aden; 15
agosto 93: Port Said Pd out; 18-31 agosto 93: Gaeta; 3 settembre 93: Sete; 6-7
settembre 93: Marsaxlokk; 10-11 settembre: 93: Mersin; 15 settembre 93: Suez:
Pd out; ...: Mombasa; 1 novembre 93: Port Said: Pd out; 6-26 novembre 93: Gaeta;
28 novembre 93: Gibraltar: Pd w; 5-14 dicembre 93: Greenore; 23 dicembre 93:
Marsaxlokk; 28 dicembre 93: Suez: Pd out; 23 gennaio 6 febbraio 93: Aden; 17
febbraio-28 febbraio 93: Gaeta; ...: Killybegs; 19 marzo 94: Ceuta; 26 marzo
94: Suez: Pd out; 3 aprile 94: Aden; 13-16 aprile 94: Bandar Khomeini.
[43]
Commissione parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione, audizione di Mohamed
Ragis Mohamed del 19 luglio 1995.
[44] In seguito, davanti al magistrato, Sperduto negherà
tutto, dichiarando di non aver mai avuto notizie di Ilaria Alpi durante il sequestro.
[45] La Shifco
Malit risulta costituita l’8 gennaio 1990.
[46] Questa
stravagante tesi verrà sostenuta, un anno dopo, anche dal colonnello Fulvio
Vezzalini davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla
Cooperazione.
[47] L’ipotesi
che a uccidere Alpi e Hrovatin siano stati i fondamentalisti islamici è la tesi
dell’allora colonnello, e oggi generale, Luca Rajola Pescarini del Sismi, uno
dei personaggi-chiave di questa vicenda. In realtà, i fondamentalisti islamici
nella guerra tribale della Somalia hanno avuto un ruolo marginale; e in ogni
caso, se mai avessero compiuto un’azione simile, l’avrebbero rivendicata com’è
loro costume, e infatti l’omicidio di Ilaria e Miran non è mai stato
rivendicato da nessuno.
[48] Va
precisato che – come ha testimoniato la giornalista Gabriella Simoni – il
materiale è stato visionato con viewfinder,
cioè senza audio.
[49] Qualche
mese dopo, nell’ottobre 1994, il generale Fiore si reca nell’abitazione dei
coniugi Alpi. Nell’occasione, l’alto ufficiale conferma quanto ha scritto nella
sua lettera, e per dimostrare il suo cordoglio esibisce ai genitori di Ilaria
la copia di un telegramma di condoglianze che a suo tempo aveva inviato loro. I
coniugi Alpi tornano a criticare le gravi inadempienze del comando militare,
quel 20 marzo, a Mogadiscio.
[50] È da notare che il luogo del duplice omicidio dista
dal Porto vecchio non più di 800 metri.
[51] In realtà
– come testimonia Luisella Testa, redattrice del "Costanzo Show" – il
generale era stato invitato alla trasmissione, «ma il suo ufficio-stampa ha
detto che non poteva venire. Non è vero che non sia stato invitato».
[52] Oliva e Ugolini hanno scritto un lungo documento
sulle malefatte della Cooperazione in Somalia, un dossier acquisito agli atti
della Commissione parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione.
[53] Il vescovo
di Mogadiscio Salvatore Colombo, primo di una lunga serie di attentati e uccisioni.
[54] A quei
tempi il ministro degli Esteri era il socialista Gianni De Michelis.
[55] La collaborazione di Agi Ambarre, persona di grande
umanità, è stata fondamentale per questa inchiesta: una collaborazione senza
ricompensa, ma solo in nome di una giustizia che Agi Ambarre reputa debba
essere la stessa per italiani e somali.
[56] Questa risposta sembra mettere in relazione il
pagamento del riscatto con il segreto a proposito del carico della nave.
[57] «...Si dà atto che il dottor Abdulahi dichiara di comprendere la lingua
italiana essendosi laureato in giurisprudenza in Italia».
[58] Un furto dai contorni davvero strani: i ladri
disponevano di una fiamma ossidrica utilizzata per aprire una vecchia
cassaforte a muro che – a detta degli impiegati – non conteneva niente di
interessante, e avevano asportato la refurtiva utilizzando la fodera di un cuscino.
[59] Al giornalista del "Tg3", Giovannini
mostra con orgoglio la collezione di armi che possiede, dove spicca una
doppietta di grosso calibro decorata in argento. Il figlio di Giovannini, che
ha lavorato per la Croce Rossa in luoghi pericolosi come la ex Iugoslavia, è
rimasto vittima di un terribile incidente: secondo il racconto del padre,
mentre parlava al telefono con la moglie giocherellava con una pistola, e
all’improvviso, per un movimento brusco, dall’arma è partito un colpo che lo ha
ucciso.
[60] Per le seguenti ragioni:
1) Il duplice omicidio è stato subito
collegato a vicende di malacooperazione e traffico di armi.
2) Ilaria Alpi a Mogadiscio (la
giornalista si era recata in Somalia per la settima volta) stava lavorando a
un’inchiesta su certe navi donate dalla Cooperazione italiana alla Somalia.
3) Alcuni block notes e la macchina
fotografica della giornalista sono spariti.
4) A quasi un anno dal duplice omicidio
l’unica persona a rischiare un processo è Luciana Alpi, madre di Ilaria,
querelata dal generale Fiore (comandante del Contingente militare italiano in
Somalia in quel periodo).
5) Incombe il rischio che anche l’omicidio
Alpi-Hrovatin entri a far parte della lunga lista dei misteri d’Italia.
