Giorgio e Luciana Alpi

Mariangela Gritta Grainer

Maurizio Torrealta

 

 

 

L’ESECUZIONE

 

 

Inchiesta sull’uccisione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

 

 

 

Kaos Edizioni

 

 

 

Proprietà letteraria riservata

Copyright Ó 1998 Kaos Edizioni

Prima edizione gennaio 1999

 

ISBN 88-7953-078-X

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cara Ilaria,

      non sappiamo se ti farà piacere questa cronistoria di quattro anni di avvenimenti, di lotta e di inchieste per conoscere la verità di questo orrendo delitto che ha troncato la tua gioia di vivere. Ci pare di ascoltare, a volte, la risata con cui sdrammatizzavi certe situazioni, ma d’altra parte non possiamo dimenticare la tua rabbia di fronte a tante ingiustizie che hai dovuto affrontare. Ti chiediamo di capirci. Per noi questa lotta è ragione di vita nel tentativo, forse illusorio, di portare a termine il tuo impegno. Non sarà facile tratteggiare questo lungo periodo di speranze, illusioni e grandi amarezze. Sappi, tesoro, che tante persone ti hanno tradito, hanno cercato di rendere difficile ogni ricerca della verità. Un bacio.

 

Mamma e papà.


Prima parte

 

DOPPIO DELITTO A MOGADISCIO

 

 

 

Domenica 20 marzo 1994

 

 

 

Roma, domenica 20 marzo 1994. È la giornata che precede il rientro dalla Somalia del Contingente italiano. Per Giorgio e Luciana Alpi – genitori della giornalista della Rai, Ilaria – è una domenica importante: termina il viaggio della loro figlia, inviata dal "Tg3" in Somalia.

     Intorno alle ore 12.30 in casa Alpi squilla il telefono. Luciana si precipita a rispondere. È Ilaria, da Mogadiscio. Là, con la differenza di fuso orario, sono circa le 14.30. È appena tornata da Bosaso; sta bene, ma è molto affaticata dal viaggio. Luciana le domanda quando pensa di tornare; Ilaria risponde che – se la redazione del "Tg3" è d’accordo – vorrebbe rimanere ancora qualche giorno per raccontare quello che avviene in Somalia dopo la partenza del Contingente italiano; vorrebbe anche raggiungere la città di Chisimaio. Luciana la invita a non rimandare troppo il ritorno, dopodiché madre e figlia si salutano.

     La telefonata – nonostante la notizia del ritardato ritorno a Roma – tranquillizza i coniugi Alpi. Per loro, sapere che Ilaria si trova a Mogadiscio è motivo di rassicurazione: in quella città è conosciuta e rispettata. Dopo avere parlato con la figlia, Luciana spegne il televisore; suo marito si concede il solito riposo pomeridiano.

 

Verso le ore 15 il telefono di casa Alpi squilla di nuovo, risponde ancora Luciana. In linea c’è una collega di Ilaria, la giornalista del "Tg3" Bianca Berlinguer, che le dice: «Luciana, devo darti una brutta notizia... Ilaria è morta».

     La notizia è già stata diffusa dal Tg di Italia 1 "Studio Aperto" e dall’agenzia Ansa. Tutta la redazione del "Tg3" ha sperato fino all’ultimo che si trattasse di un errore, ma il "lancio" dell’Ansa è chiaro e lapidario:

 

      Somalia: uccisi due giornalisti italiani a Mogadiscio Mogadiscio, 20 marzo – La giornalista del "Tg3" Ilaria Alpi e il suo operatore, del quale non si conosce ancora il nome, sono stati uccisi oggi pomeriggio a Mogadiscio nord in circostanze non ancora chiarite. Lo ha reso noto Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni [1].

 

     La signora Alpi non ci vuole credere, pensa subito a un equivoco, a un malinteso... ha parlato con sua figlia due ore e mezza prima, e stava bene... Nell’altra stanza suo marito continua dormire, e lei non ha il coraggio di svegliarlo.

     Alle ore 15.05 la Rete 3 della Rai interrompe le trasmissioni. Un collega dà la notizia della morte di Ilaria Alpi – ha gli occhi arrossati, e fatica a vincere le lacrime.

     Luciana Alpi ricorda quando sua figlia aveva saputo per prima della morte dei due soldati italiani uccisi a Mogadiscio il 15 settembre 1993: Ilaria si era rifiutata di dare la notizia al telegiornale perché non voleva che i genitori dei due ragazzi apprendessero la terribile verità dalla televisione [2]. Alla giovane giornalista non è stato riservato lo stesso riguardo: il telegiornale di Italia 1, il "Tg1", il "Tg2", l’Agenzia Ansa, la Reuters e la France Press hanno diffuso la notizia della sua morte prima che la famiglia Alpi ne venisse informata [3].

     Da questo momento, comincia la lunga battaglia solitaria di Giorgio e Luciana Alpi per capire come e perché è stata uccisa la loro figlia. Cioè i due elementi che mancano nella notizia diffusa dall’Ansa e dalla televisione.

 

* * *

 

Nove giorni prima, l’11 marzo 1994, a Trieste, la signora Hrovatin aveva salutato suo marito Miran che, con le valigie in mano, stava partendo per Mogadiscio.

     Miran Hrovatin lavorava in una società di servizi audiovisivi, la Videoest di Trieste. Era stato spesso in Bosnia e in Slovenia, dove aveva conosciuto Ilaria Alpi durante la realizzazione di alcuni servizi per il "Tg3". Nella ex Iugoslavia, nonostante la guerra civile, Miran non aveva avuto problemi, anche perché parlava correttamente la lingua. Non era mai stato in Somalia, ma non era nuovo a situazioni difficili: il suo primo reportage di guerra, Hrovatin lo aveva realizzato nelle zone del deserto sahariano dove i guerriglieri del Fronte del Polisario combattevano l’esercito del Marocco.

     La mattina della partenza per Mogadiscio, sulla soglia di casa, Miran aveva tranquillizzato sua moglie: «È un viaggio breve, solo sei giorni [dieci, ndr], poi ritorno...». Dalla Somalia, Miran aveva telefonato spesso a casa. Aveva chiamato sua moglie da Mogadiscio anche prima del viaggio con Ilaria a Bosaso, nel nord della Somalia, e le aveva raccontato della bellezza di quelle terre.

 

Ricorda oggi la signora Hrovatin: «A mio figlio Ian ho deciso di parlare la mattina dopo l’omicidio. L’ho chiamato davanti a me e non so se ho sofferto di più guardando i suoi occhi quando gli ho detto che il babbo non c’era più, o quando ho ascoltato il giorno prima la notizia che Miran era morto» [4].

     Ian, un bel bambino di sei anni, quando sua madre gli aveva detto che Miran non sarebbe più tornato aveva contato a mente e aveva risposto: «Siamo stati insieme solo sei anni, sono pochi, vero mamma?».

     Dal giardino di casa Hrovatin si vede il golfo di Trieste, e si può osservare il lento movimento dei cargo e dei rimorchiatori che attraversano quello specchio di mare. «Mi ha aiutato lavorare in giardino, mi ha aiutato guardare un tramonto o un’alba», dice la moglie di Miran.