[61] Ecco il
calendario delle audizioni attinenti il duplice omicidio del 20 marzo 1994:
Giorgio e Luciana Alpi (22 febbraio 1995); Gabriella Simoni, Giovanni Porzio,
Maurizio Torrealta (7 marzo 1995); Piero Ugolini e Franco Oliva (8 marzo 1995);
Massimo Alberizzi (21 marzo 1995); Vito Panati della Pia e colonnello Fulvio
Vezzalini (22 marzo 1995); sostituto procuratore Gemma Gualdi (13 giugno 1995);
sostituto procuratore Andrea De Gasperis (4 luglio 1995); generale Carmine
Fiore (5 luglio 1995); Mohamed Ragis e ammiraglio Said Abdallah Omar (19 luglio
1995); giornalista Pietro Petrucci (26 luglio 1995); colonnello del Sismi Luca
Rajola Pescarini (4 ottobre 1995).
Il 9 maggio 1995 l’ex Pm di "Mani pulite" Antonio di
Pietro incontra la presidenza della Commissione. Di Pietro si sofferma a lungo
sulle deviazioni della Cooperazione in Somalia, e oltre a riferire che nel
cortile dell’ambasciata italiana a Mogadiscio vi era un pozzo nel quale
venivano nascosti oro e materiale di valore, dichiara che la soluzione del
"caso Alpi" è legata al "caso Somalia".
[62] La nomina
di Paraggio e D’Agostino avviene nonostante la contrarietà di diversi
commissari per la inevitabile sovrapposizione di ruoli (titolare di inchiesta e
consulente).
[63] "Corriere della Sera", 27 novembre 1997. L’ex maggiore e ora
colonnello Francesco D’Agostino è attualmente indagato dalla Procura di Perugia:
i magistrati sospettano che abbia ricevuto denaro dal finanziere Pacini
Battaglia.
[64] Dal 1976
al 1992 l’ambasciatore Santoro ha lavorato presso il ministero degli Esteri:
1976-80 capo ufficio economico aiuti multilaterali; 1981-86 Capo ufficio Africa
direzione affari economici; 1987-88 coordinatore generale Cooperazione; 1989-90
vicedirettore Cooperazione; 1991-92 direttore generale Cooperazione.
[65] La Somalia
è stata in assoluto la maggiore beneficiaria dei fondi italiani destinati alla
Cooperazione. A partire dal 1984: 1.141 miliardi di lire "a dono",
174 a credito d’aiuto (secondo i dati della Farnesina); 300 miliardi ex lege
38-1979; 207 miliardi ex lege 73-1985; 1.006 miliardi ex lege 49-1987; più 200
miliardi a credito d’aiuto nel periodo 1981-84.
[66] Il
Tribunale civile di Milano aveva respinto una richiesta di risarcimento danni
avanzata dai somali Ali Hasci Dorre e Farah Aidid, i quali sostenevano di avere
ricevuto promesse di una provvigione pari al 10 per cento dell’importo degli
affari portati a conclusione dalla Camera di commercio Italo-somala. In
particolare, i due somali lamentavano di avere ricevuto promesse di denaro
mantenute in minima parte: un importo di 1.100.000 franchi svizzeri accreditati
nel 1987 su una banca elvetica, un semplice anticipo mai saldato. I due
lamentavano inoltre di avere avuto da Pietro Bearzi (il loro referente
italiano, quello somalo era Omar Mugne) tre assegni di 100 milioni l’uno, uno
dei quali era poi risultato scoperto.
[67] Ecco un breve riepilogo dell’ambiguo percorso che
dalla Sec porta alla Shifco.
Nel 1979
il ministero degli Esteri attiva il progetto Cooperazione con la Somalia
("Sviluppo Pesca Industriale"), sulla base della legge Ossola che
prevede crediti di aiuto a tassi agevolati, e fa in modo che i primi 3
pecherecci destinati al governo somalo siano costruiti dalla Sec (due navi da
pesca, più una nave frigorifero). Prima di Renzo Pozzo, presidente della Sec è
stato il parlamentare del Psi Giovanni Pieraccini, già ministro della Marina
mercantile (1973-74), ministro dei Lavori Pubblici e del Bilancio (1963-68).
Nel 1986, dopo che il "credito d’aiuto" è divenuto "dono",
il Fai rifinanzia il progetto, che prevede la riparazione delle navi
(inutilizzate e quindi "arrugginite"), e la costruzione di ulteriori
3 navi (1986-87). Dunque, la Sec costruisce tutti e 6 i pescherecci, che
divengono proprietà della Shifco. La gestione delle 6 navi viene affidata alla
società Somitfish (Shifco + Cooperpesca dei fratelli Mancinelli), gestita dal
noto Omar Mugne. Nel 1985-86 la Cooperpesca ha comprato azioni della Shifco
pagandole 350 mila dollari.
13
febbraio 1988. Renzo Pozzo (Sec) via fax suggerisce all’ing. Mugne di
chiedere la restituzione delle azioni della Cooperpesca (azioni comprate in
cambio di 350.000 dollari quando i tre pescherecci si trasformano in
"dono" al governo somalo: l’Italia li "dona" alla Somalia,
che a sua volta li "gira" in parte alla Cooperpesca di Mancinelli). Il
suggerimento di Pozzo a Mugne è di dimostrare che la gestione della Somitfish è
fallimentare, quindi di azzerare il valore delle azioni in modo da non
restituire i 350.000 dollari; e di ridiventare, come Shifco, titolare dei
pescherecci.
Aprile
1988. Pozzo acquista a zero lire (attraverso la consociata Joning Fishing)
la quota azionaria del 35% della Somitfish per conto e interesse del governo
somalo. La Somitfish viene messa in liquidazione, Mugne diventa responsabile
del "Progetto pesca" e, su mandato dell’ente somalo corrispondente al
Fai, ritira i certificati azionari che Pozzo aveva acquistato a zero lire.
8
gennaio 1990. Viene costituita la Shifco Malit (Shifco-Mugne, e Paolo
Malavasi, figlio di Ennio, della Giza).
Ottobre
1990. Il godimento delle navi passa dalla Shifco alla Shifco Malit. Dopo
pochi mesi la Shifco Malit registra un deficit di circa 2 miliardi e il
Malavasi vende le azioni alla Sec (quella di Pozzo) recuperando parte delle
perdite.
12
giugno 1991. Mugne, per conto della Shifco Malit, conferisce alla Sec la
gestione dei pescherecci, stabilendo un compenso del 5 per cento dei ricavi.
6
settembre 1991. Mugne diventa presidente della Shifco Malit.
28
febbraio 1993. Mugne e Pozzo stipulano insieme una revoca di mandato della
gestione dei pescherecci alla Sec.
8 giugno 1993. Esce di scena la Sec, e
la Shifco Malit viene messa in liquidazione; ritorna tutto alla Shifco di
Mugne. Entra l’azienda di Panati nella gestione delle navi, anticipando i soldi
necessari a ripianare le perdite della Shifco Malit, che la Sec però si è
impegnata a restituire tramite Pozzo.
Il 30
giugno 1993 (dopo che la Sec è uscita di scena) Ali Mahdi, autoproclamatosi
presidente della Somalia, richiede all’Italia, tramite l’ambasciata a
Mogadiscio, il benestare per consegnare alla Sec la gestione "tecnica e
amministrativa" della flotta di pesca oceanica e di trasporto frigorifero,
proprietà dello Stato somalo; poi revoca il potere di gestione a Mugne.
Nell’agosto
1993, al comandante della nave da carico della Shifco perviene un fax dal
comandante di Unosom 2 che dispone di bloccare lo sbarco in attesa che un
funzionario controlli il carico, perché Unosom 2 si sarebbe sostituita allo
Stato somalo nella gestione di tutti i beni, e quindi anche delle navi. In
conseguenza di ciò si doveva stipulare un contratto Pia-Unosom.
In realtà, tutto rimane alla Shifco, anzi a Mugne, che se ne va
da Mogadiscio portandosi via i pescherecci (che possiede ancora oggi).
[68] I rapporti
fra Paesi vengono di norma gestiti dai rispettivi ministeri degli Esteri;
quando invece i rapporti sono direttamente con il ministero degli Interni, ciò
presuppone un intervento nella politica interna del Paese in questione.
[69] Panati e Gasperini sono le parti di una causa civile, per un mancato
pagamento, presso il Tribunale di Pistoia; in primo grado, i giudici hanno dato
ragione a Gasperini.
[70] Secondo la tesi di laurea di Gabriella Grasso (presso l’Università Luiss
di Roma, 1994-95, titolo: "Il caso Alpi: un misterioso omicidio in terra
di Somalia"), un altro agente dei servizi segreti – noto come
"L’Avvocato" – era stato incaricato, per motivi di sicurezza, di
controllare gli spostamenti di Ilaria Alpi a Bosaso. Non risulta che la
magistratura abbia indagato per accertare se effettivamente a Bosaso in quei
giorni ci fosse un agente del Sismi. (Dedicata al "caso Alpi" c’è
anche una seconda tesi di laurea: presso l’università di studi di Roma "La
Sapienza", realizzata da Alessandro Marcocci, 1997-98.)
[71] I registri
di bordo di navi e elicotteri della Marina inviati alla Commissione parlamentare
dal ministro della Difesa Domenico Corcione confermeranno la documentazione
giunta da Mombasa.
[72] Si noti
che la rivelazione del generale è spontanea e deliberata, cioè non è in
risposta ad alcuna specifica domanda.
[73] Viene da
domandarsi cosa sarebbe successo se due navi militari e due elicotteri militari
italiani fossero intervenuti in acque nazionali somale (dalla descrizione dei
libri di bordo la nave viaggiava entro le 20 miglia di distanza dalla costa)
per "conquistare" una nave somala, fuori dalla zona di intervento
attribuita al nostro Contingente.
[74] Dal registro
di bordo della nave "Stromboli"
del 19 marzo 1994: «Durante trasferimento verso fonda acque antistanti
Mogadiscio, captato sulla frequenza di emergenza Sos imbarcazione "21
Ottobre III", in posizione 0247 nord-04649 Est. Successivamente l’unità
dirige verso questa per ricongiungimento... Alle ore 12.00 in posizione 0222
Nord, 0413 Est... ricongiungimento e scorta nave "21 Ottobre III"
verso acque antistanti Mogadiscio. Alle 14.30 concessa libertà di manovra a
nave "21 Ottobre" che assumeva rotta Nord...».