Un viaggio funebre troppo frettoloso

 

 

Il 21 marzo 1994 le salme e gli effetti personali di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin vengono caricati su un aereo G-222 dell’Aeronautica militare e portati prima a Mombasa, in Kenia, e poi fino all’aeroporto di Luxor, in Egitto, dove è in attesa una delegazione della Rai formata dal presidente Claudio Demattè, dal direttore generale Gianni Locatelli, dal vice direttore del "Tg3" Angelo Galantini, dall’inviato Giuseppe Bonavolontà, e da un operatore televisivo; è presente anche Umberto Plaja, rappresentante del ministero degli Esteri. Da Luxor le due salme, accompagnate dalla delegazione Rai-Farnesina, vengono imbarcate su un Dc9 dell’Aeronautica militare (MM 62012).

     Alle ore 02 circa del 22 marzo l’aereo militare atterra nell’aeroporto romano di Ciampino, dove sono in attesa i coniugi Alpi e un gruppo di colleghi del "Tg3". Allo sbarco le salme di Ilaria e Miran sono chiuse in due bare metalliche. La salma di Ilaria viene poi trasportata alla camera ardente allestita dalla Rai a Saxa Rubra, ma la bara che nella notte arriva alla sede Rai è di legno. Solo nel novembre 1998 i coniugi Alpi apprenderanno che il trasferimento delle salme dalle bare metalliche a quelle di legno è stato effettuato all’aeroporto di Ciampino, su richiesta del servizio sanitario dello scalo, da funzionari dell’impresa mortuaria "Scifoni". L’operazione è avvenuta ottemperando a norme sanitarie, ma senza la presenza dell’autorità giudiziaria; nella bara metallica c’era un sacchetto contenente gli indumenti di Ilaria intrisi di sangue, riposti nella nuova bara di legno senza alcuna verifica.

     Nel corso della stessa notte i bagagli della giornalista (una valigia "Samsonite", e una borsa "Mandarina Duck") vengono consegnati dal giornalista Federico Pietranera a Luciana e Giorgio Alpi. Né la valigia né la borsa presentano alcuna traccia di sigilli. Sei videocassette girate da Ilaria in Somalia vengono prelevate dai suoi colleghi del "Tg3" dalla borsa (verranno poi utilizzate per i servizi mandati in onda nei giorni successivi).

 

La salma di Hrovatin, invece, da Roma viene trasportata fino all’aeroporto di "Ronchi dei Legionari", a Trieste, dove viene accolta da un gruppo di amici e colleghi. La camera ardente viene allestita nella Chiesa della Beata Vergine del Rosario; le esequie sono fissate per la mattina di mercoledì 23 marzo, nella chiesa di Sant’Andrea Taumaturgo. I familiari decidono che dopo la cerimonia il corpo di Miran venga cremato.

     Con molta tempestività il sostituto procuratore di Trieste Filippo Gullotta dispone che la salma dell’operatore venga sottoposta ad autopsia, affidando l’incarico al medico legale Fulvio Costantinides.

     Dopo la cerimonia religiosa, nelle poche ore che precedono il trasporto della salma di Hrovatin al forno crematorio, il medico dà esecuzione all’autopsia. Nella bara il corpo è avvolto in un sacco di tela plastificata con maniglie da trasporto della Us Army; c’è un certificato di avvenuta identificazione del cadavere redatto in lingua inglese, e ci sono un "Verbale di ispezione esterna del corpo" effettuato sulla nave Garibaldi e il nulla osta per l’ingresso in Italia del cadavere rilasciato dall’Ufficio di Sanità dell’aeroporto di Ciampino.

     L’autopsia eseguita sul corpo di Hrovatin stabilisce che Miran è stato ucciso da un solo colpo d’arma da fuoco (del calibro di poco superiore ai 5 millimetri), sparatogli alla tempia destra, che ha attraversato il capo e si è conficcato alla base del cranio. Il braccio destro presenta tracce di escoriazioni come fosse stato alzato a difesa della testa. Attorno alla ferita non ci sono tracce di polvere da sparo: non è possibile stabilire se Miran, al momento dell’uccisione, indossasse un cappello che le abbia trattenute. È dunque difficile stabilire con certezza la distanza dell’arma dalla testa: «Teoricamente [una distanza] maggiore di 40 centimetri... Non si può escludere che l’arma che ha ucciso Miran sia la stessa che ha ucciso Ilaria» [5].

 

Mentre i media danno al duplice omicidio di Mogadiscio un grande risalto con titoli in prima pagina e con la diretta televisiva del funerale di Ilaria Alpi, le istituzioni sono assai meno attente. Luciana e Giorgio Alpi, dopo la cerimonia funebre celebrata nei viali del Centro Rai di Saxa Rubra, sono costretti a vivere un’esperienza drammatica: al cimitero Flaminio la sepoltura della loro figlia viene inspiegabilmente sospesa, senza che venga fornita loro alcuna spiegazione.

     Dopo tre ore di penosa attesa, un funzionario del cimitero li informa che la sepoltura non potrà avvenire fino a quando non arriverà l’autorità giudiziaria per effettuare l’identificazione della salma e per redigere un certificato di morte; la Procura è stata avvertita, e si deve aspettare l’arrivo del magistrato di turno [6]. Trascorsa un’altra ora, al cimitero arriva il sostituto procuratore Andrea De Gasperis accompagnato dal consulente medico Giulio Sacchetti.

     La salma della giornalista viene portata nella sala incisoria del cimitero, e Luciana e Giorgio Alpi vengono invitati a "riconoscere" il corpo; secondo le notizie diffuse dai mass media, il corpo di Ilaria sarebbe stato deturpato da numerosi colpi di arma da fuoco, per cui i genitori delegano ai cognati l’adempimento della macabra formalità. Così i due parenti hanno modo di verificare che il corpo di Ilaria è invece intatto: solo il capo è fasciato da garze bianche. Dopo il riconoscimento, viene eseguito sulla salma un esame medico esterno.

     «Io ero di turno», racconterà il magistrato Andrea De Gasperis in un’intervista al "Tg3" [7], «sono andato nel pomeriggio al cimitero di Prima Porta dopo che furono fatte le esequie e lì è stato eseguito un esame esterno del corpo, aperta la bara, identificata nuovamente con il medico legale, dottor Sacchetti. L’unico dato rilevante che abbiamo constatato era questo: sul corpo si trovava una sola ferita al capo, ferita che nell’immediatezza il medico legale riconduceva a un colpo singolo di arma corta, di una pistola [che ha sparato, ndr] a contatto [della testa, ndr]. L’idea che io mi sono fatto è che non c’è stato un conflitto, uno scontro, un atto di guerra riconducibile a una situazione di illegalità generalizzata che avviene in Somalia, ma una attività mirata. Sicuramente sono stati esplosi pochi colpi di armi da fuoco».

     Il medico legale, da parte sua, scrive di «ferita penetrante al capo da colpo d’arma da fuoco a proiettile unico: mezzo adoperato pistola, arma corta. [...] Quanto ai mezzi che produssero il decesso, si identificano, per gli elementi che sono in possesso del medico legale, in un colpo d’arma da fuoco a proiettile unico esploso a contatto con il capo».