[75] Dal registro di bordo della nave
"Garibaldi" del 19 marzo 1994: «Alle 9.13 ricevo chiamata di
soccorso da parte unità "21 Ottobre 3". Invio eli 6-28 e 6-30 con
medici a bordo per prestare soccorso. [...] Alle 12.22 vedo appontare eli ET
6-30 ed eli 6-28 Medeva con a bordo il signor Moretti Teolo nato a Nereto
(Teramo) il 04-12-1951 con problemi a carattere sanitario come da allegato». L’allegato, con la dicitura
"Riservato", riporta: «Rapporto evento motopesca "ventuno
ottobre terzo". Eventi salienti: Str(omboli) riferisce di comunicazione su
2182 kHz merito richiesta di soccorso M/P 21 ottobre 3 (il M/P non riporta
posizione). Str/Gar(ibaldi) ricevono ulteriore chiamata su freq. Soccorso. Il
"21 Ottobre 3" riporta di avere una persona con problemi cardiaci
(successivamente identificata nel c.te Moretti, seguono i dati anagrafici). M/P
in posizione 02470N-040480E (circa 20 NM nord di Itala). Ordinato
"Stromboli" dirigere vicinanze Itala per supporto M/P et
approntamento due elicotteri per fornire soccorso (SH-3D 6-28 et 6-30). Gli
elicotteri decollano. Gli elicotteri avvistano M/P PSN 0233N-04623E. Effettuata
vertrep su M/P (nr due medici cc md Rodolfo Vigliano et tv md Alvaro Managò con
al seguito apparecchiature sanitarie per monitoraggio Ecg e supporto
ventilatorio). Medico riporta sospetto infarto al miocardio. Dichiarato codice
rosso. Paziente imbarcato con verricello su 6-28 dirige rientro
"Garibaldi". Eli 6-28 comunica paziente cosciente somministrato
analgesico e ossigeno. "Stromboli" comunica procede verso peschereccio
scopo assicurare scorta M/P fino acque antistanti Mogadiscio. Eli 6-28 et 6-30
appontano su "Garibaldi". Paziente viene trasportato in infermeria
per cure del caso. "Stromboli" riferisce che armatore ha comunicato
at M/P "21 ottobre 3" di dirigere verso nord. Stromboli procede per
rientro acque antistanti Mogadiscio. Considerazioni commenti». (Alla fine dell’allegato: «Operazione
soccorso svoltasi regolarmente con intervento tempi contenuti ed effettuazione
vertrep su unità di ridotte dimensioni et con numerosi ostacoli/antenne.
Paziente sottoposto ad accertamenti risulta affetto da infarto miocardico acuto
in atto et abbisognevole terapia intensiva».)
[76] Dal registro di bordo della nave "San
Giorgio" del 19 marzo 1994: «Alle 18.10 apponta eli 6-13. Visti
imbarcare n° 8 BSM di pattuglia a Mogadiscio e sbarcare personale di nave
"Garibaldi" giunto per la prova di pesca. Alle 18.15 decolla».
Dai registri di volo, l’elicottero
"6-13" il giorno 19 marzo 1994 risulta avere fatto i seguenti voli:
«Ore 06.50-07.26 codice 2U1 (trasporto personale); ore 07.52-11.40 codice 2T7
(supporto trasporti Vip)»; mentre
risultano nell’orario attorno alle 18 i seguenti voli: «eli 7-15 ore
17.00-18.15 codice 2U1; eli 6-30 ore 18.00-19.35 codice 2U1».
[77] Del resto,
non è un fatto usuale che le navi della nostra Marina, in piena operazione di
disimpegno, imbarchino civili non italiani.
[78] Voli
elicotteri dalla nave "Garibaldi" il giorno 20 marzo 1994 (dai
registri di volo): «Eli 7-15 ora 06.50-08.15 codice 2U1; ora 10.00-11.05
codice 2U1; 16.00-16.45, codice 2U1; 17.00-17.45 codice 2U1; 18.30-19.05,
codice 2U1; Eli 7-28 ora 10.10-11.40 codice 2U4 (riprese fotografiche); Eli
6-01 ora 07.00-08.24 codice 2U1; 09.55-11.01 codice 2U1; 18.20-21.02 codice
2U1; Eli 6-28 ora 15.50-16.20 codice 2S1 (soccorso/ricerca e soccorso);
19.00-19.50, codice 2U1; 20.35-21.05 codice 2U1; Eli 6-37 ora 16.00-18.05
codice 2U1».
Dal registro di bordo
della nave "San Giorgio" del giorno 20 marzo 1994: «Alle 15.19
apponta eli 6-11: visti imbarcare n° dieci persone per gara di pesca. Visto
sbarcare T.V Tortora e C.C. Pietraforti per "Garibaldi" con il
seguente materiale al seguito: bombola di ossigeno con gorgogliatore, dieci
fiale di calciparina 0,5, cardioscopio con defibrillatore portatile... 18-20
continuano operazioni di volo. Visto sbarcare personale gara di pesca per
"Garibaldi"; visto sbarcare C.C. Pietraforti. Visto imbarcare a mezzo
men: 1 Acm + n° 43 personale esercito italiano come da elenco (che non c’è); visto imbarcare Ab212 generale
Fiore, C.V. Piantigiani + 2...».
[79] Prima fra
tutte, quella del giornalista Giovanni Porzio, cfr. pagg. 28-39.
[80] Dal registro di bordo della nave
"Garibaldi" dei giorni 22-23 marzo 1994: «Alle 20.30 visto
sbarcare il signor Moretti Teolo... Alle ore 05.15 [del 23 marzo, ndr] visto sbarcare n° 54 persone esercito italiano +
n° 2 giornalisti + n° 6 somali + n° 1 console onorario come da elenco nominativo
a parte (che non c’è, non è pervenuto)...
Alle ore 10.20 visto sbarcare passeggero somalo Mohamed Abdi Osman ricoverato
in infermeria».
[81] Al
settimanale "Famiglia cristiana" del 4 giugno 1998.
[82] Nel corso
di un’intervista, Marocchino dichiarerà: «Fui arrestato dagli americani il 29
settembre 1993 con quella precisa accusa [traffico
di armi, ndr] e sono stato espulso da Mogadiscio» ("Famiglia
Cristiana", 9 novembre 1998).
[83] Intervista
raccolta dalla giornalista del "Tg5" Elena Caputo, agosto 1994.
[84] Cfr. la
lettera del generale Fiore ai coniugi Alpi del 20 maggio 1994.
[85] «Signor presidente, con la presente le chiedo, formalmente, di convocare
urgentemente la Commissione che lei presiede e di cui faccio parte... Ritengo
che la riunione vada convocata in particolare per la seguente ragione: dopo la
missione a Mogadiscio e prima dello scioglimento anticipato delle Camere,
l’ufficio di presidenza allargato aveva deciso di procedere (dopo una decisione
formale della commissione) a una serie di audizioni, alcune delle quali
invocando i poteri che la legge istitutiva delega alla commissione [i poteri sono sanciti dall’articolo 82 della
Costituzione: "La Commissione d’inchiesta procede alle indagini e agli
esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria",
ndr]. I risultati della missione confrontati con il lavoro di un anno e con
il materiale acquisito dalla commissione, anche dopo il ritorno da Mogadiscio
(in particolare relativo alla audizione del generale Fiore) esigono una
assunzione di responsabilità eccezionale da parte di ognuno di noi. Sono certa
comprenderà compiutamente il senso di questo mio scritto. La ringrazio e
distintamente la saluto».
[86] Copia dei
registri di bordo e di volo; resoconti delle audizioni del generale Fiore, del
colonnello Vezzalini, e del sostituto procuratore De Gasperis; resoconto della
missione a Mogadscio e Gibuti; verbale
della deposizione del collaboratore di giustizia Francesco Elmo (Procura di
Torre Annunziata); rapporto della polizia somala inviato alla Divisione di Unosom
nel dicembre 1994.
[87] L’invito rivolto ai giornalisti è a carattere "strettamente
personale", e dell’appuntamento non vengono informate le agenzie di stampa.
[88] In
occasione dell’anniversario della morte di Alpi e Hrovatin, il 20 marzo 1997,
il "Tg3" trasmette un servizio di Massimo Cerofolini con la
dichiarazione del generale Fiore – «Quisquilie» – ripetuta a tormentone.
[89] Da Omar Mugne a Giancarlo Marocchino, dal Sultano di Bosaso a Ahmed Gilao,
dall’autista all’uomo di scorta di Alpi e Hrovatin.
[90] Qualcuno, in Italia, ha divulgato quello che doveva essere un segreto. Del
resto, alla vigilia della partenza, il quotidiano "la Repubblica"
riportava una dichiarazione del vicepresidente della Commissione, l’onorevole
Ennio Grassi, il quale annunciava un possibile passaggio da Mogadiscio della
Commissione parlamentare. La sera successiva, Alberizzi telefona di nuovo per
informare che in un servizio televisivo (su "Videomusic") si è
parlato dell’audizione parlamentare del colonnello Rajola sull’omicidio Alpi-Hrovatin.
[91] Ma all’ambasciata non verrà mai chiesta ragione della violazione del
vincolo della segretezza. È da notare che l’ambasciatore Roberto Di Leo si era
opposto al fatto che la delegazione pernottasse a Mogadiscio, limitando al
massimo il tempo a disposizione per gli interrogatori.
[92] La fazione
di Aidid controlla Mogadiscio sud; la parte nord della città è controllata
dalla fazione rivale di Ali Mahdi.
[93] Operatore
della Rai ucciso a Mogadiscio nel febbraio 1995.
[94] Incaricato da Ahmed Gilao, all’indomani dell’assassinio, di svolgere una
indagine, e firmatario del documento della polizia somala di cui si dirà poi.
[95] La
risposta del consigliere Brauzzi è enigmatica: non se ne capisce il senso.
[96] Al momento l’opinione del consigliere sembra poco credibile. Ma se si
guardano le vicende successive fino all’uccisione di Aidid; se si pensa che
fino a quel momento il ministero degli Esteri italiano era stato contrario
all’invio di diplomatici in Somalia; se si pensa che l’ambasciatore Cassini è
stato incaricato di ricostruire i rapporti politici e diplomatici dopo la morte
di Aidid, quella opinione assume un valore nella lettura dei rapporti
Italia-Somalia dopo la caduta di Siad Barre.
[97] A Isabelle
Pisano, durante l’intervista trasmessa nel corso dello "Speciale" del
"Tg3" (curato dalla Pisano e da Serena Purarelli) del 20 marzo 1996,
dirà di conoscere i nomi degli esecutori.
[98] Come invece si può ascoltare nel filmato: «Non vengono, quei maledetti!,
Hanno paura di venire» (filmato che verrà acquisito dalla Commissione solo dopo
la missione a Mogadiscio); o come emerge dalla lettera-fax che Marocchino aveva
inviato ad alcuni giornalisti in data 21 dicembre 1994.
[99] Frase
detta da Marocchino nel corso di un’intervista raccolta da Vittorio Lenzi il 20
marzo 1994, nel corso della quale il faccendiere aveva precisato: «Non è stata
una rapina, è stato un vero e proprio agguato premeditato».
[100] Perché Ilaria portava con sé due block notes? Chi doveva incontrare? Chi
l’aveva chiamata al suo ritorno a Mogadiscio da Bosaso? Chi l’aveva aspettata
all’aeroporto? Da notare che Marocchino evita di citare la macchina fotografica
(che è ben visibile nelle immagini televisive).
[101] È stato accertato che l’uomo di scorta non era ferito, come attesta la
documentazione video. E appare molto strano che l’autista e la scorta risultino
illesi, se a sparare per primi sono stati loro: anche l’autista, si apprenderà
poi, aveva una pistola, con la quale ha sparato.
[102]
L’operazione "Urano" consisteva in un progetto per l’interramento di scorie
nucleari in alcune zone del Nord ovest del deserto del Sahara e della Somalia.
Il piano coinvolgeva anche alcuni personaggi italiani, come risulta da una
lettera di intenti riservatissima pubblicata nel libro Traffico di armi di Michele Gambino e Luigi Grimaldi (Editori
Riuniti, 1995): «Possibilità di sviluppo del progetto "Urano", per la
parte già nota, nel corno d’Africa, e con questo supporto si procederà a
destinare un consistente lotto di aiuti in derrate alimentari e altri generi di
conforto destinate alle popolazioni stremate che sono disperse nella regione.
Il coordinamento di tale intervento sarà di esclusiva competenza del console
Scaglione, e la logistica sarà coordinata dal signor Marocchino... Nairobi
26-6-1992. Firmato: Giancarlo Marocchino, Ezio Scaglione, Guido Garelli» (cfr.
pag. 119).