     «Bisogna far presente», preciserà De Gasperis, «che l’arma corta è alquanto inusuale in una vicenda bellica: infatti non viene usata nel caso in cui si affrontino due corpi in combattimento, trattandosi di un’arma impiegata per colpire a distanza ravvicinata o per commettere delitti. [Durante l’esame esterno] è stato inciso lievemente il collo e, per mezzo di uno specillo, si è potuto verificare che il proiettile, che era ancora nel corpo, era entrato dalla calotta cranica e aveva seguito una traiettoria perpendicolare... Quando viene sparato un colpo in aderenza, i gas che l’arma da fuoco rilascia, non potendosi espandere, si comprimono e quindi il cuoio capelluto viene inciso dal proiettile che però provoca una ferita espansa. Vi è cioè un effetto devastante sul cuoio capelluto. Ciò è riscontrabile sul capo di Ilaria Alpi» [8].

     In pratica, la ferita che ha provocato la morte della giornalista presenta la spaccatura a stella della pelle attorno al foro di entrata del proiettile: conseguenza del colpo sparato a contatto. I manuali di criminologia su questo punto sono concordi: sono i gas del bossolo usciti con violenza dalla canna a provocare il rigonfiamento (“sacca di Piedelievre”) e la spaccatura stellare del tessuto epiteliale accanto al foro di entrata del proiettile. La mancata fuoriuscita del proiettile e la rottura del tessuto a forma di stella, inducono a ritenere che la morte della giornalista sia stata causata da un colpo di arma corta sparato a contatto (diversamente, un colpo sparato da un fucile sarebbe fuoriuscito e avrebbe avuto effetti devastanti). Vengono inoltre riscontrate ferite sulle dita delle mani di Ilaria, come se avesse cercato istintivamente di "difendersi".

     La morfologia della ferita che ha ucciso la giornalista è di fondamentale importanza per capirne la morte. Infatti, se la Alpi fosse stata raggiunta da un colpo di fucile o da una raffica di mitragliatrice, la sua morte avrebbe potuto essere attribuibile a una tragica casualità: un colpo vagante, o una raffica incidentale durante un conflitto armato tra gruppi di somali. Viceversa, il fatto che sia stata uccisa da un colpo di pistola sparato alla nuca e a freddo (essendo Ilaria e Miran ovviamente disarmati) induce a ritenere che si sia trattato di una esecuzione. Un’ipotesi, quest’ultima, rafforzata dal fatto che alle due vittime non è stato rubato nulla.

     Ma chi aveva motivo di uccidere Ilaria a Mogadiscio? È la domanda che i genitori della giornalista cominciano a porsi leggendo la perizia medica. Giorgio Alpi è medico, è stato primario, ha familiarità con la terminologia delle perizie mediche. Nessun colpo vagante, nessuna tragica fatalità: qualcuno si è avvicinato a Ilaria, le ha poggiato la canna di una pistola alla testa e ha sparato: una esecuzione in piena regola. Ma chi? E perché?


Una classica esecuzione

 

 

 

Luciana e Giorgio Alpi seguono con attenzione gli articoli dei giornali che si occupano dell’uccisione della loro figlia. Ma le notizie che vengono pubblicate sono vaghe e imprecise: pochi quotidiani dispongono di un inviato a Mogadiscio, e gli articoli fanno perlopiù riferimento alle notizie diffuse dall’agenzia Ansa.

     Fra coloro che si recano a casa Alpi per esprimere le condoglianze c’è un montatore capo della Rai [9] amico di Ilaria, il quale consegna ai genitori della giornalista una copia di tutti i "lanci" Ansa relativi al duplice omicidio. Leggendo e rileggendo quei dispacci, emergono particolari interessanti.

 

*

 

      20 marzo 1994, ore 14.43 [10] – Somalia: uccisi due giornalisti italiani a Mogadiscio – Una fonte dello Stato maggiore dell’Esercito ha confermato la morte dei due giornalisti italiani, precisando che si è trattato «di un vero e proprio attacco per uccidere»...

 

     Questo dispaccio delle ore 14.43 – il secondo, subito dopo il duplice delitto – testimonia come sia lo stesso Stato maggiore dell’esercito a escludere la casualità e l’incidentalità, affermando che si è invece trattato «di un vero e proprio attacco per uccidere».

 

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      20 marzo 1994, ore 15.12 – Somalia: uccisi inviata "Tg3" e operatore a Mogadiscio – L’inviata del "Tg3" Ilaria Alpi e un operatore televisivo sono stati uccisi oggi a Mogadiscio. L’uccisione è avvenuta a poche centinaia di metri dall’Hotel Amana e dall’ex ambasciata italiana – attualmente sede di un comando della polizia somala – dove la Land Rover con i due giornalisti è stata attaccata da un gruppo di somali armati. «È stato senz’altro un agguato», ha detto Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che è stato tra i primi a giungere sul posto. Secondo una prima ricostruzione l’episodio è accaduto tra le 14.30 e le 15 (ora locale) mentre Alpi e l’operatore provenendo da Mogadiscio sud raggiungevano probabilmente la postazione satellitare dell’Ansa installata nell’Hotel Amana. «Non c’è stata sparatoria», ha detto un testimone oculare, «perché i giornalisti non avevano scorta armata».

 

     Questo "lancio" Ansa delle ore 15.12 cita dunque un testimone oculare secondo il quale non vi è stato alcun conflitto a fuoco in quanto Alpi e Hrovatin non avevano la scorta.

 

*

 

     Un successivo dispaccio, diffuso dall’Ansa alle ore 17.51, fornisce nuovi particolari attraverso la testimonianza del generale Carmine Fiore, il comandante del Contingente militare italiano in Somalia:

 

      20 marzo 1994, ore 17.51 «Erano in sei», racconta Fiore, che riferisce la testimonianza di un autotrasportatore italiano, «armati, a bordo di una Land Rover. Hanno superato e bloccato l’auto dei giornalisti italiani e obbligato la scorta armata (due civili somali) ad allontanarsi. Solo allora hanno fatto fuoco. Ilaria Alpi si è coperta il volto con le mani, quasi a proteggersi: un proiettile le ha attraversato il capo. Sempre al capo un altro proiettile ha raggiunto e ucciso l’operatore». Il generale Fiore non ha dubbi: «A mio parere a sparare è stato un gruppo di fondamentalisti. La loro jeep era stata vista, dai caschi blu pachistani che controllano l’ultimo check-point, seguire l’auto dei due italiani». L’agguato è avvenuto all’altezza dell’ex ambasciata italiana, poco distante dall’Hotel Amana, dove Ilaria Alpi e l’operatore erano diretti, probabilmente per mettersi in contatto con il proprio direttore, al "Tg3", usando il telefono satellitare dell’Agenzia Ansa. «Erano stati per tre giorni a nord della Somalia», racconta ancora il generale Fiore, «per un servizio giornalistico che sarebbe dovuto andare in onda questa sera». Subito dopo l’agguato i due giornalisti sono stati soccorsi da Giancarlo Marocchino, l’autotrasportatore italiano, il quale ha provveduto a trasportare i corpi al Porto vecchio. Qui era pronto per l’imbarco l’ultimo gruppo di militari italiani.

      «La situazione è pesante a Mogadiscio», ha detto Fiore. «Stiamo raggruppando tutti i giornalisti italiani al Porto vecchio per imbarcarli sulla "Garibaldi", dove sono già state sistemate le salme dei loro colleghi uccisi».