[103] Ecco il
testo del rapporto, del quale colpisce l’intestazione, che è quella di Unosom,
e l’imprecisione e l’approssimazione delle informazioni che vi sono contenute [i numerosissimi errori ortografici del
documento originale sono stati corretti, ndr]:
«A Commissario di Polizia-Divisione Unosom II – Da Comandante
reparto c.i.d. Polizia somala Mogadiscio – Oggetto: informazioni sulla morte
dei giornalisti Italiani Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – Data: 15 dicembre 1994.
Egregio signore, il 20 marzo, intorno alle 12.30 nei pressi
dell’Ambasciata Italiana, di fronte al Sahafi Hotel, un gruppo di persone
armate, a bordo di una Land Rover station-wagon, bloccano la Toyota in cui si
trovavano i due giornalisti e le loro guardie del corpo, sparando e uccidendo
entrambi i giornalisti Ilaria Alpi di Rai 3, del Partito comunista italiano, e
Miran Hrovatin di origine bosniaca, cameraman suo collega.
I giornalisti sarebbero rientrati da Bosaso proprio quel
giorno. Si suppone si trovassero presso il Sahafi Hotel nella parte sud di
Mogadiscio quando improvvisamente decidono di prendere una macchina, delle
persone di scorta e [di] dirigersi verso la parte nord della capitale, attraversando
la linea verde. Prima dell’assassinio i due giornalisti sarebbero stati visti
uscire a bordo della loro macchina da un garage di un cittadino italiano di
nome Giancarlo, situato sulla stessa strada, a circa 2 chilometri dalla scena
del delitto. Nessuno sa cosa facessero in quel luogo né chi avessero incontrato
in quel garage.
So che il Comitato di Ristabilimento della Polizia somala aveva
nominato una commissione costituita da 7 ufficiali di Polizia, alcuni dei quali
appartenevano al Cid del mio dipartimento, il cui compito sarebbe stato quello
di svolgere delle indagini sul caso, tuttavia, a tuttora, non è stato loro
possibile, per una ragione o per l’altra, svolgere delle indagini accurate al
riguardo.
È certo che nessuno è intenzionato a procedere alla raccolta di
prove sul caso per motivi di sicurezza, visto che attualmente nel Paese non vi
è alcuna forma di legge né tipo di ordine. Tuttavia si ritiene che l’assassinio
dei due giornalisti sia stato un atto premeditato e progettato da italiani, ivi
compreso quel detto Giancarlo e altri, e che le ragioni di fondo che hanno
determinato la morte dei due giornalisti siano da ricercarsi nell’ambito
dell’attività giornalistica che Ilaria stava svolgendo in Somalia.
Si dice che gli assassini fossero in 6. Uno è stato ucciso sul
luogo del delitto e altri 3 sono stati feriti durante lo scontro a fuoco. Non
si conosce l’identità dell’assassino morto né di quelli che sono riusciti a
fuggire. I movimenti della Land Rover utilizzata dagli assassini restano del
tutto sconosciuti così come sconosciuti rimangono i dati relativi alla targa
della macchina utilizzata dagli assassini nonché il suo proprietario.
Il conducente del veicolo con a bordo i 2 giornalisti è stato
ferito alla testa. Non è stato possibile interrogarlo non essendo questi in
grado di parlare. Attualmente si trova ancora ricoverato presso l’ospedale di
Nairobi, dove era stato trasportato dopo l’assalto. Si conosce l’identità di
una delle guardie del corpo dei due giornalisti. Il suo nome è Ina Nurr Andan
Dhegaweyne. È stato lui a uccidere uno degli assassini e a ferirne altri.
Temendo una vendetta si è rifugiato in Etiopia. Non si conosce l’identità degli
altri uomini della scorta. Alcuni testimoni dicono che ci fossero solo
l’autista e una guardia del corpo insieme con i giornalisti.
Sembra che Giancarlo si sia categoricamente rifiutato di
parlare con la polizia e di fornire commenti in relazione all’accaduto,
tuttavia è noto che è stato lui ad arrivare per primo sulla scena del delitto e
a raccogliere i corpi dei due giornalisti e alcuni dei loro oggetti, è stato
lui che ha organizzato il rientro delle salme in Italia via mare.
La polizia è arrivata sul luogo del delitto solo dopo tre
giorni e non vi erano ormai più tracce degli assassini o delle vittime, è stato
possibile raccogliere solo delle storie non molto affidabili fornite dalla
gente del luogo.
È un dato certo che Ilaria Alpi e Miran Hrovatin siano venuti
in Somalia innumerevoli altre volte durante il soggiorno delle forze Unitaf e
Unosom. Si dice che l’ultima volta fossero riusciti anche a scattare delle foto
a Bosaso. Dopo la loro morte abbiamo saputo che gli appunti e la macchina
fotografica dei due giornalisti sono stati trovati [e] portati via da
Giancarlo.
Si dice inoltre che Ilaria e il suo collega fossero impegnati a
raccogliere informazioni relative a:
A) presunte appropriazioni indebite di fondi pubblici destinati
attraverso il progetto Fai alla costruzione di strade nella regione di Bosaso.
Si tratterebbe di fondi stanziati durante il regime di Siad Barre dal Governo
Craxi;
B) presunto aumento di potere dei fondamentalisti islamici;
C) Richieste di risarcimenti inoltrate da giornalisti italiani
inviati a più riprese in Somalia.
Queste sono le sole informazioni, per giunta non confermate,
che posso fornirvi, e non vi è molta speranza di raccoglierne altre». Firmato:
«Colonnello Ali Jiro Scermarke, Ufficiale Dipartimento Cip».