 

     Anche in questo caso, viene escluso un conflitto a fuoco, ma si accredita la tesi di una precisa azione omicida volta a colpire proprio Alpi e Hrovatin previo allontanamento dei due uomini della scorta; una premeditazione confermata dal fatto che l’auto degli assassini ha seguito la macchina di Ilaria e Miran fin dal check-point ed è stata notata dai militari pachistani di quel posto di blocco. Le parole del generale Fiore risultano però enigmatiche: non si comprende come l’alto ufficiale possa essere a conoscenza del servizio preparato da Ilaria «che sarebbe dovuto andare in onda questa sera». Né si comprende l’attribuzione del duplice delitto a un gruppo di fondamentalisti islamici: una tesi sostenuta dal generale Fiore senza alcuna apparente ragione, dal momento che non vi è alcun indizio in tal senso.

 

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      20 marzo 1994, ore 16.52 – Somalia: uccisi giornalisti italiani – «A un posto di blocco di caschi blu nigeriani, i militari», ha detto l’ambasciatore Scialoja, «avevano notato che la vettura di Alpi era seguita a distanza da una "Land Rover" blu con a bordo sei persone armate. È stata proprio questa vettura che ha affiancato l’automobile con i giornalisti. Ne sono scesi i sei armati, hanno aperto le portiere dell’auto e hanno fatto fuoco contro Alpi e Hrovatin».

 

     Anche questo dispaccio riepilogativo, diffuso dall’Ansa poco prima delle ore 17, conferma il pedinamento dell’auto di Ilaria e Miran, e la loro uccisione-esecuzione, non casuale o incidentale, bensì premeditata. Di nuovo c’è che l’ambasciatore italiano a Mogadiscio – Mario Scialoja – parla di militari nigeriani invece che pachistani [11].

 

*

 

      20 marzo 1994, ore 20.08 – Somalia: giornalisti italiani uccisi, un’esecuzione – Le circostanze dell’uccisione di Alpi e Hrovatin sembrano non lasciare incertezze sul dato che doveva essere stata organizzata. La "Land Rover" blu che ha bloccato ed affiancato la vettura dei due giornalisti presso l’hotel Amana, a Mogadiscio nord, era stata notata dai soldati del posto di controllo pachistano dell’Obelisco, a meno di un chilometro dal luogo dell’episodio. Non è stata controllata, come avviene ormai da tempo, nonostante avesse sei armati a bordo, un vero e proprio commando, che aveva probabilmente seguito l’auto dei giornalisti da quando era partita dall’albergo Al Sahafi, a Mogadiscio sud. Se sarà riconfermata la ricostruzione fatta dal comandante del contingente italiano, generale Carmine Fiore, i due somali armati che scortavano i giornalisti sono stati costretti dagli aggressori a scendere dall’automobile, prima di sparare. Subito dopo le raffiche di mitragliatore all’interno dell’abitacolo.

 

     Di nuovo, l’Ansa scrive di una esecuzione in piena regola, come confermano le parole del comandante in capo del Contingente italiano, generale Fiore, il quale definisce la dinamica dell’omicidio «un inseguimento e una esecuzione». Questo dispaccio Ansa delle ore 20.08 prosegue con un nuovo "lancio" delle ore 20.09:

 

      Subito dopo l’attacco e l’uccisione, una folla si è radunata attorno alla vettura. Qualcuno, incurante della tragicità della scena, ha tentato di portar via la telecamera dell’operatore [Hrovatin non aveva con sé la telecamera, ndr] e qualche effetto personale della giornalista, ma sono stati subito fermati da altri somali della zona. L’episodio crea dubbi anche sull’opportunità del lavoro dell’informazione a Mogadiscio: i nomi di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin si aggiungono a quelli dei fotografi Hansi Kraus (30 anni, tedesco) Hos Maina (38) e Dan Eldon (22), entrambi inglesi, e del fonico kenyano Anthony Macharia, trucidati il 12 luglio scorso. I dubbi possono essere mitigati: il portavoce di Aidid, Awale, ha osservato che forse l’uccisione dei due giornalisti del "Tg3" potrà accelerare i colloqui in corso a Nairobi. Stasera è già stato annunciato dalle fazioni che martedì sicuramente sarà presentata alla stampa la dichiarazione di intenti per la formazione di un governo in Somalia (sono previsti un presidente e quattro vice-presidenti). Se è così, il presunto scopo di turbare la possibilità di un accordo tra i contendenti sembra fallito. I somali sembrano molto attenti alla funzione dell’informazione e forse questa, anche se in negativo, può essere la chiave di interpretazione del tragico episodio di oggi: Ilaria e Miran potrebbero aver raccolto documenti "compromettenti" per qualcuno.

 

     A poche ore dal duplice omicidio-esecuzione, l’Ansa ipotizza dunque anche il possibile movente: Ilaria e Miran potrebbero avere raccolto documenti “compromettenti”. Un’ipotesi che viene adombrata anche dal "Tg3", in un servizio trasmesso nell’edizione delle ore 19 di quello stesso 20 marzo:

 

      «Ilaria Alpi, giornalista del "Tg3", e Miran Hrovatin, operatore di Videoest, sono stati uccisi oggi a Mogadiscio. Una camionetta con sei uomini armati ha bloccato la loro auto, gli assassini hanno aperto le portiere e hanno sparato. Ilaria e Miran erano appena tornati a Mogadiscio dopo aver percorso molte località della Somalia e oggi avrebbero dovuto inviare il loro primo servizio. Forse per impedire che la loro testimonianza andasse in onda, forse per lanciare un messaggio terroristico alla comunità internazionale, quelli che le agenzie di Stampa definiscono banditi, hanno ucciso Ilaria e Miran».

 

     Nei giorni successivi l’Ansa prosegue a diffondere notizie da Mogadiscio, dove c’è l’inviato dell’Agenzia Peppino Tripaldi:

 

      21 marzo 1994 – Somalia: giornalisti uccisi, provata l’esecuzione – Solo due proiettili. Tanti sono bastati per uccidere i due inviati della Rai a Mogadiscio. Uno per Ilaria Alpi, centrata alla tempia sinistra; l’altro per Miran Hrovatin raggiunto nella zona fronto-parietale destra. Il referto stilato dal nucleo sanitario del 25° gruppo navale italiano non lascia dubbi sull’esecuzione [12]. Questo, almeno, a detta dei militari che hanno trasportato le salme dalla capitale somala a Luxor (Egitto).

      In dichiarazioni fatte oggi agli inviati dell’agenzia francese AFP e di quella inglese Reuters, Abdilkarim Yaya, uno dei proprietari dell’albergo "Amana", nei pressi del quale Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sono stati uccisi, ha affermato che «Ilaria sarebbe morta dissanguata perché circa un’ora dopo l’attacco era ancora viva e avrebbe potuto essere salvata». Suo cognato Hassan – ha raccontato Yaya – avrebbe chiesto aiuto ai soldati nigeriani per ottenere un’ambulanza, ma essi avrebbero rifiutato. Inoltre i somali dell’albergo non avrebbero trasportato Ilaria e Miran al vicino ambulatorio "Italia" per paura di essere accusati dell’attacco. Soltanto due ore dopo – secondo Yaya – una pattuglia di soldati pachistani sarebbe arrivata sul posto con un blindato, quando già i due corpi erano stati portati via da Marocchino.

 

     Sulla dinamica dell’omicidio non sembrano esservi più dubbi: si è trattato di un’esecuzione, con due soli colpi sparati alla testa di Ilaria e Miran. Di nuovo c’è solo la testimonianza di un ritardo dei soccorsi.