[104] Strana circostanza, stante la guerra aperta e sanguinosa tra i clan, ma
Gilao e Gafo confermano.
[105] Nel libro Mogadiscio
(Nuova Eri, 1993), scritto dal giornalista Pietro Petrucci (ex collaboratore
del mensile del ministero degli Esteri "Cooperazione"), si legge fra
l’altro:
«L’irresistibile
ascesa di Mugne Said Omar, considerato a metà degli anni ’80 come l’eminenza
grigia di tutti i maggiori business italo-somali, si consumò in pochissimi
anni. Nato nel 1945 da famiglia benestante di Brava, città di mare a sud di
Mogadiscio, lasciò giovanissimo la Somalia grazie a una borsa di studio della
Comunità europea che gli permise di laurearsi ingegnere idraulico a Bologna e
di trovare lavoro presso la società cooperativa di costruzioni Edilter.
Ricomparve nel suo Paese solo nel 1983, per via della ristrutturazione delle
fogne di Mogadiscio. Nel senso che l’Edilter, essendosi aggiudicata l’appalto,
non trovò di meglio che mandare sul posto quel suo tecnico di origine somala.
Il bravano si guardò intorno ed ebbe la grande intuizione della sua vita: quel
fiume di miliardi che l’Italia prometteva, scorreva troppo lento per
l’insipienza dei governanti somali e per la resistenza passiva di alcuni
burocrati della Farnesina. Per facilitare le cose bisognava promuovere rapporti
diretti e fiduciari fra il gruppo dirigente somalo e gli ambienti politici
italiani giusti.
Mugne si tuffa in quest’impresa dell’84 disponendo di uno
strano capitale di rischio: un fratello, una cugina e un amico. Il fratello,
ufficiale di marina, era segretario particolare del generale Jmohamet Ali
Samantar, vicepresidente e ministro per la Difesa somalo. Il nome di Samantar,
speso con abilità, bastò ad accreditare Mugne in molti ambienti italiani,
specie quelli militari. La cugina si chiamava Lul ed era bella e giovane
diplomatica bravana che l’onnipotente fratellastro di Siad Barre, il ministro
degli Esteri Abdurrahman Buloq Buloq, aveva scelto come seconda moglie. E di
Buloq Buloq, l’uomo cui il regime aveva affidato la gestione dei progetti di
collaborazione con l’Italia, Mugne diventò il braccio destro. L’amico,
italiano, era il deputato socialista Franco Piro, che aprì a Mugne le porte di
via del Corso [sede nazionale romana del
Psi, ndr]».
[106]
Dichiarazione di Marco Zaganelli, amministratore della Giza, e dichiarazioni
dello stesso Mugne a un giornale.
[107] Il
sospetto che Mugne abbia fatto pressione su Abdullahid Mohamed Joar nasce dal
fatto che lui stesso si era premunito di contattarlo e di farlo incontrare con
la delegazione; tentativo analogo aveva fatto con il Sultano Abdullahi Mussa
Bogor, che alla fine la delegazione non ha incontrato.
[108] Mugne sostiene che sono stati meno, circa 300 mila dollari.
[109] Cfr. la perizia balistica firmata dal perito Martino
Farneti e consegnata al Pm De Gasperis il 16 gennaio 1995.
[110] Formato
dall’ing. Mario D’Uffizi (direttore delle Sezioni indagini Fisiche del Servizio
di Polizia scientifica di Roma); dal tenente colonnello Giovanni Lombardi (del
Ccis); dall’ing. Augusto Di Francesco (del Centro sviluppo materiali di Roma);
dal prof. Giovanni Pierucci (direttore Istituto medicina legale di Pavia); dal
prof. Giancarlo Umani Ronchi (Istituto medicina legale università "La
Sapienza" di Roma); dal prof. Giampaolo Cartoni (Chimica analitica
strumentale università "La Sapienza"). Il collegio è integrato da due
ulteriori consulenti: Maurizio Nobile (dell’Istituto medicina legale dell’università
"La Sapienza" di Roma), e dalla dottoressa Vincenza Liviero (del
Centro interregionale della Polizia scientifica della Questura di Roma).
[112] Cfr. pagg.
209-11.
[113] È il caso della telefonata, da un Paese imprecisato, di un sedicente
«Marine» che avrebbe dovuto recarsi a Roma per fornire loro notizie di grande
importanza in merito all’uccisione di Ilaria. I coniugi Alpi sono riusciti a
registrare la conversazione, e hanno consegnato la bobina al Pm De Gasperis, il
quale l’ha sottoposta a un esame tecnico senza particolari risultati.
[114] Il documento, esaminato dai coniugi Alpi, sembra autentico: riconoscono la
firma di Ilaria.
[115] Insieme all’articolo, il quotidiano riporta una fotografia del registro
dell’ospedale, con alcune evidenti cancellature nella pagina relativa al giorno
dell’agguato.
[116] Brano di
una lettera di Alberizzi a Rita Del Prete (amica di Ilaria Alpi).
[117]
Commissione parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione, audizione di Massimo
Alberizzi del 21 marzo 1995. Ibidem
il brano successivo.
[118] «Vi
consegno anche un altro documento... in cui dietro la carta intestata di
Ottavio Pisante Ercole Marelli Servizi Tecnologici Spa (la famosa Emit) si
legge: "Più 180 milioni acrotec 820 milioni a Michieloti di cui 320 veloci
a Vincenzo Balzamo [segretario
amministrativo del Psi, ndr]"».
[119] Cfr. il
testo delle precedenti dichiarazioni alle pagg. 44-47 e 73-82.
[120]
Probabilmente il riferimento è a Giovanni Porzio e Gabriella Simoni.
[121] È del
tutto inverosimile che Ilaria Alpi intendesse recarsi a incontrare un collega assente.