 

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      23 marzo 1994 – Somalia: giornalisti uccisi, Aidid chiede indagini italiane – Il generale Mohamed Farah Aidid chiede l’intervento di investigatori italiani in Somalia per far luce sull’assassinio degli inviati del "Tg3" Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, avvenuto domenica scorsa. «Abbiamo già ordinato ai nostri rappresentanti a Mogadiscio di indagare per scoprire chi sono i mandanti dell’assassinio», ha detto Aidid in un’intervista diffusa oggi da "Italia Radio". «Credo che sia stato commissionato da alcuni stranieri», ha aggiunto, «ma abbiamo bisogno della collaborazione del governo italiano affinché mandi investigatori che indaghino su ciò che è avvenuto». Sui mandanti e sul movente dei due omicidi, Aidid ha ribadito che, a suo avviso, sono da ricercare in «gruppi che hanno intenzione di destabilizzare il Paese, ossia da somali o da stranieri (esclusi però occidentali) contrari al processo di pace».

 

     Questo dispaccio Ansa è particolarmente interessante: informa che è in corso un’inchiesta sul duplice omicidio disposta dal generale Aidid, potente capo di una delle fazioni somale in guerra, il quale sollecita l’intervento degli investigatori italiani. Inoltre, vi sono elementi che inducono Aidid a sostenere che i mandanti del duplice delitto non sono somali: sarebbero stranieri, ma non occidentali.

 

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      26 marzo 1994 – Somalia: sopralluogo Unosom [13] dopo uccisione giornalisti – Un sopralluogo è stato compiuto oggi da dodici caschi blu di varie nazionalità (pachistani, del Bangladesh, svedesi, americani e un italiano) nella zona di Mogadiscio nord dove, domenica scorsa, furono uccisi i giornalisti del "Tg3" Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. I militari – che erano a bordo di due "Land Rover" e una "Toyota" con i contrassegni Unosom – hanno ricostruito i movimenti delle tre vetture coinvolte nell’agguato e si sono poi allontanati. Si tratta, con ogni probabilità, di accertamenti nell’ambito dell’inchiesta avviata da Unosom sull’episodio di domenica 20 marzo. «Devono aver forse catturato qualcuno dei killer», ha osservato un testimone oculare, «altrimenti non avrebbero potuto ripetere i movimenti delle automobili con tanta precisione». Da fonte Unosom non si sono, per ora, avute conferme di risultati dell’inchiesta in corso [14].

 

     Da questo "lancio" Ansa si apprende che è in corso un’inchiesta sul duplice omicidio da parte dell’Unosom, alla quale partecipa anche un ufficiale italiano [15].

     A pochi giorni dal delitto, un solo fatto è certo: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non sono morti accidentalmente, ma sono stati uccisi da quella che è stata una classica esecuzione, da un killeraggio mirato. Una verità che qualcuno tenterà subito di confutare, arrivando a inventare perfino una casuale "pallottola vagante" capace di colpire da sola sia Ilaria sia Miran.

 

* * *

 

Verso fine marzo Giorgio e Luciana Alpi si recano all’Unità di crisi presso il ministero degli Esteri. Vengono ricevuti dall’ambasciatore Magno, il quale comunica loro di non essere in grado, al momento, di fornire alcuna ulteriore notizia oltre a quelle già diffuse dalla stampa.

     I coniugi Alpi manifestano all’ambasciatore Magno il loro stupore per il mancato arrivo dell’ambasciatore Mario Scialoja, quel 20 marzo a Mogadiscio, sul luogo dell’attentato. Magno risponde loro che Scialoja non aveva potuto recarvisi perché era sprovvisto sia di un mezzo di trasporto sia della scorta. Ma i genitori di Ilaria sanno che l’ambasciatore italiano a Mogadiscio era ospitato in un compound popolato da alcune migliaia di ca­schi blu, e che dunque la giustificazione è pretestuosa, e lo dicono. A quel punto l’ambasciatore Magno precisa che i comportamenti dell’ambasciatore Scialoja sono stati comunque determinati dalla sensibilità del medesimo [16].

     Nel corso dell’incontro, i coniugi Alpi ricordano all’alto funzionario della Farnesina il servizio di Ilaria trasmesso dal "Tg3" subito dopo la morte della giornalista: la notizia del sequestro, a Bosaso, di una nave della società Shifco con tre italiani nell’equipaggio (notizia che la Alpi aveva raccolto e diffuso per prima). L’ambasciatore spiega che la Farnesina di questa notizia era già al corrente: non l’aveva divulgata perché temeva di compromettere le trattative determinando un aumento del prezzo del riscatto chiesto per il rilascio della nave e dell’equipaggio. I coniugi Alpi fanno notare all’ambasciatore che la risposta non è convincente, dal momento che il riscatto non avrebbe dovuto pagarlo la Farnesina ma i Lloyd’s di Londra... Piuttosto seccato, l’ambasciatore Magno congeda i coniugi Alpi, assicurandoli che avranno notizie più precise dal ministro Umberto Plaja (responsabile dell’Unità di crisi della Farnesina) appena rientrerà a Roma, e che Plaja in ogni caso telefonerà loro quello stesso pomeriggio.

     Ma la telefonata del ministro Plaja a casa Alpi non arriverà, né quel pomeriggio né mai.


Bagagli manomessi

 

 

 

La notte del 22 marzo 1994 ai coniugi Alpi vengono consegnati tre bagagli: la borsa di Ilaria (una "Mandarina Duck"), la sua valigia grande, e una terza borsa (bagaglio di Miran Hrovatin, che viene poi spedita a Trieste). Aprono solo la borsa (la "Mandarina Duck"): contiene alcuni oggetti personali, una busta con banconote straniere, e alcune ricevute delle spese sostenute da Ilaria in Somalia; la busta con le note-spese la affidano a un collega della figlia affinché provveda a recapitarla alla Rai. La valigia grande, contenente gli effetti personali di Ilaria, troveranno la forza di aprirla solo molti giorni dopo.

     Ma i bagagli della giornalista consegnati ai genitori presentano delle anomalie. La borsa e la valigia, infatti, non mostrano traccia dei sigilli che su di essi sono stati apposti quando, sulla nave "Garibaldi", erano stati raccolti e spediti. Un’anomalia gravissima, che tuttavia da sola non dà la certezza che qualcosa sia stato prelevato: Luciana e Giorgio Alpi, infatti, non sanno cosa avesse portato con sé Ilaria. I coniugi Alpi si avvedranno che qualcosa di strano è accaduto intorno ai bagagli di Ilaria durante il trasporto in Italia solo parecchi giorni dopo: dopo aver parlato con gli amici della figlia, e con i giornalisti che a Mogadiscio dopo l’omicidio si sono occupati dei bagagli della collega.

     La giornalista di "Studio Aperto" Gabriella Simoni – una delle prime persone, insieme a Giovanni Porzio di "Panorama", arrivate sul luogo dell’omicidio – racconta di essersi occupata personalmente di preparare i bagagli di Ilaria: lo attestano le immagini filmate da Vittorio Lenzi, un giornalista svizzero della televisione del Canton Ticino che l’ha accompagnata e ha filmato tutta l’operazione. In queste immagini si vede con chiarezza la giornalista di “Studio Aperto” che raccoglie gli effetti personali di Ilaria nella sua camera all’albergo Sahafi; nel filmato compaiono 4 o 5 block notes, che uniti al block notes trovato sul luogo dell’omicidio (e documentato dal filmato diffuso dalle agenzie televisive), portano ad almeno 5 block notes.