[122] Il verbale precisa che il testimone dichiara che la vettura mostratagli
con fermo immagine a 002 era la vettura che egli conduceva al momento
dell’agguato mortale, e che il fotogramma 026 fissa l’immagine della stessa
vettura.
[123] Si è visto
come la traiettoria del colpo, secondo l’autopsia, sia partita dalla parte
posteriore sinistra della nuca e si sia fermata nella parte destra anteriore
del collo.
[124] In quella
occasione, alla domanda «Conosce o sarebbe in grado di riconoscere gli
assalitori o alcuni di essi, quei due che sono scesi sparando per esempio?»,
Abdi aveva risposto: «Sarei in grado di riconoscerli».
[125]
«"Erano in sei", racconta [il generale] Fiore che riferisce la
testimonianza di un autotrasportatore italiano, "armati, a bordo di una
‘Land Rover’. Hanno superato e bloccato l’auto dei giornalisti italiani e
obbligato la scorta armata (due civili somali) ad allontanarsi. Solo allora
hanno fatto fuoco. Ilaria Alpi si è coperta il volto con le mani, quasi a
proteggersi: un proiettile le ha attraversato il capo. Sempre al capo un altro
proiettile ha raggiunto e ucciso l’operatore"...» (dal dispaccio
dell’Agenzia Ansa del 20 marzo 1994, ore 17.51).
[126] Nella
stanza dell’interrogatorio sono presenti: il commissario capo Lamberto
Giannini, il commissario capo Fabrizio La Vigna, l’ispettore superiore Luigi
Palumbo, l’ispettore Fabio Ricciardi. Ahmed Ali Rage non parla la lingua
italiana, ed è assistito dall’interprete Sheik Ali Abdullahi.
[127] Si vedrà poi come vi sia un’altra versione dell’incontro Gelle-Cassini.
[128] Sono i testimoni individuati dalla Commissione Gallo che ha indagato sulle
presunte violenze commesse dalle nostre truppe in Somalia.
[129] Recita il verbale della Digos: «Si dà atto che
l’ufficio acquisisce il foglio che debitamente siglato dai verbalizzanti e
dall’ambasciatore Cassini divengano parte integrante del presente verbale; si
dà atto che l’Ufficio acquisisce anche numero 4 fogli consegnati spontaneamente
dall’ambasciatore Cassini relativi a Abdullah Ahmed Hassan, persona che ha
presentato all’ambasciatore Cassini il testimone Ahmed Ali Rage Gelle».
[130] Dopo la rilettura del verbale, l’ambasciatore
Cassini precisa: è inesatto che Gelle gli presentò il membro del comando come
Hashi Omar Hassan, perché in realtà glielo presentò solo come Hashi Faudo;
l’ambasciatore precisa inoltre che apprese che il membro del commando si
chiamava Hashi Omar Hassan detto Faudo.
[131] «Nato a
Mogadiscio nel 1964; residenza anagrafica a Mogadiscio; distretto Abdull Aziz;
non ha soprannomi; nazionalità somala; sposato e poi divorziato; titolo di
studio: meccanico, attualmente disoccupato, incensurato».
[132] Sono
presenti: il commissario capo Lamberto Giannini, l’ispettore superiore Domenico
Conti, l’ispettore Fabio Ricciardi, e il traduttore Abukar Hayo Ali.
[133] Ma la prevista trasmissione, per ritardi nella programmazione, slitta, e
quando alla fine verrà realizzata il medico somalo non sarà più disponibile.
[134] «Mohamed Scheik Osman e il figlio di Robla stesso, non so se sia ancora
vivo o se sia morto ora. Vendevano a Aidid in Merca e in El Maiani», cfr. alle
pagg. 153 e 174.
[135] Trasmessa
il 20 luglio 1998 da Rai 2, con intervento dei coniugi Alpi e del giornalista
Maurizio Torrealta: una attenta rivisitazione della tragedia di Mogadiscio.
[136] La Rai si
è costituita parte civile, patrocinata dall’avvocato Franco Coppi.
[137]
"Panorama", 30 dicembre 1994.
[138]
"Galassia", febbraio-marzo 1994.
[139] "MezzoCielo", Palermo, aprile 1994.
[140] L’inviato de "La Stampa" a Mogadiscio temeva che qualche collega
potesse essere caduto vittima di aggressioni. Per alcune ore si era temuto che
anche Ilaria Alpi fosse stata sopraffatta dalla folla. Si è chiesto al comando
militare, al generale Bruno Loi, se le pattuglie avessero intercettato
l’automobile della collega; Loi aveva messo subito a disposizione una radio e
due ufficiali per organizzare una scorta. Poco dopo, sulla frequenza dei
giornalisti, si era udita la voce di Ilaria Alpi, che nel frattempo aveva
raggiunto l’albergo Sahafi a Mogadiscio Sud: «tutto bene, non vi preoccupate».
Si saprà poi che Ilaria, catapultata fuori dalla macchina, aveva trovato
ospitalità presso una famiglia somala. Anche il suo cameraman, Alberto Calvi, è
riuscito a salvarsi.
[141] È da segnalare la grande e costante attenzione dedicata dal settimanale
"Avvenimenti" all’inchiesta sulla morte di Ilaria e Miran.
Un’attenzione culminata nel libro Ilaria
Alpi. Vita e morte di una giornalista (pubblicato nel marzo 1995, primo
anniversario della morte).
[142] "Il Ponte", 9 luglio 1995.
[143] "L’Indipendente", 22 marzo 1994.
[144] Capitolo:
"Ilaria e il sultano" del libro di Enrico Deaglio Besame Mucho (Feltrinelli).
[145] Discorso in memoria di Miran Hrovatin, tenuto da Sergij Premru in un circolo
della Comunità slovena di Barcola, presso Trieste, domenica 19 marzo 1995 (a un
anno di distanza dalla morte).