     «I taccuini [di Ilaria] che ho raccolto», racconta Gabriella Simoni, «erano 4 o 5, sparsi per la stanza, due di questi erano scritti, uno un po’ più grande l’ho messo nella valigia, ma non era scritto, e gli altri, lo ripeto, li ho messi nella borsa». E Giovanni Porzio: «Li abbiamo sfogliati pagina per pagina, uno era pieno di time codes, conteneva cioè l’elenco dei contenuti delle cassette, minuto per minuto» [17].

     Ma nella valigia di Ilaria i coniugi Alpi trovano 2 block notes (uno in bianco, e il secondo con pochi appunti), e non il solo block notes grande senza scritte messo nella valigia dalla Simoni. Mentre nella borsa "Mandarina Duck" non c’è nessun block notes.

     Della sparizione dei block notes dalla borsa di Ilaria i coniugi Alpi informano il giornalista del "Tg3" Maurizio Torrealta, il quale telefona al generale Fiore, presso il Comando di brigata Mec. Legnano, e gli domanda quanti fossero i block notes presenti nei bagagli di Ilaria spediti a Roma: l’alto ufficiale risponde che «erano 5». E il 19 maggio 1994 – due mesi dopo la morte di Ilaria – il "Tg3" trasmette un servizio con la registrazione telefonica del generale Fiore che conferma i 5 block notes, e del padre di Ilaria che dice di averne trovati nei bagagli solo 2.

     Il generale Fiore, a conferma di quanto dichiarato, invia a Torrealta, via fax, l’elenco degli effetti personali di Ilaria e Miran compilato dal comandante della nave "Garibaldi" Giovanni Giorgi: nell’elenco c’è la conferma che i block notes della giornalista, inclusi nei suoi bagagli e spediti a Roma assieme alle salme, erano 5. In pratica, questo documento è la prova provata che durante il viaggio verso l’Italia i 5 block notes di Ilaria Alpi sono diventati 2, e che gli altri 3 sono stati trafugati. Il documento attesta inoltre l’esistenza di un elenco ufficiale del materiale spedito assieme alla salma di Ilaria, elenco mai pervenuto ai coniugi Alpi.

     Qualche tempo dopo il servizio del "Tg3" del 19 maggio 1994 sulla sparizione dei block notes, la Rai invia ai genitori di Ilaria uno strano foglio che è stato rinvenuto fra le ricevute delle note-spese dell’ultimo viaggio di Ilaria: si tratta della pagina numero 3 dell’elenco degli oggetti inviato a Torrealta dal generale Fiore con una sola differenza: alla voce «biglietti con numeri telefonici» c’è l’aggiunta di una nota manoscritta: «trattenuto al Min. Affari Esteri», firmato Plaja. Un’annotazione che non risultava alla pagina 3 dell’elenco inviato dal generale Fiore al giornalista del "Tg3".

     È evidente che qualcuno ha messo le mani nelle carte di Ilaria, e ha fatto sparire l’elenco degli effetti personali, lasciandone poi per errore una pagina fra le note spese. E in quella pagina c’è la traccia di chi ha indebitamente frugato tra i bagagli di Ilaria: l’ambasciatore-ministro Plaja. È lui che ha trattenuto – con un atto del tutto arbitrario, non essendo investito di alcuna funzione di polizia giudiziaria – due fogli con alcuni numeri di telefono trovati in possesso di Ilaria al momento della sua uccisione.

 

Il 20 giugno 1994 i coniugi Alpi ricevono una lettera del presidente della Rai Claudio Demattè: «Ho ricevuto dal ministro Umberto Plaja l’invito a consegnarvi il documento che a suo tempo era stato trattenuto: assolvo a questo compito con rinnovato dolore e partecipazione».

     Allegati alla lettera ci sono due fogli protocollo, macchiati dal sangue di Ilaria, recanti numerose annotazioni di numeri telefonici e frequenze radio.

     Perché sono stati trafugati dai bagagli e trattenuti per tre mesi? E per quale ragione l’ambasciatore Plaja non li ha restituiti direttamente ai genitori di Ilaria, ma li ha consegnati al presidente della Rai? L’ambasciatore-ministro Plaja viene interrogato dal magistrato Andrea De Gasperis il 23 giugno, cioè tre giorni dopo la restituzione del documento [18].

     Cinque mesi dopo, in data 29 novembre 1994, il ministro degli Esteri Antonio Martino invia ai coniugi Alpi la seguente lettera:

 

      «Nel corso del volo di rientro [quello da Luxor a Ciampino, quando l’ambasciatore Plaja e il presidente della Rai erano a bordo, ndr] venne deciso, per motivi umanitari, di pulire, lavandoli, gli oggetti imbrattati di sangue. Non essendo possibile lavare il foglietto [due fogli formato protocollo, ndr] per evitare che si cancellasse quanto vi era scritto, si pensò di toglierlo dal sacco di plastica e di mettere al suo posto uno scritto, firmato dall’ambasciatore Plaja, in cui si precisava che veniva trattenuto. Il foglietto è stato poi preso in custodia dall’ex presidente della Rai, Demattè, che lo ha restituito allorché, tramite Plaja, ne venne fatta richiesta. Forse la decisione di trattenere il foglietto fu poco opportuna. Esso poteva essere consegnato alla famiglia nello stato in cui si trovava. Non ho però motivo di dubitare che l’intento sia stato positivo e che non vi era alcun intendimento di sopprimere documenti rilevanti».

 

     Ma a Giorgio e Luciana Alpi la spiegazione del ministro Martino risulta assai poco convincente: infatti, altri oggetti racchiusi nel "sacco di plastica" – quelli che il ministro sostiene siano stati lavati in aereo «per motivi umanitari» – sono pervenuti ai genitori della giornalista con vistose tracce di sangue (specialmente il braccialetto che Ilaria aveva al polso quando è stata uccisa).

     Le immagini girate dalla Rai in quella occasione dimostrano che i bagagli di Ilaria e Miran, al momento del trasferimento nell’aereo militare a Luxor, erano sigillati. È dunque certo che durante il volo da Luxor a Ciampino sono stati manomessi col pretesto "umanitario". Perché?

     Prima la rottura dei sigilli dei bagagli di Ilaria; poi il trafugamento di 3 block notes; poi l’asportazione di due fogli recanti numeri telefonici... Il tutto è avvenuto sull’aereo Luxor-Ciampino a bordo del quale, oltre al vertice della Rai, c’era l’ambasciatore-ministro Umberto Plaja in rappresentanza della Farnesina. Un volo pieno di stranezze, come appurano i coniugi Alpi ricostruendo l’iter dei bagagli.

     I corpi di Ilaria e Miran sono stati portati sulla nave militare "Garibaldi", ancorata in rada davanti a Mogadiscio, circa un’ora dopo il duplice omicidio, e i relativi bagagli verso le 18 pomeridiane. Sulla nave i corpi sono stati sottoposti a un riscontro esterno: il capitano di vascello Armando Rossitto ha scattato fotografie a colori e in bianco e nero del capo di Ilaria; sono stati poi redatti un referto medico e il certificato di morte [19]. Le foto scattate al capo di Ilaria a bordo della nave "Garibaldi", almeno fino al 20 febbraio 1998, non sono mai state consegnate né ai coniugi Alpi né all’autorità giudiziaria, né è mai stato consegnato il referto del riscontro esterno eseguito dai medici della nave [20].

     Dalla nave "Garibaldi", i corpi sono stati poi trasportati in elicottero di nuovo a Mogadiscio, presso un obitorio privato delle Forze armate americane, quello della Compagnia Brown-Root di Houston, dove è stato redatto, per le due salme, un documento medico in lingua inglese ("Body Anatomy Report") contenente: le generalità delle vittime, i dati relativi al luogo e alla dinamica dell’evento che aveva causato la morte, e sul retro un disegno del corpo umano con indicati i punti di entrata e di uscita dei proiettili. Anche questo documento non verrà mai consegnato né ai coniugi Alpi né ai magistrati che indagano sul delitto (mentre il medico che ha eseguito l’autopsia sul corpo di Hrovatin ha potuto prendere visione del "Body Anatomy Report" di Miran).

     Riportati i corpi a Mogadiscio, gli effetti personali delle due vittime sono rimasti sulla nave "Garibaldi".    «Io ho formato due buste, le ho chiuse, timbrate e sigillate», testimonierà il comandante della nave "Garibaldi" davanti al magistrato, «in queste buste furono messi gli effetti personali di Ilaria e Miran». Ma quelle buste ai coniugi Alpi non sono mai state recapitate, né chiuse né aperte, così come non hanno mai ricevuto l’elenco degli effetti personali della figlia. A mezzanotte il giornalista Giovanni Porzio è stato «svegliato dai militari che volevano un aiuto per inventariare il materiale, dato che i bagagli contenevano degli oggetti tecnici dei quali i militari a bordo della nave non avevano conoscenza». L’indomani i bagagli di Ilaria e Miran sono stati sbarcati per mezzo di un elicottero sulla pista dell’aeroporto, e riuniti insieme mediante una rete.

     Ma dove è finito l’elenco-inventario degli effetti personali delle due vittime compilato e firmato dal comandante della nave "Garibaldi"? Il generale Carmine Fiore sostiene di averlo consegnato alla giornalista Gabriella Simoni che avrebbe dovuto farlo pervenire ai coniugi Alpi [21]. Ma la Simoni smentisce la versione del generale: nel viaggio di ritorno in aereo lei è sbarcata a Mombasa e non è rientrata subito in Italia.

     «Noi abbiamo seguito il bagaglio fino a Mombasa», racconta la giornalista, «e possiamo dire che fino a lì nessuno ci ha messo le mani... Durante il viaggio da Mombasa a Ciampino noi non c’eravamo». Il giornalista Giovanni Porzio conferma che «i bagagli erano sigillati con il piombo, mentre mi risulta – mi è stato detto, perché non ero presente – che a Ciampino non tutti i bagagli erano sigillati». E la Simoni: «A me risulta che una sola persona abbia seguito tutto il viaggio da Mogadiscio. Si chiama Luigi Comito, ed è uno dei responsabili del soccorso aereo» [22].

     A Luxor il maresciallo Eugenio Bazzicchi ha consegnato i bagagli di Ilaria e Miran al direttore generale della Rai, e ha ottenuto una ricevuta: «Il sottoscritto Dr. Locatelli (Rai) riceve in consegna dal M.llo Bazzicchi n. 14 colli più n. 2 buste e n. 1 borsetta nera che seguono le bare. 21 marzo 1994. Firmato Locatelli». Due buste di plastica grigio-verde ancora sigillate sono ben visibili nelle immagini girate dall’operatore della Rai al momento del trasbordo dei corpi sull’aereo che li avrebbe portati da Luxor a Ciampino.

     Dunque a Luxor i bagagli delle due vittime, più la borsa piccola ("Mandarina Duck") di Ilaria, e le due buste contenenti i certificati di morte e l’elenco degli effetti personali ancora sigillate, sono stati affidati al direttore della Rai. Ma all’arrivo a Ciampino le buste non sono state consegnate ai coniugi Alpi: né il certificato di avvenuta identificazione del cadavere redatto in lingua inglese, né l’elenco degli effetti personali, né il riscontro esterno, e neppure le foto scattate sulla nave "Garibaldi". Inoltre, i bagagli sono risultati privi dei sigilli di piombo, e come si è visto tre block notes della giornalista sono stati trafugati.

     Gabriella Simoni racconta anche di avere messo all’interno della valigia di Ilaria la macchina fotografica che si trovava nella stanza della giornalista all’Hotel Sahafi; ma i coniugi Alpi, nella valigia della loro figlia, non hanno trovato nessuna macchina fotografica.

 

A Roma la morte di Ilaria Alpi assume contorni paradossali: i genitori della giornalista devono lottare perfino per averne il certificato di morte [23].

     Appena apprendono che i corpi di Ilaria e Miran erano stati riportati a Mogadiscio presso un obitorio privato delle Forze armate americane, i coniugi Alpi si rivolgono alla Farnesina per avere notizie più precise. Dopo molte insistenze, il 24 luglio 1997 ricevono questa lettera del sottosegretario agli Esteri, onorevole Rino Serri:

 

      «A seguito di accurata ricerca nei propri archivi, la Compagnia Brown-Root di Houston ha informato di non avere agli atti alcuna documentazione relativa all’incidente in oggetto.

      Anche il responsabile dell’obitorio della Brown-Root a Mogadishiu, sig. Victor Baiza, oggi non più dipendente della predetta società, ha confermato di aver consegnato tutta la documentazione relativa all’incidente in oggetto al St.Cl. Giorgio Cannarsa, Liaison officer dell’ambasciata italiana a Mogadiscio, al momento in cui le salme vennero ritirate dall’obitorio per il trasporto in Italia.

      Il sig. Baiza ha fatto inoltre presente di non aver mai compilato alcun referto medico, in quanto esso era di competenza del medico italiano in servizio presso la Marina militare che compilò anche il certificato di morte. Egli ha invece confermato di aver stilato il "Body Anatomy Report" previsto dalle norme per la preparazione delle salme.

      Di tale "Report", consegnato alle autorità italiane, questa Brown-Root non ha alcuna copia».

 

     Il 29 luglio 1997 – cioè tre anni dopo l’omicidio – i coniugi Alpi ricevono una lettera firmata da Lorenzo Ferrarin, direttore generale dell’Emigrazione e degli Affari sociali presso il ministero degli Esteri. Così apprendono che il corpo di Ilaria era stato trasportato all’aeroporto di Mogadiscio, presso la ditta Brown-Root provvista di celle frigorifere, nonostante anche la nave "Garibaldi" disponesse di celle frigorifere:

 

      «Il ministero della Difesa ha comunicato che tutta la documentazione in originale prodotta dalla ditta Brown-Root è stata a suo tempo consegnata, previo rilascio di una ricevuta, al dr. Locatelli della Rai, all’atto della consegna delle salme di Ilaria e Miran. La predetta consegna avvenne a Luxor in Egitto. Una copia della ricevuta è stata rimessa secondo le informazioni del ministero della Difesa, al sostituto procuratore dr. De Magistris [De Gasperis, ndr]. Lo Stato maggiore della Difesa ha avviato una ricerca intesa ad accertare se esistono in archivio delle copie della documentazione di cui sopra».

 

     Giorgio e Luciana Alpi chiedono allora spiegazioni al direttore della Rai Gianni Locatelli, il quale risponde loro di non ricordare più nulla... Il fatto certo è che i genitori di Ilaria non riusciranno mai ad avere quel "Body Anatomy Report" e il certificato di morte della figlia. Strano, dal momento che i coniugi Alpi ricordano bene il servizio dell’inviato Giuseppe Bonavolontà, trasmesso dal "Tg3" il 21 marzo 1994 (all’indomani del delitto), nel corso del quale il giornalista del "Tg3" aveva citato il certificato di morte:

 

      Che brutti questi aeroplani che quando volano fanno pensare alla vita e improvvisamente scopri che possono portare a casa la morte di due colleghi. Abbiamo aspettato Ilaria e Miran a Luxor per accompagnarli nell’ultimo tratto del loro ultimo viaggio, per l’ultimo servizio da inviati che la cattiveria degli uomini gli ha concesso. L’aereo: e pensare che invece avevamo parlato delle prime volte del giornalista che si sente tale e prova un brivido al decollo del primo viaggio di lavoro: il battesimo dell’inviato. Ilaria ci credeva, era contenta di essere utile alla gente e adesso è morta. Le sue cose sono chiuse da uno spago: ci sono le cassette con le immagini girate da Miran ammucchiate in un borsone, la telecamera, il telefono satellitare. È tutto quel che rimane a noi colleghi vivi che non abbiamo più la forza di raccontare. A che serve dire ciò che accade nel mondo? Pensare che è il mondo a girarti intorno e scoprire a un tratto che può anche schiacciarti. L’aeroplano vola e la mente corre, si ferma per leggere le sigle crudeli dei referti medici: due colpi secchi, una esecuzione. È stata una esecuzione. Due pallottole e nessuna possibilità di scampo. Poi la mente corre di nuovo. Una collega che sapeva ridere anche nei momenti difficili, che non c’è più, un operatore che chiacchierava tanto e lo hanno fatto tacere per sempre. I direttori della Rai che non riescono più a parlare. Con la mente che corre da sola. Sono le montagne russe dell’intelletto che ti portano per abitudine da una situazione all’altra, dal dramma di una umanità a un’altra, fino al capitombolo di oggi. Dover raccontare l’ultimo viaggio di due della nostra famiglia. A Ciampino attendono i colleghi ormai a notte fonda. C’è il nostro direttore Andrea Giubilo con cui è difficile trattenersi da quanto piange, la madre e il padre di Ilaria, Rita l’amica del cuore con cui divideva la casetta di Sacrofano. Miran prosegue la strada verso l’aeroporto di Trieste dove si piange da pochi mesi la scomparsa di 3 giornalisti assassinati in guerra: il 28 di gennaio morirono a Mostar in Bosnia tre colleghi della Rai di Trieste. Miran operatore entusiasta che amava la pace ed è stato ucciso in Somalia da intolleranti. È così, il mondo ti gira intorno e poi ti schiaccia improvvisamente...

 

     Strano, perché i coniugi Alpi ricordano anche che un mese dopo l’omicidio, quello stesso inviato della Rai Giuseppe Bonavolontà era tornato a Mogadiscio, ma nel nuovo servizio che aveva trasmesso aveva attribuito l’uccisione di Ilaria e Miran a un’unica pallottola che avrebbe colpito prima l’operatore e quindi la giornalista: una dinamica completamente diversa da quella del certificato di morte che lui stesso aveva citato nel servizio del 21 marzo 1994.

     Giorgio e Luciana Alpi si incontrano con Bonavolontà. Il giornalista conferma l’ipotesi che Ilaria e Miran sarebbero stati uccisi da un unico colpo vagante, e nulla dice del certificato di morte di Ilaria. Davanti al magistrato, invece, Bonavolontà ammetterà di avere forzato i sigilli dei due bagagli: la prima volta sull’aereo a Luxor, e la seconda volta a Ciampino; senza però spiegare che fine abbia fatto la documentazione relativa alla morte di Ilaria.

 

La serie di inspiegabili "stranezze" è ormai lunga. Ai genitori di Ilaria Alpi non sono stati consegnati:

     a) l’elenco degli effetti personali della giornalista compilato sulla nave "Garibaldi" [24];

     b) il riscontro esterno e le foto scattate sulla nave "Garibaldi";

     c) il "Body Anatomy Sketching Report" redatto da signor Victor Baiza della compagnia mortuaria privata americana Brown-Root di Houston [25];

     d) tre dei cinque block notes appartenuti a Ilaria [26];

     e) due fogli recanti numeri telefonici (arbitrariamente trattenuti dall’ambasciatore-ministro Plaja, che li consegnerà ai genitori solo dopo alcuni mesi e dopo essere stato convocato dal magistrato proprio per quella sparizione);

     f) la macchina fotografica di Ilaria (che compare anche nelle riprese televisive subito dopo l’omicidio).

     A questi fatti certi e incontrovertibili se ne uniscono altri. Per esempio, è poco credibile che Ilaria e Miran – i quali dovevano rimanere in Somalia per dieci giorni – avessero con sé solo 6 videocassette. Tantopiù che Ilaria è stata uccisa nelle ore precedenti l’appuntamento che, quella sera stessa, aveva con il "Tg3" per inviare il suo servizio: ma di quel servizio (pronto per essere "riversato" a Roma) nelle 6 cassette rinvenute non ce n’è traccia.


Un viaggio a ritroso

 

 

 

Giorgio e Luciana Alpi vogliono sapere perché la loro figlia e Miran Hrovatin sono stati uccisi, e da chi. E vogliono anche sapere perché intorno al duplice delitto di Mogadiscio si addensano ambiguità e reticenze, manomissioni e bugie. Consapevoli che questa verità è altro dalla versione ufficiale che le autorità stanno tentando di accreditare.

     Nella palazzina del "Tg3", a Saxa Rubra, la redazione esteri è ubicata al secondo piano, ed è uno stanzone stipato di videocassette etichettate con i nomi di tutti i luoghi del pianeta. Un archivio planetario governato da una segretaria-archivista, che si occupa anche dei "fogli di viaggio" dei vari inviati. Parlando con lei e con gli altri redattori degli Esteri, i coniugi Alpi apprendono che sulla scrivania di Ilaria, prima della sua partenza per la Somalia, c’era un taccuino con le indicazioni: «Bosaso, Mugne, Shifco, 1400 miliardi (fondi Fai) di lire... dove è finita questa impressionante mole di denaro»; è dunque evidente che il viaggio a Bosaso era preparato da tempo e non era stato una casualità contingente [27].

     Ma perché a Bosaso? La risposta l’ha suggerita il giornalista Giovanni Porzio: «Vedere cosa stava succedendo nel nord del Paese, per verificare se vi fosse qualche cosa di interessante, dato che la situazione politica del nord è diversa da quella di Mogadiscio. Immagino che intendessero fare un servizio sul nord della Somalia, trattandosi anche di una zona in cui in passato la Cooperazione italiana ha avuto dei trascorsi: vi è ad esempio la questione della strada Garoe-Bosaso e vi sono altri esempi di sprechi» [28].

     Un secondo giornalista, Massimo Alberizzi del "Corriere della Sera", ha testimoniato: «Io e Ilaria avevamo confrontato nomi e dati sulla Cooperazione. Era un argomento che la interessava, anche se lei amava un giornalismo più di tipo sociale che invest